1,741,626 research outputs found

    La responsabilidad social en la investigación: un caso Universidad-Estado-Pymes

    Full text link
    En la actualidad hay coincidencia en llamar al siglo XXI : el tiempo de la responsabilidad. Esta ética de la responsabilidad, por cierto, atraviesa a todos los ámbitos: la ciencia, la empresa, los partidos políticos, las organizaciones libres del pueblo, los sindicatos, la Administración Pública, etcétera. El eje que surcará la comunicación frente a la construcción y elaboración de los trabajos finales, a través de un caso que a partir del convenio que liga a la Universidad del Salvador , la Fundación Exportar y las Pymes , se corresponden con acciones, políticas de gestión y de conocimiento. A partir de sostener que no hay neutralidad epistemológica en la investigación las decisiones que se tomen tienen consecuencias en la vida de las personas y de las instituciones. En el plano de la investigación en las universidades, en la mayoría de ellas se insiste en la formación de sus cuadros de investigadores: en el método a utilizar, en el control de los resultados, etc. y en algunas se ocupan de lo ético en el proceso integral de investigación, hace falta algo más: la responsabilidad social del investigador

    Reflexiones sobre la formación de la ética en la Universidad

    Full text link
    La reflexión que atraviesa estas páginas intenta justificar la necesidad de instalar la formación de la ética y de los valores cívicos en los futuros profesionales. Pues la construcción democrática de nuestro tiempo histórico exige una ética de la responsabilidad. Esa responsabilidad se expresa en la necesidad de programas de formación, de gestión, de dispositivos que impliquen un cuidado de la comunidad. Aparece como un reclamo, una necesidad pedagógica, que nuestros alumnos tomen conciencia de la delicada situación que significa, en los tiempos actuales, la relación laboral y productiva con los valores éticos. La pedagogía de la Modernidad exhortaba a la formación de hombres y mujeres disciplinados ante las prescripciones que instalaba el poder. Dado que la razón instrumental pudo diseñar una moral separada de las tradiciones del Libro, desembarazándose de un orden religioso para generar otro orden independiente y universal, laico, ligado al deber individual. Esta ética laicista tiene que ver con la sociedad disciplinaria, dogmática. En oposición, en la cultura actual se impone la exigencia de desarrollar un profesional motivado, flexible, abierto a los cambios. Que se va instalando la necesidad de un nuevo paradigma ético, cuyos efectos se percibirán en la cultura del trabajo y sus resultados beneficiarán a la sociedad en su conjunto

    La casa di campagna : anima del paesaggio agrario

    No full text
    L'articolo illustra le caratteristiche che rendono ancora oggi la casa di campagna una compomente integrale del paesaggio agrario

    Advanced Regional Spatial Data Infrastructures in Europe. Introduction and context; Regional Profiles; Cross Border experience

    No full text
    Report on the Advanced Regional Spatial Data Infrastructure in Europe - State of Play and comparative analysi

    Plasmare le coscienze: cinema e infanzia nell’Italia fascista (1923-1943)

    No full text
    Al centro del lavoro vi è l’analisi del ruolo che il cinema ebbe nelle attività tese a “plasmare le coscienze” delle giovani generazioni nell’Italia di Mussolini. Se l’ossessiva attenzione pedagogica del regime fascista costituisce una pista di ricerca certamente battuta, così come lo è l’intenso rapporto tra cinema e regime, specialmente in relazione alle attività dell’Istituto Luce, il lavoro di Stefano Campagna s’inserisce in questi filoni di studio con peculiari tratti di novità, muovendosi su percorsi accidentati e poco, se non per nulla, frequentati. Come rimarca l’Autore, infatti, una sistematica attenzione alle questioni al centro di questo volume è sorprendentemente restata «ai margini sia delle ricerche storico-cinematografiche che di quelle storico-educative, così come nei lavori degli storici del fascismo che si sono occupati dei mass media, della cultura di massa e dell’organizzazione della propaganda» (p. 14). D’altra parte, viene rilevato anche come la cinematografia scolastica, strettamente intesa – cioè come strutturale sussidio didattico in classe –, ancora nel 1941 agli occhi dello stesso ministero dell’Educazione nazionale apparisse «un faticoso, se pur modesto, capitolo della cinematografia generale [...] che ha incontrato, e incontra, difficoltà non indifferenti» (p. 95). E infatti, lo sguardo in queste pagine si allarga al variegato universo della fruizione cinematografica para ed extrascolastica da parte di bambine, bambini e adolescenti, così come ai modi dell’incontro – marcato da interessanti gradi di discrezionalità da parte della periferia, o meglio, delle periferie – tra le «politiche culturali varate dal centro con l’operato nei contesti locali di [...] presidi, insegnanti e istruttori dell’onb/gil» (p. 96). Una situazione, quest’ultima, che, annota Campagna, «non deve essere interpretata meccanicamente attraverso le categorie di consenso/dissenso o presupponendo forme di resistenza della periferia rispetto al centro, quanto piuttosto problematizzata nei termini di iniziative “dal basso” non necessariamente disallineate rispetto all’indirizzo generale della politica educativa» (p. 115). Infine, da rimarcare la scelta di avventurarsi con decisione anche nell’attraente e al tempo stesso insidioso territorio della ricezione, di ciò, insomma, che resta negli occhi, nei cuori e nelle menti dei giovani spettatori dopo queste “visioni” dalla forte carica coinvolgente: «quando facciamo le proiezioni io sono contenta perché si impara tanto e si vedono cose belle e importanti», scrive nel 1935 sul suo quaderno un’alunna della scuola elementare di Mariano Comense (p. 40). In questo percorso Campagna, per l’appunto, si è rivolto in particolare proprio ai quaderni scolastici, a quelle scritture bambine complesse, certamente condizionate dal loro essere controllate e disciplinate, in primis dall’azione degli insegnanti, in cui tuttavia gli elementi soggettivi sono tutt’altro che assenti. Si tratta di una preziosa documentazione con un peculiare valore aggiunto: rispetto alle pur importanti memorie, tradizionalmente più utilizzate, rappresenta infatti una traccia coeva dei pensieri e delle emozioni affidate alla penna... e alle matite, visti i tanti disegni. I quaderni, così, costituiscono anche la guida privilegiata per avventurarsi tra le immagini sullo schermo proposte alle scolaresche. Attraverso il costante confronto, infatti, con le tracce che hanno lasciato nei componimenti scolastici, Campagna ripercorre temi e modi con cui le proiezioni cinematografiche – film e documentari – agirono nel rendere visibile, specialmente agli occhi di balilla e piccole italiane, i capisaldi della pedagogia fascista, dalla celebrazione del duce, al mito della stirpe, del “sangue” e del “suolo”, al primato della razza – che trova nel cinema coloniale una peculiare occasione di elaborazione –, ma anche il culto del sacrificio, l’esaltazione dell’eroismo bellico, il dovere dell’obbedienza. Scorrono così, con la mediazione delle “appropriazioni bambine”, una pluralità di pellicole a cominciare dal kolossal, ampiamente proposto alle scolaresche, Scipione l’Africano (1937, regia di Carmine Gallone), a 1860 – il Risorgimento risulta il periodo storico più presente nelle proiezioni rivolte ai giovani – e Vecchia guardia, entrambe del 1934 e con la regia di Alessandro Blasetti, a Luciano Serra pilota (1938, di Goffredo Alessandrini), fino ai film del genere “liceale”, come Maddalena... zero in condotta (1940, di Vittorio De Sica), Ore 9: lezione di chimica (1941, di Mario Mattoli) e Teresa Venerdì (1941, di Vittorio De Sica), ai documentari didattici prodotti dall’Istituto Luce ecc. Il tutto con l’attenzione a seguire gli elementi divergenti, spesso collocati sulla linea di tensione strutturale che attraversa il regime attorno alla polarizzazione conservazione/modernizzazione, ordine/rivoluzione. Esemplare, in questo senso, il caso della crescente visibilità che, già sul finire degli anni Venti, acquista la dimensione femminile nelle proiezioni educative. Tra le principali produzioni didattiche dell’Istituto Luce, ad esempio, vi sono le pellicole incentrate sulle organizzazioni giovanili del regime, tese a rendere visibile ai piccoli spettatori, in funzione emulativa, il modello del “giovane fascista perfetto”. All’inizio tutto questo venne declinato esclusivamente al maschile, ma presto le spinte della società di massa e l’afflato totalitario del regime spinsero – seppure in forme estremamente ambigue, contradditorie e riconducendo comunque sempre il tutto nell’alveo della tradizione – a dare spazio anche a un protagonismo femminile. Un’espressione emblematica di queste compresenti e irrisolte tensioni è il documentario L’Accademia dei vent’anni (1941, regia di Giorgio Ferroni) sull’Accademia femminile della gil a Orvieto. Nelle immagini proposte alle scolaresche, le future insegnanti di educazione fisica – già di per sé soggetto lontano dal modello tradizionale e dalla realtà diffusa, nel loro essere a scuola, atlete, in pantaloncini corti o in costume – sono proposte mentre «sperimentano forme di socialità “moderne” come la gita in bicicletta con cui si apre il film» anche se, poi, «alla fine si dedicano soprattutto alla cura dei bambini, sognando, alla sera, un matrimonio felice col fidanzato» (p. 175). Addirittura, nel caso dei già ricordati film del genere “liceale”, «le protagoniste delle pellicole [...] superano momentaneamente steccati generazionali, di genere o di classe per poi [anche in questo caso] tornare sui loro passi e incasellarsi all’interno del ruolo prescritto dall’ideologia dominante» (p. 196). Osservando poi i suoi riflessi nei componimenti scolastici, la visione di questo protagonismo femminile, per quanto subordinato, mostra anche la capacità di alimentare immagini di un eroismo divergente rispetto al tradizionale modello virile. Marianna, per esempio, un’alunna di una quinta elementare di Firenze, dopo essere stata portata con la classe al cinema a vedere il film di Guido Brignone Teresa Confalonieri (1934), scrive sul suo quaderno: «e rimasi ammirata dalla serena prontezza con cui Teresa rispose che suo marito non era in casa, mentre con visibile trepidazione seguiva le mosse indagatrici degli odiati croati» (p. 198). La questione di genere, infine, permette di introdurre un altro aspetto su cui pone in modo ricorrente l’attenzione l’Autore: l’imponente presenza delle pellicole hollywoodiane nell’Italia fascista, anche in prospettiva di un loro utilizzo educativo. Innanzitutto, Campagna ci ricorda che, ancora nel 1938, quando, cioè, in conseguenza della svolta autarchica, le maggiori case di produzione americane si ritirarono dal mercato italiano, oltre il 60% della domanda di film da parte del pubblico era ancora soddisfatta da film hollywoodiani

    Geodesign from theory to practice: from metaplanning to 2nd generation Planning Support Systems.

    No full text
    This paper deals with the concept of Geodesign, a new approach to spatial planning and design which is grounded on extensive use of Geographic Information Science methods and tools. As a method Geodesign is intended to inform projects since their conceptualization, to analysis and diagnosis, to design of alternatives and impact simulation, and eventually the final choice. This approach appears particularly urgent and actual to many scholars from academia and practitioners from the industry and the planning practice for advances in GIScience nowadays offer unprecedented data and tools to manage territorial knowledge for decision-making support. The author argues research in Geodesign may contribute to solve major actual pitfalls in sustainable spatial planning: namely it may offer methods to help planners to inform sustainable design alternatives with environmental considerations and contextually assess their impacts; secondly, it may help to ensure more transparent, responsible, and accountable democratic decision-making processes. The argumentation is supported by the author recent research results with regards to the evolution from 1st generation Planning Support Systems (PSS), to metaplanning and 2nd generation PSS

    Fig1 and Fig 3. Campagna et al. 2018. PLoS ONE 13(6): e0199113.

    No full text
    Figures 1 and 3 from "Campagna et al. 2018. PLoS ONE 13(6): e0199113" in the correct color scheme
    corecore