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Gli Shelley tra Roma e la Campagna Romana
Questo studio si propone come obiettivo quello di esplorare il legame che Percy Bysshe Shelley e Mary Shelley intrecciarono con la città di Roma e con la Campagna Romana durante i loro due soggiorni a cavallo tra il 1818 e il 1819, soggiorni che si inseriscono all’interno di un più ampio itinerario che i due autori inglesi percorsero attraverso l’Italia. Pur condividendo ogni tappa del viaggio, Percy e Mary articolarono ben presto un rapporto individuale con il Paese, sviluppando in modo distinto le proprie strategie di conoscenza del territorio e giungendo a un grado diverso di empatia con i luoghi e le popolazioni con le quali entrarono in contatto. La loro percezione, a tratti divergente, della Città Eterna e delle ampie e solitarie campagne che la circondavano, la scelta di rimanere in superficie, di afferrare solo quanto potesse essere assimilato senza protendersi troppo verso l’altro (soluzione adottata, come si vedrà, da Percy) o di contro il tentativo di cogliere la complessità del tessuto storico e sociale romano (l’aspirazione profonda di Mary), possono essere considerati come esemplificativi dell’intero rapporto che i due scrittori stabilirono con l’Italia
Civili in guerra e guerre ai civili. Per un profilo storico della provincia di Grosseto tra fascismo e secondo conflitto mondiale
Plasmare le coscienze: cinema e infanzia nell’Italia fascista (1923-1943)
Al centro del lavoro vi è l’analisi del ruolo che il cinema ebbe nelle attività
tese a “plasmare le coscienze” delle giovani generazioni nell’Italia di Mussolini.
Se l’ossessiva attenzione pedagogica del regime fascista costituisce una pista di
ricerca certamente battuta, così come lo è l’intenso rapporto tra cinema e regime, specialmente in relazione alle attività dell’Istituto Luce, il lavoro di Stefano Campagna s’inserisce in questi filoni di studio con peculiari tratti di novità,
muovendosi su percorsi accidentati e poco, se non per nulla, frequentati.
Come rimarca l’Autore, infatti, una sistematica attenzione alle questioni
al centro di questo volume è sorprendentemente restata «ai margini sia delle
ricerche storico-cinematografiche che di quelle storico-educative, così come
nei lavori degli storici del fascismo che si sono occupati dei mass media, della
cultura di massa e dell’organizzazione della propaganda» (p. 14).
D’altra parte, viene rilevato anche come la cinematografia scolastica, strettamente intesa – cioè come strutturale sussidio didattico in classe –, ancora
nel 1941 agli occhi dello stesso ministero dell’Educazione nazionale apparisse
«un faticoso, se pur modesto, capitolo della cinematografia generale [...] che
ha incontrato, e incontra, difficoltà non indifferenti» (p. 95).
E infatti, lo sguardo in queste pagine si allarga al variegato universo della
fruizione cinematografica para ed extrascolastica da parte di bambine, bambini
e adolescenti, così come ai modi dell’incontro – marcato da interessanti gradi
di discrezionalità da parte della periferia, o meglio, delle periferie – tra le «politiche culturali varate dal centro con l’operato nei contesti locali di [...] presidi,
insegnanti e istruttori dell’onb/gil» (p. 96). Una situazione, quest’ultima,
che, annota Campagna, «non deve essere interpretata meccanicamente attraverso le categorie di consenso/dissenso o presupponendo forme di resistenza
della periferia rispetto al centro, quanto piuttosto problematizzata nei termini
di iniziative “dal basso” non necessariamente disallineate rispetto all’indirizzo
generale della politica educativa» (p. 115).
Infine, da rimarcare la scelta di avventurarsi con decisione anche nell’attraente e al tempo stesso insidioso territorio della ricezione, di ciò, insomma,
che resta negli occhi, nei cuori e nelle menti dei giovani spettatori dopo queste
“visioni” dalla forte carica coinvolgente: «quando facciamo le proiezioni io
sono contenta perché si impara tanto e si vedono cose belle e importanti»,
scrive nel 1935 sul suo quaderno un’alunna della scuola elementare di Mariano
Comense (p. 40).
In questo percorso Campagna, per l’appunto, si è rivolto in particolare
proprio ai quaderni scolastici, a quelle scritture bambine complesse, certamente condizionate dal loro essere controllate e disciplinate, in primis dall’azione
degli insegnanti, in cui tuttavia gli elementi soggettivi sono tutt’altro che assenti. Si tratta di una preziosa documentazione con un peculiare valore aggiunto: rispetto alle pur importanti memorie, tradizionalmente più utilizzate,
rappresenta infatti una traccia coeva dei pensieri e delle emozioni affidate alla
penna... e alle matite, visti i tanti disegni.
I quaderni, così, costituiscono anche la guida privilegiata per avventurarsi
tra le immagini sullo schermo proposte alle scolaresche. Attraverso il costante
confronto, infatti, con le tracce che hanno lasciato nei componimenti scolastici, Campagna ripercorre temi e modi con cui le proiezioni cinematografiche
– film e documentari – agirono nel rendere visibile, specialmente agli occhi di
balilla e piccole italiane, i capisaldi della pedagogia fascista, dalla celebrazione
del duce, al mito della stirpe, del “sangue” e del “suolo”, al primato della razza
– che trova nel cinema coloniale una peculiare occasione di elaborazione –, ma
anche il culto del sacrificio, l’esaltazione dell’eroismo bellico, il dovere dell’obbedienza. Scorrono così, con la mediazione delle “appropriazioni bambine”,
una pluralità di pellicole a cominciare dal kolossal, ampiamente proposto alle
scolaresche, Scipione l’Africano (1937, regia di Carmine Gallone), a 1860 – il
Risorgimento risulta il periodo storico più presente nelle proiezioni rivolte
ai giovani – e Vecchia guardia, entrambe del 1934 e con la regia di Alessandro
Blasetti, a Luciano Serra pilota (1938, di Goffredo Alessandrini), fino ai film
del genere “liceale”, come Maddalena... zero in condotta (1940, di Vittorio De
Sica), Ore 9: lezione di chimica (1941, di Mario Mattoli) e Teresa Venerdì (1941,
di Vittorio De Sica), ai documentari didattici prodotti dall’Istituto Luce ecc.
Il tutto con l’attenzione a seguire gli elementi divergenti, spesso collocati
sulla linea di tensione strutturale che attraversa il regime attorno alla polarizzazione conservazione/modernizzazione, ordine/rivoluzione.
Esemplare, in questo senso, il caso della crescente visibilità che, già sul finire degli anni Venti, acquista la dimensione femminile nelle proiezioni educative. Tra le principali produzioni didattiche dell’Istituto Luce, ad esempio,
vi sono le pellicole incentrate sulle organizzazioni giovanili del regime, tese a
rendere visibile ai piccoli spettatori, in funzione emulativa, il modello del “giovane fascista perfetto”. All’inizio tutto questo venne declinato esclusivamente
al maschile, ma presto le spinte della società di massa e l’afflato totalitario del
regime spinsero – seppure in forme estremamente ambigue, contradditorie e
riconducendo comunque sempre il tutto nell’alveo della tradizione – a dare
spazio anche a un protagonismo femminile.
Un’espressione emblematica di queste compresenti e irrisolte tensioni è
il documentario L’Accademia dei vent’anni (1941, regia di Giorgio Ferroni)
sull’Accademia femminile della gil a Orvieto. Nelle immagini proposte alle
scolaresche, le future insegnanti di educazione fisica – già di per sé soggetto
lontano dal modello tradizionale e dalla realtà diffusa, nel loro essere a scuola,
atlete, in pantaloncini corti o in costume – sono proposte mentre «sperimentano forme di socialità “moderne” come la gita in bicicletta con cui si apre il
film» anche se, poi, «alla fine si dedicano soprattutto alla cura dei bambini,
sognando, alla sera, un matrimonio felice col fidanzato» (p. 175).
Addirittura, nel caso dei già ricordati film del genere “liceale”, «le protagoniste delle pellicole [...] superano momentaneamente steccati generazionali,
di genere o di classe per poi [anche in questo caso] tornare sui loro passi e incasellarsi all’interno del ruolo prescritto dall’ideologia dominante» (p. 196).
Osservando poi i suoi riflessi nei componimenti scolastici, la visione di
questo protagonismo femminile, per quanto subordinato, mostra anche la capacità di alimentare immagini di un eroismo divergente rispetto al tradizionale
modello virile. Marianna, per esempio, un’alunna di una quinta elementare
di Firenze, dopo essere stata portata con la classe al cinema a vedere il film di
Guido Brignone Teresa Confalonieri (1934), scrive sul suo quaderno: «e rimasi
ammirata dalla serena prontezza con cui Teresa rispose che suo marito non
era in casa, mentre con visibile trepidazione seguiva le mosse indagatrici degli
odiati croati» (p. 198).
La questione di genere, infine, permette di introdurre un altro aspetto su
cui pone in modo ricorrente l’attenzione l’Autore: l’imponente presenza delle pellicole hollywoodiane nell’Italia fascista, anche in prospettiva di un loro
utilizzo educativo. Innanzitutto, Campagna ci ricorda che, ancora nel 1938,
quando, cioè, in conseguenza della svolta autarchica, le maggiori case di produzione americane si ritirarono dal mercato italiano, oltre il 60% della domanda
di film da parte del pubblico era ancora soddisfatta da film hollywoodiani
La responsabilidad social en la investigación: un caso Universidad-Estado-Pymes
En la actualidad hay coincidencia en llamar al siglo XXI : el tiempo de la responsabilidad. Esta ética de la responsabilidad, por cierto, atraviesa a todos los ámbitos: la ciencia, la empresa, los partidos políticos, las organizaciones libres del pueblo, los sindicatos, la Administración Pública, etcétera. El eje que surcará la comunicación frente a la construcción y elaboración de los trabajos finales, a través de un caso que a partir del convenio que liga a la Universidad del Salvador , la Fundación Exportar y las Pymes , se corresponden con acciones, políticas de gestión y de conocimiento. A partir de sostener que no hay neutralidad epistemológica en la investigación las decisiones que se tomen tienen consecuencias en la vida de las personas y de las instituciones. En el plano de la investigación en las universidades, en la mayoría de ellas se insiste en la formación de sus cuadros de investigadores: en el método a utilizar, en el control de los resultados, etc. y en algunas se ocupan de lo ético en el proceso integral de investigación, hace falta algo más: la responsabilidad social del investigador
Il luogo della campagna e lo spazio della città- Considerazioni sul progetto dei nuovi luoghi
Il progetto del luogo della campagna e dello spazio della città nei risultati di un workshop progettuale tenuto a Bagnolo in Piano (RE
Temi e metodi della topografia medievale nella Campagna Romana
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The Geographic Information Technology support to historic urban centers redevelopment process: towards a communicative approach
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Centres re-development Lab in the City of Cagliari (IT)
La città campagna- Per una città tecnologica a bassa mobilità
La campagna diventa l'antidoto al caos della città e allo stress del lavoro a ritmi pressanti, un insieme tangibile di ciò che il cittadino può desiderare
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