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    Un secolo di cultura: intervista a Julia Dobrovolskaja

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    Julia Dobrovolskaja (Юлия Добровольская, traslitterazione scientifica: Julija Dobrovol’skaja, classe 1917) ripercorre in questa intervista alcuni snodi fondamentali del suo percorso professionale, ora soffermandosi sulla genesi e sullo sviluppo del lavoro di traduzione e di elaborazione metodologica, ora rileggendo con lucido distacco la fitta rete di relazioni intessuta con il mondo letterario italiano a partire dagli anni ’60 del secolo scorso. Attraverso improvvise deviazioni geografiche e repentini salti temporali, la grande linguistica, lessicografa, traduttrice passa dal confronto con il maestro Vladimir Propp all\u27eterna amicizia con Lilja Brik, dal controverso legame con Gianni Rodari al dialogo con Alberto Moravia, per giungere, infine, all\u27arrivo in Italia, e all\u27incontro, negli anni ’80, con l\u27area dei russisti dell\u27accademia italiana e con le loro contraddizioni. Un itinerario avventuroso e storicamente appassionante che consente di scoprire, dalla sua voce, una straordinaria protagonista della cultura russa e italiana alla soglia del suo centenario.Julia Dobrovolskaja remembers some fundamental moments of her professional life, talking about the beginning and the development of her career as a translator and the elaboration of her own methodology. She recollects with coolness the impressive network of relations built with the Italian literary world since the ’60s. With sudden geographical and temporal deviations, the great linguists, lexicographer and translator talks about her confrontation with the mentor Vladimir Propp, the longstanding friendship with Lilija Brik, the controversial relation with Gianni Rodari, the dialogue with Alberto Moravia, the arrival in Italy and her encounter with the scholars of Russian culture in the Italian academia in the ’80. An adventurous and engaging journey that let us discover an extraordinary protagonist of the Russian and Italian culture on the threshold of her 100th birthday

    Philoctetes and the Good Companion Story

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    The idea of a companion story is developed through an analysis of Sophocles’ play Philoctetes, about living in chronic pain. That story is anchored by an ethnographic report of a boy living with pain, and his companion story. The good companion story is distinguished by three qualities: it consoles its companion, it complicates lives that it enters, and it promises a form of hope. The article thus seeks to demonstrate the therapeutic capacity of stories to effect healing

    Ricostruire l’io, il corpo, la lingua. Ideologia e mitopoiesi in "Laborintus"

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    Laborintus di Edoardo Sanguineti è spesso stato visto come un’opera di radicale distruzione e incomunicabilità. In questo articolo si cerca di dimostrare il contrario, mettendo in luce la pars costruens dell’operazione avanguardistica di Sanguineti soprattutto in relazione alla postura del soggetto, il trattamento del corpo e il processo di costruzione della lingua. In linea con la nota equazione ideologia-linguaggio, e facendo ricorso alla filosofia del linguaggio di Franco Brioschi, si argomenterà come l’intento del Laborintus sia quello di modificare le modalità attraverso cui il linguaggio fa riferimento per destrutturare il codice e ricostruirlo (nella prospettiva lunga di Triperuno) col fine di creare una nuova visione del mondo per una concreta azione sulla realt

    Perché bisogna riscrivere Lacan. A partire dalla letteratura (cioè dalla flessibilità)

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    L’articolo propone una riflessione sul pensiero di Lacan che porta ad un suo radicale ripensamento. Tesi centrale è la necessità di reinventare il Simbolico, ispirandosi alla letteratura ed in particolare a ciò che la letteratura mostra relativamente alle virtualità del linguaggio e della condizione umana. La flessibilità costituisce il concetto chiave di questa elaborazione. Soltanto a partire da una concezione non semplicistica del Simbolico, sostiene l’autore, si potrà comprendere la teoria dei registri intesa come teoria di un soggetto flessibile. This paper proposes a deep reflection on Lacan’s thought, leading to its radical reassessment. Its central argument is the necessity to reinvent the notion of Symbolic through the tool of literature. Flexibility in particular is the key concept to proceed towards the rethinking of the Symbolic realm hereby proposed. The author argues in fact that only a non-simplified understanding of the Symbolic allows to understand Lacan’s theory of the three registers as the theory of a flexible subject

    Quando i romanzi facevano male alla salute

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    Come sostengono neuroscienziati e cognitivisti, attualmente le narrazioni finzionali svolgono un ruolo essenziale nell\u27aiutare gli individui a elaborare schemi predittivi circa la realtà; inoltre, la fruizione immersiva nelle narrazioni attuali costituisce una palestra in cui i lettori indossano empaticamente le emozioni dei personaggi. Questo accade perché oggi il dinamismo del contesto storico-culturale della globalizzazione ha reso necessaria una maggiore abilità nel mind reading e una profonda competenza nelle metarappresentazioni. Al contrario, nel secolo diciannovesimo le narrazioni producevano nei lettori cattive identificazioni perché il contesto storico-culturale non era per così dire all\u27altezza delle finzioni narrative. Lo dimostra il caso della ricezione normanna di Madame Bovary.As neuroscience and cognitive psychology assert, nowadays fictional narrative holds an essential role helping individuals elaborating predictive schemes of reality; furthemore, immersive fruition of fiction constitutes a mental training in which readers wear characters’ emotions through empathy. This happens because the dynamic historical and cultural context of globalization requires an always more sophisticated ability in mind reading and a strong competence on meta-representations. On the contrary, during 19th Century narrations produced in readers incomplete identifications, due to a context still historically and culturally backward for narrative fiction, as exemplarily demonstrated by Madame Bovary’s Norman reception

    Rethinking Dickens in the light of Osip Mandelstam’s case

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    The Russian presence of Dickens can generally be reduced to several types: first, he is a “teacher” admired at the national level, the creator of the “Christmas narrative canon”; second, a mythological figure, his texts being the source of parables and anecdotes; finally, his name has turned into a common thing, an object of everyday life, a symbol in the representative list of European writers. Mandelstams\u27 poem “Dombey and son” is a pattern of Russian Dickensian

    “La morte a Venezia” di Thomas Mann: un viaggio verso il legame tra gli opposti

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    abstrac

    Energia, linguaggio, tempo: la parola letteraria in “Le avventure dell’interpretazione” di Alessandro Serpieri

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    Recensione del libro  di Alessandro Serpieri, Le avventure dell’interpretazione. Leggere i classici oggi. Pisa: ETS, 2015

    Frammenti di un rito mutilato. Analisi di "Pagine di gloria" di Valentino Zeichen

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    Il presente articolo intende analizzare una delle raccolte centrali della produzione di Valentino Zeichen, Pagine di gloria (1983), nel tentativo di offrire spunti critici per un suo inquadramento nella scena poetica più recente. Si concentra, dapprima, sulla fisionomia eteroclita dell’io poetante, che, in controtendenza rispetto alle esperienze poetiche coeve, riveste un ruolo d’indiscussa centralità, cui corrisponde, nella prassi versificatoria, un impianto saldamente monologico. Si procede, quindi, alla ricerca delle costanti figurative che paiono fondare la poesia di Zeichen e che permettono l’accesso al cuore del suo immaginario. In tal senso ci si soffermerà su alcuni aspetti linguistici salienti di Pagine di gloria, con particolare attenzione all’impiego dei tecnoletti in sede di metafora, per passare, poi, alle ricorrenze più propriamente figurative, come l’iconografia classicheggiante o metafisica e le immagini di derivazione economica

    Pratica medica e trascendenza in Gehirne (1916) di Gottfried Benn

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    L’articolo analizza Gehirne (1916) di Gottfried Benn, evidenziando come attraverso il rapporto medico-paziente siano elaborati nuclei psicologici profondi che riguardano sia le gerarchie sociali (il rapporto tra il medico Rönne e i «borghesi») che, ad un livello inconscio, la relazione padre-figlio. La «prosa assoluta» di Benn, parificando il vivente nel continuo divenire e nell\u27impotenza di fronte alla morte, è vista in questa prospettiva come un mezzo per eliminare la competizione edipica. Allo stesso tempo essa veicola una critica al linguaggio quotidiano, fondato su illusorie differenze vissute narcisisticamente e aggressivamente verso gli altri. Al linguaggio delle «individualità», Benn oppone una prosa ad alto contenuto analogico che frantuma le autorappresentazioni dell\u27io e proietta un eros fusionale (si parlerà di qualità «tattile» della vista) nei vuoti di significato che vengono a crearsi.The article analyses Gehirne (1916) by Gottfried Benn and focuses on the doctor-patient relationship which involves social hierarchies (the relationship between doctor Rönne and the «bourgeois») as well as the unconscious father-son tie. The article analyses how Benn’s «absolute prose» avoids the Oedipal competition by stressing the constant evolution of being and the equal impotence of men facing death. At the same time, Benn’s prose criticizes the everyday language based on illusory, narcisistic differences, and on aggressive ideologies. To this language of «individuality» Benn opposes an analogical prose which questions the representations of self, and which projects an erotic, «tactile» sight in the lack of meaning

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