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Introduzione alla seconda sessione della IV conferenza AISA "Scienza aperta, pubblicità, democrazia"
A short introduction to the second session of the AISA 4th annual conference "Scienza aperta, pubblicità, democrazia"
Cittadinanza nella Costituzione di Weimar. Costruiamo una città
Testo dell'intervento di Ronald Car al seminario: Cittadinanza e politica nell'età di Weimar (Pisa, 7 maggio 2018)
La catalogazione degli strumenti musicali fra open knowledge e semantic web. Studio per un’implementazione in XML-Schema della Scheda Guizzi
Il semantic web e la tecnologia dei Linked Open Data implicano un ripensamento dell’attività di catalogazione: musei, archivi e biblioteche sono incentivati a svolgere un ruolo attivo nella definizione del nuovo Web, soprattutto nella redazione di vocabolari e di ontologie di dominio che ne rappresentano la base semantica. In questo quadro di interesse multidisciplinare l’organologia lamenta l’assenza di standard di catalogazione consolidati, e la conseguente compresenza e incompatibilità di sistemi e tecnologie diversi.
I Linked Open Data forniscono strumenti per l’armonizzazione di dati eterogenei, garantendo accessibilità a informazioni e risorse tramite strategie di interoperabilità e condivisione. Il progettodi maggior rilievo che implementa i Linked Open Data applicati al patrimonio organologico è MIMO: il presente lavoro ne esamina obiettivi e caratteristiche implementative, quali l'adozione di LIDO e del CIDOC-CRM come modelli per la strutturazione dei metadati.
Il nuovo contesto tecnologico è messo a confronto con il modello catalografico elaborato dall'etnomusicologo Febo Guizzi. La tesi, ponendo particolare attenzione alla preservazione delle competenze di dominio, elabora una prima digitalizzazione della "Scheda Guizzi" e restituisce un’analisi dettagliata dei vocabolari relativi al dominio degli strumenti musicali, con attenzione particolare per la Classificazione Hornbostel-Sachs e i thesauri digitalizzati da MIMO con le tecnologie semantiche. Infine redige un corpus di linee-guida per successive implementazioni che, orientate alle tecnologie interoperabili del semantic Web, intendono confluire nell’elaborazione di un’ontologia specifica per il dominio degli strumenti musicali
“La scienza non è democratica”: un equivoco da superare
Assistiamo da tempo ad accese discussioni su temi scientifici (come i vaccini e gli organismi geneticamente modificati), che coinvolgono esperti e non esperti, scienziati e opinione pubblica. Su diverse questioni sembra che la scienza e la società non siano capaci di intendersi. Molti, anche all’interno della comunità scientifica, sono convinti che la causa di queste incomprensioni vada rintracciata soprattutto in un pregiudizio antiscientifico che sarebbe diffuso nell’opinione pubblica. Secondo questa interpretazione, inoltre, l’ignoranza sarebbe la principale barriera che divide la comunità scientifica dal resto della popolazione. La scienza, sostengono inoltre alcuni, non può essere democratica perché la validità di evidenze, ipotesi, teorie non può essere decisa con un voto e perché solo gli esperti hanno diritto di esprimersi su argomenti scientifici. All’interno di questa discussione, tuttavia, anche il significato delle parole “scienza” e “democrazia” rischia di venire perduto o banalizzato. Inoltre, al di là delle sue interpretazioni letterali, l’affermazione “la scienza non è democratica” contribuisce a promuovere presso l’opinione pubblica un’idea fuorviante e semplicistica delle complesse interazioni che si verificano tra scienza, società, media e istituzioni nelle democrazie moderne. La scienza si trasforma così in una comunità e in un’attività isolate dai processi di partecipazione e costruzione del consenso, anche su questioni che la riguardano direttamente
Le permanenti tensioni dell’università
L’Università – unica istituzione medievale, oltre alla Chiesa, ancora in vita – è da sempre caratterizzata da tensioni tra esigenze contrapposte: bisognosa di autonomia ma per forza di cose sensibile al mondo esterno, dedicata alla didattica ma anche alla ricerca, appartenente ad una comunità internazionale ma allo stesso tempo fortemente legata ai destini nazionali, impegnata a preservare e a tramandare la conoscenza esistente ma anche a produrne di nuova, inevitabilmente in dialogo con lo Stato e col potere economico ma con l’ambizione di mantenere una distanza critica da entrambi. Una componente permanente della riflessione sull’università è dunque in che modo comporre queste tensioni in un determinato momento storico. [First talk of the first session of the AISA 4th annual conference "Scienza aperta, pubblicità, democrazia".
Hannah Arendt e la delineazione di una teoria politica "a-morale"
L'intento di questa indagine è di mostrare, in quale misura e in quale senso
specifico, la teoria politica arendtiana possa essere definita “a-morale”. Poiché la
riflessione arendtiana non si dispiega in maniera sistematica e lineare, abbiamo
tentato di spiegare (nel senso letterale di “togliere dalle pieghe”) l'oggetto del
nostro studio muovendoci tra le diverse opere arendtiane, tentando di porre in
evidenza il filo conduttore che dà, in qualche modo, coerenza e unità – seppur con le problematicità intrinseche – al pensiero della filosofa e, in particolare, alla sua teoria politica.
Hannah Arendt manifestò pubblicamente il suo rifiuto di essere considerata una
filosofa1 Tale rifiuto, benché in apparenza possa sembrare un semplice dato
biografico, è strettamente connesso alla sua riflessione filosofico-politica.
L’“avversione” arendtiana per la categoria dei cosiddetti “filosofi di professione”
non ricade tuttavia sulla filosofia tout court. L’intento di Arendt (uno fra gli altri)
è di rimarcare, ri-percorrendola, la distanza che, a suo avviso, si è venuta a creare tra la riflessione filosofica e il “mondo degli affari umani”, ovvero il mondo del politico. La questione del rapporto tra filosofia e politica3 è infatti centrale e
ricorre costantemente nelle opere di Arendt. Tale tema però sarà qui trattato solo
in maniera trasversale rispetto all’oggetto di studio che dà il titolo alla presente
indagine: la connotazione “a-morale” della teoria politica arendtiana
L’incontro tra Adriano Olivetti e Franco Ferrarotti: il senso umano del lavoro
Negli anni Cinquanta del Novecento la fabbrica-comunità costituita ad Ivrea da Adriano Olivetti, uomo e imprenditore dalla vena rivoluzionaria, fu una vera e propria “anomalia italiana”. L'articolo dà vita a un ideale confronto intellettuale con il suo “braccio destro” e sociologo Franco Ferrarotti e le “derive” delle realtà industriali attuali. Ben lungi dal non vederne le zone d’ombra o ammantarla di socialismo proudhoniano, Ferrarotti presenta l’impresa diOlivetti secondo il modello in fieri della comunità concreta (politica, sociale e culturale) dal retrogusto corporativo, e non come un mondo dualisticamente diviso, di stampo marxiano. Viene così tratteggiato un Adriano Olivetti sospeso su infiniti fili d’impegno sociale, che percorreva all’insegna della sperimentazione del personalismo comunitario alla Mounier, senza prevedere che la sua impresa sarebbe stata una “rivoluzione mancata” - fortemente temuta da una Confindustria che voleva eliminarne il “virus” ideologico e la sua inconsueta formula organizzativa antigerarchica). Quel modo di intendere l’impresa era infatti molto diverso da quello ora dominante, manchevole di valori improntati alla collettività e con un senso morale in liquefazione, atomisticamente e darwinianamente votato a una competizione spietata
Scienza aperta e integrità della ricerca - Milano 10 novembre 2017
Registrazione degli interventi di Maria Cassella (Università di Torino) "Strumenti e pratiche per l’open science: l’open peer review tra opportunità e (qualche) perplessità"; Diego Giorio (Comune di Villanova Canavese – SEPEL Editrice)
"Gli open data pubblici a supporto e validazione della ricerca"; Daniela Luzi, Roberta Ruggieri, Lucio Pisacane, Rosa Di Cesare (CNR – Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali, Roma) "Open peer review dei dati: uno studio pilota nelle scienze sociali
Collaborazionisti o resistenti? L’accademia ai tempi della valutazione della ricerca (e della scienza aperta)
Questo intervento tenta di rispondere alla domanda: ma una valutazione massiva della ricerca, come quella sviluppata in Italia con la VQR o nel Regno Unito con il RAE/REF, serve davvero? Nella prima parte discuto cinque argomenti usati per giustificare esercizi massivi di valutazione ex post della ricerca. Dopo aver mostrato che questi cinque argomenti non sono robusti, tento di spiegare a che serve realmente la valutazione. E suggerisco di abbandonare la retorica dell’eccellenza a favore di quella della solidità della ricerca