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Università, scienza e politica nel Conflitto delle facoltà di Kant
Il saggio è uno studio dedicato alla posizione di Kant in merito alla funzione pubblica dell'università e al rapporto tra potere politico e comunità scientifica, a partire da un'analisi del saggio “Il Conflitto delle facoltà” (1798). ENGLISH ABSTRACT This article is devoted to analyse Kant's Thought on University, Science and Politics as developed in the late essay “The Conflict of Faculties” (1798)
“L’impronta di ciò che è umano” Saggi di filosofia
La secolarizzazione, quale categoria interpretativa del moderno, sembra ormai un’idea usurata. Un pensatore come Pascal, con il suo giansenismo, versione radicalizzata del cristianesimo, può però essere interpretato come il latore di un problema radicale per l’intera filosofia moderna. Infatti quest’ultima è segnata dal venir meno dello sfondo metafisico fornito, sia nella linea agostiniana sia in quella tomista, dall’ontologia della “partecipatio”. Ne risulta un “acosmismo antropologico” che, per Hans Jonas, è il fattore che consente di collegare, nel segno del “nichilismo”, la situazione spirituale e culturale entro la quale opera Pascal con quella che vede la nascita e lo sviluppo dell’esistenzialismo, esaminato nel libro attraverso la riflessione di Albert Camus. Stando così le cose, in che modo è possibile riguadagnare un fondamento e una giustificazione del Bene? In che rapporto si pone questa nuova giustificazione - che richiede un radicale ripensamento del rapporto fra trascendenza, storia e politica - con un tema cruciale come quello dell’identità del soggetto, della natura del legame intersoggettivo, della costituzione stessa dell’ordine politico? Sono questi gli argomenti centrali del libro, nella trattazione dei quali il riferimento ai testi classici della filosofia si intreccia con il ricorso a generi di scrittura, come l’autobiografia (Agostino e Rousseau), che si dimostrano riferimenti preziosi anche per la riflessione politica
Costruzione della nazione e «riproduzione della razza» negli Stati Uniti d’America
Attraverso la classificazione giuridica della «bianchezza» (whiteness), come qualcosa di legato al sangue, le corti statunitensi, soprattutto dopo la guerra civile, l’emancipazione (1863-1865) e il riconoscimento della cittadinanza ai maschi neri con la ratifica del quattordicesimo e quindicesimo emendamento (1868-1870), hanno tentato di tracciare confini fissi, immutabili, oggettivi e neutri (in quanto ritenuti come geneticamente determinati) tra la razza nera e la razza bianca. Al fine di fissare i confini tra la razza bianca e la razza nera fu messo in opera un intenso lavorio culturale, giuridico e simbolico, che ha avuto molteplici espressioni: dalla legislazione statale contro i matrimoni misti, dichiarata incostituzionale solo nel 1967 con la sentenza Loving v. Virginia; alla costituzionalizzazione del sistema «separate but equal» introdotta con la sentenza Plessy v. Ferguson del 1896, all’intreccio tra nazionalismo, femminismo, maternità e riproduzione della razza, che sarà qui oggetto di attenzione. Secondo i Feminist Race Studies, infatti, è sul terreno delle politiche sociali volte al controllo delle nascite e della maternità tra le fasce più povere della popolazione che ancora si perpetrano, in modi sottili e inconsci, forme di discriminazione a sfondo implicitamente razzista
Il mercante e il califfo: politiche della proprietà intellettuale
L'articolo propone un confronto fra Kant e Fichte sul problema del diritto d'autore. Fichte lo connette all'originalità, lo equipara alla proprietà e prevede per chi lo viola le stesse sanzioni penali comminate per il furto. Kant, seguendo la tradizione del diritto romano, non riconosce la proprietà privata su oggetti immateriali: il ristampatore, semplicemente, parla al pubblico in nome dell'autore senza l'autorizzazione di quest'ultimo. Nella prospettiva di Kant, l'illegittimità non sta nella riproduzione, ma solo nella sua diffusione non autorizzata al pubblico. La posizione di Fichte precorre le asprezze della legislazione contemporanea sul copyright; quella di Kant potrebbe ispirare un diritto più mite e più consono all'ambiente della rete, che lascerebbe interamente libero ogni uso personale dei testi, e sanzionerebbe solo la pirateria vera e propria
Recensione a G. Palombella, Dopo la certezza. Il diritto in equilibrio tra giustizia e democrazia.
L'Anima kantiana dell'America. Una conversazione con Ermanno Bencivenga
Nota al volume di Ermanno Bencivenga: "Le due Americhe" (Milano, Mondadori 2005). Il testo discute la rivisitazione del tema 'la libertà in America', con particolare riferimento allo sfondo kantiano delle tesi di Bencivenga
Una malattia europea: il 'nuovo discorso coloniale' francese e i suoi critici
L’Europa ama descriversi come la culla della civiltà, il faro della modernità e del progresso, la patria della democrazia e dei diritti umani. Una simile autorappresentazione regge solo relegando nell’oblio la storia coloniale, cui è assegnato un ruolo del tutto marginale nella costruzione dell’ identità politica europea e occidentale. In realtà, come mostra il caso francese su cui si concentra questo libro, c’è un rapporto ambiguo, sin dall’epoca della Rivoluzione, tra la teoria dei diritti umani e l’arbitrio coloniale. Il colonialismo europeo non solo ha regolarmente disatteso i principi democratici e umanitari, ma li ha trasformati in un prezioso strumento al servizio della giustificazione della dominazione, come mostra esemplarmente l’analisi del discorso coloniale dell’epoca dell’apogeo dell’Impero. L’uso strumentale che il colonialismo ha fatto dell’universalismo spiega perché, come afferma Frantz Fanon, "quando un colonizzato sente un discorso sulla cultura occidentale, tira fuori il suo machete o per lo meno si assicura che sia a portata di mano". Il ripresentarsi nella nostra attualità politica di molti argomenti tipici del discorso coloniale, rende la rilettura della critica postcoloniale un prezioso antidoto per una patologia dalla quale l’Europa non si è mai completamente liberata. La contestazione della riduzione dell’umano all’europeo operata da Aimé Césaire, Albert Memmi e Frantz Fanon, potrebbe contribuire alla costruzione di un universalismo postrazziale, che sappia superare i fraintendimenti culturalisti ponendo concretamente la questione propriamente politica di un’integrazione al di là di ogni appartenenza
Kant's Metaphysics of Morals
Recensione al voleme: Kant's Metaphysics of Morals. Interpretative Essays, ed. by M. Timmons, Oxford University Press, Oxford-New York, 2002
Che cos'è un libro?
Traduzione italiana annotata di Immanuel Kant. Metafisica dei costumi. Dottrina del diritto § 31, II. Questa nuova versione mira a mettere in luce che il diritto d'autore non è per Kant un diritto della personalità. A new commented Italian translation of Kant's Metaphysik der Sitten, Rechteslehre, § 31, II, whose aim is showing that Kant does not read copyright as a fundamental right
Contesto e concetto. Alcune riflessioni sulla microstoria
In questo articolo viene formulato un bilancio provvisorio sulle questioni di metodo legate alla microstoria (una delle correnti maggiori della storia sociale italiana, formatasi a partire dalla seconda metà degli anni ’70 attorno alla rivista Quaderni Storici). Questa pratica storiografica si presenta come una critica radicale del linguaggio storiografico convenzionale – i cui termini e concetti designerebbero realtà omogenee e autoevidenti (Stato, mercato, élite ecc.) – ma il suo contributo epistemico va compreso tendendo conto della revisione delle categorie di «continuità» e «normalità» che essa opera. Della prima si constata il carattere derivato e aposteriori (essenziale è il postulato della discontinuità tra le «scale» di rappresentazione); della seconda viene ugualmente contestato il carattere apriori (ciò che è vissuto come normale da un dato attore diviene visibile per lo storico in virtù della sua eccezionalità, in quanto interrompe o scarta la riproduzione delle norme sociali e riconfigura l’assetto delle fonti). L’articolo conclude che in entrambi i casi la microstoria ha dato un impulso imprescindibile alla razionalità del discorso storiografico, mostrando al contempo i propri limiti immanenti in quanto opzione metodologica che reagisce ad una determinata congiuntura culturale