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La crisi della legittimazione dello stato nazionale moderno: dalla fiducia nel discorso razionale alla tutela dell'incolumità personale
«Insicurezza e incertezza nascono a loro volta da un senso di impotenza: singolarmente, a gruppi o collettivamente, sembriamo avere ormai perso il controllo delle questioni che riguardano le nostre comunità (...). A peggiorare ulteriormente la situazione ci mancano gli strumenti che potrebbero consentire alla nostra politica di ascendere al livello cui è già arrivato il potere (...)». Così scrive Bauman nel suo ultimo volume Paura liquida, ricostruendo la crisi dello Stato moderno che cede i suoi poteri a nuovi network economici, a nuovi organismi auto-legittimantisi, emblemi della globalizzazione, che non soggiacciono ai limiti regolativi statali. Così facendo lo Stato si svuota dei suoi poteri e delle sue competenze che si trasferiscono in una dimensione transnazionale, con la conseguenza che i processi legislativi non vengono realizzati nelle aule parlamentari, ma sono affidati a governi mutevoli e deboli, che l’economia sfugge ad ogni forma di controllo statale, e che le questioni sociali sono affrontate con strumenti poco efficienti e rimesse alla volontà di pochi. Tali trasformazioni si riflettono sulla legittimazione dello Stato stesso innanzi ai consociati, innescando nuovi meccanismi volti a ricercare nuove ragioni per giustificare l’esercizio del potere statale. Se infatti le democrazie moderne avevano fondato la loro sovranità sulla partecipazione dei cittadini al discorso democratico, ai processi di formazione delle regole nonché alla programmazione delle politiche sociali, insomma alla presenza del cittadino al dibattito politico attraverso formule associazionistiche, attualmente questa forma di legittimazione, basata su una partecipazione razionale, è in crisi, perché il potere e le competenze dello Stato stesso cui il cittadino partecipava sono in crisi. È la sfera pubblica, quella rete di mediazione tra il cittadino e lo Stato, ad essere in crisi: se i Parlamenti non riescono più ad esercitare il loro potere legislativo che è sempre più affidato al potere esecutivo è evidente che i cittadini non possono più contribuire a tale processo pretendendo che le questioni più impellenti trovino adeguato spazio nell’aula parlamentare sino ad essere recepite dalla norma prodotta dall’organo parlamentare. Ed ecco che innanzi a questa liquidità della sfera pubblica (per usare l’espressione baumaniana) lo Stato deve poter legittimare il proprio potere ricorrendo a nuovi espedienti: è l’attuale condizione dell’uomo a fornire nuove ragioni di legittimazione. È l’incertezza in cui l’individuo giace, determinata dalla precarietà, dall’insicurezza, dalla labilità delle relazioni inter-personali e dalla flessibilità di quelle sociali, a legittimare lo Stato. Non è più la partecipazione razionale attraverso la sfera pubblica ma la protezione dell’individuo da fantasmi (veri o falsi che siano) a legittimare l’esercizio del potere statale
Teoria critica, capitalismo, democrazia. Note su Habermas
In questo articolo vorremmo, in primo luogo, illustrare brevemente il percorso teoretico e politico di
Habermas (dalla razionalità comunicativa alla democrazia deliberativa) e, in secondo luogo,
proporre una considerazione critica di alcuni esiti del suo pensiero. Quanto dell’originaria istanza
critica habermasiana – di derivazione marxiana e francofortese – permane nel pensatore tedesco
di oggi? E’ realistico, coerente rispetto a determinati principi etico-umanistici, da cui pure muove
Habermas, non proporre una critica anche strutturale o economico-politica del capitalismo attuale?
D’altronde, anche al di là di una prospettiva in qualche modo “rivoluzionaria”, l’istanza normativa
stessa dell’etica del discorso e, soprattutto, della deliberative democracy, oltre a rivelarsi discutibile
in sé, non richiederebbe un agire politico più strategico e conflittuale di quanto lasci credere
Habermas
Back to the Future: Authors, Publishers and Ideas in a Copy-Friendly Environment
How could scholars survive in a copy-friendly environment jeopardizing the established system of scholarly publishing in which scientific publishers seemed to be authors' best friends? A backward itinerary across three German Enlightenment thinkers who took part to the debate on (unauthorized) reprinting shows us ways – usual and unusual - in which culture can flourish in a copy-friendly environment. While Fichte endorsed an intellectual property theory, took the function of publishers for granted and neglected the interests of the public, Kant saw authors as speakers and justified publishers' rights only as long as they work as spokespersons helping writers to reach the public. Eventually Lessing's project was designed to foster authors' autonomy by means of a subscription system that could have worked only on the basis of a free information flow and of direct relationships with and within the public itself. Such a condition can be compared with the situation of ancient auctores, with one difference: while the ancient communities of knowledge were educated minorities, because of the limitations of orality and manuscript media system, we have now the opportunity to take Enlightenment seriously
The Evaluation in the Republic of Science. From peer review to open soft peer review
“No university teacher likes to be reminded of discussions of appointments, for they are seldom agreeable. And yet I may say that in the numerous cases known to me there was, without exception, the good will to allow purely objective reasons to be decisive. However, the decision over academic fates is too often largely a 'hazard'”. In his well-known lecture Wissenschaft als Beruf (1918), Science as a Vocation, Max Weber underlined the limitations of an appointment procedure based on building consensus among peers. However, his reflection can also be interpreted as a specific instance of the more general problem of the relationship between objectivity and evaluation. In his lecture, Weber sees Science as both a vocation and a profession. His analysis starts from the differences and analogies of the career and retirement system in German and American universities, which he considers respectively “plutocratic” and bureaucratic. This presentation isn't focused on studying appointment procedures but rather scholarly peer review. Hence, the link with the arguments of the German sociologist, may not appear so evident at a first sight. However, it suddenly becomes visible if we consider the topic from a philosophical and sociological point of view. From this perspective, peer review procedures are clearly connected both to the role of science within the academia and its influence on the society in general. A reflection on evaluation procedures involves scientific and moral issues concerning knowledge production and its dissemination. It also involves careers, funding and the basic structure of the “Republic of Science” itself. The reviewing procedures used today are almost exclusively based on the good will of the reviewers to keep the evaluation on an objective ground. A premise that I consider, like Weber does, largely insufficient and hazardous. This presentation has three objectives: – Firstly, it aims at clarifying the motivations and the historical context that led to the birth of peer review. – Secondly, it aims at reflecting, from a political philosophy perspective, on the impact of evaluation procedures on the government of the Republic of Science. To put it in simple terms: Is the Republic of Science a proper Republic? Which form of government should be chosen for an Open Scholarly Community on the web? – Thirdly, it aims at proposing a novel approach to peer review that could be adopted in Open Scholarly Communities on the Web. I call this approach “open soft peer review”
Presentazione di una nuova teoria sulla valutazione del rischio e concetto di utilità, ovvero traduzione, con breve introduzione, del saggio (1738) Specimen Theoriae Novae de Mensura Sortis di Daniel Bernoulli
Come noto nella teoria delle decisioni il valore atteso di una particolare scelta non può essere sempre preso come criterio per determinare la decisione ottimale dal punto di vista razionale. Daniel Bernoulli in una fortunata memoria scritta nel 1731 e contenuta nel volume dei Commentarii Academiae Scientiarum Imperialis Petropolitanae pubblicato nel 1738, per primo suggerì di utilizzare in luogo del valore atteso un valore morale o utilità attesa che una persona è disposta a spendere e che dipende dal patrimonio che possiede. La proposta di Bernoulli ha avuto grandi influenza ed eco, fino ai nostri giorni, in davvero molte discipline e diversi settori di ricerca. In particolare la prospettiva aperta dal saggio è alla base del cosiddetto approccio utilitarista, sia in filosofia che in politica ed economia, per il quale ogni decisione individuale dovrebbe essere ispirata dalla necessità di massimizzare la propria utilità attesa e l’insieme delle decisioni individuali dovrebbe andare nella direzione della massimizzazione del benessere collettivo. Senza inoltrarci qui in una discussione di questi od altri importanti aspetti, riassumiamo prima brevemente l’idea di Bernoulli ed il contesto in cui fu concepita e presentiamo poi la traduzione integrale del suo articolo dall’originale latino
Platone, le forme e la crisi della democrazia
Una discussione dei problemi della democrazia a partire dalla lettura del libro VIII della Repubblica fatta da A.W. Saxonhouse. Il tema dell'assenza di forma (eidos) pone in relazione la critica platonica alle questioni più ugenti della teoria democratica contemporanea
The scope of property: why does Kant reject the concept of intellectual property?
Although both Fichte and Kant are often included among the intellectual property forerunners, there are at least three outstanding differences between the former and the latter: 1. Fichte bases copyright on the individual originality in the form of expression; Kant does not mention originality at all; 2. Fichte equates copyright with private property; Kant rejects the very possibility of founding the authors' right on a ius reale; 3. Fichte believes that copyright violators deserve the same harsh punishment of thieves. According to Kant, the unauthorized printer should simply compensate all the damages he caused to the author or to his authorized publisher. While Fichte is an intellectual property endorser, Kant is an “enlightened” conservative who supports the Roman law tradition, according to which property applies only to material, touchable things (res quae tangi possunt). He accepts the copyright principle, according to which authors are entitled to decide how to publish their works, but describes it as rights concerning only the relationships among persons. The rights of the publishers, besides, are justified only as long as they help authors to reach the public. Kant's copyright is not property; it has the function to protect authors' freedom to share their texts as they prefer, and to make it easier to communicate them to the public. And, if it has to be seen as a means to foster the publication and the diffusion of texts, its rules should also depend on the prevailing media technology. Kant maintained almost the same copyright theory both in his 1785 essay Von der Unrechtmäßigkeit des Büchernachdrucks and in the Metaphysik der Sitten (1797). In 1797, however, Kant bases property on a possessio noumenon that is different, as a juridical, rational possession, from the physical possession. Why does Kant reject the very concept of an intellectual property while advocating an intellectual theory of property? Answering to such a question could help us the provide a general understanding of the functions and the limits of property in Kant's thought
Fenomenologia grammaticale: filosofia senza sapere in Franz Rosenzweig
Rosenzweig tenta di sviluppare una nuova fenomenologia, idealmente contrapposta a quella hegeliana: un metodo filosofico, o meglio, un orientamento del pensiero che dia ad esso la possibilità di elaborare un pensato che non sia un suo proprio prodotto, un suo proprio logos che per ciò stesso si appropria di ogni fenomeno, sì da renderlo, da rivelazione o datità altra ed eteronoma qual è, rispetto al pensiero, epifenomeno del sapere, che è solo sapere di sé. Tale fenomenologia può essere anche detta grammaticale, una fenomenologia della parola, poiché è un orientamento del pensiero che quest’ultimo impara da altro: un orientamento, da Rosenzweig fatto coincidere con l’esperienza (Er-fahrung), che considera il fenomeno come autenticamente altro, senza appropriarsene, ed è insegnato al pensiero dalla grammatica, dal linguaggio
La responsabilità (e irresponsabilità) della ricchezza in alcune parabole evangeliche
Secondo un’interpretazione recente dei Vangeli, da essi i cristiani dovrebbero trarre in primo luogo non una condanna incondizionata della ricchezza, né una denuncia dei suoi pericoli spirituali, ma un invito a farne buon uso, un’esortazione alla responsabilità verso il prossimo. Questa interpretazione è convincente. Ma accanto al tema, ben noto, della responsabilità, vi è, non meno importante, quello dell’ irresponsabilità. Questo è dovuto alla prospettiva apocalittica dei Vangeli. Molte delle situazioni immaginate da Gesù si collocano a un punto di estrema discontinuità temporale, immediatamente prima del collasso del vecchio mondo, e dell’arrivo del nuovo. Tutte le attività legate alla continuazione della vita, materiale, sociale, famigliare, sono condannate alla decadenza e alla sterilità. Non vi è nulla di un facile moralismo pauperistico in questa metafisica apocalittica. Tuttavia in un simile contesto non può che restare allentato e addirittura vanificato l’esercizio di diverse forme di responsabilità. Queste infatti presuppongono un ambiente stabile, un contesto di prevedibilità e di calcolabilità. Acquistano invece rilevanza quasi esclusiva situazioni-limite in cui l’esito dipende da una e una sola decisione da prendere in un momento irripetibile. Anche in questi contesti si può forse parlare di responsabilità, ma la responsabilità si muta qui in speranza, o disperazione, e le risorse alle quali attingere nel momento della decisione oscillano tra il mero istinto di sopravvivenza e l’ispirazione divina. E’ vero che l’osservanza della normativa di emergenza indicata da Gesù per essere ammessi nel Regno è a volte da lui presentata come un investimento conveniente. Ma l’esortazione a “accumulare ricchezza in cielo, non (più) in terra”, incappa nel dubbio, suscitato dallo stesso Gesù, che presso Dio i meriti individuali acquisti non contino. Inoltre, nel passaggio dal vecchio al nuovo eone era in attesa una terribile prova, unico fondamentale collegamento tra le credenze apocalittiche di Gesù e la sua predicazione, da un lato, e la sua inattesa fine, la morte in Croce, dall’altro