University of Pisa

Archivio Giuliano Marini
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    436 research outputs found

    Che cos'è il social software? Architettura delle reti e politiche del nuovo discorso scientifico

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    «Il social software», ha affermato Clay Shirky, docente di New Media alla New York University, «è l'ala sperimentale della filosofia politica, una disciplina inconsapevole di avere un'ala sperimentale». E prosegue: «nei nostri strumenti (tools) stiamo letteralmente codificando i princìpi di libertà di parola e di libertà di espressione. Abbiamo perciò la necessità di discutere gli obiettivi espliciti di quello che stiamo sostenendo e tentando di fare, poiché si tratta di una discussione importante». Questo contributo prende sul serio l'affermazione di Shirky e considera le tecnologie del software sociale da un punto di vista filosofico, sociale e politico a partire da un'analisi della sua filosofia tecnica. L'obiettivo delle pagine che seguono è infatti duplice: in primo luogo, definire le caratteristiche filosofiche, socio-culturali e politiche del social software. In secondo luogo, fare da sponda all'invito di Shirky affrontando la questione del modo in cui si definisce il rapporto tra gli utenti e i produttori (architetti) di tecnologie web

    La valutazione della ricerca e la costruzione della “nobiltà del sapere” nell’era digitale

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    La crisi in cui si trova oggi l’università italiana, dovuta non solo a carenza di risorse ma anche d’immagine, può essere vissuta come un’opportunità per introdurre cambiamenti radicali, utili al fine di valorizzare la ricerca e i ricercatori. In quest’ottica, non ci si può sottrarre ad un confronto sulla questione della valutazione del lavoro di ricerca. La valutazione della ricerca, così come la valutazione della didattica, è, infatti, indispensabile non solo per la distribuzione più equa di cariche e finanziamenti, ma anche e, forse soprattutto in questo momento, per ricostruire la nostra credibilità di studiosi. Per tale motivo ci è sembrato quanto mai opportuno offrire un piccolo contributo che segnalasse pregi e difetti di soluzioni diverse, quali il peer review e gli indici bibliometrici, tenendo conto delle potenzialità offerte anche in questo ambito dalle nuove tecnologie digitali

    Opinione pubblica e democrazia nel pensiero di Condorcet

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    Condorcet compie una sintesi tra l'idea “volontaristica” di opinione pubblica presente in Rousseau e quella razionalistica di matrice fisiocratica. Egli da un lato recupera le tesi turgotiane e fisiocratiche sull’importanza dell’argomentare razionale, del logos e sulla funzione di guida della "sanior pars sociale" delle "gens éclairés", ma dall’altro perviene anche a conclusioni democratiche, recuperando alcune delle considerazioni rousseauviane, ed individuando perfino degli sbocchi istituzionali per quella dimensione, posta tra la sfera del privato e quella pubblico-statuale, definita da Habermas "sfera pubblica", entro la quale si costituisce l’opinione pubblica. Condorcet individua, precocemente, in un’opinione pubblica in grado di esplicarsi compiutamente in tutte le sue forme, dalla libertà di stampa alla libertà di associazione, il presupposto di una democrazia “reale” e pluralista

    La tragedia dei beni comuni

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    Traduzione italiana del celebre articolo "The Tragedy of the Commons" (1968). A dispetto della sua fama nel campo delle scienze sociali, l'autore, Garrett Hardin, era un biologo che si occupava del problema della sovrappopolazione. Per lui una simile questione non aveva una soluzione tecnica (relativa cioè alla mera applicazione dei risultati delle scienze naturali), ma richiedeva un mutamento nelle nostre prospettive morali. A sostegno di questa tesi, Hardin introdusse la fortunata immagine della “tragedia dei commons”: le risorse comuni, lasciate alla libera iniziativa individuale - senza intervento statale o proprietà privata -, sono destinate inevitabilmente a essere dissipate. Per questo, secondo Hardin, solo una regolazione della libertà riproduttiva potrebbe indurre l'umanità a un comportamento responsabile nei confronti della Terra

    Freedom, ownership and copyright: why does Kant reject the concept of intellectual property?

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    In 1785 Immanuel Kant wrote a short essay, Von der Unrechtmäßigkeit des Büchernachdrucks, which is sometimes translated as Of the injustice of counterfeiting books; later, he repeated almost the same thesis in the Rechtslehre, § 31, II, within Die Metaphysik der Sitten (1797). As most scholars, in the field of humanities, take intellectual property for granted, the representation of Kant like an intellectual property forerunner is still a dangerously mistaken commonplace. According to Kant's Architectonic of Pure Reason the philosopher is closer to a lawgiver than to an artificer, if philosophy is considered in its Weltbegriff or cosmopolitan concept (AA.03: 542.23-30). Because such a lawgiving is based upon that reason with which every human being is endowed, the laws of reason should be thought as public laws and not as individual, private creations. How could a public law be consistently viewed as an object of private intellectual property? Kant avoids such a contradiction because his justification of authors' right does not rely on intellectual property, but on the meaning and the function of both authors and publishers in the world of the public use of reason. Therefore, Kant's theory of copyright is compatible with the Weltbegriff of philosophy. Furthermore, more interestingly, it is also possible to demonstrate that it is consistent with his general theory of property, as stated in the Metaphysik der Sitten. The following essay, after presenting a short sketch of Kant's authors right as personal right, will introduce Fichte's theory of intellectual property to strengthen the case of Kant's rejection of intellectual property, by comparing his ideas with the theory of an actual intellectual property advocate, like Fichte. Eventually, to read the proposed interpretation of Kant in a wider theoretical perspective, it will attempt to connect it to his general theory of property of the Metaphysik der Sitten

    Neue Slowenische Kunst ( nsk ) et al. : la cyberavanguardia fra fascismo e tragedia ( aesthetica fascistica VI e primi elementi per una teoria neorepubblicana )

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    Il fascismo e le sue nuove forme di diffusione attraverso il Web fra vecchie ideologie reazionarie e nuovo forme d'arte avanguardiste in un saggio neo-marxista e neo-repubblicano di Massimo Morig

    Neither property nor contracts. The need of Das persönliche Recht auf dingliche Art in The Metaphysics of Morals

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    “The Right to Persons Akin to Rights to Things” is introduced in the Rechtslehre in order to legitimate family relationships. In fact, according to Kant, family relationships neither can be equated to relations with things, nor are merely contractual. This presentation considers the implications of family right in Kant’s political philosophy and what it can suggest for nowadays issues

    Nota su Scienza, fede e società di M. Polanyi

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    Nota su Polanyi, Michael, Scienza, fede e società Roma, Armando, 2007, pp. 128, € 12,00, ISBN 978-88-6081-160-8 [Science, Faith and Society, 1946, Phoenix Books, seconda ed. 1964, The University of Chicago Press, London and Chicago

    Il problema della religione civile: a partire da J.-J. Rousseau

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    L'articolo propone la tesi che non esiste possibilità di comprendere e interpretare il dibattito attuale tra religione e politica senza far riferimento ad alcuni fondamentali classici della filosofia politica. In mancanza di questo aggancio la discussione è destinata ad essere ipotecata da una carenza di documentazione sul piano storiografico che si riflette in una fragilità teoretica, spesso evidente in molti interventi sul tema. Nell'ambito della modernità, Rousseau costituisce un autore essenziale perché nella sua riflessione sono già prefigurate le due grandi alternative tra le quali il dibattito richiamato si muove ancora oggi. Da un lato ci troviamo di fronte alla proposta di un recupero, anche nello spazio pubblico, della dimensione religiosa che non perde di vista il significato intrinseco delle grandi religioni universalistiche e quindi non le riduce a "tappabuchi" dell'etica pubblica nelle democrazie di inizio millennio. Dall'altro (ed è certamente la versione oggi nettamente prevalente) abbiamo invece una singolare riedizione della logica della religione come "instrumentum regni", che tiene conto dell'apporto della religione solo in quanto può costituire un supporto motivazionale per cittadini che sentono sempre più mancare i motivi della loro fedeltà ai valori dello Stato di diritto liberal-democratico, valori che sembrano carenti anche per quanto riguarda la loro capacità di autolegittimarsi in base a ragioni puramente "laiche". Il punto è peṛ che, in tale prospettiva, la religione viene intesa e vissuta esclusivamente nel suo ruolo potenziale di etica pubblica e perde la sua essenza, che risiede nel rinvio ad un "totalmente altro" ineludibile per misurare i limiti di ogni realtà terrena e della prassi umana in particolare. Poiché anche nel mondo religioso tale visione difettiva è (più o meno consapevolmente) sempre più diffusa, si pone anche la questione di come ripensare oggi il senso della religione e della fede, argomento di fronte al quale la gran parte degli interlocutori, credenti e non credenti, che animano il dibattito in fase di svolgimento pare essere pressoché totalmente indifferente. E questo segnala che forse, anziché vivere nel tempo della “post-secolarizzazione”, ci troviamo nell’epoca forse più avanzata del secolarismo

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