TESeO - Trento Editions Service for Open science
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    2407 research outputs found

    Tra il visibile e l’invisibile: la prospettiva del margine per le narrazioni dei luoghi sospesi

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    “Art does not reproduce the visible; rather, it makes visible” (Klee 1959: 76): the increasing interest in dismissed and marginal places, which are becoming ever more prevalent in contemporary urban, industrial, and rural contexts, necessitates a profound reflection on the languages and representational devices that accompany and anticipate their transformation processes (Maniglio 2010). This article thus proposes to investigate the dual role of representation, understood both as a device for recognition and as an agent of transformation for marginal spaces. Recognition implies the surveying act of identifying latent qualities and invisible dimensions; transformation, conversely, is founded on the revelatory act of reinterpreting the context to generate new forms of appropriation and rediscovered identity values. From the perspective of the margin, representation assumes a maieutic valence: a process that, akin to the Socratic tradition, brings forth often-ignored potentialities at the boundary between the natural and the artificial, intertwining analysis and prefiguration, recognition and vision, absences and permanences - for spaces that elude dominant centrality. The concept of a suspended place, understood as a space that evades traditional categorisations - often marginal or in transition - finds a powerful echo in the languages of art, architecture, and photography, projecting a new aesthetic and cultural vision that supports possible physical transformations linked to functional, environmental, and social needs (Matta-Clark 1993). The analysis therefore focuses on the representative power of images in re-signifying these places, referencing the works of artists and architects who transcend objective documentation of the territory to focus on the sensitive dimension of the relationships between communities and landscape (Pierluisi 2022).«L’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile» (Klee 1959: 76): l’interesse crescente per i luoghi in dismissione e marginali, sempre più presenti nei contesti urbani, industriali e rurali della contemporaneità, impone una riflessione approfondita sui linguaggi e sui dispositivi di rappresentazione che ne accompagnano e anticipano i processi di trasformazione (Maniglio 2010). L’articolo propone dunque di indagare il duplice ruolo della rappresentazione intesa tanto come dispositivo di riconoscimento quanto agente di trasformazione degli spazi marginali. Il riconoscimento implica l’atto rilevatore di qualità latenti e dimensioni invisibili; la trasformazione, invece, si fonda sull’atto rivelatore ovvero di reinterpretazione del contesto, per generare nuove forme di appropriazione e ritrovati valori identitari. Nella prospettiva del margine, la rappresentazione assume una valenza maieutica: un processo che, come nella tradizione socratica, “fa emergere” potenzialità spesso ignorate al confine tra naturale ed artificiale, intrecciando analisi e prefigurazione, riconoscimento e visione, assenze e permanenze, per spazi che sfuggono alla centralità dominante. Il concetto di luogo sospeso, inteso come spazio sfuggente alle categorizzazioni tradizionali, spesso marginale o in transizione, trova una potente eco nei linguaggi dell’arte, dell’architettura e della fotografia, proiettando una nuova visione estetica e culturale che sostiene possibili trasformazioni fisiche legate a esigenze funzionali, ambientali e sociali (Matta-Clark 1993). L’analisi quindi si concentra sul potere rappresentativo delle immagini nel risignificare questi luoghi, facendo riferimento a lavori di artisti e architetti che trascendono la documentazione oggettiva del territorio per focalizzarsi sulla dimensione sensibile delle relazioni tra comunità e paesaggio (Pierluisi 2022)

    Alfabeto degli “spazi-tra”. Analogie e mutamenti dei luoghi in between

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    The urban analysis of highly historicised fabrics is not always immediately intelligible, especially when one seeks a spatial dimension so rarefied and lacking in clear definition that it becomes difficult to categorise - like that of ‘in-between’ places. The space in between - between things - is the place of connections, where the focus of investigation shifts to relationships that transcend material architecture, while still implicitly acknowledging its existence. In exploring this theme, it becomes necessary to draw on literature that, even if only marginally, addresses this field of inquiry. As a result, it is obvious to come across a large number of definitions which attempt to connote the same concept, though each defining it with a different nuance. An ambiguous, ephemeral, immaterial concept. The aim of this research is therefore to trace the infra-structure as a constituent part of a complex fabric and as a component through which “we manufacture the image of reality” (Wittgenstein 1967: 177). Certainly not as a simple or simplified given, but as an elementary moment - and therefore node - in which maximum complexity is condensed. Considerations regarding urban phenomena of this type make it possible to include within the city these new contemporary territories which, rejecting such dichotomous mechanisms, work on unifying aspects and organisms, and thus on areas of relation, which find their fertile ground in the in-between of the city. The research, starting from the re-reading of the surveys of two cities facing the Mediterranean, makes use of operations of deconstruction, enumeration, and comparison, in order to define new repertoires for reading the city - starting from the in-between, intended as places that oppose a dominant culture of ‘full architecture’, that is, the predominance of the built environment over the incidence of interruptions.L’analisi urbana di tessuti fortemente storicizzati non sempre risulta di immediata lettura, soprattutto nel momento in cui si cerca una dimensione spaziale rarefatta e poco connotata da essere difficilmente definibile come quella degli in between places. Lo spazio in between – tra le cose – è il luogo delle connessioni, in cui il fuoco dell’indagine si sposta sulle relazioni che trascendono l’architettura materica, pur lasciandone intendere implicitamente la sua esistenza. Nell’atto dell’investigare sopra questo tema diviene, pertanto, necessario fare ricorso alla letteratura che anche solo marginalmente ha fatto riferimento a questo campo di indagine. Cosicché risulta evidente imbattersi in una casistica cospicua di definizioni che provano a connotare, sebbene definendolo con accezioni diverse, uno stesso concetto. Un concetto ambiguo, effimero, immateriale. L’obiettivo che la ricerca in oggetto si propone è dunque quello di rintracciare l’elemento “infra” quale parte costituente di un tessuto complesso e parte componente attraverso la quale «fabbrichiamo l’immagine della realtà» (Wittgenstein 1967: 177). Elemento non certo come dato semplice o semplificato, ma come momento elementare, e quindi nodo nel quale si condensa la massima complessità. Le considerazioni rispetto a fenomeni urbani di questo tipo permettono di includere all’interno della città questi nuovi territori contemporanei che, rifiutando tali meccanismi dicotomici, lavorano sugli aspetti e su organismi unificanti e quindi sulle aree di relazione, che trovano proprio negli in between della città il proprio sedime fertile. La ricerca, partendo dalla rilettura del rilievo di due città che si affacciano sul Mediterraneo, si avvale di operazioni di decostruzione, elencazione, accostamento, al fine di definire nuovi repertori di lettura della città, partendo dagli in between, intesi come luoghi che si oppongono ad una cultura dominante di “architettura piena”, ossia la predominanza dell’ambiente costruito rispetto all’incidenza delle interruzioni

    Rappresentare il paesaggio ai margini, tra mappe non convenzionali e tecniche di sperimentazione grafica

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    The European Landscape Convention (Florence, 2000) has extended the focus from landscapes of exceptional value to degraded territories, implicitly recognising the crucial role that all places play for the quality of life of populations, in urban and rural areas. In this cultural and social perspective, the landscapes of “everyday life”, the “abandoned” landscapes, and finally the “marginal” landscapes, are worthy of new attention. Taking up the idea of margin put in focus by Gilles Clement (Manifesto del Terzo Paesaggio, Macerata, 2005) that turns its sense from a pure residual area to a complex environment ready to unfold the maximum of its potentialities, the purpose of this contribution is to examine the role of depiction in giving shape to the landscape, giving meaning to words from the same area, and disassembling, reassembling, and giving new meanings to marginal areas (Tarpino, Il paesaggio fragile, Torino, 2016). The need to clarify the relationship - between visible and invisible components, between material and immaterial aspects, of which residents are stakeholders holders and bearers in a living and landscape context -  therefore requires attention to those forms of representation that can allow landscapes on the margins to emerge as perceived and lived, in a way that is both descriptive and proactive through the use of unconventional maps and graphic experimentation techniques that leave room for multiple interpretations, visions and designs.La Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze, 2000) ha ampliato lo sguardo dai paesaggi di eccezionale valore fino ai territori degradati, riconoscendo implicitamente il ruolo cruciale che tutti i luoghi assumono per la qualità della vita delle popolazioni, nelle aree urbane come nelle campagne. In tale prospettiva culturale e sociale diventano pertanto degni di una nuova attenzione i paesaggi del quotidiano, i paesaggi abbandonati, infine i paesaggi al margine. Riprendendo l’idea di margine messa a fuoco da Gilles Clément (Clément 2005) che ne ribalta il senso da pura area residuale ad ambiente complesso pronto a dispiegare il massimo delle sue potenzialità, il contributo intende esplorare il ruolo della rappresentazione nel ri-consegnare una forma al paesaggio, nel conferire significati attinenti alle parole dello stesso territorio, nello smontare, ri-comporre, conferire nuovi significati alle aree marginali (Tarpino 2016). Chiamando in causa la necessità di rendere espliciti i rapporti tra componenti visibili e invisibili, tra aspetti materiali e immateriali, di cui gli abitanti sono depositari e portatori in un contesto abitativo e paesaggistico, si intende pertanto rivolgere l’attenzione a quelle forme di rappresentazione in grado di lasciare emergere come anche i paesaggi ai margini vengono percepiti e vissuti, in una chiave al contempo descrittiva e propositiva attraverso l’impiego di mappe non convenzionali e tecniche di sperimentazione grafica che lasciano spazio a interpretazioni, visioni e progetti plurimi

    La perenne crisi della rappresentanza politica

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    Vittorio Emanuele Orlando\u27s writing that is commented on here still presents, 130 years later, insights of great interest. Orlando traces the legal foundation of representation in the function of the electoral body to select - and thus elect - the best candidates, understood as the most capable. In this sense, representation appears, at first glance, perfectly homogeneous with the dynamics of the mono-class State of liberal imprint; however, it is Orlando himself who recognises that the role of the emerging political parties is not secondary and that the ideological orientation of the electorate overlaps with, and complements, the choice of the best on the basis of a parameter of ability. If representation does not respond to this function of selecting the most capable, it is destined to enter a crisis without being able to fulfil the premises on which it is founded .Lo scritto di Vittorio Emanuele Orlando che qui si commenta presenta ancora, a distanza di 130 anni, spunti di grande interesse. Egli rintraccia il fondamento giuridico della rappresentanza nella funzione del corpo elettorale di selezionare – e quindi di eleggere – i candidati migliori, intesi come i più capaci. In questo senso la rappresentanza appare, in prima battuta, perfettamente omogenea alle dinamiche dello stato monoclasse di impronta liberale; tuttavia, è lo stesso Orlando a riconoscere che il ruolo dei nascenti partiti politici non è secondario e che l’orientamento ideologico degli elettori si sovrappone, completandola, alla scelta dei migliori sulla base di un parametro di capacità. Qualora la rappresentanza non risponda a questa sua funzione di selezione dei più capaci è destinata ad entrare in crisi senza riuscire a soddisfare le premesse su cu si fonda

    Scrivere con le linee e scrivere con le curve: Una questione materiale

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    Quando oggi si scrive a mano `e comune usare un foglio di carta e una penna, e quando scriviamo in italiano utilizziamo una lingua ed un alfabeto ormai ben consolidati. Nessuno di questi elementi per`o `e da dare per scontato, e in questo articolo andr`o ad esporre alcuni modi in cui il supporto utilizzato per la scrittura abbia influenzato, e contribuito a determinare, la forma che hanno le lettere. Nello specifico si far`a ricorso ad esempi del subcontinente indiano, evidenziando in modo particolare la predominanza di curve nelle lingue del sud, e di linee dritte in quelle del nord

    The Most-Favored-Nation Treatment Standard

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    In this article, we will analyze the importance of the Most Favored Nation (MFN) treatment standard in the context of international investment law as an instrument to create equal competition between foreign investors. We will investigate the history of this standard, and the changes it underwent during different moments of history. Our aim, through this article, is to understand how this standard has supported the liberalization of world trade. In furtherance of the aim, we will analyze the connection between the two relative standards, the National Treatment Standard and the Most- Favored-Nation Treatment Standard, as they are both used to create an equal playing field among foreign investors, and between foreign and national investors. We will examine the most important MFN clauses in different investment law agreements and analyze their main components and differences, together with the exceptions and limits of some MFN clauses. We will then focus on some of the most important decisions regarding the possibility of extending a Tribunal’s jurisdiction through an MFN clause and shortening the waiting periods. Our aim through this article is to understand how this standard has supported the liberalization of world trade.In this article, we will analyze the importance of the Most Favored Nation (MFN) treatment standard in the context of international investment law as an instrument to create equal competition between foreign investors. We will investigate the history of this standard, and the changes it underwent during different moments of history. Our aim, through this article, is to understand how this standard has supported the liberalization of world trade. In furtherance of the aim, we will analyze the connection between the two relative standards, the National Treatment Standard and the Most- Favored-Nation Treatment Standard, as they are both used to create an equal playing field among foreign investors, and between foreign and national investors. We will examine the most important MFN clauses in different investment law agreements and analyze their main components and differences, together with the exceptions and limits of some MFN clauses. We will then focus on some of the most important decisions regarding the possibility of extending a Tribunal’s jurisdiction through an MFN clause and shortening the waiting periods. Our aim through this article is to understand how this standard has supported the liberalization of world trade

    Forma rivista. Critica e rappresentazione della neo-avanguardia in Italia (Flash Art, Pallone, Cartabianca, Senzamargine, Data)

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    Lo studio delle pubblicazioni italiane di quegli anni offre uno strumento indispensabile per seguire la trasformazione estetica e concettuale dei media d’informazione. La storia dell’arte circa gli anni sessanta e settanta del novecento diventa anche una storia dei risultati estetici raggiunti in quel periodo dai vari operatori del settore (artisti, critici, galleristi, fotografi) rispetto ai media. L’articolo analizza l’ambito ristretto delle riviste d’arte con una serie di esempi che vanno dal 1967 al 1972, mettendo in evidenza le nuove strategie di informazione e la nascita di sperimentazioni che trovano nelle pubblicazioni dei veri e propri luoghi di ricerca estetica. Sono prese in esame alcune riviste specializzate di sperimentazione del rapporto tra artisti ed editoria in quegli anni: Flash Art, edita a Roma; Pallone, pubblicato a Genova dalla galleria La Bertesca; le romane e più politicizzate Cartabianca e Senzamargine; e infine un caso editoriale dei settanta; Data, rivista milanese fondata da Tommaso Trini. Lo studio delle pubblicazioni italiane di quegli anni offre uno strumento indispensabile per seguire la trasformazione estetica e concettuale dei media d’informazione. La storia dell’arte circa gli anni sessanta e settanta del novecento diventa anche una storia dei risultati estetici raggiunti in quel periodo dai vari operatori del settore (artisti, critici, galleristi, fotografi) rispetto ai media. L’articolo analizza l’ambito ristretto delle riviste d’arte con una serie di esempi che vanno dal 1967 al 1972, mettendo in evidenza le nuove strategie di informazione e la nascita di sperimentazioni che trovano nelle pubblicazioni dei veri e propri luoghi di ricerca estetica. Sono prese in esame alcune riviste specializzate di sperimentazione del rapporto tra artisti ed editoria in quegli anni:Flash Art, edita a Roma; Pallone, pubblicato a Genova dalla galleria La Bertesca; le romane e più politicizzate Cartabianca e Senzamargine; e infine un caso editoriale dei settanta; Data, rivista milanese fondata da Tommaso Trini

    La poetica della citazione. Roberto Barni tra gli anni sessanta e settanta: persistenze e mutazioni dell’iconografia.

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    Dagli anni sessanta sino all\u27affermarsi del Postmoderno, la poetica della citazione -per mutuare una definizione introdotta da Massimo Carboni- è divenuta un fenomeno centrale nella pratica artistica. Diverse sono state le modalità attraverso le quali gli artisti contemporanei hanno citato, rivisitato, decostruito l\u27arte del passato e i suoi capolavori. Il caso del pittore toscano Roberto Barni è particolarmente paradigmatico poiché racchiude, nell\u27arco di due decenni di carriera, lo svilupparsi di queste poetiche citazioniste dalle prime manifestazioni, nell\u27ambito della Pop Art, al definitivo ritorno ai media tradizionali avvenuto negli anni ottanta. Attraverso la consultazione diretta dell\u27archivio dell\u27artista e le interviste con l\u27autore, questo articolo ricostruisce l\u27opera e le esposizioni di Barni dagli esordi, nell\u27ambito della cosiddetta “scuola di Pistoia”, sino all\u27invenzione dell\u27eteronimo Rupertius, alter ego pittorico dello stesso Barni nella fase di ritorno ad una pittura dallo stile volutamente “tradizionale”.  Dagli anni sessanta sino all\u27affermarsi del Postmoderno, la poetica della citazione -per mutuare una definizione introdotta da Massimo Carboni- è divenuta un fenomeno centrale nella pratica artistica. Diverse sono state le modalità attraverso le quali gli artisti contemporanei hanno citato, rivisitato, decostruito l\u27arte del passato e i suoi capolavori. Il caso del pittore toscano Roberto Barni è particolarmente paradigmatico poiché racchiude, nell\u27arco di due decenni di carriera, lo svilupparsi di queste poetiche citazioniste dalle prime manifestazioni, nell\u27ambito della Pop Art, al definitivo ritorno ai media tradizionali avvenuto negli anni ottanta. Attraverso la consultazione diretta dell\u27archivio dell\u27artista e le interviste con l\u27autore, questo articolo ricostruisce l\u27opera e le esposizioni di Barni dagli esordi, nell\u27ambito della cosiddetta “scuola di Pistoia”, sino all\u27invenzione dell\u27eteronimo Rupertius, alter ego pittorico dello stesso Barni nella fase di ritorno ad una pittura dallo stile volutamente “tradizionale”

    Uno specchio d\u27Italia. Luciano Fabro\u27s Italies

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    Luciano Fabro\u27s Italies considered as an ongoing Iconography of Italy and a path through Italian visual identity. Luciano Fabro\u27s Italies considered as an ongoing Iconography of Italy and a path through Italian visual identity

    Dal caldo al freddo. Il Teatro delle mostre all\u27interno del percorso di Mario Ceroli, fra tradizione e modernità

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    Il percorso artistico, fra suggestioni moderne e tradizione mediterranea, che condusse Mario Ceroli a Dal caldo al freddo, installazione labirintica presentata alla galleria La Tartaruga di Roma per la celebre Il teatro delle mostre.Il percorso artistico, fra suggestioni moderne e tradizione mediterranea, che condusse Mario Ceroli a Dal caldo al freddo, installazione labirintica presentata alla galleria La Tartaruga di Roma per la celebre Il teatro delle mostre

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