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    Il rapporto uomo-spazio nel Barrio Mugica (Villa 31) di Buenos Aires: la necessità dell’abitare umano

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    This study concerns the relationship between man and space in Barrio Padre Carlos Mugica, formerly Villa 31 of Buenos Aires, which can be traced back to the human need to inhabit the world. The relationship between man and space is the root of all Villas in Buenos Aires and Argentina. It is a relationship based on the human-space continuity, the human need to live and inhabit space, and therefore the innate tendency to carve out space within space to inhabit the world. Barrio Mugica is a unique and particular space. It is a living organism, spatial and human, spontaneous and resilient. It is a complex place in itself and, simultaneously, a space that contains and expresses the complexity of the contemporary metropolis. In Barrio Mugica, the necessity of human habitation expresses a particular relationship and a visible integration between man and space. In the need to occupy space – not only to inhabit the world but also to claim a place in it and assert oneself as a living human being – people and spaces integrate, creating human and spatial relationships, while the individual constructs a dual spatiality, both physical and mental, materialising through architectural self-construction, both their physical surroundings and their inner mental world. Spatially, Barrio Mugica has nothing to do with the peripheral spaces of large metropolises or with the margins of urban centres. Villa 31 is a space that has developed within the city, not outside or at its edges. However, it can be considered peripheral and marginal when referring to those social peripheries and marginalities that Pope Francis identifies as “existential” peripheries, where survival education prevails (Bergoglio 2015). The objective of this study is to historically and presently highlight – even through the author’s photographic reportage – the necessity of human habitation expressed in Villa 31 and the particular human-space relationship on which the Villa itself is founded. Understanding the human need to live and inhabit space and to claim a place in the world can be helpful in the future of the Villas and the people who inhabit them. Moreover, it may also be helpful in the future for expanding and rethinking perspectives and positions on the Villas for those who observe them.Questo studio riguarda il rapporto tra uomo e spazio nel Barrio Padre Carlos Mugica, già Villa 31 di Buenos Aires, riconducibile alla necessità umana di abitare il mondo. Il rapporto tra uomo e spazio è la radice di tutte le Villas di Buenos Aires e argentine. Un rapporto che si basa sulla continuità uomo-spazio, sulla necessità dell’uomo di vivere e abitare lo spazio e quindi sulla sua connaturata attitudine a farsi spazio nello spazio per abitare il mondo. Il Barrio Mugica è uno spazio particolare, unico. Un organismo vivente, spaziale e umano, spontaneo e resiliente. Un luogo complesso in sé e al tempo stesso un luogo che contiene ed esprime la complessità della metropoli contemporanea. Nel Barrio Mugica la necessità dell’abitare umano esprime un particolare rapporto e una visibile integrazione tra uomo e spazio. Nel bisogno di occupare lo spazio – non soltanto per abitare il mondo ma anche per occupare un posto nel mondo e per affermarsi come umani viventi nel mondo – persone e spazi si integrano costruendo relazioni umane e spaziali, mentre il singolo individuo costruisce una duplice spazialità, fisica e mentale, materializzando attraverso un’autocostruzione architettonica il suo intorno fisico e il suo interno mentale. Spazialmente il Barrio Mugica non ha nulla a che vedere con gli spazi periferici delle grandi metropoli o con quelli ai margini dei centri urbani. La Villa 31 è uno spazio che si è sviluppato dentro la città, non fuori o ai margini di questa. Tuttavia può considerarsi periferico e marginale quando ci si riferisce a quelle periferie e a quelle marginalità sociali che Papa Francesco individua come periferie “esistenziali”, dove prevale “l’educazione alla sopravvivenza” (Bergoglio 2015). L’obiettivo di questo studio è far emergere storicamente e nell’attualità – anche attraverso un reportage fotografico dell’autore – la necessità dell’abitare umano espressa nella Villa 31 e il particolare rapporto uomo-spazio su cui la stessa Villa si fonda. Comprendere le necessità umane di vivere e abitare lo spazio e di occupare un posto nel mondo può essere utile al futuro delle Villas e al futuro delle persone che le abitano. Inoltre può essere anche utile, in futuro, a far ampliare e ripensare le visioni e le posizioni sulle Villas alle persone che le osservano

    Gino Buscaini, montagne tra le mani

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    Rassegna iconografica

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    Il fondamento giuridico della rappresentanza: rileggere Orlando nel XXI secolo

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    The contribution, starting from Vittorio Emanuele Orlando’s essay on the legal foundation of political representation, critically retraces the author’s thought. It highlights, in particular, how the aristocratic conception of representation presented in Orlando’s work is not compatible with the 1948 Italian Constitution and, indeed, is clearly rejected by it.Il contributo, partendo dal saggio di Vittorio Emanuele Orlando sul fondamento della rappresentanza politica, ripercorre criticamente il pensiero dell’autore, evidenziando in particolare come la concezione aristocratica della rappresentanza presente in Orlando non sia compatibile con il Testo costituzionale del 1948 e, anzi, sia chiaramente da questo rigettata

    «Per dispetto ballerò»

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    L’avvento del digitale, più ancora che della stampa, ci porta a delegare la memoria a supporti e ausili esterni al corpo, più di quanto l’umano abbia fatto precedentemente. È sempre più difficile infatti che racconti, canti o frammenti poetici si trasmettano tra generazioni attraverso l’uso esclusivo dell’udito e della voce. Il tempo attuale tuttavia ci permette di ascoltare registrazioni di canti, filastrocche e ninne nanne raccolte quando ancora la trasmissione orale era un mezzo di conservazione della memoria. In alcune di queste è possibile riscontrare, dopo un lungo processo di sedimentazione nella lingua, alcuni frammenti di poesia rintracciabili in manoscritti tardo-medievali. Quando questi frammenti si fossilizzano nei repertori infantili, può accadere che perdono la loro linearità di senso per essere ricombinati in testi nonsense, spesso cantati su motivi che Francesco Balilla Pratella chiamava “circolari”, cioè brevi melodie che si ripetono per ogni verso con varianti minime. Questo fenomeno è paragonabile alla “discesa” dal rito al gioco di oggetti e pratiche già indagata da antropologi e filosofi.  Il presente contributo intende elaborare alcune prime considerazioni sulle corrispondenze tra i versi di una “canzone di malmaritata” dal manoscritto A.I.4 della Biblioteca Comunale di Mantova (redatto entro i primi anni del XVI secolo) e alcune ninne nanne e filastrocche infantili su motivi circolari registrate in Romagna negli anni Settanta da Giuseppe Bellosi

    China, ep. 2: Storie illustrate

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    Nella rubrica illustrata China vengono raccontate le storie di una scriba egizia, di un monaco copista del XV secolo e di un fumettista anarchico (anni ’60, USA) in attesa di ricevere un prezioso carico di inchiostro da un paese lontano

    La Parola è una donna: chiamala e sarà tua: Il mito di Vāc, tra sessismo e xenofobia

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    A partire dal mito di Vāc (f., ‘parola’) contenuto nello Śatapathabrāhmaṇa (3.2.1,18-24) – ‘Il Brāhmaṇa dei cento sentieri’, testo sacro indiano volto a spiegare il significato e il simbolismo dei riti sacrificali vedici (yajña) –, l’obiettivo di questo articolo è analizzare il rapporto tra linguaggio autorevole e linguaggio non-autorevole, in particolare tra linguaggio sanscrito e linguaggio ‘barbarico’ (o dravidico). Di mezzo, si inseriscono anche considerazioni di natura sociologica, che riguardano nello specifico il rapporto tra uomo e donna nell’India antica. Il mito di Vāc, infatti, delinea un vero e proprio ‘etogramma’ della seduzione, ossia un canone volto a spiegare alla popolazione indiana quali siano i ruoli della donna e dell’uomo nel gioco dell’amore

    I segreti delle donne: Tra oggettificazione e sensibilità

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    Partendo dal manoscritto 1586 della Biblioteca Comunale di Trento, contenente il De secretis mulierum dello Pseudo Alberto Magno, si vuole fare una riflessione sul modo in cui filosofi e medici medievali hanno parlato della donna, del suo corpo, delle sue malattie, dei suoi «segreti» – per riprendere il titolo dell’opera. Il loro approccio teoretico può essere confrontato con quello pratico di Trotula, un medico-donna dell’XI secolo che si rende conto, tra le altre cose, che le donne faticano a parlare del proprio corpo e della propria intimità con un medico-uomo. La nostra vuole essere una riflessione, oltre che su questi due linguaggi della medicina femminile, anche sul rapporto tra quello che si dice sul corpo della donna – quello che gli uomini dicono – e quello che non viene detto – spesso, proprio dalle donne

    Linguaggi e consapevolezze

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    La parola linguaggio racchiude un significato ‘fluido’ e i contributi di questo fascicolo di Digiti lo dimostrano in modo vivace e stimolante. In questo editoriale si riflette sul termine e sulle sfumature dei suoi significati e si introducono i contributi

    «A je to!»: jazyk v tichu : «Ta-da!»: la lingua nel silenzio

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    Questo contributo propone una riflessione sul rapporto tra comunicazione non verbale nei cartoni animati sovietici, in particolare di produzione cecoslovacca, e il fenomeno della language attrition, a partire da un’esperienza autobiografica. La visione condivisa di un cartone privo di dialoghi ha generato interrogativi sul significato di questa scelta, qui riconsiderata alla luce delle sperimentazioni visive dell’avanguardia pittorica e della centralità dell’immagine nel linguaggio audiovisivo dell’epoca. Tale osservazione si intreccia con la progressiva perdita della lingua madre da parte dell’autrice, fenomeno noto come language attrition, che comporta la perdita parziale o totale della memoria linguistica a favore di un’altra lingua. L’assenza di dialogo nei cartoni animati diventa quindi la metafora della perdita verbale e della sopravvivenza della memoria attraverso forme non verbali. Il contributo vorrebbe includere illustrazioni a penna e una versione del testo in slovacco con lacune testuali, a rappresentare graficamente la discontinuità mnemonico-linguistica

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