Rivoluzioni Molecolari (E-Journal)
Not a member yet
44 research outputs found
Sort by
La percezione dell\u27alterità dal gioco della riflessione in W. Benjamin al sentimento del sublime in Th. W. Adorno
L’autore sostiene che le riflessioni estetiche di W. Benjamin e Th. W. Adorno si intrecciano strettamente nella configurazione di una teoria estetica intessuta di categorie estetiche fondamentali quali «gioco» e «sublime». Il saggio intende mostrare la misura in cui tale relazione può essere sostenuta analizzando il fine estetico della teoria dell’esperienza di Benjamin e le personali riflessioni di Adorno sulla sua opera. Il saggio, inoltre, interroga, da un lato, il modo in cui il gioco dialoga sia con l’esperienza della modernità nel XIX secolo, come Benjamin mostra, sia con l’esperienza estetica dell’opera d’arte, come Adorno illustra; dall’altro, appura che il sublime agisce in funzione di istanza oggettiva accorciando la distanza tra il soggetto e l’alterità. Mediante l’analisi del fruttuoso incontro di tali categorie, l’autore afferma che Benjamin e Adorno intraprendono la costituzione di una teoria estetica che abbraccia la decadenza dell’aura, rinnovata dal gioco, e la ricostituzione dell’apparenza, sancita dal sentimento del sublime, riconoscendo la loro comune intenzione. Tale cornice si trova all’interno del ripensamento critico del rapporto tra il soggetto estetico e l’oggettività in quanto traslato nel raffronto tra il gioco, lo sfondo della riflessione soggettiva, ed il sentimento del sublime, che accerta l’intreccio di sensibilità e ragione.The author argues that the aesthetic reflections of Walter Benjamin and Theodor W. Adorno are mutually intertwined as they sketch out an aesthetic theory portrayed by the underlying notions of “play” and “sublime”. The essay shows the extent to which this relationship may be upheld by enquiring into the aesthetic end of Benjamin’s theory of experience and the personal reflections of Adorno on his oeuvre. Further, the essay examines, on the one hand, how play may dialogue both with the modern experience of the XIX century, as Benjamin expounds, and with the aesthetic experience of artworks, as Adorno elucidates, and, on the other hand, establishes that the sublime acts as objective facet by shortening the distance between subject and otherness. By their fruitful encounter, the author claims that Benjamin and Adorno agree on a framework of aesthetic theory encompassing the decadence of aura, renewed by play, and the recovery of appearance, ascertained by the feeling of the sublime, by acknowledging their common purport. This framework is set within a critical reshaping of the interplay between aesthetic subject and objectivity as it hinges on the relationship between play, i.e. the setting of subjective reflection, and the feeling of the sublime, which endorses the intertwinement of sensibility and reason
Musica assoluta e rumore emancipato
Musical Aura : variations on themes by Walter BenjaminThe essay starts with a reconstruction of the idea of an absolute music bound with the idea of a “pure language” in Benjamin’s first writings, comparing it with the similar ideas of Mallarmé. The analysis will then proceed to the idea of aura in music and technical reproduction, discussing the critiques by Adorno, who has explicitly elaborated the problem of music in the epoque of technical reproducibility as a form of alienation. A focus will be given to the different place jazz music has in the two authors. A brief exposition of changes of paradigm will supply what is somewhat implicit in Adorno’s writings on the subject. A reconstruction of the problems posed by the development of the various form of recording, from piano rolls to vinyl up to modern recording technology, together with the problem of radio and the “regression of hearing” will be followed by an analysis of the possibilities opened by the modern musical theatre with its large-scale use of montage as a composing technique. The last paragraph will propose the idea of Cage’s 4’33’’ as opening a new perspective on the “original hearing”.Keywords: Walter Benjamin, Theodor Adorno, Aura, Contemporary music, Montage
La critica come didattica: dissenso e verità. Nove tesi
Esiste ancora la necessità della critica e la questione del lavoro critico continua a comportare anche oggi il rischio intellettuale di “dire la verità”. Perchéesiste la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (unaverità che riguarda l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo). EdwardSaid, di cui non condivido il metodo “orientalista” ma di cui ammiro lo spirito critico, in Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1995) argomenta coraggiosamente come la questione della verità pertenga alla funzione dell’intellettuale ridefinito nel contesto dei conflitti del mondo globalizzato e della precarietà del suo riconoscimento sociale. A differenza di quanto accade a figure di intrattenitori professionisti che pongono il proprio lavoro al servizio dell’ordine costituito, Said riprende Gramsci e Sartre e identifica la vocazione di dire la verità con la critica al potere, in bilico tra solitudine e allineamento. Qualche decennio prima, Elsa Morante in Pro o contro la bomba atomica (1965) poneva in modo radicale la questione della verità dell’arte in rapporto alla “lotta contro in drago dell’irrealtà”: “nel sistema organizzato della irrealtà, la presenza dello scrittore è sempre uno scandalo”. Elsa Morante considerava la bomba nucleare come il “fiore” della società piccolo-borghese, della pulsione di morte dei ceti medi e la letteratura come “il contrario della disintegrazione”. Nulla di ciò che hanno scritto Said e Morante su realtà e verità mi sembra oggi tramontato
Il principio (di) responsabilità e le nuove generazioni
Vi è un momento conclusivo per ogni generazione. Giunge improvviso quando, inaspettato, si compie il progetto a lungo perseguito e subito quella che si reputava l\u27unica protagonista, deve lasciare il testimone a quelle seguenti. Secondo la legge inesorabile del tempo, che impone una cesura, un limite, nel divenire delle esistenze. Forse quelle in opera dal dopoguerra ad oggi si sono dimenticate che questo stretto passaggio non è dettato dal caso o da errori capitali: lo impone la stessa finitudine della esistenza. Quanto alla infinitudine, essa pertiene alla trascendenza, comunque la si voglia intendere
Sulle tracce di Benjamin. Furio Jesi interpreta Walter Benjamin
Lo scopo di questo articolo è quello di osservare la ricezione e l’interpretazione di Walter Benjamin nelle opere di Furio Jesi. In esse non è quasi mai rintracciabile un lavoro diretto sull’autore, bensì un’opera d’interpretazione sottotraccia. Per Jesi questo significa consegnare ad un autore la propria leggibilità. I testi che vengono analizzati e nei quali viene osservato questo tema sono tre: Kierkegaard, Bachofen e Il testo come versione interlineare del commento. Nel primo viene indagato il rapporto con la figura del maestro ed il modello di scrittura volto a tendere trappole al proprio lettore, in modo da rendere necessaria una lettura attiva. Nel testo su Bachofen Jesi propone un’opera interpretativa che pone Benjamin all’interno del Kampf um Creuzer Symbolik e, tramite la lettura tra le righe, lo “salva” dall’appropriazione da parte del nemico. L’ultimo breve testo si occupa, infine, di chiarire la strategia interpretativa messa in pratica da Benjamin applicandola a Benjamin stesso. Si chiarisce così come il saggio divenga forma privilegiata per l’interpretazione di altri testi e persino testo sacro, il cui testo di partenza funga da commento tra le righe. Il compito di interpretare è una chiamata politica a schierare i testi sul campo di battaglia culturale, per la creazione di un futuro non intrappolato da un passato mitico
Ricostruire tramite la manipolazione. Il montaggio tra immagine dialettica e détournement
Il montaggio assume sicuramente un ruolo centrale all’interno del pensiero benjaminiano sulla storia. Già a partire da L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è possibile cogliere l’interesse di Benjamin per l’elemento più innovativo e caratteristico del dispositivo cinematografico, il montaggio. Le inedite e rivoluzionarie possibilità aperte da questo nuovo metodo di esposizione del reale conducono Benjamin ad immaginarne un rinnovato impiego al di fuori dell’ambito prettamente cinematografico e visivo. Il montaggio applicato alla ricostruzione storica consente di far emergere contenuti profondi del reale finora invisibili, configurandosi così come un inedito strumento conoscitivo. Anche all’interno del Passagenwerk sono vari i frammenti in cui Benjamin espone le possibili implicazioni e novità introdotte dall’uso del montaggio nella ricostruzione di un’epoca e in cui annuncia la possibilità di un rinnovamento dell’intera storiografia materialista reso possibile dall’assunzione del «principio del montaggio nella storia»[1]. Quest’idea giunge alla propria formulazione più matura nelle Tesi sul concetto di storia, dove la ricostruzione della storia in immagini dialettiche viene presentata come possibilità innovativa in grado di rendere finalmente possibile la presentazione della storia nella sua fluidità dialettica reale. Ricostruire la storia per immagini dialettiche significa infatti costruire, montare la storia disponendo gli eventi secondo un «principio costruttivo»[2], non cadendo dunque nel piatto continuum storicista, ma facendo in modo che ogni singolo frammento conservi all’interno di sé l’elemento dialettico, per essere successivamente ri-esposto come frammento dialettico di un processo dialettico, in altre parole come frammento carico della propria conflittualità originaria e allo stesso tempo in grado di trasportare questa conflittualità nel presente. L’immagine dialettica è «l’immagine rapida [che] coincide con l’agnizione dell’“adesso” nelle cose»[3] e tramite essa «l’esposizione materialistica della storia conduce il passato a portare in una situazione critica il presente»[4]. Esattamente in questo orizzonte teorico si potrà comprendere a pieno l’estensione del Passagenwerk, sul quale, non a caso, Benjamin scrive: «metodo di questo lavoro: montaggio letterario. Non ho nulla da dire. Solo da mostrare. […] Stracci e rifiuti […] non per farne l’inventario, bensì per rendere loro giustizia nell’unico modo possibile: usandoli»[5].Quest’idea di ri-configurazione del passato che, a vari livelli, accompagnò Benjamin per tutta la propria produzione teorica riappare insospettabilmente nella storia una ventina d’anni più tardi. Siamo alla fine degli anni 50’, il mondo, la società, le città di cui parlava Benjamin sono irriconoscibili, ma di nuovo questo principio animatore torna a farsi strada prepotentemente e stavolta proprio in quel terreno che in germe aveva ispirato la sua nascita, il cinema. L’Internazionale Situazionista, un movimento politico e artistico che trova in Guy Debord il principale animatore, inventa una pratica utilizzata principalmente per la creazione di film, il détournement, in cui l’uso del montaggio e la finalità di questo stesso utilizzo sono per molti aspetti avvicinabili e in continuità con l’intuizione benjaminiana. Praticare un détournement significa prendere possesso di parti di opere preesistenti, strappandole così dal proprio contesto usuale, e rimaneggiarle per inserirle poi in nuovi accostamenti di senso, andando così a creare una nuova relazione di significato. Il détournement è quindi «il riutilizzo in una nuova unità di elementi artistici preesistenti[6]» e, com’è chiaro, il montaggio costituisce il cuore e il valore profondo di tale pratica; ma la finalità, lungi dal limitarsi a vaghe ambizioni estetiche, si colloca al contrario sul terreno politico e conflittuale già indicato da Benjamin: «l’“appropriazione indebita” restituisce alla sovversione le conclusioni critiche passate che sono state imbalsamate in verità rispettabili»[7]. Si tratta dunque di manipolare il passato per restituirlo al presente, ma di restituirlo non come oggetto storico statico, bensì come elemento conflittuale al servizio della prassi critica e rivoluzionaria; il montaggio è esattamente ciò che rende possibile questa manipolazione riattualizzante.Per costruire il parallelismo appena delineato il mio articolo intende snodarsi su vari piani di lavoro, in particolare si concentrerà sul rilievo che la citazione da un lato e il metodo del montaggio dall’altro assumono nei lavori di Walter Benjamin e Guy Debord. Il primo paragrafo analizzerà la pratica citazionale come elemento di decostruzione, di sottrazione del passato al passato, con particolare riferimento alla costruzione di immagini dialettiche e agli spazi di gioco aperti da tale pratica nel presente. Quindi mi concentrerò sul détournement, la sua nascita, il funzionamento e soprattutto il suo impiego politico anti-spettacolare all’interno della produzione debordiana. Nel secondo ed ultimo paragrafo si cercherà di sottolineare l’importanza dell’utilizzo del montaggio allo scopo di dotare gli elementi citati di un secondo significato che emerge, si mostra, nella loro messa in relazione, la necessità dunque di un lavoro positivo di montaggio che innerva sia la filosofia di Benjamin che i lavori di Debord. In particolare, si metterà in luce la profonda correlazione tra i due autori che si rivela nell’intuizione che il montaggio storico sia in grado di creare una narrazione storiografica che permetta di restituire il passato all’uso del presente attraverso l’immagine dialettica da un lato e il détournement dall’altro.L’obiettivo sotteso alla trattazione sarà quello di mantenere una costante comparazione tra i due autori che possa svelare le affinità, ma anche le differenze, fra queste due pratiche. In particolare lavorerò su tre elementi di continuità: primo, la decisione di entrambi di lavorare con elementi preesistenti, con citazioni, ma in una maniera tale da scardinare il concetto stesso di citazione; secondo, il ruolo centrale assunto in entrambe le formulazioni dal montaggio, dalla pratica cioè di manipolare elementi già dati per creare qualcosa di nuovo tramite la messa in relazione di questi stessi elementi in una nuova costellazione di significato; terzo, la finalità dell’impiego di questa stessa pratica, indicata, da entrambi, nella riappropriazione degli elementi del passato nell’ottica di una loro restituzione all’uso sovversivo del presente. Scopo di tale analisi comparativa, che verrà condotta tramite libero accostamento tra le tematiche degli autori, ma sempre sulla base di un saldo e rigoroso ancoraggio ai testi esaminati che verranno citati in modo scrupoloso e puntuale, sarà quello non solo di evidenziare il legame profondo che lega le riflessioni dei due autori, legame su cui esiste, all’oggi, una limitata letteratura critica, ma anche e soprattutto quello di rendere evidente l’attualità di tali riflessioni e il valore che l’utilizzo del montaggio come strumento di decostruzione e critica può avere anche nella società contemporanea.[1] W. Benjamin, I «passages» di Parigi, in R. Tiedemann, H. Schweppenhàuser (a cura di), Opere complete di Walter Benjamin, 9 voll., Einaudi, Torino 2002-2014, vol. IX, N 2, 6, p. 515.[2] Id., Sul concetto di storia (1966), a cura di G. Bonola, M. Ranchetti, Einaudi, Torino 1997, tesi XVII, p. 51.[3] Id, I «passages» di Parigi, cit., O° 81, p. 947.[4] Ivi, N 7a, 5, p. 528.[5] Ivi, N ɪa, 8, p. 514.[6] Internazionale Situazionista., Il détournement come negazione e come preludio, in «Internazionale situazionista», 3 (1959), in Internazionale Situazionista 1958-69, Nautilus, Torino 1994, p. 10.[7] G. Debord, La società dello spettacolo (1967), Baldini&Castoldi, Milano 2013², § 209, p. 175
Introduzione. Tensione utopica ed ethos democratico
A Brescia, venerdì 5 e sabato 6 maggio 2017, in occasione del decennale dell’Associazione Culturale Odradek XXI, numerosi relatori provenienti da diversi ambiti disciplinari (filosofia, giurisprudenza, letteratura, architettura, storia, scienze politiche) contribuivano a mettere a fuoco il tema Ethos democratico e pensiero critico. Saperi, istituzioni, soggettivazioni. Il presente numero di Rivoluzioni Molecolari raccoglie alcuni degli interventi più significativi di quelle giornate. La lettera inviata ai relatori in occasione dell’evento dal prof. Pietro Zanelli, fondatore e presidente di Odradek XXI, funge qui da introduzione
Per una scuola democratica
Questo contributo è un tentativo di attraversare la questione del rapporto tra democrazia e saperi dal punto di vista di uno dei molti contesti che compongono lo spazio democratico, la scuola. Si tratta di una prospettiva fondamentale da considerare se è vero, come credo, che il problema della scuola, ridotto ai suoi termini essenziali, è il problema della democrazia, da un punto di vista costitutivo anche perché “costituzionale”. Fu Piero Calamandrei a definire la scuola «organo costituzionale», proprio all’interno di quel dibattito sulla scuola, iniziato nella fase costituente e poi proseguito negli anni successivi, intorno al ruolo della scuola nello stato democratico e in rapporto alla costituzione democratica. La questione, sebbene lo Zeitgeist non consenta di porla negli stessi termini, costituisce a ben vedere il fulcro dei dibattiti che intorno alla scuola si stanno sollevando anche in questi ultimi anni, dai circuiti più mediatici e meno esperti, a quelli più vicini e interni al mondo della scuola. Al centro di tali dibattiti vi sono infatti temi come la meritocrazia, lo stato dell’insegnamento della lingua italiana (si pensi alla cosiddetta “Lettera dei seicento universitari al governo”), il destino di un percorso “inattuale” come il liceo classico e della formazione liceale in genere, la piaga della dispersione e dell’abbandono scolastico. Dietro a tali questioni si profila sempre – come si accennava spesso implicita, non posta, o posta male ˗ la questionedella democrazia, che oggi diviene fondamentalmente quella del senso e del finedella scuola in un’epoca contemporanea che unisce istruzione di massa e rivoluzione digitale
Presentazione
I contributi raccolti in questo numero, dedicato al pensiero di Michel Foucault, si collocano nel punto d’incontro di due direttrici: da un lato la ricerca sul pensiero foucaultiano, oggetto da ormai più di un decennio di un forte interesse, e dall’altra la domanda, rinnovata negli anni dai “Percorsi di pensiero critico” organizzati da Odradek XXI, sul presente, le sue insidie e le sue svolte possibili. La questione dell’attualità e la problematizzazione del nostro condurci in essa, già immanenti all’opera foucaultiana, hanno trovato in questo contesto un’occasione di approfondimento e una declinazione in parte decentrata rispetto agli studi foucaultiani.
Totalitarismo, Biopolitica, Neoliberalismo. Ovvero: Berlusconi secondo Foucault
Secondo la pregnante definizione di Italo Calvino, «è classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno» e assieme «è classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona» (Calvino 2002, pp. 11-12). Secondo il celebre romanziere, un testo o un autore è quindi classico quando, pur provenendo dal passato, intrattiene un particolare rapporto con l’attualità: il classico è un passato che non passa, che resta attuale. Interrogarsi su un classico significa allora interrogarsi anche su quel presente che continua a considerarlo classico. Se oggi consideriamo Foucault un filosofo politico classico, secondo la definizione di Calvino, è dunque perché il suo pensiero ancora ci riguarda, perché la sua diagnosi della politica – sviluppata tra gli anni sessanta e gli anni ottanta del secolo scorso – ha messo in luce alcuni processi storici che ancora caratterizzano il presente. In questa lezione tenterò quindi di utilizzare il suo pensiero per analizzare alcuni aspetti salienti della nostra contemporaneità – proprio della nostra: degli ultimi diciassette anni della politica italiana.