Rivoluzioni Molecolari (E-Journal)
Not a member yet
44 research outputs found
Sort by
Imparare a sperare. Passione messianica e ragione dialettica in Ernst Bloch
Parlare di Ernst Bloch, l’autore de Il principio speranza, è forse desueto, sicuramente inattuale nel senso di Nietzsche. È cioè un lavorare “contro il tempo, e in tal modo sul tempo, e, speriamolo, a favore di un tempo venturo”. Ciò che spinge oggi, nella concomitanza di mutamenti strutturali pervasivi del mercato mondiale e di perduranti inerzie antropologiche di soggettività e valori per cui si è di fronte ad un legame sociale ridotto a simulacro di una “relazione sociale senza società” che confina i soggetti nel ruolo di comparse, è l’imperativo categorico del giovane Marx sul “rovesciare tutte le situazioni in cui l’uomo è un essere avvilito, asservito, abbandonato, spregevole” fatto proprio da Bloch.
Il discorso della guerra. L’analisi del potere in Bisogna difendere la società
La ricerca foucaultiana, com’è noto, è caratterizzata da una plurivocità estrema e talvolta spiazzante, che obbliga a compiere continui spostamenti e a battere strade che possono annunciarsi poco promettenti o che, con il senno di poi del lettore, sappiamo essere rimaste interrotte. Questa premessa vale in modo particolare per Bisogna difendere la società, il corso che Foucault tiene al Collège de France nel 1976 e che avrà una grande fama, per motivi perlopiù esteriori o solo in parte inerenti alla specifica proposta teorica in esso messa in campo. Esso sarà infatti il primo dei corsi foucaultiani ad essere pubblicato e, inoltre, costituirà il riferimento costante delle ricerche sui temi della biopolitica e della governamentalità, che compaiono per la prima volta proprio nell’ultima lezione del ’76
Foucault e l’arte moderna
Nell\u27opera di Foucault, nei suoi volumi pubblicati in vita o nei suoi corsi che stanno per essere pubblicati postumi, non è possibile trovare un testo importante dedicato specificamente e interamente all\u27arte. Se si intende per estetica, secondo consuetudine, una filosofia dell\u27arte trattata oltretutto sistematicamente, in Foucault non si rintraccia appunto un\u27estetica. Tuttavia nei suoi scritti (maggiori o minori, pubblicati o inediti) si rinvengono molto spesso riferimenti all\u27arte: richiami talvolta di notevole interesse e di una qualche ampiezza. Si rinviene inoltre il termine "estetica", sia pure usato in un\u27accezione del tutto particolare all\u27interno dell\u27espressione "estetica dell\u27esistenza". Con ciò Foucault non vuole alludere affatto a un vivere nell\u27estetismo, né a qualcosa che abbia a che fare in senso proprio con l\u27artisticità: anche se forse, in un certo modo, la questione dell\u27arte vi è comunque sollecitata
L\u27utopia dell\u27estetico in Adorno
In questo intervento tenterò, di fatto, di avvalorare la tesi della centralità del problema dell’estetica, o meglio: del problema dell’estetico, in Adorno. È certo stata una casuale fatalità che Teoria estetica diventasse l’ultima opera – peraltro incompiuta, non rifinita – di Adorno. Tuttavia essa può considerarsi propriamente un punto di approdo della speculazione adorniana non da ultimo perché comporta, in qualche misura inaspettatamente, una concezione positiva del potenziale utopico dell’arte, lumeggiando così un orizzonte prospettico verso il quale si potrebbe pensare incamminato il pensiero dialettico-negativo nel suo complessivo arco speculativo
Michel Foucault e la filosofia. Una traccia di lettura dei corsi al Collège de France
L’ultimo corso che Foucault tenne al Collège de France, intitolato Il coraggio della verità, è l’atto conclusivo della ricerca diretta al tema dell’etica nell’antichità che lo tenne impegnato negli ultimi anni di vita, a partire dal 1980. Atto conclusivo non solo per motivi biografici (Foucault morì purtroppo tre mesi dopo aver terminato le lezioni), ma anche per ragioni sostanziali, nel senso che lo stesso Foucault lo presentò esplicitamente come punto di arrivo del «trip greco-latino» iniziato con il corso del 1980, Il governo dei viventi (anch’esso pubblicato di recente). Il nucleo problematico che percorre dall’inizio alla fine Il coraggio della verità è, infatti, quello stesso che sta alla base di tutti gli altri corsi precedenti dedicati all’antichità e che definisce la modalità di accesso ad essa proposta da Foucault: il rapporto del soggetto alla verità. Nel corso degli anni tale questione viene riproposta, ripensata e continuamente riarticolata, privilegiando di volta in volta differenti ambiti discorsivi: Sofocle, i dialoghi socratici di Platone, gli stoici e infine, nel corso del 1984, i cinici
Michel Foucault e la politica dei governati. Governamentalità, forme di vita, soggettivazione
Ciò che mi propongo in questo testo, è di analizzare come a partire dalla seconda metà degli anni ’70 Michel Foucault radicalizzi la propria analitica del potere modificando gli schemi e le categorie interpretative messe al lavoro in Surveiller et punir. Da un lato, egli introduce i termini «biopotere» e «biopolitica» ‒ nel quinto capitolo di La volonté de savoir (1976) e nella lezione del 17 marzo 1976 del Cours al Collège de France intitolato Il faut defendre la société, come noto ‒ per evidenziare le modalità di cattura dei fenomeni della vita da parte di tecnologie non disciplinari del potere che invertono i codici della tanatopolitica sovranista; che mirano alla popolazione come oggetto di cura e di gestione arrischiata, aleatoria, non anticipabile, per l’autonomia delle dinamiche che la percorrono, con la predisposizione di reti giuridiche volte a costruirne le condizioni di possibilità; che svelano, infine, le trasformazioni di un potere che sempre più si scopre, in riferimento ai processi che deve governare, deterritorializzato, desovranizzato, degiuridicizzato. Dall’altro, introducendo, in particolare a partire dalla quarta lezione del Cours del 1977-78 Sécurité, territoire et population, e in più brevi, ma fondamentali, contributi degli anni 1978-79, il termine «gouvernamentalité», per indicare un fenomeno molto più complesso, la cui genealogia rimonta molto più all’indietro rispetto al secolo diciannovesimo e alla sua scoperta del «sociale» come effetto dei processi di popolazione, per mezzo del quale uscire definitivamente dall’equivoco che molti dei suoi lettori rischiavano allora (e rischiano tutt’ora) di far gravare sull’intera analitica del potere foucaultiana: «biopotere» e «biopolitica» come cifra di un’ulteriore estensione della superficie del dominio; un’estensione che dipenderebbe da una sorta di «intenzionalità»: dall’ampliarsi dei codici del potere, dal raffinarsi delle sue strategie in vista di un’ulteriore irradiazione sull’intero campo descritto dalla sua operazionalità lineare. È, questo, un fraintendimento che percorre, almeno a mio avviso, ampia parte della ricezione dei termini foucaultiani di «biopotere» e di «biopolitica». In particolar modo in Italia
C’è posto per la filosofia nella filosofia di Foucault?
Nella lezione inaugurale del corso L’Hermeneutique du sujet, Foucault identifica una soglia di differenziazione tra filosofia antica e filosofia moderna. Nella filosofia antica, il saggio non è soltanto il sapiente, il conoscere non è finalizzato soltanto alla scoperta delle strutture fondamentali del mondo. In altri termini, non c’è ancora la scissione tra soggetto e oggetto. Il pensiero non è ancora l’attività attraverso la quale la mente può rivelare i rapporti che legano gli oggetti gli uni agli altri, traducendoli in relazioni logico-matematiche. Il criterio dell’evidenza non ha ancora subordinato a sé l’attività filosofica; il sapere non è ancora al servizio esclusivo della tecnica, intesa come capacità di manipolazione degli oggetti esterni conformemente ai fini ed ai bisogni del soggetto. Di contro, in età moderna, la sophia si separa completamente dalla phronesis: se già nell’antichità l’uomo prudente, il saggio (phronimos) non doveva essere necessariamente un uomo di scienza (sophos, “savant”), il sapere dell’uomo di scienza, nella modernità, non si limita ad essere distinto, ma diventa del tutto indifferente rispetto alla capacità di guidare con saggezza la propria condotta nella vita
Pensare per costellazioni. Critica della storia e storia critica in Nietzsche e Benjamin
Nelle parole del Benjamin ventunenne risuona con vigore l’anatema nietzscheanoscagliato nella Seconda Inattuale contro una nozione bloccata, feticistica, di un passato “affossatore [non vivificatore] del presente”, oggetto di culto monumentale, antiquario, archeologico da parte di una storia e di uno storico privi della forza plastica (il che significa anche distruttiva, corrosiva, critica appunto) “di usare il passato per la vita e di tra-sformare la storia passata in storia presente” . “La storia” annota Nietzsche “degenera nel momento stesso in cui la fresca vita del presente non la anima e ravviva più” . Contro ogni forma di inerzia e passività del sapere storico, Nietzsche – che scrisse la Nascita della tragedia non per sistemarla filologicamente nel passato, ma per consentirne la rinascita attualizzante e rigeneratrice nel presente – delinea la figura di uno storico vigile e attivo, capace di stabilire costellazioni istantanee tra presente e passato affinché questo possa riesplodere, dissestandolo e riarticolandolo, nello hic et nunc
Produrre il Potere dalla Verità: Breve Genealogia del concetto di Biopolitica
Un tratto caratteristico dello stile intellettuale di Foucault è sempre stato quello di ridiscutere, contestualizzare e fornire continuamente nuovi elementi di problematizzazione degli strumenti impiegati nel suo lavoro e delle architetture metodologiche caratteristiche del suo impianto. La dedizione in tale sforzo non ha mai tuttavia assunto, per Foucault, l\u27aspetto di un chiarimento ex-post che fosse finalizzato alla restituzione di linee di coerenza o alla ricomposizione di unità tematiche supposte. Al contrario, il perpetuo lavorio del pensiero su sé stesso e la riformulazione incessante delle proprie traiettorie ha avuto per il filosofo esattamente lo scopo di tenere indefinitamente aperto lo spazio di una possibile riattualizzazione dei temi e delle poste che mano a mano affioravano nella sua ricerca, affinché continuassero a mostrare la loro rilevanza nell\u27atto presente del pensare. Rivitalizzare costantemente la superficie delle proprie riflessioni mediante un dislocamento che mostrasse il profilo, la giuntura critica del presente era, per Foucault, una necessità filosofica e umana: «il pensiero - afferma - è ciò che ci fa problematizzare ciò che siamo» (Foucault, 1984 a. p. 1431). La consapevolezza di tracciare incessantemente linee di problematizzazione di ciò che si pone come urgenza nell\u27attualità riverbera, dunque, in tutto l\u27itinerario filosofico di Foucault chiarendo la portata della relazione che egli intrattiene con la storia; rapporto che, a partire dall\u27inizio degli anni Settanta, orienta le proprie navigazioni - nel segno di Nietzsche - in senso genealogico
Utopia e Critica. L’eredità della filosofia classica tedesca nel pensiero di Adorno
Quando si parla della prima generazione della Scuola di Francoforte ci si riferisce ad autori quali Horkheimer, Marcuse, Fromm, Adorno e, anche se con i dovuti distinguo, Benjamin. Generalmente, dunque, si intende la cosiddetta Teoria Critica come un insieme di riflessioni che prendono le mosse da un preciso contesto storico, economico e culturale, vale a dire quello del tardo capitalismo avanzato, e che offrono una risposta a domande che non hanno quasi nulla a che fare con l’ordinamento sociale pre-novecentesco. La mia proposta va, invece, nella direzione opposta, ossia nella direzione di ricercare le problematiche fondamentali del pensiero di Adorno alle spalle della cosiddetta società di massa e, precisamente, nella genesi di quella grande epoca che si è soliti concepire come la filosofia classica tedesca