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I contratti a distanza in AA VV, La tutela del consumatore, in Trattato di diritto privato diretto da M. Bessone, a cura di A. Musio, P. Stanzione
I contratti a distanza in AA VV, La tutela del consumatore, in Trattato di diritto privato diretto da M. Bessone, a cura di A. Musio, P. Stanzion
Prefazione al volume AA.VV., I Non Fungible Token. Le frontiere digitali del diritto, a cura di Virgilio D’Antonio e Antonio Musio, Pacini, Pisa, 2024.
Presentazione al volume AA.VV., Innovazioni tecnologiche e scelte alimentari. Responsabilità e tutele nel mercato globale, a cura di Francesco Aversano, Prospero Di Pierro e Antonio Musio, Cacucci, Bari, 2025.
DESIGN - I laureati fuggono da Genova, regina degli stilisti navali
Intervista a Massimo MUSIO-SALE (assieme a Pola GAMBARO, Silvia PIARDI, Michela CARBONE e Simona FINESSI) sugli argomenti del titolo e sullo stato dell'arte della formazione universitaria. L'autore dell'articolo è Simonac Di Salvo. L'intervista è pubblicata sulla rivista "Liguria Business Journal", pp.24-25, ISS
TOYSTER
Satya LUBATTI is the winner of "Premio Tesi di Laurea LEONARDO 2011" supported by CONFINDUSTRIA and assigned by the President of Italian Republic, Mr. Giorgio Napolitano at Palazzo del Quirinale in Rome. This thesis work, titled TOYSTER, was been recognized for its innovation and originality in the project of a tender-craft for a huge Sail-yacht of Perini Navi Yacht Yards.
Supervisor of the thesis work was been prof. Massimo Musio-Sale, President of the master degree DESIGN NAVALE e NAUTICO.
Review "BARCHE", May/2012 ISSN 1124-3732, pp. 68-6
Corpi che non devono essere ‘Leib’
Il tema di questo volume non è un romanzo e nemmeno la serie tv che ne è stata tratta. Travalica la letteratura e l’arte cinematografica e televisiva, mettendo a nudo alcuni nodi decisivi della nostra esperienza umana: la giustizia nel suo rapporto con il potere; la fede nella sua distinzione dal fanatismo; la libertà di soggetti che restano inevitabilmente corporei e sessuati, persino nell’atto del loro odiare oltreché nei loro affetti; la democrazia, di fronte alle rivendicazioni di sopravvivenza di un potere che sempre cerca di andare al di là di quanto stabilito e concesso dai tracciati costituzionali.
Come filo conduttore, una questione in grado da sola di ridefinire tutti questi temi: quella della generazione nella sua più concreta e cruda materialità, quando una radicale crisi ecologica – secondo il tracciato da cui origina il romanzo – mette in crisi la capacità dei corpi di generare
Scheler e il senso del 'patire'. Tra bios ed ethos
In Vom Sinn des Leides, Max Scheler indaga con lucidità
fenomenologica i vissuti del dolore e della sofferenza. Chi voglia
riflettere con l’autore si trova, così, messo a confronto con una
ricerca – capace, di fatto, di ripercorrere l’intera storia del pensiero
filosofico – che mira a rintracciare i diversi atteggiamenti elaborati
dall’umanità nei confronti del soffrire, sulla base di un percorso che
dall’etica e dall’antropologia filosofica si apre alla metafisica e alla
filosofia della religione.
La tesi iniziale del saggio è rilevante: non si può dichiarare il
dolore privo di senso per il semplice fatto che esso possiede, al
contrario, un fondamentale significato nei termini di un prezioso
segnale di pericolo per la stessa dimensione vitale dell’organismo.
Nondimeno, se il filosofo tedesco comincia la sua analisi da questa
tesi, la cui importanza non può essere sottovaluta soprattutto in un
tempo come il nostro, è perché sente di non potersi arrestare a una
conclusione che da sola non appare in grado di rispondere allo scandalo
rappresentato dalla presenza stessa nel reale anche della più
elementare forma di sofferenza.
Una risposta di questo tipo non basta ed è così che avviene il
cambio di passo decisivo del volume che costringe il lettore ad abbandonare
il ‘semplice’ piano della costituzione della vita emotiva,
per guardare a un’alternativa più profonda e radicale
Il racconto delle ‘soggettività keinmal’. Biopolitica e maternità surrogata
Nel romanzo distopico Il Racconto dell’Ancella di Margaret
Atwood, la società di Gilead si fonda su una biopolitica che riduce i corpi delle Ancelle a mere funzioni biologiche e riproduttive. Donne costrette sia a subire sia a ricercare una separazione radicale dal loro corpo e dalla loro identità: l’intero sistema biopolitico immaginato da Atwood è funzionale a renderne impossibile l’esistere come soggettività personali, caratterizzate da una biografia, un nome e delle storie uniche e irripetibili da conoscere
e rispettare, e questo già nella pretesa che i corpi e i volti delle
Ancelle debbano sparire per legge in una specie di burqa figlio
di un Occidente tardo-coloniale, non ancora novecentesco, pensato per fare in modo che ciascuna appaia allo sguardo esterno indistinguibile da tutte le altre – una massa, dunque, non una comunità di persone.
Eppure, il processo di radicale estraneazione dalla corporeità
continua a essere in realtà – ed è proprio questo il fulcro della
narrazione di Atwood – un’impresa impossibile. Infatti, sebbene le Ancelle debbano cercare di dimenticare chi sono, in nome della riduzione a funzione riproduttiva vivente, il loro corpo, proprio nella sua materialità e sensorialità, rimane tuttavia inevitabilmente intrecciato alle loro esperienze
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