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The power of fiction and its controversies in Azar Nafisi’s portrayals of a new compliant nationality
According to Anderson’s positions on nation and nationalism as cultural artifacts, Azar Nafisi’s literary memoirs show a controversial case study, focused on the ambiguities of the exile discourse and of the so-called «imaginative knowledge». Through the lens of a recurring celebration of Western myths of freedom, a series of stereotypes and paradoxes will be examined, in relation to the censorship experienced by the author under the Islamic Republic of Iran. Moreover, Nafisi’s juxtaposition of political and literary perspectives will be shown as an ambivalent narrative strategy, despite her search for a true self without any ideological engagement. In the end, the explored duality between oriented dissertations and pure imaginative recreations will enable to reconsider Nafisi’s memoirs as committed depictions of a Westernized national legacy
Cosa dicono le foglie del tè? Riti e ricette di madre in figlia dalla letteratura persiana alla poesia araba contemporanea
Un samovar sempre acceso per il benvenuto e una tovaglia distesa a terra. Una cucina che odora di zafferano poco prima di una gita fuori porta. Una notte di veglia per fissare le stelle dalla terrazza proibita e un giardino colmo di alberi da frutto. Un bistrot dove ritrovarsi a leggere i fondi del tè e una stanza ai piani alti dell’harem per raccontare o ascoltare storie. Dalla Turchia al Marocco, dall’Iran al Libano, passando per Iraq, Yemen, Algeria, Tunisia ed Egitto, i precetti di un’arte culinaria tra ventre e ventre. Le letterature femminili contemporanee accolgono e diffondono echi di eredità preziose in un viaggio spolverato di spezie e chicchi di melagrana
Oltre queste mura (in)visibili: memoria, rivoluzione e straniamento nella poesia femminile irano-americana
The experience of migrations points out old tensions and affects multifaceted representations of identity. More in detail, the case of the Iranian diaspora is marked by flows of people who moved to the West before and after the outbreak of the Revolution in 1979. Furthermore, mainly after 9/11 events, the same diaspora shows a large number of female prison chronicles and memoirs focused on matters of restrictions and gender confinement under the Islamic Republic.
At a distance of forty years since the historical and traumatic divide of the Iranian Revolution, this paper aims at putting aside the Western fixation on the veil and narratives on women’s subjection, in order to investigate a selection of poems written by three Iranian-American women – Laleh Khalili, Aphrodite Désirée Navab and Persis M. Karim – who come from different careers and generations of expatriates.
Their poetical work will be explored to highlight a more subtle and vulnerable perspective of self-rewriting based on splitted imageries, memories and cultural legacies all connected with symbols of loss, estrangement and in-betweenness. The poems will be read also as spaces for each writer to recover a discourse on the past and dramatize the connection between the (re)imaginative I and the deeper, plural valency of the diasporic self
Istanbul. Dalla finestra di Pamuk
Istanbul traccia l’indagine di un’osservazione alla finestra. L’occhio di Orhan Pamuk, attraversato da bambino e adulto innocente, diviene quasi decalogo d’altre orme autorali passate e presenti, inseguimento di personaggi isolati ed esperienza della città secondo avvicinamenti e porzioni di sguardo incubatrici di silenzi, pregiudizi, censure effettive e richiami sensoriali tra quartieri e strettoie nelle pieghe inesplorate delle letterature. Il volto sdoppiato e onnipresente del Bosforo, gli effetti ciclici delle invasioni e la bellezza tragica comune agli sfondi, fanno da cassa di risonanza del ricordo e umore primigenio delle evasioni, come dei vagabondaggi. Dei nomi urbani che mutano secondo padrone. La prospettiva è di chi vive una geografia occidentale e orientale come terreno unico e molteplice, vigile alle divisioni. È la dichiarazione che afferma: «il destino di una città può formare il carattere di una persona»
Peso della libertà o repubblica dell'immaginazione? Il caso Nafisi
Una comparazione critica della visione sviluppata - e divenuta caso editoriale - dall'autrice irano-americana Azar Nafisi tra le pubblicazioni "Reading Lolita in Tehran" e "The Republic of Imagination", in ragione della domanda sulle origini della letteratura e delle controversie e contraddizioni interne all'analisi letteraria, quale proposto bacino transnazionale di un immaginario globale
Identità in transito: prove di riscrittura del sé nella memorialistica e narrativa femminile irano-americana
Negli anni che precedono e seguono la Rivoluzione Iraniana, l’esperienza delle restrizioni libertarie e delle esclusioni di genere motiva tentativi di fuga e riconquista di un’autodeterminazione. Le ondate migratorie, perlopiù verso Europa e Stati Uniti, lentamente erodono il calco delle censure, tramutando il primo esilio in patria in una condizione diasporica instabile, contrassegnata da “stati del tra” e prove confuse di (auto)definizione. Il lavoro di Giulia Valsecchi aspira ad abbattere una parete del “muro invisibile” sollevato attorno alle opere di alcune autrici iraniane espatriate – quali Azadeh Moaveni, Firoozeh Dumas, Nahid Rachlin e Porochista Khakpour – di differente retaggio e generazione. In linea con il pensiero brechtiano, che dà forma al teatro epico basato sullo straniamento, vengono presi in esame romanzi e memoirs con l’intento critico di considerare lo straniamento anzitutto come distanza d’osservazione tesa alla riscrittura identitaria. Le oscillazioni e gli sdoppiamenti del sé sembrano così predisporre ogni autrice alla revisione permanente del proprio stato di esule, ogni trama è riletta come drammatizzazione “visibile” di identità in transito
Transiti. Percorsi di scrittura femminile tra Iran e America
Negli anni che precedono e seguono la Rivoluzione Iraniana, il crescendo di atti di restrizione libertaria, di confinamento intellettuale e di genere motiva fughe e volontà di autodeterminazione. Questo scritto vorrebbe sollevare riflessioni attorno alle opere letterarie di autrici irano-americane di differenti retaggi e generazioni: “stati del tra” contrassegnati da definizioni confuse. I luoghi comuni sulla condizione femminile nella Repubblica Islamica d’Iran sono ormai tristemente noti, resi strumento di propagande che continuano a intersecare i rapporti con gli Stati Uniti d’America. Resiste, nel contempo, un terreno comune alle filigrane delle letterature erranti: una vocazione relazionale che, con l’artificio di una scrittura di ispirazione autobiografica, costruisce mediazioni, esplora quesiti e controversie che avvolgono per primi i concetti di diaspora ed esilio. Poesie, racconti, romanzi e memoir rappresentano la mappa di un’indagine in ascolto di estraneità vissute in diaspora e rielaborate come espedienti di riscrittura del sé. Oscillazioni e spaesamenti sembrano così predisporre alla revisione permanente di una condizione identitaria incerta, dove trame e lirismi figurano da drammatizzazioni visibili di transiti
Migrazioni di archetipi: tradizioni e rapimenti
Quel che resta di una trasmissione orale o scritta sono tracce multiple e mai estinte. I segni e i simboli che la rinnovano, secondo influsso e revisione dei confini di tradizione, traduzione o plagio, sono oggetto del volume collettaneo Archetypes in Literatures and Cultures – Cultural and Re- gional Studies a cura di Rahilya Geybullayeva (Baki Slavian Universiteti, Azerbaijan). Un’analisi a più voci degli attraversamenti identitari per migrazioni di archetipi nello spazio-tempo delle lettera- ture ed epopee
Homeland Dramatizations and Native Gaze Demolitions in Nahid Rachlin’s Foreigner and Porochista Khakpour’s Sons and Other Flammable Objects
Nahid Rachlin’s and Porochista Khakpour’s two novels allow to examine the strict relationship between the native writer’s eye and the representation of three symptomatic topics: I, family and homeland.
As examples of fiction by women writers born in Iran but later in their lives expatriated to the West, Foreigner and Sons and other flammable objects engage with the analysis of linguistic adjustments, misunderstandings and cultural stereotypes. More in detail, Rachlin’s and Khakpour’s plots concentrate upon an opposite diasporic transient condition, which concerns the families whose situations are portrayed.
Thus, the comparison of the two novels examines this condition as characterized by a final overturning of the I, family, homeland roles. Rachlin’s and Khakpour’s works focus on the confused perceptions of family and homeland, in order to observe the scarce faculty of the I to adjust and negotiate or demolish names, habits and foods.
The careful selection of narrative excerpts about intimate digressions, family dialogues and homeland memories supplies another focus of this paper, which explores the conflicts inside the father-son archetype and its symbolisms.
Lastly, the paper analyses the implications of writing about the need of affiliation between Iran and the West as marked by the dramatization of the I, family, homeland positions in two significant contemporary Iranian-American novels
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