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    Piani e progetti per i territori della logistica distributiva alimentare. Il caso della Regione Logistica Milanese

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    Le aziende della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) negli ultimi due decenni hanno aperto sul territorio nazionale centinaia di Centri Distributivi (Ce.Di), edifici di grandi dimensioni utilizzati per ricevere, smistare e consegnare il cibo alla rete di punti vendita. Nella Regione Logistica Milanese (RLM), il principale centro logistico italiano, ve ne sono attualmente trenta e il loro numero è in crescita. I Ce.Di si espandono in forma dispersa e, dovendo servire non solo la città di Milano ma il vasto bacino di negozi del Nord-ovest, seguono come principale criterio d’insediamento la vicinanza alla rete autostradale e la disponibilità di vasti terreni edificabili, occupando superfici precedentemente agricole. La letteratura che finora si è occupata di questi spazi nell’ambito degli studi urbani ha messo in evidenza da un lato le forme della loro innovazione tecnica e del loro efficientamento, in termini di ricerca di codificazione e standardizzazione entro una più ampia rete logistica extraterritoriale; dall'altro, il loro essere permeati di pratiche lavorative che creano forme specifiche di urbanità segnate da continue negoziazioni, tensioni e conflitti. Di meno è stato osservato l'impatto che i Ce.Di determinano sui luoghi in cui si insediano, non solo in termini di impatto sociale e ambientale ma anche, e soprattutto, in relazione alle nuove forme di urbanizzazione che essi generano al loro intorno. Il contributo che segue (concentrandosi sulla RLM e mostrando alcuni risultati di una ricerca condotta a partire dal 2021 negli spazi di due aziende della GDO nei Comuni di Liscate e Biandrate) sostiene l’ipotesi che la diffusione di queste organizzazioni spaziali generi profondi sommovimenti rispetto ai processi di urbanizzazione in corso, determinando nuove relazioni gerarchiche e nuove condizioni di centralità e marginalità. Per verificare questa ipotesi, il contributo evidenzia gli spazi maggiormente segnati dal mutamento, nella convinzione che proprio questi spazi debbano essere oggetto di nuove azioni di piano e di progetto

    Forme emergenti di urbanità nei Centri Distributivi del cibo fresco in Italia

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    Nel corso dell’ultimo decennio, le aziende della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) hanno ridefinito il proprio assetto in ragione dell’incremento della performatività, dell’efficienza e della qualità dei prodotti. I principali spazi entro i quali si è operata tale trasformazione sono stati i Centri Distributivi (Ce.Di), magazzini di grandi dimensioni utilizzati per servire i punti vendita. Oggi, in Italia, ve ne sono oltre 450. Il contributo descrive questa emergenza e diffusione, evidenziando da un lato le relazioni territoriali che i Ce.Di stanno costruendo alle diverse scale, dall’altro le forme di urbanità che essi affermano attraverso una crescente densità e varietà di usi degli spazi ad essi interni ed esterni. L’ipotesi più generale riguarda quindi il rilievo che i Ce.Di assumono rispetto alle trasformazioni della città, in termini di relazioni sociali ed economiche, infrastrutturali e ambientali

    Mutamenti negli spazi della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) del cibo fresco. Santa Palomba, Roma

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    Negli ultimi due decenni la logistica della distribuzione del cibo fresco ha subito profondi processi di trasformazione volti all’incremento della performatività. Questo è principalmente avvenuto attraverso una sempre maggiore automazione della supply chain. In Italia, un ruolo fondamentale lo hanno rivestito le aziende della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) che, nell’ultimo decennio, hanno aperto centinaia di nuovi Centri Distributivi (Ce.Di.) localizzati in aree strategiche per servire i propri punti vendita. La letteratura che finora se ne è occupata ha principalmente osservato la loro decontestualizzazione ed extraterritorialità, fino a riconoscere in essi i nodi di una macchina automatizzata facente capo ad una rete globale capace di funzionare (quasi) senza l’essere umano. Parallelamente, un’osservazione, per molti aspetti opposta, sta iniziando a raccontare i Ce.Di. come spazi ibridi, ove le pratiche legate al lavoro creano forme specifiche di urbanità segnate da negoziazioni, tensioni, conflitti. L’ipotesi di questo scritto è che la varietà di pratiche che caratterizzano questi spazi e la pluralità di attori e politiche mobilitate progressivamente modifichino l’assetto dei Ce.Di. e le loro relazioni con gli ambienti ad essi circostanti. A partire da questa ipotesi, il testo che segue cerca di cogliere alcuni gradi di trasformazione che coinvolgono gli spazi dei Ce.Di. alle diverse scale, da quella dell’edificio a quella territoriale, con implicazioni rilevanti sull’architettura, la mobilità e la residenzialità nei contesti in cui gli spazi si collocano. Per far questo, il contributo racconta alcuni esiti di una ricerca condotta a partire dall’autunno del 2021 presso tre aziende della GDO a Santa Palomba, Roma

    Oltre il cratere, ripensare le relazioni tra aree esterne ed interne della Sardegna

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    Il “cratere” è una figura ricorrente nella letteratura sulla Sardegna. Usato per descrivere le dinamiche demografiche e socioeconomiche che caratterizzano l’isola, il cratere suggerisce la compresenza di due distinti territori che corrono a velocità diverse: uno che si distende lungo la costa, dove sono collocati anche i principali centri urbani, le maggiori infrastrutture della mobilità, del lavoro, del turismo e del welfare, ed uno interno, più lento e marginale rispetto a tutto quanto sta fuori. In ragione di uno studio sulle condizioni demografiche, economiche e sociali dell’isola e della loro attuale spazializzazione, l’articolo propone un ripensamento della figura del cratere, che appare troppo semplice, troppo immediata, troppo esaustiva. Ciò che infatti emerge è una figura più problematica e incerta, più sfrangiata, fatta di continue compenetrazioni tra ciò che può essere astrattamente ascritto ad un interno e ad un esterno. Una figura fatta di continue sovrapposizioni di tempi e ibridazioni di fenomeni. Fatta soprattutto di “spazi membrana”, attorno ai quali si avviluppano caratteristiche proprie dell’interno e dell’esterno. Spazi che non sono pertanto riconducibili a dei confini: hanno uno spessore, sono mobili, dinamici, innervano delle potenzialità in ragione del loro essere inseriti all’interno di molteplici sistemi generatori. Individuare questi “spazi membrana”, rappresentare il loro sistema di relazioni, significa selezionare spazi di transizione ove attivare azioni: le membrane sono le aree prioritarie del progetto

    Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis

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    The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed

    Gonadotropin-releasing hormone (GnRH) antagonist plus recombinant luteinizing hormone vs. a standard GnRH agonist short protocol in patients at risk for poor ovarian response.

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    Various studies have compared the efficacy of GnRH agonists (GnRH-a) and antagonists (GnRH-ant) for controlled ovarian stimulation (COS) in women undergoing IVF. Nevertheless, few data are available about the use of GnRH-ant in poor responders. Here, a flexible protocol providing a gradual increase in the dose of GnRH-ant in association with recombinant LH (rec-LH) administration is compared with the standard GnRH-a flare-up protocol in 133 women at risk for poor ovarian response. The mean number of metaphase 2 oocytes (primary end point) was significantly higher in the antagonist group (5.73 +/- 3.57 vs. 4.64 +/- 2.23, respectively; P<.05)
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