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    A zig-zag fuori dal labirinto. Luigi Malerba viaggiatore sedentario.

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    La complessità dei cronotopi artistici, ossia quel labirintico intersecarsi di piani spaziali e temporali che Bachtin ci suggerisce, è una costante della narrativa malerbiana. Gli scenari geografici che fanno da sfondo alla quasi totalità dei romanzi di invenzione di Malerba, pur presentati come reali, tendono però a scomporsi in luoghi immaginari, per il tramite di una «paradossale relazione tra materialità e immaginazione» . Ma nei testi di viaggio (Cina Cina , Il viaggiatore sedentario, Città e dintorni) l’attenzione sembra più rivolta a una oggettività documentaristica che si distacca dal relativismo conoscitivo dell’autore, pur coincidendo, «perché non sempre la linea più breve fra due punti è la retta» , in un costante zig-zagare fatto di continue digressioni e deviazioni concrete e assai poco immaginarie. Il viaggiatore sedentario in particolar modo, la cui sedentarietà è da intendersi, come ci suggerisce Malerba, nella mutazione del concetto stesso di viaggio che «non è più un percorso ma una partenza e un arrivo» , può anche essere letto come un tentativo di ritorno all’ordine

    Sectoral systems of innovation and production in developing countries

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    Analysis of the features and dynamics of a variety of sectoral systems in several developing countries

    Luigi Malerba tra funzione Verga e modello Visconti

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    Malerba è una reietta, protagonista d’una delle novelle più disperate di Verga. E Malerba è lo pseudonimo che sceglie per sé il ventenne Luigi Bonardi quando dirige la rivista cinematografica «Sequenze» (1949-51), fondata a un anno dall’uscita del viscontiano La terra trema. Non cambierà più nome. Luigi Malerba firmerà sceneggiature (tra cui La Lupa di Lattuada nel 1953), film, racconti, romanzi: una produzione disparata, in parte riconducile allo sperimentalismo del Gruppo 63, ma influenzata dalla poetica verghiana cui molto deve il cinema neorealista. Nella sua narrativa, in particolare, diventa evidente il proposito di mostrare le metamorfosi cui vanno incontro i «vinti» e le sembianze ch’essi assumono in una contemporaneità talora senza tempo, perché ai margini della storia come nella Scoperta dell’alfabeto (1963), oppure in un passato che è specchio di un’attualità feroce, per esempio nel Pataffio (1978). L’intervento si concentra sulla raccolta Dopo il pescecane (1979), che nella prima edizione presenta una quarta di copertina ricalcata sulla prefazione ai Malavoglia: «Questa serie di racconti mimetici [...] ci mettono sotto gli occhi un quadro della catastrofe sociale nella quale siamo chiamati a vivere, o a sopravvivere. Il consigliere delegato, il primario ospedaliero, l’aspirante mafioso, lo scippatore, l’ufologo, il marito femminista, il gorilla, l’inventore della dieta semiotica, il soggettista cinematografico, sono altrettanti tasselli di una tipologia sociale ad ampio raggio che aspira a edificare un sistema a rovescio, condizionato dai vizi e dai traumi». Malerba compie un passo avanti rispetto al punto in cui Verga si era fermato: sono diverse le classi sociali osservate e, di conseguenza, le tecniche narrative; ciò che resta immutato è la volontà di descrivere un campionario umano di avidità ed egoismi, che consumano gli individui nell’illusione del progresso fino a trasformarli tutti in «vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e annegati»

    Dentro il labirinto. Autoreferenzialità e intertestualità in Luigi Malerba. II

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    Solo raramente le letture critiche intorno all'opera di Luigi Malerba hanno preso in considerazione la questione delle fonti o dell'intertestualità, e hanno piuttosto confermato l'immagine di un autore autoreferenziale, soprattutto in virtù della propria originalità all'interno del panorama narrativo del secondo Novecento. Questo saggio intende dimostrare che tale autoreferenzialità deve essere in parte ridimensionata: se infatti Malerba cita di preferenza se stesso, è anche possibile rintracciare nei suoi testi una vasta rete di fonti e precisi rimandi a opere altrui (Svevo, Pirandello, Borges, Marquez). La volontà dell'autore di celare i propri modelli, peraltro, rientra in una precisa poetica e in una personalissima idea del romanzo.Rarely, critical readings of Luigi Malerba's work have considered the question of the sources or, more generally, of intertextuality, confirming instead the image of a self-referential author, due especially to his remarkable originality within the narrative survey of late twentieth century. This essay aims to suggest that this self-referentiality should be verified and, at least, partly reconsidered. In fact, whereas on the one hand, Malerba refers mostly to himself, repeating his own themes, scenes, characters, and language, on the other hand, in his works it is possible to find out a wide network of documentary sources, and accurate and provable references to works of other authors, such as Svevo and Pirandello or Borges and Marquez. Also, it is possible to suppose that the author's will to conceal his models is suitable to a precise poetic and answers to a precise idea of the novel function as well.ope

    LA NARRATIVA DI LUIGI MALERBA TRA TESTUALITÀ, GENERI E RICEZIONE

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    La presente tesi di dottorato è dedicata al rapporto che l’opera narrativa di Luigi Malerba (Berceto 1927 – Roma 2008) ha intrattenuto con le forme brevi dagli esordi fino alla fine della sua lunga attività letteraria. Ho premesso ai capitoli più analitici del mio lavoro un capitolo più introduttivo, nel quale ho affrontato la questione della presenza di Malerba nel canone letterario del Novecento italiano, analizzando l’evoluzione della sua poetica e tentando una panoramica della sua ricezione critica negli ultimi decenni. Nel secondo capitolo ho analizzato Le lettere di Ottavia (1956), il primo tentativo letterario di Malerba, insieme alla Scoperta dell’alfabeto (1963) e alle Rose imperiali (1974), rispettivamente la raccolta d’esordio e la seconda raccolta di racconti pubblicate dell’autore. Il capitolo successivo prosegue nella disamina stilistica e tematica del corpus dei racconti di Malerba, prendendo in esame le altre raccolte pubblicate in vita: Dopo il pescecane (1979), Testa d’argento (1988) e Ti saluto filosofia (2004) – insieme a Sull’orlo del cratere, pubblicata postuma nel 2018. Sul piano dei contenuti, le quattro raccolte offrono una rappresentazione coerente della borghesia italiana del secondo dopoguerra. Il capitolo finale cerca di definire ulteriormente la fisionomia del Malerba narratore breve considerando il suo interesse di lungo corso per la scrittura indirizzata ai lettori più giovani, un aspetto spesso tralasciato dalla critica. La scelta di collocare Malerba nel solco dell’illustre tradizione italiana del narrare breve, che dalle novelle medievali arriva, nel Novecento, fino ad autori come Zavattini, Calvino, Moravia e Celati, è stata compiuta nella speranza di trovare una pista critica che si intrecciasse alle letture neoavanguardiste e postmoderniste della sua opera e che mi permettesse, infine, di aggregare il suo caso all’affascinante dibattito intorno al ruolo occupato dalle forme brevi nel canone letterario italiano contemporaneo.My doctoral dissertation focuses on the production of Luigi Malerba (Berceto 1927 – Roma 2008) as a writer of short forms from the early stages to the end of his literary career. The introduction situates him within the Italian literary canon of the 20th century by describing the evolution of his poetics through the years and giving an overview of the critical reception of his oeuvre in recent decades. In the second chapter I analyse Le lettere di Ottavia (1956), the author’s first effort as a literary writer, together with La scoperta dell’alfabeto (1963) and Le rose imperiali (1974), respectively his debut and second collection of short stories. The third chapter continues the stylistic and thematic examination of Malerba’s work as a short-story writer by taking into consideration the other collections published by the author before his death: Dopo il pescecane (1979), Testa d’argento (1988), Ti saluto filosofia (2004), along with Sull’orlo del cratere (2018), posthumously published. On the content level, these four collections of short stories could be read as different moments in a consistent representation of the Italian middle class of the second half of the century. The final chapter aims to integrate the critical portrait of Malerba outlined in the previous chapters by considering his enduring interest in writing literature for younger readers. This is a significant feature of his literary activity– often overlooked by the critics – which draws attention once again to the pivotal role played by short forms in his oeuvre. Situating Malerba within the illustrious tradition of Italian short narrative from the medieval novella to 20th century storytellers such as Zavattini, Calvino, Moravia and Celati indicates a way of reading his works beyond avant-garde and postmodern interpretations, bringing them into the critical debate around the position of short forms in the Italian literary canon of the last century

    Parole, immagini e silenzio: la sceneggiatura di Carpi e Malerba per «Corpo d’amore» (1972)

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    La sceneggiatura di Corpo d’amore (1972), primo film girato da Fabio Carpi, nasce dal sodalizio con Luigi Malerba e risente degli interventi dell’autore emiliano: la sua capacità d’invenzione linguistica si dispiega attraverso una tessitura verbale che lascia pochi fotogrammi privi di dialogo. Tratto comune nella narrativa di Malerba e nella pellicola di Carpi è infatti la mancata comunicazione, secondo un modello beckettiano, che genera una paradossale inversione di funzioni: i fotogrammi, che potrebbero narrare per via iconica, sono ostaggio dei dialoghi, mentre le parole deputate alla conversazione si risolvono nel silenzio
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