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    Alterazioni lipidiche postprandiali nel diabete tipo 2: ruolo del diabete di per sé e valutazione di differenti approcci nutrizionali

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    Le alterazioni del metabolismo lipidico postprandiale sono strettamente correlate al rischio di malattie cardiovascolari. Tali alterazioni sono molto frequenti nel diabete tipo 2 e in altre condizioni caratterizzate da insulino-resistenza, come ad esempio nell’obesità. Tuttavia non è chiaro il ruolo del diabete di per sé nel determinismo di tali alterazioni. Considerata l’importanza delle alterazioni lipoproteiche in fase postprandiale è necessario individuare le strategie terapeutiche più idonee per la loro correzione. Tra gli approcci terapeutici finalizzati alla correzione delle alterazioni lipoproteiche in fase postprandiale la dieta può avere un effetto particolarmente vantaggioso. Pertanto, al fine di chiarire queste problematiche, gli scopi della linea di ricerca che ho seguito durante il corso di Dottorato sono stati: 1. Valutare gli effetti indipendenti dell’obesità e del diabete tipo 2 sulla lipemia postprandiale e sull’attività delle lipasi del tessuto adiposo (Studio 1, pubblicato su Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Disease 2008). 2. Valutare gli effetti degli acidi grassi monoinsaturi vs gli acidi grassi saturi della dieta sulla lipemia postprandiale e sulle lipasi del tessuto adiposo nel diabete di tipo 2 (Studio 2, pubblicato su Clinical Nutrition 2008). 3. Valutare gli effetti a medio termine di diete a diverso contenuto in carboidrati e fibre sulla lipemia postprandiale e sulle lipasi del tessuto adiposo in pazienti con diabete tipo 2 (Studio 3, inviato a Diabetologia). 4. Valutare gli effetti di alimenti funzionali arricchiti in fibre vegetali, acidi grassi n-3, folati, betaglucani e tocoferoli in soggetti con lievi alterazioni del metabolismo lipidico (Studio 4). Studio 1. Hanno partecipato allo studio 10 soggetti con diabete tipo 2 ed obesità, 11 soggetti solo con obesità e 11 soggetti sani normopeso, tutti con normali livelli plasmatici a digiuno di trigliceridi e di colesterolo. Prima e per le 6 ore successive ad un pasto test ricco in grassi sono stati effettuati prelievi ematici per la determinazione dei livelli di colesterolo, trigliceridi, apoB-48 ed apo B-100 nelle lipoproteine del plasma, separate mediante ultracentrifugazione in gradiente di densità discontinuo. L’attività della LPL a digiuno e postprandiale (dopo 6 ore) è stata determinata in campioni agobioptici di tessuto adiposo sottocutaneo addominale. La sensibilità insulinica è stata determinata mediante clamp euglicemico iperinsulinemico. I soggetti obesi-diabetici e i soggetti obesi presentano un simile grado di adiposità (IMC, circonferenza vita, massa grassa) e di insulino-resistenza (M e M/I). Essi similmente mostrano anche una maggiore concentrazione postprandiale di trigliceridi nelle VLDL grandi (Area incrementale dei trigliceridi: 188±28 e 135±22 mg/dl•6 ore) rispetto ai controlli (87±13 mg/dl•6ore, M±ES, p<0.05). Gli obesi-diabetici mostrano valori significativamente più alti di trigliceridi nei chilomicroni postprandiali rispetto agli obesi e ai controlli (area incrementale dei trigliceridi:132±23 vs. 75±14 e 107±20 mg/dl•6 ore). L’attività del LPL risulta significativamente ridotta nei soggetti diabetici rispetto agli obesi e ai controlli. Studio 2. 11 pazienti con diabete tipo 2 hanno seguito, secondo un disegno randomizzato di tipo cross-over, due diete isoenergetiche, una ricca in acidi grassi monoinsaturi (SAFA 8%, MUFA 23%) ed un'altra ricca in acidi grassi saturi (SAFA 17%, MUFA 15%) per un periodo di 3 settimane ciascuna. Alla fine di ciascun periodo di dieta, sono stati effettuati prelievi ematici seriali a digiuno e per 6 ore dopo un pasto test ricco in grassi per la determinazione di colesterolo e trigliceridi nel plasma e nelle diverse lipoproteine. L’attività della LPL e della HSL e la loro espressione genica sono state determinate in campioni agobioptici di tessuto adiposo sottocutaneo addominale a digiuno e 6 ore dopo il pasto. Non si sono riscontrate differenze statisticamente significative nella tolleranza lipidica postprandiale, eccetto che per le aree incrementali dei trigliceridi delle VLDL piccole che risultano significativamente ridotte dopo la dieta ricca in MUFA (-13.6±4.7 vs. -2.2±3.8 mg/dl•6ore, p<0.005) e per la risposta dei chilomicroni, che risulta più alta 2 ore dopo il pasto somministrato alla fine della dieta ricca in MUFA rispetto a quella ricca in SAFA. L’attività della LPL e dell’HSL del tessuto adiposo sono più alte dopo la dieta ricca in MUFA. Studio 3. 18 pazienti con diabete tipo 2 hanno seguito, secondo un disegno randomizzato di tipo cross-over, due diete isoenergetiche, una relativamente ricca in carboidrati, fibre e a basso indice glicemico (Dieta Mediterranea) ed un’altra ricca in MUFA, povera in CHO e fibre e ad alto indice glicemico (Dieta povera in CHO) per un mese ciascuna. Alla fine di ciascun trattamento dietetico sono stati valutati i livelli di lipemia postprandiale dopo un pasto test di composizione simile al trattamento dietetico in corso e le attività della LPL e della HSL in campioni agobioptici di tessuto adiposo addominale. La dieta Mediterranea è capace di ridurre significativamente la risposta postprandiale sia dei trigliceridi che del colesterolo dei chilomicroni (area incrementale postprandiale col: 2.00.3 vs. 3.20.6 mg/dl6h, Tg: : 6331 vs. 9151 mg/dl6h, p<0.05), rispetto ad una dieta relativamente povera in CHO e ricca in MUFA. Anche durante la vita reale i livelli di trigliceridi misurati domiciliarmente con reflettometro sono risultati essere più bassi del 30% 3 ore dopo pranzo dopo la dieta Mediterranea rispetto alla dieta ricca in MUFA. Inoltre la dieta Mediterranea ha determinato rispetto alla dieta ricca in MUFA: 1) una riduzione significativa del picco glicemico nella prima parte del periodo postprandiale, dell’area incrementale postprandiale e della variabilità glicemica; 2) una riduzione significativa dell’insulina postprandiale , suggerendo un miglioramento dell’azione insulinica; 3) una riduzione significativa dei livelli di LDL colesterolo. Dai risultati dello studio sembra che le attività lipasiche del tessuto adiposo non vengano influenzate in maniera importante dai due differenti trattamenti dietetici. Studio 4 . 16 soggetti sani con lieve iperlipidemia hanno seguito una dieta contenente prodotti da forno arricchiti in principi attivi da testare (acidi grassi n-3, folati, betaglucani e tocoferoli ) o una dieta di controllo contenente gli stessi prodotti ma non arricchiti in principi attivi, per un periodo di 4 settimane secondo un disegno di tipo cross-over randomizzato. Alla fine di ciascun trattamento è stato somministrato un pasto test di composizione simile al trattamento dietetico in corso (contenente i prodotti da forno con o senza gli ingredienti attivi) e sono stati eseguiti a digiuno e dopo il pasto test prelievi per la determinazione del colesterolo e dei trigliceridi nel plasma e nelle principali frazioni lipoproteiche, glicemia, insulinemia. Alla fine delle due diverse diete è stato inoltre effettuato un test per la valutazione del senso di sazietà (Visual Analogue Scale). L’inserimento in una dieta equilibrata di alimenti arricchiti con dosi moderate di acidi grassi ω-3 a corta e a lunga catena, betaglucani, folati e tocoferoli è in grado di ridurre i livelli plasmatici dei trigliceridi e tale effetto si esplica sia a digiuno con una riduzione dell’11% sia nella fase postprandiale con una riduzione del 6%. Nella fase postprandiale tale riduzione riguarda principalmente la frazione dei chilomicroni (media postprandiale). Gli alimenti da noi utilizzati hanno anche determinato una riduzione significativa dell’omocisteina. La dieta con alimenti funzionali induce inoltre alla fine del pasto una riduzione significativa del senso di fame con conseguente aumento di quello di sazietà. Questo maggiore effetto saziante degli alimenti utilizzati in questo studio è particolarmente evidente nella parte più tardiva della fase postprandiale (5a-6a ora). Gli alimenti arricchiti nei vari principi attivi sono stati accettati dai volontari senza alcuna difficoltà. Le conclusioni principali che si possono trarre da questi studi sono: 1) L’insulino-resistenza gioca un ruolo fondamentale nel determinismo delle alterazioni lipidiche postprandiali riguardanti le lipoproteine ricche in trigliceridi di origine epatica (VLDL). Il diabete, indipendentemente dalla presenza di obesità, si associa ad alterazioni lipidiche postprandiali che riguardano le lipoproteine ricche in trigliceridi di origine esogena (chilomicroni). 2) Una ridotta attività della lipasi lipoproteica del tessuto adiposo è presente solo nei pazienti con diabete tipo 2 e sembra avere un ruolo fondamentale nel determinismo delle alterazioni delle lipoproteine di origine esogena in fase postprandiale che si osservano in questi pazienti. 3) Una dieta ricca in acidi grassi monoinsaturi, rispetto ad una ricca in acidi grassi saturi, non determina effetti particolarmente favorevoli sul metabolismo lipidico postprandiale. Infatti determina un aumento precoce dei chilomicroni che, però, viene rapidamente controbilanciato da un aumento dell’attività della LPL del tessuto adiposo. 4) Una dieta relativamente ricca in carboidrati, ricca in fibre e a basso indice glicemico influenza positivamente le alterazioni lipidiche postprandiali dei pazienti con diabete tipo 2. Questi effetti non dipendono da modifiche sostanziali delle attività lipolitiche del tessuto adiposo. 5) L’utilizzo di alimenti funzionali arricchiti in principi attivi può rappresentare un utile mezzo per facilitare l’implementazione di una dieta sana con effetti vantaggiosi sul metabolismo

    Joint position statement on "Nutraceuticals for the treatment of hypercholesterolemia" of the Italian Society of Diabetology (SID) and of the Italian Society for the Study of Arteriosclerosis (SISA).

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    AIM: Evidence showed that LDL-cholesterol lowering is associated with a significant cardiovascular risk reduction. The initial therapeutic approach to hypercholesterolemia includes dietary modifications but the compliance to recommendations is often inadequate. Some dietary components with potential cholesterol-lowering activity are present in small amounts in food. Therefore, in recent years the use of "nutraceuticals" (i.e., nutrients and/or bioactive compounds with potential beneficial effects on human health) has become widespread. Such substances may be added to foods and beverages, or taken as dietary supplements (liquid preparations, tablets, capsules). In the present manuscript, the cholesterol-lowering activity of some nutraceuticals (i.e. fiber, phytosterols, soy, policosanol, red yeast rice and berberine) will be discussed along with: 1) the level of evidence on the cholesterol-lowering efficacy emerging from clinical trial; 2) the possible side effects associated with their use; 3) the categories of patients who could benefit from their use. DATA SYNTHESIS: Based on the current literature, the cholesterol-lowering effect of fiber, phytosterols and red yeast rice is consistent and supported by a good level of evidence. Over berberine, there is sufficient evidence showing significant cholesterol-lowering effects, although the results come from studies carried out almost exclusively in Asian populations. Data on the effects of soy are conflicting and, therefore, the strength of recommendation is quite low. The evidence on policosanol is inconclusive. CONCLUSION: Although health benefits may arise from the use of nutraceuticals with cholesterol-lowering activity, their use might be also associated with possible risks and pitfalls, some of which are common to all nutraceuticals whereas others are related to specific nutraceuticals

    Vitamin D supplementation in patients with diabetes mellitus type 2 on different therapeutic regimens : a one-year prospective study

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    Background Little or no research has determined the effect of vitamin D3 supplementation in conjunction with pharmacological and non-pharmacological approaches in the diabetes mellitus type 2 (DMT2) patients. The objective of this study was to determine the effect of vitamin D3 supplementation in a cohort of Saudi DMT2 population on diet, insulin and/or different oral hypoglycemic agents and compare them with a non-DMT2 control cohort. Methods A total of 499 randomly selected Saudi subjects divided into 8 groups [Non-DMT2 Control = 151; Rosiglitazone alone = 49; Diet = 15; Insulin alone = 55; Insulin + Orals = 12; Metformin alone = 121; Oral agents combination = 37; Sulphonylurea alone = 59] were included in this 12-month interventional study. All DMT2 patients were given 2000 IU vitamin D3 daily, while the control group received none but were advised to increase sun exposure. Anthropometrics, glucose, lipid profile and 25-hydroxyvitamin D (25-OHVitD) were measured at baseline, 6 and 12 months. Results Circulating 25-OHVitD concentrations improved in all patient groups. The metformin group showed the highest change in circulating vitamin D levels both at 6 months (62.6%) and 12 months (50.6%) as compared to baseline (p < 0.001). No significant changes were observed in the BMI and glucose in any of the DMT2 groups. In contrast, the insulin + oral agents group showed more significant improvements in the metabolic profile, which included triglycerides and total cholesterol, as well as systolic blood pressure and HDL-cholesterol in males. Also, significant decreases in triglycerides were observed in the rosiglitazone and insulin + oral hypoglycemic agent groups both at 6 and 12 months of supplementation (both p-values <0.001). Conclusion While in all DMT2 groups circulating levels of 25-OHVitD increased after supplementation, in DMT2 patients on insulin in combination with other drugs benefitted the most in improving cardiovascular risk. Metformin improves 25-hydroxyvitamin D levels but did not seem to confer other added cardiometabolic benefits. Keywords: Vitamin D; Vitamin D supplementation; Diabetes mellitus; Anti-diabetes therapie

    Effectiveness of treat-to-target strategy for LDL-cholesterol control in type 2 diabetes: post-hoc analysis of data from the MIND.IT study.

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    Background: The paper presents a post-hoc analysis of the intensity of dyslipidaemia care operated in the first 2 years of Multiple-Intervention-in-type-2-Diabetes.ITaly (MIND.IT) study.Design and methods: MIND.IT is a multicentric, randomized, two-parallel arm trial involving 1461 type 2 diabetic patients at high cardiovascular (CV) risk. The study compares the usual care (UC) of CV prevention with a multifactorial intensive care (IC) approach aiming at achieving target values for the main CV risk factors according to a step-wise treat-to-target approach.Results: Proportion of patients on target for low-density lipoprotein cholesterol (LDL-C) was about 10% at baseline and increased significantly more with IC than UC (43 vs. 27%; p < 0.001). However, the majority (57%) of patients, in this intended intensively treated cohort, failed to achieve the proposed target. Average LDL-C decreased from 144 ± 35 to 108 ± 31 mg/dl with IC and from 142 ± 28 to 118 ± 32 with UC (p-for-interaction <0.0001). IC was associated with a significantly greater increase in statin prescription and lower withdrawal from treatment than UC (43 vs. 11% and 28 vs. 61%, respectively; both p < 0.001). However, the new treatments were characterized in both groups by the use of low starting doses (≤10 mg of atorvastatin, equivalent dose in more than 90% of patients) without increase in case of missed target.Conclusions: The application of a multifactorial treat-to-target intervention is associated with a significant improvement in LDL-C beyond usual practice. However, the change in LDL-C appears to be more related to an increased number of treated patients and a decreased treatment withdrawal than to a true treat-to-target approach
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