7 research outputs found

    Experimental Investigation of Magnetohydrodynamic Instabilities in a Magneto-Plasma-Dynamic Thruster

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    An extensive experimental investigation has been carried out in order to understand the role of magnetohydrodynamic (MHD) instabilities on the reduced performance of Magneto-Plasma-Dynamic (MPD) thrusters when operating at high current. MPDs are electromagnetic plasma accelerators, currently under investigation as a possible, high-power electric propulsion option for primary space missions, whose thrust efficiency is limited by the onset of critical regimes observed when the current rises beyond a threshold value. Recently, it has been found (Zuin M. et al.,Phys. Rev. Lett., 95 (2004) 225003) that in these devices large-scale MHD helical kink mode instabilities develop, with m/n = 1/1 azimuthal and axial periodicity, and that the critical current condition is well described by the Kruskal-Shafranov criterion. In this paper the spatial structure of the kink has been reconstructed by magnetic and electrostatic probes and the results of two photomultiplier arrays, 16 channels each, collecting total radiation in the range 350–850 nm, confirm the helical structure of a kink with nonuniform pitch

    Commento al primo libro del 'Contra Symmachum' di Prudenzio

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    A circa un ventennio di distanza dalla questione de ara Victoriae (384), che vide contrapporsi il senatore pagano Simmaco (rel. 3) e il vescovo di Milano Ambrogio (epist. 73), si colloca il Contra Symmachum (o Contra orationem Symmachi secondo parte della tradizione manoscritta) di Aurelio Prudenzio Clemente. La sua peculiare configurazione in due libri di diseguale lunghezza e contenuto, la apparente divergenza fra gli scarni riferimenti cronologici interni al testo e la difficoltà riscontrata dalla critica nell’individuare l’avvenimento o la situazione che abbia motivato la composizione dell’opera sono solo alcune delle caratteristiche che rendono il Contra Symmachum un testo enigmatico. Soltanto il secondo libro dell’opera consiste in una confutazione metodica della relatio tertia di Simmaco; il primo presenta invece i tratti di un encomio dell’operato dell’imperatore Teodosio e di un’invettiva rivolta contro il culto delle divinità tradizionali di Roma, e per questo ha suscitato minore interesse da parte della critica. Il presente lavoro ha lo scopo di fornire un testo criticamente rivisto, una nuova traduzione italiana e un commento linguistico-letterario, oltre che filologico, al primo libro del Contra Symmachum, per portare in luce gli aspetti che legano l’opera alla congerie culturale che ne ha motivato la stesura da parte di Prudenzio, con particolare attenzione al problematico rapporto con la poesia di Claudiano e Paolino di Nola

    Populonia, un mosaico e l'iconografia del naufragio

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    Elizabeth J. Shepherd, Populonia, un mosaico e l'iconografia del naufragio, p. 119-144. Prendendo spunto dal riesame di un mosaico di età tardorepubblicana trovato a Populonia nel 1842, raffigurante un fondo marino popolato di pesci in cui è inserita una rara scena di naufragio, l'A. svolge alcune considerazioni sull'iconografia del naufragio nell'antichità, e propone che nel mosaico debba essere vista una scena affine agli ex-voto. L'A. riconsidera anche gli scarni dati noti sull'edificio di provenienza, situato sull'acropoli di Populonia, avanzando dubbi sull'interpretazione tradizionale con una villa marittima e proponendo invece di riconoscervi una parte della sistemazione monumentale urbana a terrazzamenti.Shepherd Elizabeth J. Populonia, un mosaico e l'iconografia del naufragio. In: Mélanges de l'École française de Rome. Antiquité, tome 111, n°1. 1999. pp. 119-144

    Progettare a colori: la policromia “costitutiva” nell’architettura gotica in Toscana

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    L'abbondanza di materiali lapidei di pregio disponibili in vari colori ha offerto sin dall'Antichità la possibilità di attuare decorazioni policrome utilizzando pietre e marmi toscani. Nel Medioevo questo diviene, a partire precocemente dalla prima età romanica, una delle tematiche, a livello tecnico, compositivo, ma anche più latamente estetico e culturale, che l'arte toscana rende propria, e che nello spazio di poche generazioni finisce per diventare non solo un tratto costitutivo della produzione artistica in questa regione, ma anche una vera e propria prassi progettuale, procedimento che qui si analizza nel suo sviluppo. La decorazione policroma, infatti, mostra di nascere in uno con la struttura di un edificio, e ciò viene a far parte, in età gotica, dei processi di cantiere registrati dai contratti e dalle fonti grafiche, alla base della costruzione dei più grandi edifici gotici toscani, a Siena, a Firenze a altrove. Con il Trecento, questa peculiare modalità progettuale 'figurativa' dell'architettura va a contrapporsi ai più scarni e tecnicistici metodi messi a punto Oltralpe, dove, al contrario di quanto avveniva in Italia centrale, architetti e scultori o altri artisti figurativi avevano ormai carriere separate e specifiche. Finanche i residui documenti progettuali lì conservati mostrano una chiara opposizione ai sistemi operati in Italia. Di tale fenomeno lo studio evidenzia le origini e indica le conseguenze a livello tipologico ed estetico fino a tutto il Trecento, andando a chiarire la peculiarità stilistica e tecnica del Gotico italiano attraverso la riscoperta della sua originale progettualità

    Rorgone Fretello e le due redazioni della Descriptio de locis sanctis

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    This paper presents and discusses the poor biographical data available on Rorgo Fretellus, the author of a successful topography of the Holy Land, dated back to the first half of the 12th century (Descriptio de locis sanctis). It also offers an overview of the two known redactions of the Descriptio, framing the main aspects related to their manuscript tradition, their reception and their publishing history. While the first redaction, dedicated to the Bohemian bishop Henry Sdyck, is preserved in six codices, the second, which is destined for the Spanish earl Rodrigo of Toledo and whose Fretellian authorship is discussed and confirmed in this paper, enjoyed greater success: it is transmitted by forty-two witnesses and constitutes the source of subsequent geographical works regarding the Holy Land. A comparison of the critical texts of the two prologues is provided in the appendix, in order to offer an insight into the changes made from the first to the second version of the Descriptio.L’articolo presenta e discute gli scarni dati biografici disponibili su Rorgone Fretello, autore di una fortunata topografia della Terra Santa della prima metà del XII secolo (Descriptio de locis sanctis), e offre un quadro relativo alle due redazioni note dell’opera, inquadrando i principali aspetti legati alla loro tradizione manoscritta, alla ricezione e alla storia editoriale. Mentre la prima redazione, dedicata al vescovo boemo Enrico Sdyck, conta sei codici, la seconda, che è destinata al conte spagnolo Rodrigo di Toledo e di cui in questa sede viene discussa e confermata la paternità fretelliana, godette di maggiore successo: essa è trasmessa da quarantadue testimoni e costituisce la fonte di successive opere geografiche sulla Terra Santa. In appendice si fornisce un confronto tra i testi critici dei due prologhi, allo scopo di offrire un saggio delle modifiche messe in atto nel passaggio dalla prima alla seconda redazione della Descriptio

    Il periodo Golasecca II presso la necropoli della Ca’ Morta di Como: documentazione integrale dei corredi, revisione dei dati di scavo e analisi dei contesti per un progetto di edizione scientifica del sepolcreto

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    Allo stato attuale delle conoscenze, la necropoli della Ca’ Morta è per l’abitato protostorico di Como la principale area sepolcrale, sia per numero delle sepolture sia per durata d’uso, che va dalla fine dell’età del Bronzo fino al passaggio alla seconda età del Ferro (X-IV sec. a.C.); costituisce dunque una delle principali fonti documentarie per la conoscenza della facies orientale o comasca della cultura di Golasecca, sia nella sua specificità, sia in relazione alle facies golasecchiane occidentale (Golasecca - Sesto Calende - Castelletto Ticino) e a quella alpina o leponzia, oltre che nelle relazioni con gli altri ambiti culturali coevi (principalmente Etruschi, Celti transalpini hallstattiani, Veneti e Reti). La Ca’ Morta era una cascina lungo la strada provinciale (attuale via Varesina), nei campi intorno alla quale si effettuavano di tanto in tanto rinvenimenti di tombe a cremazione. Il nome fu poi utilizzato per denominare tutta la serie di gruppi di tombe scoperti a più riprese subito a occidente dell’arco di dossi tra la via Varesina e le pendici settentrionali della collina di Grandate. Questi gruppi di tombe si estendevano per oltre un chilometro in direzione nord-sud e costituivano la grande necropoli meridionale dell’abitato dei dintorni di Como. Le prime scoperte ricordate sono avvenute nel 1842 nel cavare sabbia in comune di Rebbio: in una tomba vennero alla luce una situla di bronzo decorata a puntini sbalzati, oggi perduta, e il celebre corredo da toilette in argento massiccio con laminette d’oro. Altre tombe furono scoperte nel 1885 durante la costruzione della ferrovia Como-Varese tra Grandate e Rebbio (fra cui la tomba con il coperchio in lamina bronzea decorata a sbalzo e a bulino), nel 1888 presso la Cascina Due Porte, nel 1890 a Breccia in un fondo presso la via Varesina, nel 1909 nel campo dei fratelli Molteni presso la Ca’ Morta. A partire dal 1916 e fino al 1936 le scoperte si intensificarono nelle numerose cave di sabbia e ghiaia aperte nella zona (cave Manzoni, Ballerini, Frangi e Catella poi Cremona, Gini, e infine Butti verso il crotto di Lazzago, dove fu scoperta la tomba del Carro). Negli anni ’20 e ’30, pur in assenza di forme regolari di controllo dei lavori di cava, l’interessamento alle scoperte occasionali da parte di mons. Baserga e dell’ing. Giussani permise il recupero di importanti materiali e notizie su un certo numero di tombe. Dal 1955 fino al 1978 la Società Archeologica Comense, in accordo con la Soprintendenza Archeologica della Lombardia e fino al 1974 sotto la direzione del prof. F. Rittatore Vonwiller, ha esercitato un’attività di controllo dei lavori di cava (cave Ballerini, Bianchi, Frey, Dalla Zuanna, Ferretti) ed alcune limitate porzioni dell’area sono state oggetto di prospezione più o meno sistematica (area IACP). Attualmente l’area, da tempo sottoposta a una forte pressione di espansione edilizia e quasi completamente edificata, ha esaurito le sue potenzialità archeologiche. I materiali, di proprietà civica e statale, sono conservati presso il Civico Museo archeologico P. Giovio di Como. Le tombe della Ca’ Morta per le quali esiste documentazione o una qualche segnalazione sono 326, a cui bisogna aggiungere alcuni gruppi di tombe di cui non si conosce il numero preciso. Considerati il numero di tombe scoperte nei diversi anni, il numero delle cave e l’intensità dei lavori estrattivi a seconda dei periodi, si può ipotizzare che il numero complessivo delle tombe della necropoli della Ca’ Morta non fosse inferiore alle 1500 unità. I 4/5 delle tombe sono state distrutte senza che ne rimanesse traccia. Nonostante la Ca’ Morta sia stata scavata a più riprese dalla metà dell’Ottocento fino agli anni ‘70 del Novecento, ancora non esiste una pubblicazione scientifica integrale dei contesti all’infuori che per il periodo Golasecca IIIA (DE MARINIS 1981). Per quanto riguarda il periodo Golasecca II, la letteratura consta del lavoro di Rittatore sugli scavi degli anni 1955-1965 (RITTATORE 1966), sostanzialmente inutilizzabile (contesti solo parzialmente editi e con rilievi non corretti, contraddittorietà dei dati rispetto alle pur scarne relazioni di scavo, problematicità di alcune associazioni non coerenti...) e di poche altre pubblicazioni che richiamano singoli contesti (Età del Ferro a Como; DE MARINIS 1988; ID. 2000). Le principali fonti documentarie originali consistono in taccuini e relazioni ufficiali di scavo, dai contenuti molto succinti e talora tra loro non coerenti, negli inventari di consegna dei reperti (anch’essi problematici); scarni e di limitato dettaglio sono i dati planimetrici e topografici. Lo studio dei contesti del Golasecca II è il primo step di un progetto di edizione di tutto il sepolcreto. Fondamentale punto di partenza è un primo momento di riconsiderazione complessiva dei materiali conservati presso il museo Giovio, svolto negli anni ’90 da parte del prof. Raffaele de Marinis in occasione del riallestimento delle collezioni da lui curato. I corredi riferibili al VI sec. a.C. sono circa 80, pari a circa un terzo delle tombe dell’intero sepolcreto; la consistenza degli insiemi è eterogenea e variabili sono anche le condizioni di conservazione: parte dei materiali è restaurata (in alcuni casi si tratta di interventi datati e dilettanteschi), ma su molti di essi nessuno è mai intervenuto né sono mai stati documentati graficamente. Il restauro preliminare (esclusivamente a fini documentari) dei fittili frammentati ha pesantemente rallentato le operazioni di documentazione dei reperti. In occasione delle giornate di studio di Zurigo si presenterà una sintesi dei primi risultati acquisiti, finalizzata a presentare alcuni aspetti dei corredi del periodo Golasecca I
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