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L'Europa alla (ri)scoperta della Persia: mercanti, avventurieri e religiosi alla corte dei Safavdi
La Persia ha da sempre rappresentato un’attrattiva per le potenze europee, sia dal punto di vista economico, sia quale alleato politico-militare strategico in funzione anti-ottomana, soprattutto durante la dinastia safavide (1501-1736). Il fatto che l’impero fosse attraversato da una delle diramazioni della Râh-e abrīšam – la via della Seta – lo rendeva meta di mercanti, in special modo italiani e francesi, alla ricerca di sete, tessuti e gioielli, che avrebbero poi costituito la base di un gusto “orientale” – non anco-ra “orientalista” – una moda, seppur temporanea, che affascinerà non solo le corti, ma anche parte del-la borghesia. Quale alleato strategico sarà invece meta di diplomatici e di avventurieri, i quali, in cam-bio di moderne armi, cercheranno di conquistarsi la fedeltà degli Šāh al potere nel tentativo di realizza-re gli interessi nazionali delle corone europee. Ma la Persia, forte del suo retaggio storico, eserciterà una forza di attrazione anche sul piano culturale. Il desiderio di mutua conoscenza, in un moto biuni-voco – Occidente vs Oriente e viceversa – che si realizzerà attraverso i viaggiatori/mercanti, ma anche grazie agli ordini religiosi mendicanti, inaugurerà una collaborazione duratura che si dipanerà nel corso dei secoli, sino a caratterizzare – sebbene nelle difficoltà di vicende a noi coeve – le relazioni tra l’Iran e l’Europa anche nella contemporaneità
Ricerca sul campo e passato recente in America Latina, tra storici e testimoni
L’intervento intende presentare alcuni nodi problematici su cui si è riflettuto in seguito a un’esperienza, del tutto conclusa, di ricerca sul campo nel Cono Sud – Cile e Argentina in particolare - e destinazioni d’esilio latinoamericano in alcune capitali europee (1998 – 2006). Ci troviamo nell’ambito della denominata storia recente cilena e argentina, compresa grosso modo nella cornice temporale delle dittature militari degli anni Settanta e Ottanta del Novecento e le transizioni alla democrazia degli anni Novanta-Duemila.
Tra le varie fonti utilizzate nello studio di determinati eventi e processi (come golpes, violazioni ai diritti umani, esilio) emergono per rilevanza le testimonianze orali, vere e proprie fonti ‘autoprodotte’ dallo storico, che stimolano una rinnovata e per quanto possibile rigorosa riflessione sul rapporto tra lo studioso e il suo oggetto di studio, nonché sulle procedure e le metodologie della sua ricerca. Il contesto latinoamericano degli ultimi quarant’anni si presta pertanto come ‘pretesto’ di riflessione, in termini più generali, su questioni di metodo. All’interno di un contenitore di domande ampio e articolato - talvolta non così dissimile da quella che si presume costituisca l’ossatura di qualsiasi lavoro di ricerca - vorrei concentrarmi su un aspetto in particolare, quello della presunta distanza dal proprio oggetto di studio, e maggior ragione considerando la mia appartenenza alle ‘storie di area’. In altri termini, vorrei proporre alcune considerazioni, spesso sotto forma di domanda aperta, sul mio essere “outsider”, per nazionalità e formazione culturale, rispetto all’area tematica e geografica prescelta. Le domande/considerazioni verranno articolate grazie a specifici riferimenti al rapporto con le testimonianze orali, raccolte durante la ricerca di campo e decodificate successivamente: Il rapporto coi testimoni, in particolare, costituirà il nucleo centrale di una serie di interrogativi di carattere etico, politico, deontologico, insiti in tutte le fasi del lavoro: dalla raccolta delle testimonianze alla loro trascrizione, decodifica, uso e diffusione finale, nonché eventuali punti di contatto/comunicazione con esponenti delle proprie storiografie nazionali che con simili tipologie di fonti si sono misurati
Sviluppo sostenibile e storia internazionale: riflessioni storiografiche, problemi metodologici e visioni politiche
Questo saggio si pone due obiettivi principali. Il primo è una ricostruzione storiografica che segue due linee principali: la ricerca storica più recente sul concetto di sviluppo sostenibile e gli studi che collegano i temi che lo caratterizzano ad altri processi storici, in particolare l'evoluzione delle organizzazioni internazionali e dell'integrazione europea. Il secondo è una rilettura di alcuni concetti chiave per la storia internazionale, tenendo conto della penetrazione dello sviluppo sostenibile, come visione e come insieme di obiettivi politici, nell'Onu, nell'Oecd, nella Ce/Ue e in altre istituzioni internazionali. Partendo da alcune questioni metodologiche che introducono il problema complesso del rapporto dello storico con l'evoluzione delle idee e con la loro ricezione da parte degli attori politici, il saggio descrive, nelle sue tappe principali, il percorso storico dello sviluppo sostenibile; le sue declinazioni da parte di politici e funzionari; gli obiettivi, i contorni e persino il lessico che accompagnano questa idea (sicurezza ambientale, bene naturale globale, capitale naturale, qualità della vita, crescita economica, human security)
Ricerca sul campo e passato recente in America Latina, tra storici e testimoni
L’intervento intende presentare alcuni nodi problematici su cui si è riflettuto in seguito a un’esperienza, del tutto conclusa, di ricerca sul campo nel Cono Sud – Cile e Argentina in particolare - e destinazioni d’esilio latinoamericano in alcune capitali europee (1998 – 2006). Ci troviamo nell’ambito della denominata storia recente cilena e argentina, compresa grosso modo nella cornice temporale delle dittature militari degli anni Settanta e Ottanta del Novecento e le transizioni alla democrazia degli anni Novanta-Duemila.
Tra le varie fonti utilizzate nello studio di determinati eventi e processi (come golpes, violazioni ai diritti umani, esilio) emergono per rilevanza le testimonianze orali, vere e proprie fonti ‘autoprodotte’ dallo storico, che stimolano una rinnovata e per quanto possibile rigorosa riflessione sul rapporto tra lo studioso e il suo oggetto di studio, nonché sulle procedure e le metodologie della sua ricerca. Il contesto latinoamericano degli ultimi quarant’anni si presta pertanto come ‘pretesto’ di riflessione, in termini più generali, su questioni di metodo. All’interno di un contenitore di domande ampio e articolato - talvolta non così dissimile da quella che si presume costituisca l’ossatura di qualsiasi lavoro di ricerca - vorrei concentrarmi su un aspetto in particolare, quello della presunta distanza dal proprio oggetto di studio, e maggior ragione considerando la mia appartenenza alle ‘storie di area’. In altri termini, vorrei proporre alcune considerazioni, spesso sotto forma di domanda aperta, sul mio essere “outsider”, per nazionalità e formazione culturale, rispetto all’area tematica e geografica prescelta. Le domande/considerazioni verranno articolate grazie a specifici riferimenti al rapporto con le testimonianze orali, raccolte durante la ricerca di campo e decodificate successivamente: Il rapporto coi testimoni, in particolare, costituirà il nucleo centrale di una serie di interrogativi di carattere etico, politico, deontologico, insiti in tutte le fasi del lavoro: dalla raccolta delle testimonianze alla loro trascrizione, decodifica, uso e diffusione finale, nonché eventuali punti di contatto/comunicazione con esponenti delle proprie storiografie nazionali che con simili tipologie di fonti si sono misurati
Mafia and Union. Once Upon a Time, America
The essay historically examines the relationship between the Mafia and labor unions in the United States, focusing on those personalities who contributed most, in the history of America in the 20th century, to countering the growing infiltration of organized crime into the union world. The analysis focuses on the contribution provided, between the 1930s and the 1960s, by Thomas Dewey, District Attorney in New York since 1935, and Bobby Kennedy, first as legal adviser for the first Senatorial Commission of Inquiry into organized crime and corruption in labor unions and later as head of the Justice Department in his brother John Fitzgerald Kennedy’s administrationIl saggio esamina storicamente il rapporto tra mafia e sindacato negli Stati Uniti, concentrandosi sulle personalità che maggiormente hanno contribuito, nella storia del ‘900 americano, al contrasto delle crescenti infiltrazioni della criminalità organizzata nel mondo sindacale. Focus dell’analisi è il contributo fornito, tra gli anni ‘30 e gli anni ‘60 del secolo scorso, da Thomas Dewey, dal 1935 procuratore distrettuale a New York, e da Bobby Kennedy, dapprima nel ruolo di consulente giuridico della prima Commissione di inchiesta senatoriale su criminalità organizzata e corruzione in ambito sindacale e poi alla guida del Dipartimento di Giustizia nell’amministrazione del fratello John Fitzgerald Kennedy
L'Europa alla (ri)scoperta della Persia: mercanti, avventurieri e religiosi alla corte dei Safavdi
La Persia ha da sempre rappresentato un’attrattiva per le potenze europee, sia dal punto di vista economico, sia quale alleato politico-militare strategico in funzione anti-ottomana, soprattutto durante la dinastia safavide (1501-1736). Il fatto che l’impero fosse attraversato da una delle diramazioni della Râh-e abrīšam – la via della Seta – lo rendeva meta di mercanti, in special modo italiani e francesi, alla ricerca di sete, tessuti e gioielli, che avrebbero poi costituito la base di un gusto “orientale” – non anco-ra “orientalista” – una moda, seppur temporanea, che affascinerà non solo le corti, ma anche parte del-la borghesia. Quale alleato strategico sarà invece meta di diplomatici e di avventurieri, i quali, in cam-bio di moderne armi, cercheranno di conquistarsi la fedeltà degli Šāh al potere nel tentativo di realizza-re gli interessi nazionali delle corone europee. Ma la Persia, forte del suo retaggio storico, eserciterà una forza di attrazione anche sul piano culturale. Il desiderio di mutua conoscenza, in un moto biuni-voco – Occidente vs Oriente e viceversa – che si realizzerà attraverso i viaggiatori/mercanti, ma anche grazie agli ordini religiosi mendicanti, inaugurerà una collaborazione duratura che si dipanerà nel corso dei secoli, sino a caratterizzare – sebbene nelle difficoltà di vicende a noi coeve – le relazioni tra l’Iran e l’Europa anche nella contemporaneità
John Kenneth Galbraith e la seduzione della politica (1908-2006)
Il saggio ricostruisce la biografia politica di John Kenneth Galbraith, brillante economista e intellettuale irriverente, che, nel corso di una vita lunga quasi un secolo, ha affiancato alcune delle personalità politiche più significative della storia degli Stati Uniti e contribuito a scrivere pagine di assoluta rilevanza della politica estera americana: collaboratore, nelle più svariate vesti, di Franklin Delano Roosevelt, Adlai Stevenson, John Fitzgerald Kennedy e Lyndon B. Johnson, “Zar dei prezzi” durante la seconda guerra mondiale, a colloquio con Albert Speer e i gerarchi nazisti dopo il maggio del 1945, ambasciatore in India e amico di Jawaharlal Nehru, professore nelle più prestigiose Università americane, giornalista e icona dei movimenti di contestazione a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Questi, ed altri ancora, i tratti di una imponente biografia politica della quale il saggio intende ricostruire i passaggi cruciali, sulla base del dibattito storiografico più recente e di un ampio spettro di fonti primarie.The essay analyses the political biography of John Kenneth Galbraith, a brilliant economist and nonconformist intellectual, who, during his almost century-long life, collaborated with some of the most significant political figures in 20th century US history and co-authored many important pages of United States foreign policy: he worked with Franklin Delano Roosevelt, Adlai Stevenson, John Fitzgerald Kennedy and Lyndon B. Johnson, was the “Price Czar” during the Second World War, interviewed Albert Speer and the nazi leaders after May 1945, served as ambassador to India and became Jawaharlal Nehru’s friend, was a professor at the best American Universities, journalist and reference point of many anti-war and protest movements at the end of the ‘60s. This essay will analyse these and other passages of Galbraith’s prominent political biography, based on the most recent historiographical debate as well as on a variety of primary sources
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