1,721,086 research outputs found

    Materia-autore = Author-Matter

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    The etymology of the word author refers to an act of creation, an act of augmentation, from the Latin verb augere. Author instantiates creation, the expansion of the pre-existing. In 1967 Roland Barthes declared the death of the author in his famous essay to state once more that the crisis is that of the author as a single subjectivity and as a term that condenses prestige, undermined by the de-subjectivation strategies of automatism, fortuity and fragmentation of the historical avant-gardes, as well as by the machinic act and by the reproducibility of the second avant-gardes. Fifty years after Barthes’ paradigmatic formula, this lack of authorship appears to be a successful brand. The ten- sions between the anomie of matter, the law that establishes authorship and the economy that makes the work pos- sible, invoke discordant perspectives. Artists make the self-destruction of their work the real work, and appeal is made for the demolition of architectures, whether by a recognised author or not, in order to re-design, or better still, re-claim the territory. Artificial intelligence consolidates its logics and its design by progressively shedding human ingenuity. The space of criticism becomes, finally, increasingly ephemeral. However, there is an acceptation of criti- cism that is, rather than an individual ‘signature’, an exploration and explanation of how design makes theory. The binomial author-matter seeks to mark these tensions and contradictions: the featured term author is main- tained to underline the persistence of that prestigious subjectivity, at the very moment when the rhetoric of “mat- ter as an author” promises other forms of authorship

    Luce contro luce

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    The author deals with a phenomenology of the exhibiting as seen trough the prism of lighting. He traces different régimes of visibility, questioning their ability to produce knowledge ("enlighten") of certain objects beyond their merely aesthetic presentation. He thus proposes a genealogy of different types of lighting, mentioning figures of thoughts and works by, among others, Eisenstein, Dalì, Pasolini; with special reference to Merlau-Ponty's phenomenology

    La forma impervia: "Birkenau", pittura e enunciazione estrema

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    Nell’ormai affermato campo disciplinare degli ‘studi sul trauma’, il rapporto tra esperienza traumatica e immagine o opera d’arte è stato al centro di una importante linea di riflessione. Al cuore dell’esperienza traumatica, esperienza estrema per antonomasia, vi è infatti il paradosso di un nucleo esperienziale la cui smisuratezza produce, in luogo di un’esperienza assimilata e traducibile in immagine memoriale, una inassimilabilità che impedisce una distanziazione dal passato e una elaborazione in forma di ricordo. Il presente che emana dal passato traumatico è nachträglich perché non viene solo ‘dopo’ ma anche ‘in relazione a’ un passato che lo ingombra, secondo il doppio portato semantico del nach freudiano. Questo paradosso memoriale è un campo di interrogazione cruciale per le forme artistiche e per la loro possibilità di testimoniare, non tanto quel nucleo esperienziale - comunque ‘mancante’ e impossibile da ‘rappresentare’ -, bensì il suo tratto di dismisura, la sua inassimilabilità. Il testo prende avvio dall’importante dibattito francese dei primi anni duemila intorno alla questione dell’‘irrappresentabilità’ dell’orizzonte esperienziale della Shoah e alle immagini dell’universo concentrazionario, per concentrarsi poi sull'opera "Birkenau" dell'artista Gerhard Richter, che rielabora le fotografie al centro di quel dibattito, al fine di interrogare le loro implicazioni testimoniali e il paradossale tentativo di prendere in carico all’interno dell’orizzonte del senso ciò che più radicalmente ‘nega il senso’

    El cuerpo y la memoria

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    Body and memory: Muriel by Alain Resnais Muriel, a film by Alain Resnais, came out in cinemas more than forty years ago but the questions it raised still affect our present. The film concerns the "time of a return": that of Alphonse who visits his ancient lover Hélène, but also Bernard's return, coming back from his military service in Algeria. In both cases we face what Paul Ricoeur calls "wounded memory": the past events cannot gain the distance guaranteed by remembrance, but are still active and constantly clutched to the present. How can an aesthetic text show the traumatic past active in the present maintaining, at the same time, its overwhelming status? Muriel – hence its efficacy – builds up a proper "exercise of intra-textual memory" inviting the viewer to catch - 'under' a series of apparently incongruous figures - a net of figuratively deeper relationships. Through this 'exercise' Muriel autonomously "thinks" the role of torture in a never declared colonial war, whose repressive apparatus was founded on the "state of exception" allowing the transgression of constitutional guarantees in the colony. The film gives concrete figurative form to this complex ideological discourse, showing that the apparently far and separate dimensions of violence and abuse and the apparently 'innocent' dimension of everyday life are deeply embedded in one another on the base of a figural common root

    Ferite. Il corpo e la carne nell'arte della tarda modernità

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    Il libro si interroga sul ‘ritorno’ della ferita nell’arte della modernità avanzata come mera figura somatica, ormai svincolata dalla solida economia narrativa che l’ha accompagnata lungo la storia dell’immagine cristiana e persino dalle proiezioni simboliche tipiche della body art o dell’azionismo. Come nell’azione del 1971 in cui l’artista californiano Chris Burden, del tutto impassibile, è ferito al braccio da un colpo di fucile, così in una parte delle arti visive dagli anni Novanta e oltre, una ferita sempre più isolata, ostentata ed autonoma delinea un cortocircuito tra corpo-involucro – luogo di intellegibilità collettiva e di possibile messa in comune, sul cui volto e nei cui gesti si articolano forme passionali offerte alla condivisione – e quel sostrato biologico che chiamiamo carne, fondo in cui si dispiegano le dinamiche opache del vivente, i ritmi e le scansioni della vita nella sua mera tenuta biologica. Nella prima parte, la performance di Burden viene indagata a partire dal montaggio anacronistico con alcune fucilazioni della pittura moderna; ciò consente di cogliere un processo che è pienamente all’opera nella pittura di Manet, laddove una crisi profonda sembra investire le potenzialità espressive di un volto e di un corpo sempre più apatici, mentre gli accidenti della carne accedono via via all’orizzonte del visibile. Ciò introduce ad una definizione strutturale della ferita di cui - a partire da un’analisi lessematica - si reperiscono i tratti semici topologici e aspettuali, chiarendo l’articolazione semiotica tra ferita e involucro corporeo, un’articolazione già indagata dalla semiotica del corpo (Fontanille). La seconda parte indaga, attraverso l’analisi semiotica di un corpus di opere degli anni Novanta e oltre, le figure di un corpo ancora capace di sperimentare la non-coincidenza che lo attraversa, ovvero la disgiunzione tra il corpo come deposito identitario e luogo di intellegibilità collettiva ed il suo sostrato biologico. Lungi dal coincidere con un motivo iconografico o una figura data a priori, la ferita è allora il luogo di un’operazione che traccia la linea di giunzione e di articolazione tra corpo e carne. Più che un oggetto, un oggetto teorico che si declina in una pluralità di investimenti figurativi - dal grido, alla piega, alla piaga vera e propria – ed è indagato tracciando una costellazione di opere contemporanee ed interrogando la memoria visiva che le attraversa. La medesima disgiunzione tra corpo-involucro e carne è al centro della semantica del corpo che struttura la riflessione sulla biopolitica dell’ultimo Foucault. Ripercorrendone alcuni aspetti si indaga la possibile relazione tra le manifestazioni della ferita nell’arte tardo-moderna e quel regime biopolitico che il filosofo francese definisce come l’assunzione delle dinamiche del vivente (quell’uomo-specie che Foucault oppone all’uomo-corpo) nell’orizzonte del sapere e del potere. La terza parte, infine, prende in esame le opere di alcuni artisti nelle quali l’eccedenza della carne viene neutralizzata attraverso diverse strategie testuali, prefigurando così una ‘doppia chiusura’ (Esposito) del corpo tardomoderno

    L’inachevé toujours là : Figurabilité et montage chez Berlinde De Bruyckere

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    L'articolo si colloca nell'orizzonte della semiotica delle arti di matrice greimasiana. L'analisi si concentra sull'installazione dell'artista fiamminga Berlinde de Bruyckere intitolata "In Flanders Fields" (1999-2000), eseguita in collaborazione con il museo della città dedicato alle battaglie del fronte occidentale della prima guerra mondiale e rielaborante alcune foto di archivio rappresentati carcasse di cavalli nelle vie del paese durante le battaglie. L'articolo esplora la portata testimoniale dell'opera, a partire dal ruolo semiotico sia dei documenti fotografici, sia dell'atlante di lavoro che l'artista assembla sul muro del suo atelier di cui si evidenzia un cruciale ruolo di elaborazione legato al montaggio visivo e che va ben al di là dello statuto di mera 'immagine-fonte'. A partire dall'idea di forma-atlante, si sottolinea come l'assemblaggio di documenti visivi - sia tratti dall'universo mediale contemporaneo, che dalla documentazione fotografica del primo conflitto mondiale - permetta di attivare il potenziale figurale che circola tra quelle immagini e che caratterizzerà anche le sculture finali dell'artista, sottoposte a un significativo lavoro di spoliazione figurativa. Questa indagine è compiuta mobilitando ambiti di riflessione semiotica e concetti operazionali come quelli di figurale e figuratività profonda o astratta, assieme agli studi di Louis Marin sul 'neutro' e sull'idea di una incompiutezza di statuto non genetico ma generativo che è costitutiva dell'opera d'arte e cui il titolo dell'articolo si riferisce. Specifica attenzione è data anche alle dinamiche figurali operanti in modelli di montaggio visivo pertinente, primo tra tutti quello deuta'.ll'atlante di immagini di Aby Warburg, convocato qui non solo come modello generale di montaggio, bensì a partire dalla specifica presenza delle figure di cavalli nella tavola 56 dedicata alle pathosformel della 'caduta': questo permette di esplorare le complesse strategie semiotiche attraverso le quali questa opera mette in atto un lavoro di rielaborazione memoriale rispetto all'orizzonte traumatico degli episodi più cruenti della Grande Guerra nella regione, episodi che hanno visto, tra l'altro, il primo uso di armi chimiche su vasta scala. The methodological and epistemological horizon of the article falls under the realm of a semiotics of the art as proposed in the tradition of French generative semiotics. The analysis focuses on the installation of the Flemish artist Berlinde de Bruyckere entitled "In Flanders Fields" (1999-2000), carried out in collaboration with the city's museum dedicated to the battles of the Western Front of the First World War and reworking some archival photos depicting horse carcasses in the streets of the village during the battles. The article explores the testimonial significance of the work, starting from the semiotic role of both the photographic documents and the working atlas that the artist assembles on the wall of her atelier. the paper highlights a crucial role of visual montage that goes well beyond the status of those pictures as mere 'sources'. Starting from the idea of an atlas-form, we underline how the assemblage of visual documents - both taken from the contemporary media universe and from the photographic documentation of the First World War - allows to activate the figural potential that circulates among those images and that will also characterize the artist's final sculptures, subjected to a significant work of figurative spoliation. This investigation is carried out by mobilizing several semiotic operational concepts such as those of the 'figural' and deep or abstract figurativeness, together with Louis Marin's studies on the 'neutral' and on the idea of an incompleteness with a non-genetic but generative statute that is constitutive of the work of art and to which the title of the article refers. Specific attention is also given to the figural dynamics operating in relevant models of visual montage, first of all Aby Warburg's atlas of images, summoned here not only as a general model of montage, but according to a specific presence of the figures of horses in its table 56 dedicated to the Pathosformel of the 'fall'. The paper thus allows to explore the complex semiotic strategies through which the work of art enacts a memorial working through, with respect to the traumatic horizon of the bloodiest episodes of the Great War in the region, episodes that saw, among other things, the first large-scale use of chemical weapons

    Ri-velare l'archivio. Su "Onkel Rudi" di Gerhard Richter

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    L'articolo analizza il quadro di Gerhard Richter "Onkel Rudi", un ritratto dello zio in uniforme della Wehrmacht, esplorando come la cooperazione tra semiotica plastica e figurativa dà qui luogo a una riflessione in forma visiva su quel tratto tipico del nazionalsocialismo che gli storici e filosofi politici hanno definito "incorporazione"
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