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    Los confines del mundo. Historia del cosmopolitismo desde la Antiguedad hasta el siglo XVIII

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    The book reconstructs the complex history of the cosmopolitan ideal from the great laboratory of the classical philosophy to the 18th century debate, in which the ideal of world citizenship took for the first time the concrete socio-political meaning that still dominates the reflection about the new order of globalization.El libro reconstruye el complejo desenlace del ideal cosmopolita desde el punto de vista de la historia del pensamiento, partendo de aquel gran laboratorio filòsofico che fue la edad clasica para arribar al analìsis del debate del siglo XVIII en cuyo ambito, por primera vez, el idel de la ciudadania del mundo va adquirendo el caràcter de proyecto politico-social que aùn hoy domina la reflexiòn sobre el nuevo orden de la globalizaciò

    LA RESPONSABILITÀ DI PROTEGGERE E I SUOI OPPOSITORI (recensione a LUCA SCUCCIMARRA, Proteggere l’umanità. Sovranità e diritti umani nell’epoca globale, Il Mulino, Bologna, 2016)

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    Recensione critica dell'opera di Luca Scuccimarra, Proteggere l'umanità. Sovranità e diritti umani nell'epoca globale, Il Mulino, Bologna, 2016.Critical Review of Luca Scuccimarra's Work, Protecting Humanity. Sovereignty and Human Rights in the Global Era, Il Mulino, Bologna, 2016

    Ideology and its Critique

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    The thematic section of this issue of «Scienza & Politica» is focused on the problem of ideology. It is assumed that, though in the last decades its end has been repeatedly announced, ideology is still alive. Within the processes of globalization, the references to ideology and its critique regain a central place both in historical research and in political theory. Ideology and its critique seems to be strictly bounded with each other since the origin of the concept, which aimed to pave the way for a new understanding of the world and of the language adopted to name it. The critique of ideology, therefore, has historically been a contestation - performed by particular subjects - of a way of interpreting the world scientifically, thus legitimating the existing relationships of power

    Il popolo corporativo del fascismo. Aporie e variazioni

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    There is no need to recall that the very newspaper Benito Mussolini started his career as a Fascist with was headed “Il Popolo d’Italia”, to agree with Federico Finchelstein’s argument on the genetic link between fascism and populism, as part of a historical continuum that, whilst reversible and still viable, originated in post-WWI Italy and affected the "transatlantic" 20th century. From a political point of view, however, Italian fascist experience was not confined to the leader/crowd dialogue, patriotic sacralized politics, subversive “anti-elitist” appeals, and other traits of the populist choreography which formed the distictive political liturgy made known by Mosse and Gentile. Indeed, the defining political feature brought about by Italian Fascism, the one that was supposed to replace political franchise with an all-encompassing representation the people in its concrete entirety - and which in fact was for some years the theme of a successful cultural foreign policy on a transnational level - was its authoritarian brand of corporatist organicism. Corporatist “people” was not an indeterminate unity; authoritarian corporatism assumed a structured, organized and de-politicised people, defined by hierarchically arranged social affiliations. Corporatist “people” was shaped by intermediate bodies, and was not trusted to act politically, unless governed. The ambivalences of Fascist populism might therefore be worth of further investigation. In this contribution a tentative historical semantics of the concept of “people” is presented, starting with a reconsideration of Giuseppe Bottai’s works, then analysing some of the debates generated in his journals (Critica Fascista and Archivio di studi corporativi especially), and finally taking into account its legacy across the post war – and post-fascist – decades.l popolo-in-guerra, alla base della concezione del fascismo era definito dalle sue virtù di obbedienza e passiva subordinazione; lo stesso popolo-in-guerra, per essere tale, doveva essere anche compatto, integrato, composto gerarchicamente nelle sue parti a formare l’unità della nazione. Alle adunate oceaniche di folle plaudenti, specchio dell’assoluta centralità della guida carismatica del duce su un “popolo” atomisticamente composto da unità indistinte, facevano da contraltare le parate in occasione delle festività civili, formate da gruppi ordinati, diversificati e organizzati, riflesso della secolarizzazione di ethos e ordinamento militare. Esse, nella loro stessa conformazione, allestivano ed enfatizzavano la coordinazione organica delle parti di cui si voleva essere costituita la forza del regime. L’aporia insita nel “popolo” in grigioverde ma evanescente del fascismo, il nesso simmetrico e contraddittorio di plebiscitarismo e organicismo corporativo, lo statalismo polverizzato nelle categorie, sono figure del Behemoth dai piedi di argilla con cui il fascismo italiano ha dato il suo drammatico contributo alla storia della politica del Novecento

    Donna Italia

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    Nel saggio viene analizzata l'allegoria femminile di Italia nel lungo periodo, a partire dalla sua formalizzazione operata da Cesare Ripa, mediante l'utilizzo di materiali provenienti dalla classicità e dalla letteratura medievale. L'immagine così realizzata viene pubblicata nel volume Iconologia, dato alle stampe nella Roma del primo Seicento. Ripercorrendo le successive stagioni della cultura dell'età moderna il saggio giunge a esaminare l'utilizzo dell'allegoria di Italia durante la stagione risorgimentale, nel periodo post-unitario fino alla nascita della Repubblica (1946). Tale analisi viene condotta con la disamina di materiali diversi, iconografici e letterari. Emerge così il significato sempre nuovo, anche se sempre improntato da una forte valenza politica, che la figura femminile di Italia – inalterata nei suoi tratti più generali – assume, in relazione alle diverse congiunture in cui si trova a essere impiegata.[...

    Luca Scuccimarra, Proteggere l'umanità

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    L’intervento umanitario, se da un lato rappresenta solo l’ultima tappa di un epocale ridimensionamento del principio particolaristico della sovranità degli stati e della inviolabilità delle loro frontiere - che ha funzionato dalla pace di Vestfalia fino alla nascita delle Nazioni Unite - dall’altro si configura come eccezione, o consapevole tentativo di rifondazione di un ordine giuridico internazionale non più vincolato al solo rispetto delle norme attestanti il divieto dell’uso della forza nelle relazioni tra Stati, così come sancito da un manipolo di articoli della Carta delle Nazioni Unite

    Introduzione

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    Trent’anni fa, nell’arco di cento fatidici giorni, furono uccisi in Ruanda più di 800.000 civili, in un massacro indiscriminato che ancora oggi scuote le coscienze per le sue proporzioni quantitative e le efferate modalità di svolgimento. Tra le lezioni che la comunità internazionale ha tratto dal genocidio dei tutsi in Ruanda rientra anche la convinzione che per spezzare il circuito autoalimentantesi della violenza di massa occorre fare i conti con la complessa trama di azioni e omissioni, abusi compiuti e violazioni subite, avvalendosi di una variegata serie di strumenti di cui sono parte integrante e sostanziale le politiche della memoria. Costruire una memoria condivisa delle tragedie del passato rappresenta tuttavia una sfida impegnativa, che richiede, oltre all’impegno costante delle istituzioni locali e internazionali, il coinvolgimento attivo della cittadinanza, anche attraverso il ricorso a strumenti di elaborazione artistica del passato, come la letteratura e il cinema. Il volume si propone, appunto, di dare conto di alcuni dei principali problemi sollevati da questa direttrice della giustizia di transizione, attraverso un itinerario di lettura che dalla composita eredità memoriale del genocidio ruandese giunge sino a quella, decisamente più controversa, del massacro degli armeni, passando per la memoria di altri momenti-chiave della storia novecentesca della violenza di massa: le politiche di assimilazione forzata delle popolazioni indigene in America del Nord, Australia e Nuova Zelanda e la guerra sporca combattuta dal regime di Videla contro studenti e studentesse inermi, colpevoli solo di voler lottare per un futuro migliore. E ciò nella convinzione che continuare a ricordare le tragedie del passato sia l’unico modo per evitare che esse tornino, prima o poi, a ripetersi

    La constante universaliste dans la pensée politique occidentale

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    L'articolo traendo spunto dall'analisi di Luca Scuccimarra, svolta nel libro I confini del mondo.Storia del cosmopolitismo dall'Antichità al Settecento, è una riflessione sul nuovo ordine della globalizzazione in una prospettiva cosmopolita
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