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Da Antonio Muñoz a Federico Zeri: un’eredità culturale svelata dalle fotografie
Il contributo tratteggia le vicende culturali e storico-artistiche di Antonio Muñoz e Federico Zeri, nonché il loro percorso all'interno dell'Amministrazione delle Belle Arti. Muñoz ha donato il suo archivio fotografico e parte della sua collezione d'arte a Zeri in virtù del legame di parentela che li univa. A partire da questo importante lascito si è riflettuto sull’eredità culturale e sulla consonanza di interessi, finora trascurati, che accomunano i due studiosi romani nonché sul peso che dovette avere Muñoz nella formazione del giovane Zeri
LIVELLI CIRCOLANTI DI FXIII: UN NUOVO MARKER PROGNOSTICO NELL’INFARTO ACUTO DEL MIOCARDIO
La riproduzione fotografica dell'Ottateuco di Smirne dal fondo di Antonio Muñoz presso la Fondazione Federico Zeri
L’oggetto di studio di questo contributo è la riproduzione fotografica dell’Ottateuco di Smirne, codice miniato del XII secolo di scuola costantinopolitana, distrutto da un incendio nel 1922 durante la guerra greco-turca. Fino ad allora l’antico codice era conservato all’interno della Biblioteca della Scuola Evangelica di Smirne, l’attuale Izmir. Presso la Fondazione Federico Zeri di Bologna si conserva l’unica riproduzione fotografica integrale delle miniature del codice finora conosciuta. Le 329 fotografie sono giunte nella Fototeca grazie ad Antonio Muñoz (1884-1960) che le dona al cugino Federico Zeri (1921-1998) intorno alla fine degli anni Cinquanta del Novecento. Muñoz, noto storico dell’arte romano, studia per molti anni la miniatura bizantina e altomedievale, sia in Italia che nei paesi del Mediterraneo. Durante i suoi soggiorni a Istanbul ha la possibilità di consultare gli antichi codici conservati presso la Biblioteca del Serraglio. Proprio in virtù delle sue conoscenze in materia, nel 1905 collabora con il suo maestro Adolfo Venturi alla realizzazione della mostra italo-bizantina di Grottaferrata, prima esposizione europea interamente dedicata a opere e manufatti bizantini. Muñoz negli anni raccoglie un numero cospicuo di immagini (circa 2.500), che conserva nella sua fototeca privata. I suoi studi si concentrano anche sulle fotografie dell’Ottateuco di Smirne, lo dimostrano le numerose annotazioni manoscritte sul retro delle immagini e sui supporti cartacei che le contengono. Mediante questo contributo mi propongo di confrontarle con le fotografie dell’Ottateuco pubblicate nel 1909 da Dirk Christiaan Hesseling, facendo emergere analogie e differenze
Byzantine Art in the Fototeca Zeri: Photographic Evidence from the Muñoz Collection
The paper deals with the Federico Zeri Foundation in Bologna, whose photographic library has more than 290,000 photographs that belonged to the art historian Federico Zeri (1921-1998). One of the most prominent photographic collection, which includes more than 2,500 photographs, is the one that belonged to the roman art historian Antonio Muñoz (1884-1960). My aim is to show and present some photographs from his private collection, in particular the photographic reproduction of the Smyrna Octateuch, a manuscript of the Twelfth century, which was destroyed by fire in 1922, and the photographs of Seraglio Octateuch. My paper focuses also on the way Muñoz borrowed a methodological approach from Nikodim Kondakov, the Russian art historian pioneer of Byzantine studies. By virtue of their tie of friendship Muñoz helped Kondakov to sell the manuscript of the third volume of his Ikonografia Bogomateri. Thanks to the intercession of Muñoz, who personally knew pope Pius XI, the manuscript was bought by the Vatican in 1924
Le sculture del Museo Imperiale Ottomano di Istanbul fotografate da Sébah e Joaillier
Il saggio presenta la documentazione fotografica appartenuta ad Antonio Muñoz, oggi conservata a Bologna presso la Fondazione Federico Zeri, relativa alle opere e ai reperti del Museo Archeologico di Istanbul. Autori delle preziose immagini, realizzate tra il 1888 e il 1905, sono i fotografi Sébah e Joaillier, titolari di un importante studio fotografico di Istanbul situato nella centralissima Grande rue de Péra. Lo scopo della campagna fotografica è inequivocabilmente documentario e allo stesso tempo funzionale all’illustrazione del catalogo del museo realizzato da Gustave Mendel (1873-1938) . Archeologo e docente francese, Mendel era diventato curatore delle antichità greche, romane e bizantine nel 1910
Presentazione
Presentazione al volume che, partendo dal fondo di trompe l'oeil della Fotototeca Zeri, ricostruisce la storia di questo genere nella piittura italiana del Sei e Settecento
Sudden sensorineural hearing loss and polymorphisms in iron homeostasis genes: New insights from a case-control study
Background. Even if various pathophysiological events have been proposed as explanations, the putative cause of sudden hearing loss remains unclear. Objectives. To investigate and to reveal associations (if any) between the main iron-related gene variants and idiopathic sudden sensorineural hearing loss. Study Design. Case-control study. Materials and Methods. A total of 200 sudden sensorineural hearing loss patients (median age 63.65 years; range 10-92) were compared with 400 healthy control subjects. The following genetic variants were investigated: the polymorphism c.-8CG in the promoter of the ferroportin gene (FPN1; SLC40A1), the two isoforms C1 and C2 (p.P570S) of the transferrin protein (TF), the amino acidic substitutions p.H63D and p.C282Y in the hereditary hemochromatosis protein (HFE), and the polymorphism c.-582AG in the promoter of the HEPC gene, which encodes the protein hepcidin (HAMP). Results. The homozygous genotype c.-8GG of the SLC40A1 gene revealed an OR for ISSNHL risk of 4.27 (CI 95%, 2.65-6.89; P = 0.001), being overrepresented among cases. Conclusions. Our study indicates that the homozygous genotype FPN1 -8GG was significantly associated with increased risk of developing sudden hearing loss. These findings suggest new research should be conducted in the field of iron homeostasis in the inner ear
Antonio Muñoz e la cultura del restauro a Roma nel primo Novecento. Una rilettura critica dei restauri attraverso le testimonianze fotografiche della Fototeca Zeri
Antonio Muñoz, storico dell'arte e studioso dalla personalità poliedrica, nel corso della prima metà del Novecento ricopre ruoli importanti nelle istituzioni preposte alla tutela del nostro patrimonio artistico. Nel 1909 entra a far parte dell'amministrazione pubblica, prima come Ispettore ai monumenti, musei, gallerie e scavi di antichità di Roma e, dal 1914, come Soprintendente ai Monumenti del Lazio. Durante il periodo di attività presso la Soprintendenza si occupa di interventi conservativi del patrimonio artistico, dagli affreschi agli episodi di arredo urbano, dalle sistemazioni di reperti archeologici agli interventi di restauro architettonico. Assume inoltre la direzione artistica dei restauri di templi e basiliche romane, come, ad esempio, quelli della basilica di S. Sabina all'Aventino a partire dal 1914 e del Tempio di Venere e Roma, portato a termine in pochi mesi fra il 1934 e il 1935. Numerose sono le testimonianze fotografiche appartenute allo studioso, oggi custodite presso la Fototeca Zeri, che documentano questi interventi e testimoniano l'importanza sempre crescente assunta dalla fotografia in ambito storico-artistico come strumento privilegiato per la tutela e la conoscenza delle vicende storiche e conservative dei monumenti e delle opere d'arte. Lo studio approfondito e puntuale dei materiali fotografici e della bibliografia dello studioso ha offerto elementi di riflessione sulla personalità complessa di un protagonista della politica culturale italiana del primo Novecento e sul peso, finora taciuto, che dovette avere nella formazione del giovane Zeri. Il trapasso di eredità culturale che ne emerge evidenzia, infatti, tangenze di interessi e curiosità intellettuali, dalla passione per l'arte tardo antica e mediorientale all'attenzione per la cultura popolare; dalla coscienza del valore identitario del nostro patrimonio culturale all'impegno per la sua tutela. Anche attraverso l'analisi di tali testimonianze è possibile una rilettura critica degli episodi di restauro portati a termine dal Soprintendente, al fine di mettere in luce le motivazioni profonde che portarono a tali soluzioni e risultati interpretandoli in base al momento storico in cui vennero concepiti, in relazione maggiore o minore alle pratiche contemporanee in materia di restauro. L'esame degli episodi più significativi è essenziale alla comprensione della dialettica tra le istanze della moderna pratica del restauro scientifico e le esigenze della committenza
Una "rete" per proteggere il cuore. (FAR 2013)
Background: Dopo un infarto del miocardio (MI), il tessuto danneggiato del cuore deve essere riparato e sostituito da nuovo tessuto. Nella maggior parte dei pazienti con MI, i meccanismi di riparazione inducono profondi cambiamenti strutturali e funzionali. Queste modificazioni purtroppo non sono limitate esclusivamente alla zona infartuata, ma si estendono anche alle zone non compromesse spesso determinando cambiamenti disfunzionali.
Nelle fasi iniziali dopo un MI, si verifica un assottigliamento ed una estensione della zona colpita, e una patologica ipertrofia dei cardiomiociti, con apoptosi e rimodellamento della matrice extracellulare (ECM) della zona cosi detta “remota” cioè non direttamente colpita dall’infarto. Questi ultimi processi possono estendersi nel tempo determinando alterazioni della complessa geometria del ventricolo sinistro (LV), mediante cambi di forma, massa, volume e funzione del LV (Nahrendorf et al; Eur Heart J. 2008).
Sebbene alcuni di questi cambiamenti possono essere fisiologici e di natura adattativa, come risposta compensatoria a breve termine a causa della improvvisa perdita di funzione contrattile del cuore nell’area infartuata, nel lungo periodo possono causare scompenso cardiaco e morte cardiovascolare. I principali determinanti di un rimodellamento anomalo post-infarto comprendono il grado di estensione dell’infarto e le condizioni di carico del LV.
Fino ad oggi numerosi sforzi sono stati fatti per ridurre l’estensione dell’infarto mediante una tempestiva riperfusione (con drastica diminuzione delle morti in fase acuta) e per ridurre farmacologicamente il carico di lavoro del LV. A fronte di una significativo calo delle morti, si verifica oggi un altrettanto drastico aumento di patologie cardiache post-MI a causa della mancanza di trattamenti efficaci per trattare a lungo termine i sopravvissuti ad un MI. Il frequente anomalo rimodellamento cardiaco post-MI è un complesso ed articolato processo mediato da cellule e fattori che solo ultimamente stanno emergendo come strategie alternative di trattamento (Nahrendorf et al; Circulation 2010).
L’healing cardiaco post-MI può essere schematizzato in tre fasi:
-Fase infiammatoria: reclutamento di monociti e neutrofili, mediatori chimici (complemento e chemokine ligand) e attivazione delle MMPs, per rimuovere cellule morte e degradare la matrice extracellulare (ECM).
-Fase proliferativa: monociti/macrofagi producono citokine e fattori d crescita per reprimere la risposta infiammatoria e regolare la formazione del tessuto di granulazione. In questa fase angiogenesi e deposizione di nuova ECM da parte dei fibroblasti sono processi determinanti.
-Fase di maturazione: rimodellamento della ECM, apoptosi cellulare e formazione di una cicatrice matura di collagene con apprezzabili proprietà elastiche.
Un ottimale healing cardiaco necessita di una riposta infiammatoria bilanciata. La fase infiammatoria è necessaria, ma non deve essere né eccessiva né limitata (nel tempo o nell’intensità), così come le fasi proliferativa e di maturazione che se non ottimali determinano cicatrici fibrose e poco elastiche. I processi di healing cardiaco post-MI, a differenza di altri distretti, avvengono in un organo in continuo movimento. La lesione deve essere riparata in condizioni di stress meccanico dovuto ai cicli della contrazione cardiaca e alla pressione intraventricolare. In queste condizioni estreme si assiste alla formazione di nuove mini lesioni e/o alla estensione della lesione primaria con conseguente sfasamento ed accavallamento di nuovi processi di riparazione e grave sbilanciamento del timing della fase ripartiva. Questo porta ad un insufficiente processo ripartivo con sostituzione di tessuto cardiaco fibrotico scarsamente performante le funzioni e le performance cardiache divenendo ipocinetico/discinetico. A differenza della riparazione in altri distretti (cute, ossa, etc.) in cui la presenza di scaffold rigidi favorisce la riparazione, il cuore necessiterebbe di scaffold compiacenti che assecondino tutti i suoi movimenti senza danneggiarsi. La deposizione di strutture pseudo-rigide (polimeri, reti composte da fili da sutura) intorno al cuore in un modello ripartivo post-MI animale ha fornito dati incoraggianti i cui risultati convergono nel dimostrare che la “costrizione” e circoscrizione della zona infartuata riduce significativamente espansione e rimodellamento anomalo del LV scongiurando l’instaurazione di condizioni di scompenso cardiaco (Mukherjee et al; Criculation 2011).
Proposta del progetto: Il nostro gruppo recentemente ha dimostrato come i livelli circolanti di un fattore polimerizzante la Fibrina (FXIII) si riducono significativamente durante le prime giornate post-MI per raggiungere valori medi molto bassi (20-30% del normale) intorno alla 4°-5° giornata (Gemmati et al, Mol Medicine 2007). La riduzione dei livelli è associata significativamente a prognosi negativa post-MI in particolare a scompenso cardiaco. Altri gruppi hanno dimostrato che l’assenza di FXIII in topi KO -- / +- per il gene, porta a morte post-MI entro la 5° gg a causa della rottura del ventricolo sn., e che la reinfusione di FXIII nei topi KO elimina completamente questa severa complicanza (Nahrendorf et al; Circulation 2006). Il FXIII è recentemente considerato un fattore che influenza positivamente tutte le tre fasi di riparazione tessutale con spiccate capacità neo-angiogeniche, intersecando coagulazione, fibrinolisi, infiammazione e riparazione tessutale (Ichinose A; Int J Hematol 2012).
La nostra proposta di ricerca si basa sull’ipotesi che una rete biologica con aumentate caratteristiche elastiche ed estensibili possa essere costituita dalla fibrina cross-linkata dal FXIII, e che questa rete si vada a posizionare spontaneamente intorno alla lesione cardiaca post-MI per la naturale affinità esistente tra strutture lese-Fibrina-FXIII presente in tutti i processi emostatici/coagulativi/riparativi che seguono l’instaurarsi di una lesione.
-Nei laboratori del Centro Emostasi e Trombosi si allestiranno in vitro reti di fibrina cross-linkata a differenti concentrazioni di FXIII a tre livelli di concentrazione di Fibrinogeno (low, medium, high). Queste tre differenti concentrazioni di fibrinogeno sono state scelte per simulare le differenti condizioni che si presentano in vivo durante la riparazione tessutale a seconda che essa sia precoce o ritardata in presenza di differenti condizioni di infiammazione
-Varianti geniche del FXIII, espresse in vitro in collaborazione con il Dipartimento di Biochimica e Biologia Molecolare, note per possedere attività funzionali differenti, saranno utilizzate per ottenere reti di fibrina con potenziali differenze strutturali.
-La composizione qualitativa della rete sarà analizzata dopo riduzione chimica ed analisi elettroforetica al Western Blotting. Questo rivelerà importanti informazioni sul timing di polimerizzazione e sul grado di legami covalenti eseguiti da parte del FXIII sulla maglia di Fibrina. Sono queste le variabili che influenzano elasticità ed estensibilità della maglia di fibrina (Li uet al, Science 2006).
-In collaborazione con il Dipartimento di Fisica dell’Università di Ferrara e dell’Università di Messina si analizzeranno al microscopio elettronico (ME) la struttura tridimensionale della maglia di fibrina, e numerose proprietà fisiche (in particolare elasticità ed estensibilità) con differenti approcci sperimentali: microscopia a forza atomica (AFM) e sollecitazione meccanica (Univ. di Messina); calcolo del ritardo di risposta dopo sollecitazione con ultrasuoni (Univ. di Ferrara).
Ricadute traslazionali:
Alla luce delle numerose proprietà biologiche e fisiche favorenti la riparazione tessutale recentemente riconosciute al FXIII da parte di numerosi gruppi di ricerca indipendenti, proponiamo una accurata caratterizzazione di molecole ricombinanti di FXIII e successiva valutazione degli effetti biologici che esse possono esercitare sulla maglia di Fibrina. La successiva selezione di combinazioni geniche con potenziale ruolo pro-healing è la premessa essenziale per le successive fasi di ricerca traslazionale. Trattamenti personalizzati sulla base dei principi della farmacogenetica, restituirebbero risultati significativi nel campo della riparazione tessutale e nello specifico per contrastare ed interrompere efficacemente l’anomalo rimodellamento post-MI
