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Postmemoria e letteratura per l’infanzia: trasmettere il trauma del bombardamento atomico alle nuove generazioni
The end of World War II and the trauma of the atomic bombings of Hiroshima and Nagasaki mark a complete rupture in Japan’s recent history. Both Japanese and non-Japanese authors of children’s literature have addressed this traumatic memory in their works, aiming to pass it on to the next generations and thus contributing to the construction of a carefully curated postmemory (Hirsch 2012) that conveys specific messages and feelings. There are several perspectives from which the catastrophe is retold, shifting from those who are the “victims” to those who can be considered the “accomplices” and influencing the way this specific memory is passed on to young readers. Through the analysis and comparison of three works of children's literature, including Hiroshima no uta (1960) by Imanishi Sukeyuki, this paper sets out to explore a new way of looking at children's literature that deals with the trauma of the atomic bombing, exploring the role that these texts have played in the transmission of this historical memory to later generations
Raccontare la guerra ai bambini: la "letteratura di guerra per l'infanzia" di Imanishi Sukeyuki
La 'letteratura di guerra per bambini' è un filone importante della letteratura per ragazzi e per l'infanzia giapponese scritta dopo la disfatta della Seconda Guerra Mondiale: le opere che vi appartengono raccontano e trasmettono alle nuove generazioni la memoria del conflitto, con uno spiccato messaggio pacifista. All'interno di questa produzione troviamo gli scritti di Imanishi Sukeyuki (1923-2004), prolifico scrittore di letteratura per i più giovani, che ha dedicato una serie di lavori proprio alla memoria di uno degli episodi più tragici e traumatici della guerra: la distruzione di Hiroshima in seguito al bombardamento nucleare, evento al quale Imanishi stesso è sopravvissuto. Questa postfazione offre al lettore un approfondimento non solo su Imanishi e la sua poetica, ma anche sul contesto storico nel quale questi 'scritti di Hiroshima' vengono prodotti e su come essi si inseriscano nella cornice più ampia della 'letteratura della testimonianza'
Un fiore solo e altri racconti
Dodici storie brevi di uno degli scrittori per ragazzi più famosi e popolari in Giappone, pubblicate per la prima volta in Italia. Si parte da due racconti di guerra, più lunghi e riflessivi, ispirati alla vita stessa dell’autore e dal forte messaggio pacifista, per passare poi alle storie per bambini di taglio più classico, ambientate in un Giappone quasi sospeso fra passato e presente.
I protagonisti sono i bambini, ma non solo: oltre a Yumiko, a Hiroko e a Tarō, queste storie raccontano la bellezza della natura e dei suoi abitanti. Il mondo in cui i personaggi di Imanishi si muovono non è così diverso dal nostro, ma è intriso di magia: una magia quasi impalpabile, visibile solo a chi sa dove guardare, ma che lascia pieni di stupore e meraviglia.
Yumiko, la piccola protagonista di "Un fiore solo", è cresciuta durante la guerra, e ha sempre fame, per questo le prime parole che impara sono “Un pezzo solo, per favore”.
In "Un racconto da Hiroshima", un soldato gentile che si trova lì per caso salva la piccola Hiroko dalle rovine della città, distrutta dalla bomba atomica.
Tarō vive in un piccolo villaggio immerso in una foresta di cedri, ed è un taglialegna, il migliore di sempre: è così bravo che lo chiamano Tarō-scoiattolo, e nessun albero è troppo alto per lui.
È invece una kitsune, una volpe furba e dotata di poteri magici, la protagonista de "Il rintocco della campana", una storia in cinque parti che segue questa creatura fantastica nella sua avventura alla ricerca di un bambino scomparso
Kiku the Cat
Kiku-chan è una gatta tricolore salvata dalla strada, grazie a un cat café. Viene presa in custodia da una coppia di anziani e questa è la sua storia, fatta di gesti quotidiani, di sentimenti pacati e della felicità delle piccole cose che si costruisce giorno per giorno
Fra il mystery e il romanzo d’amore: ‘Il gatto nella bara’ e la letteratura di Koike Mariko
Pubblicato nel 1990 e qui tradotto per la prima volta in italiano, 'Il gatto nella bara' (in originale 'Hitsugi no naka no neko') rappresenta uno spartiacque nella carriera letteraria di Koike Mariko (1952-): è con questo lavoro e con 'Mubansō' (‘A cappella’), dello stesso anno, che l’autrice infatti prova per la prima volta a staccarsi dal mystery, il genere con il quale ha fatto il suo debutto nel mondo della fiction.
Un romanzo di genere, ma che riesce da un lato a conquistare il favore del pubblico e a consolidare la figura di Koike come autrice non solo di saggi ma anche di fiction, e dall'altro a offrire uno sguardo sulla letteratura di genere di fine millennio e sull’evoluzione del mystery scritto da autrici donne a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta
Il gatto nella bara
Masayo, aspirante pittrice, viene assunta in casa dell’affascinante professore d’arte Kawakubo Gorō come insegnante privata della figlia di otto anni, Momoko. Dal carattere freddo e dotata di una maturità fuori dal comune, dopo la morte della madre, la bambina tiene a distanza chiunque non sia Lala, la sua bellissima gatta bianca, e solo dopo molti sforzi Masayo riuscirà ad avvicinarsi e a stringere con lei e con la gatta un’amicizia intima. Ma l’arrivo della nuova compagna del padre, Chinatsu, accende la rabbia di Momoko e la gelosia di Masayo, innamorata di Gorō. La vita in casa Kawakubo continua a scorrere in un clima di crescente tensione, fino a quando l’inverno e il silenzio dei campi di grano ricoperti da una spessa coltre di neve libereranno le loro pulsioni più oscure e la verità verrà finalmente a galla.
Una miscela di romanticismo tradizionale e suspense ribalta la formula del lieto fine delle storie d’amore con un’ulteriore scossa di intrighi e mistero
Arte funeraria del Kyūshū protostorico. Identità e simbologia nella rappresentazione dello yugi nei sōshoku kofun della prefettura di Fukuoka
Il termine sōshoku kofun装飾古墳 si riferisce ai kofun che presentano motivi e decorazioni sia dipinti che incisi sulle pareti o sulle superfici dei sarcofagi. Queste tombe si sono sviluppate a partire dal Tardo Periodo Kofun (475-710 d.C.) nell’isola del Kyūshū settentrionale per poi diffondersi in tutto l’arcipelago e scomparire intorno al VII e VIII secolo. L'iconografia e lo stile dei sōshoku kofun non avrà nessuna relazione con la storia dell’arte giapponese successiva. È un fenomeno relativamente breve, concentrato in zone specifiche e con caratteristiche simili sia per soggetti pittorici che per lo stile utilizzato, il quale differenzia totalmente con la tradizione continentale. I dipinti murari dei kofun decorati possono aggiungere un tassello importante alla cultura dell’isola del Kyūshū, da secoli luogo di interazioni e di sviluppo di una cultura materiale probabilmente ibrida.
Scopo di questo lavoro è presentare il soggetto pittorico dello yugi靫(faretra) nei kofun decorati del VI secolo dell’attuale prefettura di Fukuoka. Attraverso un approccio archeologico e artistico, si cercherà di fornire un primo quadro di discussione sulla cultura e la società sottesa ai sōshoku kofun del Nord Kyūshū analizzando il soggetto dello yugi attraverso la lente della connessione simboli-cultura materiale-identità per comprendere i codici culturali condivisi e codificati all’interno di questa rappresentazione. Nell’arte funeraria delle società non-alfabetizzate come il Kyūshū protostorico, le immagini sono infatti veicoli importanti per trasmettere informazioni.
I dati presentati sono ricavati da una discussione degli studi pubblicati fino ad oggi sull’argomento, sull’analisi dei dati ricavati e personalmente elaborati dal database personalmente compilato sulla base del materiale gentilmente fornito dal Museo del Kyūshū.The sōshoku kofun 装飾古墳 (decorated tombs) phenomenon developed during the Late Kofun Period (475-710 CE) in northern Kyūshū Island. The purpose of this research is to discuss the pictorial subject of the yugi靫(quiver) in the 6th century decorated tombs of present-day Fukuoka Prefecture. Through an archaeological and artistic approach, an attempt will be made to provide an initial framework for discussing the culture and society related to the sōshoku kofun of northern Kyūshū by analyzing the subject of yugi highlighting the “symbol-material culture-identity” connection in order to understand the shared cultural codes conveyed in this representation.装飾古墳は、古墳時代後期に九州の北部で発達した古墳である。装飾古墳の絵画は、この島の文化や社会を語る上で重要なピースとなる可能性がある。本研究の目的は、現在の福岡県にある6世紀の装飾古墳における「靫」の絵画的主題を考察することである。考古学的・美術的アプローチにより、象徴・物質・文化・アイデンティティの関連を分析し、靫の表現が共有する文化コードを理解することによって、北九州の装飾古墳に関わる文化・社会を論じるための最初の枠組みを提供しようとするものである。先史時代の九州の様に無文字社会では、イメージやシンボルは、アイデンティティや社会を共有する文化的側面についての重要な情報を伝えている。特に葬祭美術の場合、壁に描かれた題材は、死者と生者の社会にとって重要な意味を持ち、アイデンティティを交渉構築?
するためのコミュニケーション手段であったり、当時のカルトや信仰を表現していたりするのである
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
Variations on the Author
“Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
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