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Per Giani e Carlo Stuparich
La postfazione disegna un ritratto storico-letterario dei fratelli Stuparich e ricostruisce le circostanze del loro passaggio sui monti Lessini. Giani e Carlo Stuparich, volontari triestini, colaboratori della «Voce», vennero nominati ufficiali della Milizia Territoriale (Giani a Vicenza, Carlo a Verona) dopo essere sopravvissuti ai primi due mesi di guerra di trincea sul Carso. E da Verona, nel settembre 1915, Carlo partì con il suo battaglione per costruire una strada militare nel cuore dei monti Lessini: la strada di Podestaria. Ventidue anni dopo Giani tornò in pellegrinaggio nei luoghi dove il fratello, morto in combattimento nel 1916, aveva soggiornato. Il racconto di quell’esperienza (in origine un elzeviro uscito nella terza pagina de «La Stampa» nel 1937) è qui riunito alle diciotto lettere che Carlo spedì a Giani da Verona e da Bosco Chiesanuova; lettere che vengono per la prima volta pubblicate nel loro testo integrale
Felice Giani per Sant’Agnese in Agone, con qualche riflessione sui soggiorni bolognesi e faentini
Il convegno è stato dedicato a Felice Giani. Il testo contenuto negli atti discuta di una commissione mai realizzata da Giani, pensata per la chiesa romana di Sant'Agnese in Agone. Sono altresì discussi altri aspetti legati ai soggiorni bolognesi e faentini di Giani
Prologo
“Penso alla forza dei venti o all’azione dell’acqua, e alle infinite figure generate: crinali, piani, valli, lagune”, afferma Alberto Cecchetto, riflettendo con Esther Giani sulle ragioni e sui modi del progettare luoghi. Il compito dell’architetto è qui ampliato, dilatato a saper leggere un luogo e a saperlo trasformare, innovare, innervare di nuova vita. Il termine luogo non dà scampo: il materiale del progetto è il contesto, la natura con i suoi processi di costruzione e la cultura materiale che l’ha interpretata. Complessità e contraddizioni emergono come valori: così è ribadito nel testo, ma anche nei disegni di Cecchetto abitati da persone, alberi, movimenti, linee di tensione, domande, processi in fieri e configurazioni.
Il dialogo attraversa luoghi come Venezia e il Trentino, passaggi della storia dello Iuav, ripercorre il rapporto tra allievo e maestro, tra Cecchetto e De Carlo. Il rapporto allievo e maestro è affrontato da Esther Giani anche per ribadire la necessità che gli studenti siano il fulcro di una scuola. Si arriva così a riattraversare le modalità di ideazione del progetto per Mazzorbo, esperienza oggi certamente da studiare come apripista di una nuova stagione dell’architettura della partecipazione. “A un progettista servono ambizione e coraggio”, affermava De Carlo, parole che riecheggiano nello scorrere delle pagine. Il dialogo immerge appunto in un’idea di architettura fatta di sfide da affrontare con competenza e pazienza, un’idea di architettura che abbatte i recinti tra progetto e vita. (Sara Marini
Ricerche per l’altare di San Giuseppe nel Duomo di Milano
Il VII numero di «Concorso» ospita l’esito delle ricerche di Federico Maria Giani intorno al perduto altare di San Giuseppe nel Duomo di Milano. Si tratta, questa volta, di un numero monografico: si sentiva la necessità di dedicare al lavoro di Federico lo spazio che merita e di pubblicare, finalmente, un regesto esauriente delle attestazioni documentarie sul monumento.
Il contributo nasce da una tesi di laurea discussa presso l’Università Statale sotto la guida di Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, prodighi anche questa volta di aiuti e suggerimenti. Come sempre, le aule e i seminari di via Noto hanno fatto da sfondo alla messa a punto del testo
Alberto Cecchetto : dialoghi circolari e progetti di luoghi
quarta di copertina: “Penso alla forza dei venti o all’azione dell’acqua, e alle infinite figure generate: crinali, piani, valli, lagune”, afferma Alberto Cecchetto, riflettendo con Esther Giani sulle ragioni e sui modi del progettare luoghi. Il compito dell’architetto è qui ampliato, dilatato a saper leggere un luogo e a saperlo trasformare, innovare, innervare di nuova vita.
Il termine luogo non dà scampo: il materiale del progetto è il contesto, la natura con i suoi processi di costruzione e la cultura materiale che l’ha interpretata.
Complessità e contraddizioni emergono come valori: così è ribadito nel testo, ma anche nei disegni di Cecchetto abitati da persone, alberi, movimenti, linee di tensione, domande, processi in fieri e configurazioni.
Il dialogo attraversa luoghi come Venezia e il Trentino, passaggi della storia dello Iuav, ripercorre il rapporto tra allievo e maestro, tra Cecchetto e De Carlo.
Il rapporto allievo e maestro è affrontato da Esther Giani anche per ribadire la necessità che gli studenti siano il fulcro di una scuola. Si arriva così a riattraversare le modalità di ideazione del progetto per Mazzorbo, esperienza oggi certamente da studiare come apripista di una nuova stagione dell’architettura della partecipazione.
“A un progettista servono ambizione e coraggio”, affermava De Carlo, parole che riecheggiano nello scorrere delle pagine.
Il dialogo immerge appunto in un’idea di architettura fatta di sfide da affrontare con competenza e pazienza, un’idea di architettura che abbatte i recinti tra progetto e vita. (Sara Marini
Manovre di fantasia controllata
La ricerca che qui si presenta nasce dalla considerazione di contraddizione ed anomalia che nel territorio di malcontenta si sono nel tempo sviluppate, provocando un crescente isolamento di un insediamento ricco di grandi risorse ambientali, ma compresso dall’insensato utilizzo di aree circostanti, prevalentemente a destinazione industriale. Le amministrazioni provinciali, comunali e locali, nel definire con l’università un progetto di lavoro comune, hanno voluto dare forma ad un impegno che vede tutte le istituzioni tese ad ideare un processo di trasformazione e di superamento delle attuali contraddizioni, ina una visione dei processi di sviluppo non utopistica ed astratta – fantastica – ma controllata, pragmatica ed attenta alle realtà presenti, sia economiche sia ambientali sia sociali. I progetti di laurea diventano occasione di sperimentazione e verifica delle ipotesi teorico-progettuali sviluppate dal gruppo di ricerca Carnevale-Giani dell’Iuav di Venezia
Giani Stuparich: poesia e verità di un «semplice gregario»
La postfazione inquadra la figura di Giani Stuparich nell'ambito della letteratura di primo Novecento e mette in luce la singolarità e l'esemplarità del suo diario di guerra, ricostruito a partire da un taccuino tenuto in trincea e pubblicato nel 1931. «Dal suo umile posto» Stuparich, volontario triestino e collaboratore della «Voce», ritrae le prime settimane di guerra sul Carso in un diario «fresco e vivo di vita», che «afferra la cosa rappresentata con potenza incancellabile», come notò Gadda recensendo la prima edizione del libro
Disegni di Felice Giani dalla collezione Attilio R. e Ursula Gadola
Nel presente contributo si analizzano tre disegni inediti di Felice Giani provenienti da una collezione privata svizzera
Felice Giani a Ferrara. Le stanze decorate nei palazzi Canonici e Nagliati
Giunto al culmine di un percorso professionale di indiscusso prestigio, Felice Giani eseguì per i Palazzi Canonici (1817) e Nagliati (1822) di Ferrara due importanti ma poco studiati cicli decorativi che vengono indagati qui alla luce di due recenti interventi di restauro che hanno reso la decorazione finalmente leggibile sia negli aspetti tecnici sia in quelli iconografici
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