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    "Territori contesi e domanda di bellezza. Ricomporre frammenti di venustas" in atti del convegno Eurau 10 venustas/architettura/mercato/democrazia

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    La proposta con cui intendo contribuire all’esplorazione del concetto di venustas, riguarda la messa in forma della domanda di bellezza nei processi di costruzione della città a partire dalla comunicazione tra pratiche sociali e politiche di trasformazione urbana. Il contributo parte da un racconto di un processo di trasformazione urbana a Barcellona, in cui si verifica un conflitto tra una comunità di abitanti e la pubblica amministrazione rispetto alla configurazione architettonica da attribuire allo spazio risultante dalla trasformazione. Il conflitto si sviluppa in termini di immagini spaziali relative a diverse interpretazioni del concetto di spazio pubblico e a modi diversi di mettere in relazione firmitas e utilitas. L’epilogo della controversia è rappresentato da un processo partecipativo da cui viene fuori un piccolo parco di quartiere. In questo spazio, costituito dall’ assemblaggio di frammenti delle diverse immagini spaziali, nessuna delle parti è capace di riconoscere una propria immagine di bellezza, nonostante, nel costituire il risultato di un percorso di mediazione, contenga elementi relativi ai diversi desideri spaziali in gioco. Da una lettura di questa identità ibrida dello spazio, emerge come in realtà il “parco concertato” rappresenti per le diverse parti coinvolte un risultato significativo, nella misura in cui la concezione di spazio convenzionale si misura con modalità di fruizione derivate dalle pratiche abitative degli utenti, a loro volta riorganizzate nell’ambito di un progetto. La lettura della vicenda, a partire dall’ambiguità dello spazio e del suo mancato riconoscimento, rispetto alla messa a fuoco dei punti di frattura tra le parti e lo spazio, offre la possibilità di riprendere la comunicazione interrotta tra pratiche sociali di interazione con il territorio e politiche di trasformazione urbana. La vicenda si sviluppa a partire da immagini spaziali in conflitto che coincidono con quella di un parco di quartiere autocostruito dagli abitanti, a cui fa da contrappunto l’immagine diffusa di spazio pubblico urbano, attraverso cui l’amministrazione comunica e diffonde l’immagine pubblica della città. Successivamente il conflitto si allarga nell’avvicendarsi e sovrapporsi di una molteplicità di figure spaziali e comunicative, che non convergono alla definizione di una domanda di spazio, ma costruiscono un territorio complesso di comunicazione, caratterizzato da termini di confronto differenziati e dissonanti. Costruire la venustas, può significare allora riformulare la domanda, riallacciando i legami interrotti tra le diverse domande di bellezza e configurando un territorio di comunicazione. In questa direzione si colloca la messa in forma di un attrezzo utile a ricomporre le diverse figure che emergono nel corso della vicenda, rispetto ad un territorio comunicativo comune che ne permetta il confronto, a partire dal quale riformulare la domanda di bellezza. L’attrezzo utilizzato rispetto alle finalità individuate è il frame. Applicando il costrutto al racconto della vicenda, si delinenano quattro differenti frames in gioco nell’interpretazione dello spazio. All’immagine di bellezza dell’amministrazione comunale, rappresentata da uno spazio pubblico disegnato, che mette in comunicazione e separa pezzi di città, alternando nella costruzione corale dell’immagine di spazio pubblico catalano, partiture spaziali multiformi come ramblas, paseos, piazzette e piccoli spazi di connessione, fa da contrappunto la bellezza individuata da un gruppo di abitanti in uno spazio costruito sulla misura delle proprie esigenze, i cui elementi, non caratterizzati da un progetto omogeneo, hanno la qualità di essere derivati direttamente dall’utilizzare e dall’abitare lo spazio. Su quest’ immagine, si inserisce una spazialità in continuo divenire, determinata attraverso la sperimentazione di forme di abitare comunitarie legate e pratiche artistiche, da comunità di giovani nuovi abitanti. In contrappunto stridente con quest’ultima, l’immagine di uno spazio normale, sostenuta da vecchi abitanti che in una ricerca di appartenenza alla città si aggrappano ai canoni di normalità rappresentati dallo spazio pubblico comunale. Nel passaggio dalla situazione di blocco della comunicazione, ancorata ai risultati spaziali della mediazione sullo spazio, ad una situazione di conflitto tra frames, si individuano dei punti di frizione, di interruzione della domanda di bellezza, rispetto ai quali è possibile effettuare un’operazione di reframing. Questa modalità operativa, nella direzione delineata da Schön e Argyris come passaggio da Model I a Model II e da Schön e Rein, come conversazione riflessiva con la situazione, permette di rimaneggiare i punti di conflitto riproporzionando i frames individuati su un assetto della situazione differente da quello di partenza. Nel caso considerato ciò significherebbe aprire la strada alla messa a punto di una politica di produzione dello spazio pubblico a partire dall’interazione tra pratiche sociali e politiche di trasformazione urbana

    Uno sguardo alle soluzioni abitative italiane ed europee per gli insediamenti rom

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    Il testo si articola in tre sessioni: nella prima viene introdotto il “fenomeno dei rom”, descrivendo il significato dei termini ricorrenti, non sempre chiari, che generalmente si usano parlando di queste popolazioni, la loro storia e i loro paesi d’origine, nonché la “risposta” dei gagè, in termini di leggi e progetti. Nella seconda sessione viene illustrato il metodo applicato nell’indagine ed i risultati ottenuti, corredati dalle proposte risolutive. I “campi rom”, definiti realtà marginali della città, risultano difficilmente individuabili, rappresentabili e progettabili; la loro comprensione può avvenire solo per conoscenza diretta, attraverso l’uso della testimonianza piuttosto che della rappresentazione. La metodologia applicata nell’analisi dei luoghi è quella del rilievo partecipato, che ha lo scopo di individuare gli elementi identitari degli insediamenti, non riconoscibili attraverso una cartografia di tipo tradizionale. Il metodo può essere suddiviso in tre fasi fondamentali: la prima fase corrisponde ad un’indagine preliminare indiretta, con la quale s’individua l’oggetto di studio, vale a dire che si acquisiscono tutte le informazioni che portano a conoscere quali insediamenti rom esistono nella provincia di Napoli e dove sono situati. In questo modo, si possono già classificare tali insediamenti in categorie (tipologie) e sottocategorie (concentrazione e provenienza degli utenti). In base a tali categorie e sottocategorie è possibile effettuare il campionamento. La seconda fase, corrispondente all’indagine diretta, consiste principalmente nei sopralluoghi negli insediamenti in cui l’osservazione viene effettuata sia dal punto di vista tecnico-architettonico che dal punto di vista sociologico. A supporto di tali sopralluoghi si sono precedentemente redatti dei questionari ad hoc. Completa la seconda fase un momento in cui i diversi punti di vista convergono in un’analisi unica del singolo insediamento rom. La terza fase corrisponde ad uno stadio in cui, acquisite tutte le informazioni sugli insediamenti, sia indirettamente (dati demografici, pareri dei mediatori, esperienze nel settore) che direttamente (sopralluoghi), si confrontano le risultanze di tutti gli insediamenti e da tale confronto scaturiscono le indicazioni propositive per la realizzazione degli stessi. Nell’ultima sessione, infine, si troveranno in forma di articoli e quindi in maniera sintetica, tutte quelle proposte che si ritengono necessarie per il corretto insediamento abitativo dei rom

    TERRITORI DI FRIZIONE Lo spazio pubblico tra pratiche sociali e politiche di trasformazione urbana

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    Questo progetto di ricerca si sviluppa intorno all’esplorazione di territori materiali e immateriali sui quali si misurano diversi modi di intendere e comporre il territorio. La ricerca si articola partendo dalla lettura di un caso, che racconta di una contesa legata alle modalità di progettazione di uno spazio pubblico. Nell’ambito di un ingente processo di trasformazione di un quartiere di Barcellona, si verifica una contesa tra una comunità di abitanti e la pubblica amministrazione rispetto alla configurazione architettonica e alle modalità di gestione da attribuire allo spazio risultante dalla trasformazione. L’epilogo della controversia è rappresentato da un processo partecipativo da cui viene fuori un piccolo parco di quartiere. In questo spazio, costituito dall’ assemblaggio di frammenti delle diverse immagini spaziali, nessuna delle parti è capace di riconoscere una propria immagine di spazio desiderato, nonostante, nel costituire il risultato di un percorso di mediazione, contenga elementi relativi ai diversi desideri spaziali in gioco. Da una lettura di questa identità ibrida dello spazio, emerge come in realtà il “parco concertato” rappresenti per le diverse parti coinvolte un risultato significativo, nella misura in cui la concezione di spazio convenzionale si misura con modalità di fruizione derivate dalle pratiche abitative degli utenti, a loro volta riorganizzate nell’ambito di un progetto. La lettura della vicenda, a partire dall’ambiguità dello spazio e del suo mancato riconoscimento, rispetto alla messa a fuoco dei punti di frattura tra le parti e lo spazio, offre la possibilità di riprendere la comunicazione interrotta tra pratiche sociali di interazione con il territorio e politiche di trasformazione urbana. In questa direzione si colloca la messa in forma di un attrezzo utile a ricomporre le diverse figure che emergono nel corso della vicenda, rispetto ad un territorio comunicativo comune che ne permetta il confronto, a partire dal quale riformulare la domanda spaziale. L’attrezzo utilizzato rispetto alle finalità individuate è il frame. Applicando il costrutto al racconto della vicenda, si delinenano quattro differenti frames in gioco nell’interpretazione dello spazio. Nel passaggio dalla situazione di blocco della comunicazione, ancorata ai risultati spaziali della mediazione sullo spazio, ad una situazione di conflitto tra frames, si individuano dei punti di frizione rispetto ai quali è possibile effettuare un’operazione di reframing. Questa modalità operativa, nella direzione delineata da Schön e Argyris come passaggio da Model I a Model II e da Schön e Rein, come conversazione riflessiva con la situazione, permette di rimaneggiare i punti di conflitto riproporzionando i frames individuati su un assetto della situazione differente da quello di partenza aprendo la strada alla messa a punto di una politica di produzione dello spazio pubblico a partire dall’interazione tra pratiche sociali e politiche di trasformazione urbana. La tesi si struttura in quattro parti. Nella prima riporto il caso, prima come storia vera e propria, smontandolo successivamente nelle diverse figure che hanno avuto un valore significativo rispetto alla costruzione dei termini della contesa. Nella seconda parte esploro lo strumento del frame attraverso le interpretazioni che ne danno autori afferenti a campi disciplinari distinti, per ricostruire un campo di significati e di possibilità applicative, che successivamente circoscrivo rispetto ad un uso del costrutto tagliato rispetto all’interpretazione del caso. Nella terza parte, recupero le figure emerse dalla rielaborazione della storia sviluppata nella prima parte, riassemblandole attraverso l’impalcato del frame in diversi racconti di una stessa storia, che nel loro differire ricostruiscono su altri parametri la dinamica della vicenda. Il conflitto così si riconfigura in termini di punti di frizione rispetto ai quali s’ individuano possibilità di reframing indirizzate ad un superamento o ad una diversa gestione dei punti di problema individuati. Nel quarto capitolo, approfondisco le possibilità di reframing, attraverso l’esplorazione di una serie di esempi variamente relazionati ai punti di frizione tra i frames messi in luce. Quindi, si tirano le somme sull’utilità di questo tipo di analisi rispetto all’obiettivo individuato e sull’ opportunità che un’impostazione metodologica di questo tipo potrebbe offrire rispetto all’ attuale configurazione dello spazio del parco

    Metodo di indagine partecipata: i rom e la costruzione dell'immagine degli insediamenti.

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    Il testo si articola in tre sessioni: nella prima viene introdotto il “fenomeno dei rom”, descrivendo il significato dei termini ricorrenti, non sempre chiari, che generalmente si usano parlando di queste popolazioni, la loro storia e i loro paesi d’origine, nonché la “risposta” dei gagè, in termini di leggi e progetti. Nella seconda sessione viene illustrato il metodo applicato nell’indagine ed i risultati ottenuti, corredati dalle proposte risolutive. I “campi rom”, definiti realtà marginali della città, risultano difficilmente individuabili, rappresentabili e progettabili; la loro comprensione può avvenire solo per conoscenza diretta, attraverso l’uso della testimonianza piuttosto che della rappresentazione. La metodologia applicata nell’analisi dei luoghi è quella del rilievo partecipato, che ha lo scopo di individuare gli elementi identitari degli insediamenti, non riconoscibili attraverso una cartografia di tipo tradizionale. Il metodo può essere suddiviso in tre fasi fondamentali: la prima fase corrisponde ad un’indagine preliminare indiretta, con la quale s’individua l’oggetto di studio, vale a dire che si acquisiscono tutte le informazioni che portano a conoscere quali insediamenti rom esistono nella provincia di Napoli e dove sono situati. In questo modo, si possono già classificare tali insediamenti in categorie (tipologie) e sottocategorie (concentrazione e provenienza degli utenti). In base a tali categorie e sottocategorie è possibile effettuare il campionamento. La seconda fase, corrispondente all’indagine diretta, consiste principalmente nei sopralluoghi negli insediamenti in cui l’osservazione viene effettuata sia dal punto di vista tecnico-architettonico che dal punto di vista sociologico. A supporto di tali sopralluoghi si sono precedentemente redatti dei questionari ad hoc. Completa la seconda fase un momento in cui i diversi punti di vista convergono in un’analisi unica del singolo insediamento rom. La terza fase corrisponde ad uno stadio in cui, acquisite tutte le informazioni sugli insediamenti, sia indirettamente (dati demografici, pareri dei mediatori, esperienze nel settore) che direttamente (sopralluoghi), si confrontano le risultanze di tutti gli insediamenti e da tale confronto scaturiscono le indicazioni propositive per la realizzazione degli stessi. Nell’ultima sessione, infine, si troveranno in forma di articoli e quindi in maniera sintetica, tutte quelle proposte che si ritengono necessarie per il corretto insediamento abitativo dei rom

    L'autocostruzione di uno spazio collettivo di quartiere e il confine tra identità comunitaria e identità urbana

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    L'autocostruzione di uno spazio collettivo di quartiere e il confine tra identità comunitaria e identità urbana. Il testo con cui mi interessa contribuire al dibattito sulla città, affronta il tema del diritto alla città, esplorando i modi di partecipazione degli abitanti alla determinazione degli spazi urbani. Il punto di partenza è lo studio di un caso di autocostruzione di un parco di quartiere a Barcellona da parte di una comunità di abitanti. Autocostruzione, cura e gestione di uno spazio comune, diventano per gli abitanti una maniera per preservare un “sentimento collettivo di quartiere”, dalla trasformazione fisica e sociale che ha attraversato tutti i quartieri popolari del centro storico di Barcellona. La rivendicazione da parte degli abitanti/autocostruttori, del diritto di decidere la configurazione e le modalità d'uso e gestione di uno spazio pubblico del quartiere che abitano, si scontra con le modalità di progettazione e gestione attraverso cui l'amministrazione esprime la sua visione di spazio pubblico. Dal confine tra le due posizioni, derivano alcuni nodi di riflessione, che esplorano il significato di quartiere nella sua duplice caratterizzazione: luogo di comunità e allo stesso tempo di parte di città. La rivendicazione degli abitanti del diritto di determinare gli spazi del proprio quartiere, solleva una prima questione, in merito alla presenza o meno, di una sorta di “diritto di prelazione” di una comunità sugli altri utenti, rispetto alle decisioni relative alla costituzione degli spazi che abita e vive quotidianamente. Nel caso in cui questo diritto, trovasse fondamento nel rapporto che una comunità instaura con il proprio spazio di quartiere, come e in che misura sarebbe possibile derogare rispetto alle norme che normalmente regolano l'utilizzo, il disegno e la gestione dello spazio pubblico, a vantaggio dell'instaurarsi di dinamiche comunitarie di organizzazione e gestione

    Un nuevo techo por el bonpastor

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    Rimodellazione partecipativa e con zero sfratti del quartiere popolare di Bon Pastor a Barcellona Il concorso “Repensar Bon Pastor” si rivolge a studenti e professionisti dell'architettura e delle scienze sociali di tutto il mondo, intende offrire nuove proposte per la trasformazione di Bon Pastor, ed allo stesso tempo aprire il dibattito sul tipo di urbanismo imperante in questo periodo storico e sulle forme nuove di fare città. I partecipanti dovranno sviluppare una proposta di trasformazione delle “casas baratas” che garantisca “sfratti zero”, che rispetti il patrimonio storico, che preveda una metodologia partecipativa ed un approccio multidisciplinario, e che sia sostenibile per l'ambiente e per il contesto della città

    Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis

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    The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed

    Variations on the Author

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    “Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
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