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    Presentazione

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    Ho accettato con piacere il compito di introdurre brevemente il saggio “I medici di Molière” del collega Marco Rossi, cardiologo e docente presso il Dipartimento di Medicina Interna dell’Università di Pisa, prendendo lo spunto dal suo significativo sottotitolo: “La medicina del Seicento nel teatro del grande drammaturgo”. Infatti, lo studio dell’approccio di Molière alla medicina del suo secolo permette all’A. una vera e propria disamina della medicina dell’epoca, dominata dal confronto fra i medici innovatori, come Harvey e Malpighi, che tentavano di applicare alla scienza medica il metodo sperimentale galileiano, e i medici conservatori ancora legati alle teorie umoralistiche, di cui la potente facoltà di medicina di Parigi costituiva l’espressione più autorevole. Dopo queste premesse l’A. passa in rassegna i diversi tipi di medico, falso o vero, messi in scena da Molière e, di conseguenza, anche i rapporti intercorsi fra Molière e i medici dell’epoca. Particolarmente originale è la silloge costituita dai dialoghi medici nelle diverse commedie, che costituisce una vera e propria antologia del pensiero medico di Molière, in genere permeato da una satira pungente. Come ha modo di precisare l’A., la satira si manifesta nella rappresentazione, chiaramente caricaturale, dell'atteggiamento dei medici in scena i quali in genere, invece di preoccuparsi dei malati si limitano a duellare pomposamente sulle reciproche conoscenze, rivelandosi professionisti di scarsa qualità che agiscono solo in funzione dei propri interessi economici. Tuttavia, come ben rileva l’A., la critica di Molière all'imperizia dei medici si giustifica nel quadro di una più ampia disamina delle illusioni umane che, com'è noto, rappresenta la dimensione più profonda del teatro del commediografo; il che porta a concludere che la “maschera” scenica del dottore non comportava alcuna seria ostilità nei confronti dei medici, come peraltro dimostrano le sue amicizie con esponenti di alto livello della stessa facoltà medica di Parigi. Per finire l’A. si pone la domanda se la satira di Molière sulla medicina del Seicento avrebbe potuto coinvolgere anche la medicina moderna e la risposta è affermativa: le aspettative mediatiche di successo talora malriposte della medicina tecnologica contemporanea e la cosiddetta “medicina difensiva”, unitamente al paradossale successo delle “medicine alternative”, avrebbero certamente stimolato lo spirito satirico del grande commediografo. In conclusione, Marco Rossi, unendo una rigorosa analisi letteraria alle competenze storico-mediche, è riuscito ad approfondire, con un testo di piacevole lettura, diversi importanti aspetti della personalità di Molière in genere trascurati dalla critica letteraria. Prof. Gino Fornaciari già Ordinario di Storia della Medicina Università di Pis

    Prefazione al Volume "Le mummie di Roccapelago"

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    In Italia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le mummie sono relativamente numerose e comprendono tutto il territorio italiano, dal Friuli alla Sicilia, con una netta prevalenza per le regioni centro-meridionali, note da tempo agli studiosi per la presenza di contesti funerari caratterizzati dalla conservazione di corpi mummificati. La numerosità varia da un singolo individuo, in genere il corpo di un Santo, fino ad alcune decine o a migliaia di individui, come le celebri Catacombe dei Cappuccini di Palermo. La distribuzione cronologica dei complessi di mummie italiane è compresa, allo stato attuale delle ricerche, fra il XIII ed il XX secolo, con una maggiore prevalenza di serie databili al XVIII e al XIX secolo. Si tratta in genere di deposizioni per lo più di Età rinascimentale o moderna, ma non mancano quelle medievali, e tutte costituiscono un materiale di studio prezioso, un vero e proprio patrimonio ricco di informazioni storiche e mediche ancora quasi tutto da indagare. In questo ambito di studi il complesso di individui scheletrizzati e mummificati di Roccapelago si distingue per alcune importanti connotazioni. L’accurato scavo archeologico, che fece tempestivamente seguito al ritrovamento di dieci anni fa, differenzia Roccapelago da altre ben note serie di mummie, come quelle di Venzone nel Friuli, di Urbania nelle Marche e di Ferentillo in Umbria, interessanti ma decontestualizzate. Roccapelago ha invece offerto la possibilità unica di studiare dal punto di vista bioarcheologico una comunità rurale di individui di Età moderna, distribuita cronologicamente dal XVI a tutto il XVIII secolo. Trattandosi di un campione numericamente cospicuo, e quindi rappresentativo di una intera popolazione, è stato possibile ottenere informazioni dettagliate sull’intera comunità, indagata in un arco di più di due secoli. Particolarmente produttivo dal punto di vista scientifico si è rivelato l’approccio multidisciplinare, che ha coinvolto archivisti, archeologi, restauratori, antropologi, paleopatologi e specialisti delle discipline più diverse, il quale ha permesso di ricostruire le caratteristiche antropologiche, lo stile di vita e le condizioni di salute degli antichi abitanti della comunità e le relative modificazioni nel corso del tempo. Per quanto riguarda la cultura materiale, la grande varietà di tessuti e di abiti rinvenuti e i segni della devozione attestati dalle numerose medagliette e rosari, si sono aggiunti alle informazioni emerse dallo studio dei resti umani. Da segnalare in particolare l’accurato studio archivistico dei registri parrocchiali che, in parallelo con i dati osteoarcheologici, ha potuto ricostruire non solo la storia demografica, ma ha fornito anche interessanti informazioni sulla vita quotidiana di questa antica comunità. Allo studio più strettamente antropologico si è aggiunta tutta una serie di indagini di laboratorio avanzate, come quelle molecolari sul DNA antico, lo studio paleobotanico e il dosaggio degli isotopi stabili, fondamentali per la ricostruzione della paleodieta. Non meno importante si è rivelata la musealizzazione in situ dei reperti e dei corpi mummificati, che al rigore scientifico ha unito l’aspetto espositivo e turistico, analogamente a quanto avvenuto per le mummie di Borgo Cerreto di Spoleto in Umbria e di Monsampolo nelle Marche. Il volume su Roccapelago, arricchito fra l’altro da un’eccellente iconografia e da una bibliografia pressoché completa, costituisce non solo un’ottima monografia e un modello di studio di un complesso di mummie italiane di Età moderna certamente utile agli specialisti del settore, ma anche una lettura interessante e una guida approfondita per i visitatori del Museo delle Mummie. Prof. Gino Fornaciari Divisione di Paleopatologia Università degli Studi di Pis

    Le sepolture aristocratiche della sacrestia di San Domenico Maggiore a Napoli (secoli XV-XVIII)

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    ‘THE ARISTOCRATIC BURIALS OF THE SACRISTY OF SAN DOMENICO MAGGIORE IN NAPLES (XV-XVIII CENTURIES)’ As is well known, Palaeopathology is the science that studies diseases of the past through the direct examination of ancient human remains, whether skeletal or mummified. In recent years, palaeopathology has become an autonomous and highly specialised discipline, part of the large group of medical sciences, with strong interdisciplinary connotations. In fact, although it continues to be based on pathological anatomy, it also makes use of contributions from different disciplines, such as history, archaeology and physical anthropology, but, on the basis of historical and literary sources, it interfaces with the history of medicine, reconstructing the pathocenosis[1] of past populations. In the case of historical figures of great importance, such as the sovereigns and nobles buried in the sacristy of St. Domenico, including some Aragonese kings and important troop captains of Charles V and Philip II, of whom we possess extensive historical-archival documentation, it was possible to integrate nosographic data with palaeopathological data until an almost complete ‘medical record’ was reconstructed for each individual. The results of the study were organised according to a principle that favoured a detailed description of the individual characters, followed by various specialist summaries on the various topics. The ‘San Domenico Maggiore Project’ began in April 1983, when the Palaeopathology Section of the University of Pisa, with the authorisation of the Superintendency of Artistic and Historical Heritage of Campania, began the systematic study of the mummified bodies from the 15th-18th centuries that were coming to light following the restoration of the large wooden sarcophagi, or arches, in the sacristy of San Demenico. From 1984 to 1987, all the sarcophagi were carefully explored by a team of specialists from the University of Pisa's Institute of Anatomy and Pathological Histology. The mummified bodies were first radiographed and then subjected to anthropological and autopsy examinations on site, while the robes, some of them very valuable, were recovered, to be restored and exhibited in the museum of the Basilica by the Superintendency. Laboratory studies, which began in Pisa as early as the second half of the 1980s, continued in the following decades, hand in hand with the advancement of modern biomedical technologies applied to ancient materials, from trace elements to electron microscopy, immunohistochemistry, stable isotopes, and molecular palaeobiology. With the future development of bioarchaeology and palaeopathology, it will certainly be possible to obtain further, valuable information on the pathogenesis of these important personages of the southern nobility, true key figures in the history of the Renaissance and the Modern Age. Prof. Gino Fornaciari School of Specialisation in Archaeology, Department of Civilisations and Forms of Knowledge Former Full Professor of History of Medicine and Palaeopathology at University of Pisa [1] The concept of pathocenosis, i.e. the set of diseases that characterised populations in the past, is due to the great historian of medicine Mirko Drazen Grmek in his fundamental work ‘Les maladies à l'aube de la civilisation occidentale: recherches sur la réalité pathologique dans le monde grec préhistorique, archaïque, et classique’ of 1983

    Verbale della ricognizione e dello studio preliminare dei resti scheletrici attribuiti a Liutprando (29-31 gennaio 2018)

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    Componenti della missione: prof. Gino Fornaciari, prof.ssa Valentina Giuf- fra, dott.ssa Simona Minozzi, dott. Antonio Fornaciari, dott. Raffaele Gaeta, dott.ssa Giulia Riccomi (dal 30 gennaio). Il giorno 29 gennaio 2018, alle ore 11.30, l’équipe dell’Università di Pisa giunge alla basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, dove incontra il prof. Saverio Lomartire, organizzatore dell’intervento di ricognizione dei resti scheletrici at- tribuiti a Liutprando, padre Baldoni, priore della basilica, la prof.ssa Maria Te- resa Mazzilli Savini, coordinatrice del progetto, il dott. Lorenzo Pinna insieme all’operatore televisivo Marius Daz. Sono quindi presenti all’inizio delle operazioni di ricognizione paleopa- tologica le seguenti persone: prof. Gino Fornaciari, direttore scientifico della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa; prof.ssa Valentina Giuffra, direttore della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa; dott. Antonio Fornaciari, archeologo funerario, assegnista di ricerca della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa; dott. Raffaele Gaeta, paleopatologo, dottorando della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa; dott.ssa Simona Mi- nozzi, antropologa fisica, assegnista di ricerca della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa; prof. Saverio Lomartire dell’Università del Piemonte Orientale, direttore scientifico della ricognizione; prof.ssa Maria Teresa Mazzil- li Savini, storica dell’arte medievale del Comitato Pavia Città di Sant’Agostino; padre Antonio Baldoni, priore della basilica di San Pietro in Ciel d’Oro; dott. Lorenzo Pinna, regista televisivo della trasmissione “Superquark” (rai); Marius Daz, operatore televisivo di “Superquark”. presenti il dott. Lorenzo Pinna e un operatore per le riprese televisive. Mentre la dott.ssa Minozzi prosegue il lavoro di identificazione e restauro dei reperti osteologici, il dott. Fornaciari, coadiuvato dal dott. Gaeta, procede con la documentazione fotografica dei reperti ossei identificati. Il prof. Fornaciari e la prof.ssa Giuffra, con il dott. Gaeta, si assentano dalle ore 10 alle ore 16, lasciando che la dott.ssa Minozzi e il dott. Fornaciari proseguano il lavoro di identificazione, restauro e studio dei reperti ossei. Alle ore 14.00 il dott. Fornaciari e la dott.ssa Minozzi procedono al recupero dei pochi frammenti ossei fuoriusciti dalla cassetta al momento dell’aper- tura del loculo nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro; sono contestualmente recuperati tutti i frammenti di legno e il sedimento residuo misto a calcinacci presente nel loculo. Il recupero è stato filmato dagli operatori televisivi e docu-mentato fotograficamente. Il giorno 30 gennaio 2018, alle ore 8.30 riprende il lavoro di analisi dei resti scheletrici e prosegue per tutta la giornata fino alle ore 19.30 (con breve inter- ruzione per il pranzo dalle 13.00 alle 14.00), da parte dell’équipe di Pisa. Sono presenti il dott. Lorenzo Pinna e un operatore per le riprese televisive. Mentre la dott.ssa Minozzi prosegue il lavoro di identificazione e restauro dei reperti osteologici, il dott. Fornaciari, coadiuvato dal dott. Gaeta, procede con la documentazione fotografica dei reperti ossei identificati. Il prof. Fornaciari e la prof.ssa Giuffra, con il dott. Gaeta, si assentano dalle ore 10 alle ore 16, lasciando che la dott.ssa Minozzi e il dott. Fornaciari proseguano il lavoro di identificazione, restauro e studio dei reperti ossei. Alle ore 14.00 il dott. Fornaciari e la dott.ssa Minozzi procedono al recupero dei pochi frammenti ossei fuoriusciti dalla cassetta al momento dell’apertura del loculo nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro; sono contestualmente recuperati tutti i frammenti di legno e il sedimento residuo misto a calcinacci presente nel loculo. Il recupero è stato filmato dagli operatori televisivi e documentato fotograficamente. Alle ore 17.30 si aggiunge al gruppo di lavoro la dott.ssa Giulia Riccomi, dottoranda della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, e prosegue il lavoro di restauro dei reperti osteologici. Il giorno 31 gennaio 2018, alle ore 8.00 il prof. Fornaciari, la prof.ssa Giuffra, il dott. Gaeta e il dott. Fornaciari, accompagnati dal prof. Lomartire, si recano al Policlinico “San Matteo” di Pavia presso il reparto radiologico diretto dal prof. Fabrizio Calliada, dove il tecnico Travaglini esegue indagini radio- diagnostiche (tc e rx) sui resti scheletrici selezionati tra quelli più integri o che mostravano interesse paleopatologico. Restano in sede le dott.sse Minozzi e Riccomi che continuano lo studio antropologico e la compilazione delle schede antropologiche. Al ritorno, vengono eseguiti i prelievi di alcuni minuti frammenti ossei e di due denti al fine di effettuare la datazione 14C e le analisi chimiche e molecolari. In particolare sono stati prelevati: due denti molari mandibolari, un piccolo campione di tartaro che rivestiva alcuni denti, la rocca petrosa dell’osso tempo- rale, un frammento della tibia patologica e un frammento delle altre due tibie di sinistra. Altri tre frammenti di diafisi di osso lungo non meglio identificabile vengono prescelti per essere consegnati al prof. Lomartire in vista di comple- menti diagnostici da definire sulla base delle risultanze dei primi esami, oltre che per essere consegnati al prof. Mazzarello e da destinarsi al Museo per la Storia della Medicina dell’Università di Pavia. Tutte le attività condotte dal 29 al 31 gennaio 2018 sono state riprese dagli operatori televisivi guidati da Lorenzo Pinna (“Superquark”) e documentate fo- tograficamente secondo gli accordi con i coordinatori del progetto. Lo studio preliminare sul campo è terminato il 31 gennaio 2018 alle ore.15.00. Tutti gli elementi scheletrici, dopo l’identificazione ed il restauro, sono stati fotografati e, al termine dello studio, sono stati collocati in buste di plastica suddivisi per distretto anatomico. Sulla busta è stata riportata, con pennarello indelebile, l’indicazione relativa al contenuto e la data. Infine, i resti ossei, una volta imballati, sono stati consegnati al priore del convento di San Pietro in Ciel d’Oro per essere conservati in un locale giudicato idoneo dalla restauratri- ce presente, Cinzia Parnigoni, titolare del laboratorio Arte r.o.s.a. Restauro di Milano, e dalla sua collaboratrice Veronica Alampi. Studio antropologico preliminare Le ossa contenute nella cassetta sono risultate molto frammentate ed in cattivo stato di conservazione (Figura 6). Su alcune di esse era stata apposta, in occasione della precedente riesumazione, un’etichetta con il nome che le identi- ficava; alcuni segmenti ossei mostravano tracce di colla, per tentativi di restauro. Le identificazioni relative sono risultate quasi tutte corrette, anche per fram- menti minuti. Malgrado l’elevata frammentazione, è stato possibile identificare la maggior parte dei frammenti ossei e suddividerli nei distretti anatomici di appartenenza. Quando possibile si è provveduto al restauro ed alla ricostituzione dei singoli elementi utilizzando colla vinilica. L’esame antropologico ha evidenziato la presenza di ossa umane attribuibili ad almeno un individuo adulto di sesso maschile, il cui scheletro è incompleto, dal momento che manca di alcuni elementi anatomici, riferibili in particolare alle ossa del tronco. Del cranio restano solo pochi frammenti, tra cui le due rocche pe- trose dell’osso temporale ed alcuni denti mascellari e mandibolari, per lo più isolati. I denti sono di medie dimensioni con un’usura delle superfici occlusali che suggerisce un’età alla morte tra 35 e 50 anni. Complessivamente i resti cranici sembrano appartenere ad un individuo adulto di sesso maschile, di medie dimensioni. Lo scheletro del tronco è rappresentato da due frammenti della clavicola destra, robusta e con inserzioni muscolari marcate, e da pochi frammenti di coste. In un frammento di costa si osserva parzialmente l’estremità sternale che suggerisce un’età di 40-50 anni. Della colonna restano solo due vertebre, di dimensioni non cospicue e senza artrosi, ed alcuni frammenti di sacro. Le ossa del bacino sono rappresentate da un ampio acetabolo di sinistra, da alcuni frammenti dell’ala iliaca e dalla sinfisi pubica, tutti compatibili con un individuo robusto di sesso maschile tra i 40 e i 50 anni, in base alle modificazioni della superficie auricolare e della sinfisi pubica. Lo scheletro appendicolare è rappresentato da entrambi gli omeri, piuttosto grandi e robusti, con sviluppo molto forte di alcune inserzioni muscolari. Dell’avambraccio restano solo le due epifisi, prossimale e distale, del radio destro, senza artrosi sulle superfici articolari. Della mano restano solo il terzo e quarto metacarpale di destra, senza alterazioni. Gli arti inferiori sono rappresentati da un femore destro quasi completo e da diversi frammenti attribuibili al femore controlaterale, di dimensioni medio-grandi e con inserzioni muscolari forti, appartenenti ad un individuo adulto di sesso maschile. La testa del femore è compatibile per dimensioni con l’acetabolo del bacino. Sono inoltre presenti numerosi frammenti di femore difficilmente attribuibili, ma la ricostruzione ed il restauro dei frammenti relativi alla linea aspra ha permesso di individuare la presenza di un’altra coppia di femori, attribuibili ad un secondo individuo adulto, di probabile sesso maschile e con la medesima robustezza del primo. Per quanto riguarda la tibia, la situazione è più complessa, in quanto è presente una tibia sinistra patologica, con alcuni frammenti della tibia controlaterale di destra, insieme a frammenti attribuibili ad altre due tibie di sinistra (denominate a, b e c). Complessivamente quindi, sono presenti tre tibie di sinistra, di cui una patologica e due tibie rappresentate da segmenti di diafisi ed epifisi distali. La tibia patologica presenta il terzo superiore della diafisi completamente deformato ed ingrossato in seguito agli esiti di una grave forma di osteomielite. La riparazione ossea è evidente e la presenza di una depressione circolare dal diametro di circa 10 mm nel punto di massimo ispessimento potrebbe rappre- sentare la traccia lasciata da un’arma da punta, che causò la perforazione dell’os- so e la successiva infezione che produsse l’osteomielite. Il processo riparativo ha comunque portato alla guarigione della lesione prima del decesso, che dovrebbe essere avvenuto a non molta distanza dall’evento traumatico (2 anni al massimo). Delle fibule restano l’estremità distale di destra ed alcuni segmenti di diafisi di entrambi i lati. Dei piedi restano l’astragalo ed il calcagno di sinistra ed alcuni metatarsali di medie dimensioni. In conclusione, la maggior parte dei resti sono attribuibili ad un individuo di sesso maschile di dimensioni medio-grandi, robusto e con inserzioni muscolari forti, e con un’età alla morte tra i 40 e i 50 anni. Risultano presenti anche un secondo individuo di dimensioni più piccole e di età più avanzata, ma sempre di sesso maschile e con inserzioni muscolari forti, e un terzo individuo adulto di dimensioni simili al secondo

    Gene-environment interactions in the pre-Industrial Era: the cancer of King Ferrante I of Aragon (1431-1494).

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    King Ferrante I of Aragon, leading figure of the Italian Renaissance, died in 1494. The autopsy of his mummy revealed a tumor infiltrating the small pelvis. We examined the histologic and molecular features of this ancient tumor to investigate its primary origin. Hematoxylin-eosin, Van Gieson, and Alcian Blue staining showed neoplastic cells infiltrating muscular fibers and forming pseudo-glandular lumina disseminated in fibrous stroma with scarce mucus. A strong immunoreactivity of the neoplastic cells was shown for pancytokeratins and proliferating cell nuclear antigen. Molecular fingerprints were investigated by examining K-ras, BRAF, and microsatellite instability in ancient tumor DNA. Sequencing analysis showed G-to-A transition in codon 12 of K-ras. BRAF mutations and microsatellite instability were not observed. Because the presence of K-ras codon 12 mutation could be associated with exposure to chemical carcinogens, possibly present in some food items, paleodietary reconstruction of the King Ferrante I was carried out by carbon (delta(13)C) and nitrogen (delta (15)N) stable isotopes analysis. delta (13)C and delta (15)N values found in bone collagen of the King were consistent with a massive intake of animal proteins. Overall, our data show that the tumor of Ferrante I was a mucinous adenocarcinoma with molecular fingerprints characteristic of colorectal carcinogenesis linked to K-ras pathway. Paleodietary reconstruction and historical chronicles indicate a strong consumption of meat by the King. The possible abundance of dietary carcinogens, related to meat consumption, could explain the K-ras mutation causing the colorectal tumor that killed Ferrante I more than 5 centuries ago. (C) 2011 Elsevier Inc. All rights reserved

    Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis

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    The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed

    Variations on the Author

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    “Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship

    Sclerosing Bone Dysplasia from 16th Century Sardinia (Italy): A Possible Case of Camurati–Engelmann Disease

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    The skeletal remains of a male aged 45-55years displaying several bone anomalies were unearthed from the Alghero (Sardinia) plague cemetery 'lo Quarter', a burial site dating back to the 1582-1583AD outbreak. The skeleton, whose stature is about 165cm, presents a bilateral hyperostosis with increased diameter of the diaphyses of all the long bones of the upper and lower limbs; the metaphyses appear to be involved, while the epiphyses are spared. Marked thickening of the cranial vault is also evident. Radiological study showed irregular cortical thickening and massive endoperiosteal bone apposition; sclerotic changes are observed in the diaphysis of some metacarpals. Computed tomography (CT) cross sections of the long bones displayed a thickening of the cortical portion and endoperiosteal bone apposition. The individual was affected by a sclerosing bone dysplasia, a genetic disease characterized by increased bone density. In differential diagnosis, several sclerosing bone dysplasia, such as hyperostosis corticalis generalisata, craniodiaphyseal dysplasia, craniometadiaphyseal dysplasia, pachydermoperiostosis and Camurati-Engelmann disease, as well as other disorders characterized by sclerosing manifestations, such as Erdheim-Chester disease, mehloreostosis and skeletal fluorosis, need to be considered. The anomalies observed in skeleton 2179 fit with the features of Camurati-Engelmann disease, which is the most likely candidate for final diagnosis. It is highly challenging to evaluate how such a condition may have influenced the individual's lifestyle in terms of development, mobility and quality of life. This individual was probably symptomatic and must have experienced common clinical symptoms, such as pain in the limbs and fatigability. However, the strong development of the muscular insertions and the degenerative changes in the upper limbs suggest that the mobility problems should not have prevented him from reaching a mature age and from performing essential daily activities. The presented case is the unique paleopathological evidence of Camurati-Engelmann disease so far diagnosed

    Appropriate Similarity Measures for Author Cocitation Analysis

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    We provide a number of new insights into the methodological discussion about author cocitation analysis. We first argue that the use of the Pearson correlation for measuring the similarity between authors’ cocitation profiles is not very satisfactory. We then discuss what kind of similarity measures may be used as an alternative to the Pearson correlation. We consider three similarity measures in particular. One is the well-known cosine. The other two similarity measures have not been used before in the bibliometric literature. Finally, we show by means of an example that our findings have a high practical relevance.information science;Pearson correlation;cosine;similarity measure;author cocitation analysis
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