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    Cinque domande a Sandra Barclay e Jean Pierre Crousse

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    Dialogo a tre voci tra Francesco Cacciatore, Sandra Barclay e Jean Pierre Crousse su concetti e principi fondamentali della disciplina architettonica e del mestiere di architetto come architettura domestica, luogo, spazio, costruzione

    Dallo spazio astratto allo spazio analogico. Il modello come dispositivo di prefigurazione spaziale

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    Il periodo che va dal 2006 al 2021 abbraccia quindici anni di continua sperimentazione didattica. Questo percorso prende il via nell’A.A. 2006-2007 presso la Facoltà di Architettura di Siracusa e continua, dall’A.A. 2014-2015, presso l’Università IUAV di Venezia. La volontà di fare un bilancio di questa lunga e intensa esperienza ha portato alla riflessione contenuta in questo libro. Essa si rende necessaria per focalizzare le questioni di maggior interesse disciplinare e didattico e renderle così disponibili per future riflessioni e sviluppi. Ripercorrendo le diverse tappe di questo cammino formativo emerge, a uno sguardo più attento, una chiara predilezione per l’uso di dispositivi, di pratiche e di strumenti didattici sempre rivolti alla comprensione dello spazio tridimensionale. Uno di questi dispositivi, senza dubbio quello utilizzato con maggiore frequenza e con una chiara volontà di sperimentazione, è il modello fisico tridimensionale. All’interno dei Laboratori di progetto tenuti presso l’Università IUAV di Venezia a partire dal 2014, il modello assume un ruolo centrale come dispositivo di sperimentazione continua sul tema dello spazio. Attraverso il doppio registro di analogia e astrazione, seguendo un approccio che, a secondo dei casi, si può definire di matrice olistica o di indirizzo riduzionistico, si persegue l’obiettivo imprescindibile di “afferrare lo spazio”, di comprenderlo al fine di riprodurlo. Un'esperienza didattica che procede secondo un criterio di astrazione rappresentato attraverso il dispositivo tridimensionale del modello, è quella che abbiamo avuto modo di realizzare all’interno del workshop di progettazione denominato W.A.Ve., che si tiene ogni anno presso l’Università IUAV di Venezia. La particolare formula di questo seminario, intensiva e articolata nel tempo di tre settimane consecutive, offre l’occasione, a prescindere dagli specifici contenuti progettuali, di sperimentare formule didattiche interessanti. Sia per il W.A.Ve. 2016, concentrato sulla riconversione dell’area industriale di Porto Marghera, sia per il W.A.Ve. 2017, dedicato alla ricostruzione della Siria è stato scelto un identico approccio didattico che consiste, quasi esclusivamente, nella realizzazione di modelli tridimensionali concreti in gesso. L’intera esperienza di laboratorio prevede l’uso di questa materia e si realizza utilizzando le mani. Questa attività di manipolazione non è rivolta alla mera produzione di oggetti ma rappresenta un vero e proprio esercizio di carattere progettuale. Il primo tentativo di mettere a punto un'idea di spazio analogico, invece, risale all’A.A. 2018-2019 ed è stato effettuato all’interno del Corso di Teorie della Progettazione Architettonica Contemporanea del primo anno del Corso di Studi Triennale in Architettura.Ogni studente, nell’arco di una settimana intensiva di lavoro prevista alla chiusura del semestre, ha prodotto una scatola della misura di 50x50x100 centimetri, nella realtà corrispondenti a uno spazio di 5x5x10 metri, all’interno della quale ha sviluppato un programma residenziale minimo distribuito su due livelli. Il tema dello spazio doppio e della relazione tra il livello inferiore e il livello superiore era dato come vincolo progettuale. Per favorire una forte relazione analogica tra lo strumento di sperimentazione progettuale e il potenziale spazio reale è usato utilizzato proprio il modello tridimensionale in scala 1:10. Questo dispositivo, come si è già detto, consente allo studente di stare “dentro” lo spazio che sta immaginando con il proprio corpo, poiché ognuno può lavorare con la testa e con le mani all’interno della scatola. In questo modo, oltre a sperimentare in tempo reale l’effetto spaziale di ogni variazione progettuale effettuata, viene simulata in modo diretto e ancora una volta analogico l’azione della luce naturale sullo spazio immaginato. L’introduzione della proporzione corporea data dal profilo antropomorfico della figura umana e l’accennato ingombro e disposizione degli arredi completano l’ambiente analogico. La seconda sperimentazione sull’idea di spazio analogico è la più recente e risale all’A.A. 2019-2020, effettuata all’interno del Corso di Progettazione Architettonica del terzo anno del Corso di Studi Triennale in Architettura. Il metodo utilizzato è ancora una volta quello già descritto ma, cambiando sia il contesto didattico in cui si è svolto l’esercizio sia il programma, sono stati messi a punto alcune modifiche e miglioramenti nella concezione del dispositivo. Il risultato non è paragonabile alle fredde e stereotipate immagini ottenute con l’utilizzo delle tecniche digitali di modellazione tridimensionale e di rendering ma acquisisce quella naturale profondità e ricchezza spaziale che solo la restituzione analogica può dare. Anche in questo caso l’efficacia dell’esercizio è testimoniata da numeri ancora migliori. Su venti scatole prodotte, tutti i venti lavori raggiungono un eccellente risultato progettuale. Questa ulteriore esperienza conferma come l’utilizzo dell’approccio analogico e dei dispositivi che ne fanno uso rappresenta, sia nella pratica sia nella didattica del progetto di architettura, uno dei più efficaci esercizi di prefigurazione spaziale

    Living the boundary : twelve houses by Aires Mateus & Associados.

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    The design of a house always represents a sort of research project. Intense, for the familiarity we have with the program. Unique, for the specificity and peculiarity of each situation. Indeed, the house is the program we are most familiar with. Starting from well-defined constraints and possibilities, each house materializes through construction, defining its own function and appearance. Therefore, the question of materiality becomes crucial, as it defines a boundary, a well-defined field of forces, a new centrality. Almost as a way of underlining the experimental role the program and the design of single family houses have in our particular design research and, at the same time, in contemporary architectural debate, this book by Francesco Cacciatore gathers the main single family house designs developed by Aires Mateus & Associados since the late Nineties

    Abitare il limite : dodici case di Aires Mateus & Associados.

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    Il progetto di una casa costituisce sempre una sorta di percorso di ricerca. Intensa, per la familiarità che abbiamo nei confronti del programma. Unica, per la specificità e la peculiarità di ogni situazione. In effetti, quello della casa rappresenta il programma con il quale si ha più confidenza. A partire da vincoli e possibilità determinate, ogni casa si materializza attraverso la costruzione, specificando la sua funzione e il suo aspetto. La questione della materialità diviene fondamentale, pertanto, dato che va a definire un limite, un campo di forze ben determinato, una nuova centralità. Quasi a sottolineare il ruolo di sperimentazione che il programma e il progetto della casa unifamiliare assumono all’interno della peculiare ricerca progettuale dei portoghesi e, allo stesso tempo, all’interno del dibattito contemporaneo sull’architettura, questo libro di Francesco Cacciatore raccoglie in un unico volume tutti i principali progetti di case unifamiliari sviluppate da Aires Mateus & Associados a partire dalla fine degli anni Novanta fino ad oggi

    Analogia e astrazione nel progetto di architettura

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    Un certo modo di intendere la disciplina considera l’esistenza di numerosi temi di architettura tra loro alternativi e distinti, secondo un approccio di tipo specialistico mutuato dalle scienze positivistiche. Secondo il punto di vista di questo libro, al contrario, se per “tema” s’intende l’argomento, il soggetto, il motivo dominante della composizione dell’architettura, allora non possono esistere tanti temi alternativi tra loro ma un solo tema: lo spazio. Apparentemente, assumere questo sguardo così radicale sembra semplificare l’approccio alla disciplina ma, in realtà, è solo il punto di partenza per altre domande. Ne era cosciente anche Walter Gropius che, circa un secolo fa, sollevava alcuni interrogativi importanti che sono gli stessi quesiti che ci poniamo ancora oggi. «Tutte le arti plastiche aspirano alla creazione dello spazio. [...] Ma, a tale riguardo, esiste una grande confusione d’idee. Spazio, cosa significa esattamente? Come possiamo afferrare e creare spazio?». Acquisire questa sensibilità verso la dimensione spaziale dell’architettura non è un esercizio semplice poiché si tratta di compiere una vera e propria inversione concettuale dal pieno al vuoto, dal volume allo spazio, dal concavo al convesso, dalla durezza della materia alla morbida resistenza dell’aria

    La doppia anima della città. La Barcellona dei Maestri del Novecento tra impulso organico e idea razionale

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    La città espansa Nonostante si possa collocare, con una certa precisione, la nascita della Barcellona di cultura ispanica a cavallo dell’anno mille, con altrettanta convinzione si può parlare della città catalana come di una città di fondazione recente. Ancora nel 1858, infatti, la città catalana non era altro che un ristretto agglomerato urbano cresciuto su sé stesso fin dall’epoca medioevale. Il suo contesto circostante più immediato era costituito dalla stretta striscia di pianura alluvionale delimitata a sud-est dalla distesa del mar Mediterraneo, mentre, tutt’intorno, si erano sviluppati, in maniera occasionale e non coordinata, una serie piccoli centri satellite. Il piano. Considerato tale scenario, l’imponente progetto di sviluppo del capoluogo catalano redatto da Cerdà nel 1859 non è tanto da intendere come un piano di espansione della città esistente quanto un piano di vera e propria fondazione di una città nuova, per spirito, forma e dimensione. Proprio questa rigorosa logica geometrica dell’idea di Cerdà, nonostante la sua capacità di pianificare l’evoluzione della città catalana si esaurisca con i primi decenni del XX secolo, determinerà un imprinting di ispirazione cartesiana e razionale che si depositerà a lungo nell’immaginario formale di Barcellona. Il parco. Qualche decennio dopo l’adozione di questo ambizioso piano di espansione, a Barcellona si afferma, con numerosi lavori, il genio schivo e tormentato di Antoni Gaudi. L’opera con l’impatto maggiore sulla struttura urbana della città è il cosiddetto Parc Güell. Questo luogo, così come le altre geniali architetture del cosiddetto Modernismo catalano di Gaudì, con le loro geometrie ispirate agli organismi biologici e alle forme della natura, determineranno l’imprinting più organico e irrazionale della città. Anche questa seconda memoria formale resterà impressa nella genetica architettonica di Barcellona per lungo tempo. La città moderna Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, pertanto, l’influenza esercitata dall’idea razionale di Cerdà per un verso e dall'impulso organico di Gaudì per l’altro verso, determinerà quella che si può considerare come la doppia anima creativa della città catalana. Questi due modi opposti di concepire la forma avranno una grande influenza sui migliori architetti barcellonesi del Novecento che si collocheranno, di volta in volta, all’interno dell’una o dell’altra famiglia espressiva per dare vita ai più emblematici edifici della futura città novecentesca. A causa del forte rallentamento culturale causato dalla dittatura militare, però, bisognerà aspettare fino alla fine degli anni Sessanta per osservare i risultati di questo influsso nelle esperienze professionali della generazione di architetti catalani nati nei primi due decenni del nuovo secolo come Sert, Coderch e Sostres. Il museo. L’anima razionale della città, ravvivata dall’ormai consolidata corrente del modernismo europeo, permea, senza dubbio, tutto il lavoro di José Luis Sert. Una delle sue esperienze più importanti è la collaborazione con il grande artista catalano Joan Mirò, per il quale realizzerà il noto museo dedicato alla raccolta e all’esposizione dell’opera dell’artista a Barcellona, conosciuto come Fondazione Mirò. La casa. Nello stesso periodo anche un altro grande maestro catalano, Josep Antoni Coderch i de Sentmenat, stava raccogliendo i frutti di una carriera ormai più che ventennale. L’approccio progettuale di Coderch, sempre contenuto nell’alveo della modernità, è, senza dubbio, sostenuto da un impulso di matrice più organica e irrazionale. L’esempio più emblematico di questa ricerca è il complesso di edifici denominato Las Cocheras de Sarrià, una serie di doppi blocchi di abitazione di sette livelli fuori terra, che, toccandosi sul fianco, sono combinati in tre file parallele. La città metropolitana Nel 1975, con la fine del franchismo, si apre una intensa stagione di sviluppo per la città catalana, agevolata dal nuovo clima sociale e politico che si respira in tutto il territorio iberico e, in particolare, in Catalogna, ridiventata comunità autonoma. È in questo periodo che Barcellona si scopre città metropolitana, con un bacino di influenza allargato sia lungo la direttrice che si sviluppa sulla linea di costa sia lungo la direttrice che si dilata in senso trasversale, dal mare verso il territorio interno più accidentato. Il mercato. Proprio nell’ambito di questo territorio più vasto ricade l’opera che conclude la carriera di uno degli architetti più interessanti e meno noti della sua generazione. Si tratta del Mercat de la Salut a Badalona di Josep Maria Sostres, un edificio di impronta chiaramente razionalista collocato all’interno di un’area densamente costruita di questa porzione nord-orientale di città. Il cimitero. Negli stessi anni in cui si chiude la carriera di Sostres, comincia il percorso professionale del giovane Enric Miralles. Proprio nel 1984, infatti, lo studio Miralles-Pinós vince il concorso per il nuovo cimitero di Igualada. L’edificio sembra una straordinaria opera di land art piuttosto che una costruzione intesa in senso stretto ed è situato al margine di una vasta area industriale, un sito da bonificare dal punto di vista ambientale oltre che da riqualificare dal punto di vista architettonico. La città olimpica A partire dalla fine degli anni Ottanta lo sviluppo dell’idea di Barcellona come città metropolitana dispersa si affievolisce e si determinano scelte urbanistiche contrarie dal momento in cui, nel 1986, diventa ufficiale l’assegnazione dei Giochi Olimpici del 1992 alla città catalana. L’enorme successo dell’operazione e delle sue ricadute in termini di rigenerazione urbana richiama i principali architetti internazionali a partecipare al processo di trasformazione della città. In questo quadro rientrano gli interventi realizzati da due maestri indiscussi dell’architettura contemporanea all’interno del lungomare della cosiddetta Villa Olimpica. L’osservatorio. Il primo intervento è quello di Alvaro Siza Vieira per l’Osservatorio Meteorologico della Villa Olimpica, concluso nel 1992. Si tratta di un geometrico cilindro in cemento armato di sei livelli fuori terra che contrassegna il punto conclusivo del braccio di arenile disteso sul fronte marittimo del Poblenou. La scultura. Il secondo intervento è la scultura metallica di forma anfibia che Frank Gerhy realizza nel 1993 all’interno dell’area dell’Hotel Arts, situato sul terminale nordorientale del fronte marittimo della Barceloneta, anche questo recuperato all’uso pubblico. La città contemporanea L’avventura olimpica rappresenta solo l’inizio di un ventennale processo di trasformazione della città catalana che saprà sfruttare ogni occasione per attirare capitali utili alla riconfigurazione di molte aree degradate e marginali del suo perimetro urbano. Osservando questa impressionante produzione edilizia si fa fatica, però, a ricondurla ai principi architettonici su cui si è fondata ed è cresciuta la città durante tutto il secolo scorso. All’improvviso, il capoluogo catalano sembra avere smarrito la sua doppia anima creativa, quella duplice genetica formale di matrice organica e di spirito razionale che ha contraddistinto, per oltre un secolo, la sua capacità di “fare città”

    Gli Iblei nella casa : sei case di Messina e Infantino in Sicilia

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    Domestica è una collana dedicata all'architettura della casa. Ogni volume si concentra sulla dimensione dello spazio domestico secondo un format che prevede l'individuazione di un luogo che costituisce il campo d'indagine e di un architetto che ha saputo interpretare i caratteri distintivi di tale paesaggio urbano o territoriale, declinandoli all'interno di progetti riguardanti il programma dell'abitazione. La collana è ideata e diretta da Francesco Cacciatore (Università Iuav di Venezia) e il Comitato Scientifico è composto da Fabio Capanni (Università di Firenze), Carlo Moccia (Politecnico di Bari), Giorgio Peghin (Università di Cagliari), Antonio Tejedor Cabrera (Università di Siviglia). Questo volume è dedicato alle case realizzate da Bruno Messina e Francesco Infantino nell’ambito del paesaggio ibleo della provincia di Siracusa. L’antropizzazione millenaria di questo territorio vive un momento di intenso sviluppo a partire dall’Ottocento quando, completata l’abolizione del latifondo, si innesca un fenomeno di capillare insediamento delle campagne a scopo agricolo. Negli ultimi decenni, in seguito al generalizzato abbandono produttivo di questi luoghi, si determina una nuova spinta insediativa in cui l’architettura della casa assume un ruolo di primo piano. All’interno di tale scenario, la ricerca progettuale dei due architetti siciliani cerca di invertire una tendenza speculativa che ha già compromesso vaste aree e importanti manufatti di questo comprensorio, portando alla luce e mettendo in pratica un modello insediativo sostenibile, attuale e, allo stesso tempo, rispettoso della tradizione

    Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis

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    The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
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