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Youth unemployment: reassessing the role of education and labour market institutions. A comparative analysis across countries and generations
Youth have been increasingly at the centre of the public debate of the recent years, complicit the economic crisis that hit them disproportionally and almost six years later still exhibit its persistent effects. The roots of this phenomenon go back far beyond the crisis, being structurally embedded in the cultural, economic and institutional characteristics of the countries. Young people hard times are often compared (and sometimes opposed) to the conditions of other generations, that, though strongly affected by the economic crisis, are proving to be more resilient, given a (generally) stronger “safety net” provided by greater stability and protection. Despite the great consensus existing on the fact that larger activity and employment rates for all age groups are beneficial for the society as a whole, some recent policy proposals in Europe, alarmed by the risk of a “lost generation”, seem a revival of the old “lump sum of labour” theory predicting youth and old as substitute and competitors for a fixed amount of jobs in the labour market. In this view, the present contribution aims at reassessing the institutional determinants of youth unemployment in the industrialised countries of the OECD from 1980 to 2009, in order to shed light on the long-term institutional factors hindering (or vice versa improving) youth labour market outcomes, with a focus, besides traditional labour market institutions, on the role of school-to-work transition. Empirically, the research stresses the importance of filling the skills and productivity gap by experiencing work during studies, especially by means of training contracts. Moreover, in view of the above mentioned recent policy proposals calling for job sharing between young and elderly, this contribution aims at reassessing at the comparative level the nature of the youth/old relationship in the labour market, with the aim of testing if evidence of the “boxed economy” prediction has to be found or if such dualism is only imaginary
Potenzialità della fotografia e restauro del moderno
Il contributo analizza l'uso della fotografia storica nei restauri dell'architettura modernista - e nello specifico caso delle colonie marine in Italia - e dei rischi connessi all'uso di tale documentazione come unico ausilio nel realizzare una sintesi delle fasi costruttive e di modifica delle strutture, su cui basare il progetto di restauro. Si evidenziano, in tal senso, i rischi di sfociare nel ripristino e la non obiettività del mezzo fotografico
Roma comunale e l'antiquitas tra XIII e XIV secolo
La ricerca si è posta l’intento di analizzare il rapporto con la ‘materia’ antica nella Roma comunale del XIII e XIV secolo. In tale frangente sono state prese in considerazione le categorie di identità, memoria e storia, nonché la percezione della sfera temporale, in modo da definire in che misura si percepisse il distacco con il passato e, conseguentemente, in quali frangenti si operasse un riconoscimento del passato come epoca storica definita e lontana dal presente, premessa indispensabile per un maggior rispetto delle testimonianze materiali antiche in quanto tali.
Pertanto, la ricerca si è mossa lungo tre grandi filoni di indagine, facenti riferimento alla percezione culturale del tempo, della memoria e dell’identità collettiva e, di conseguenza, al recepimento, nel quotidiano, di questo sentimento, che trova espressione nei documenti giuridici e nell’approccio materiale alla costruzione di nuovi edifici.
Come premessa indispensabile all’analisi della conservazione o della distruzione della materia antica, il primo capitolo si offre come uno spunto di approfondimento delle tematiche relative ai concetti di storia, di tempo e di nascita di una nuova identità nel periodo tardomedievale e, più in particolare, a Roma, prendendo in esame il significato del sentimento di antico. La trattazione ha preso le mosse da considerazioni di ordine storico legate allo sviluppo scientifico nella definizione di dispositivi meccanici atti a rendere precisa la periodizzazione del tempo a cavallo tra XIII e XIV secolo. Ne consegue un mutamento nella nozione di concatenazione degli eventi storici, che mette in luce la necessità, per motivi politici e scientifici, di ridefinire la percezione di passato e di presente, nonché di identità collettiva, in cui la materia, in quanto resto del passato, viene ampiamente e differentemente interpretata. Tale processo è ben visibile osservando gli sviluppi socio-culturali verificatisi a Roma tra XIII e XIV secolo, che trovano espressione nella ricerca di identità da parte delle classi dirigenti e della nuova realtà politica comunale.
Il secondo capitolo propone un’analisi di documenti notarili e istituzionali. Non solo vi si analizzano le delibere ufficiali del Comune romano attinenti al rapporto tra nuove edificazioni e resti antichi, ma anche documenti che testimoniano la relazione della cittadinanza e degli ordini religiosi con le preesistenze antiche e le modalità di regolamentazione del reimpiego di materiali rinvenuti.
Le testimonianze prese in esame, come conseguenza dei descritti mutamenti socio-culturali, portano alla luce un cambio di passo molto lento ma, nel contempo, esplicito. In particolare, emerge una considerazione dell’elemento antico come ormai lontano dalla società dell’epoca, ma che può – e deve – essere tenuto in considerazione per i significati simbolici ad esso connessi, lasciando intravedere un’anticipazione del futuro approccio all’antico quale modello.
Risulta evidente, nel corso del XIV secolo, il riferimento dei notabili di Roma, in ambito ufficiale e nel redigere atti, a luoghi connessi all’idea di antichità o a lacerti di materiale antico, come a sottolineare il legame tra la giurisprudenza antica e quella tardomedievale. Tale atteggiamento non si manifesta esclusivamente in ambito giuridico, bensì anche nel caso di alcuni privati cittadini, in possesso di resti antichi; dagli esempi analizzati si evince un’attenta selezione del materiale e un’esplicita distinzione tra gli elementi da rivendere o da reimpiegare e quelli da lasciare intatti, in base alla loro posizione nella proprietà o alla loro forma e lavorazione.
Analogamente, gli atti di alcuni gli ordini religiosi, in casi specifici, si occupano della modalità di regolamentazione dei rinvenimenti sui fondi di loro proprietà, prevedendo una procedura di spartizione dei ritrovamenti e l’incameramento di parte di essi, sia a scopo commerciale, sia, probabilmente, per trattenerli all’interno degli istituti.
Inoltre, considerando in senso stretto il modo stesso di misurare e dichiarare il trascorrere del tempo, è stato sottolineato come tutti gli atti civili tra XIII e XIV secolo riportino la datazione secondo il calendario, senza alcun riferimento a ricorrenze religiose o all’anno di pontificato.
Passando, infine, ad analizzare le modalità costruttive del XIII e XIV secolo, il terzo capitolo offre una disamina dei maggiori edifici realizzati dalle più importanti famiglie baronali. Tale studio è volto a sottolineare le varie modalità di reimpiego della materia antica, utilizzata non solo come mero materiale da costruzione, ma anche come elemento latore di significati simbolici e, pertanto, riutilizzato con criteri diversi a seconda delle intenzioni costruttive.
Le evidenze architettoniche prese in esame mostrano di rapportarsi ai luoghi e ai materiali antichi con maggior attenzione, inglobando le preesistenze o appoggiandosi ad esse senza grandi opere di stravolgimento delle strutture antiche.
Nello specifico, le architetture in esame sono state classificate sulla base della diversa modalità di occupazione dei resti classici, prendendo in considerazione il carattere tipologico delle strutture antiche e le finalità di riuso.
Pertanto, sono state individuate tre diverse modalità insediative: le torri, una porzione degli elementi fortificati del complesso baronale che, a seguito di una fase di smembramento del complesso stesso, sono sopravvissute come elemento notevole e, perciò, conservate dai casati anche dopo l’acme di militarizzazione della città di Roma tra XIII e XIV secolo; i complessi o castra, comprendenti ampie zone della città, con perimetro più o meno fortificato; gli edifici fortificati sorti su strutture antiche circolari o semicircolari chiuse, quali mausolei, teatri e anfiteatri.
Nel caso delle torri sono stati presi in esame quegli elementi rappresentanti la parte dichiaratamente difensiva dei complessi fortificati. Nelle strutture degli edifici a torre analizzati è stata riscontrata la caratteristica comune di presentare elementi antichi inglobati nella fondazione, evidenziando una specifica volontà costruttiva nell’includere porzioni di edifici facenti parte di siti particolarmente importanti dal punto di vista ideologico e strategico. Nella fase principale di fortificazione è stato possibile verificare il riuso di elementi materici ritenuti di pregio, poiché costituiti da materiali da costruzione pregiati – come il marmo o il travertino – o di buona fattura, posti in opera in modo da rinforzare l’edificio a livello strutturale e, allo stesso tempo, per esibirne il valore. È stato, inoltre, notato il riuso di elementi maggiormente lavorati, come colonne e capitelli, nelle fasi iniziali di residenza nobile non fortificata.
I castra presi in esame hanno rivelato una modalità insediativa comprendente diverse funzioni a servizio dello scopo residenziale e, di conseguenza, difensivo del costruito. All’interno del perimetro fortificato è stata riscontrata una predominante funzione residenziale e una modalità di riuso dell’antico volta ad evidenziare il carattere di nobiltà e potenza del casato. Dall’analisi, infatti, risulta che i complessi, pur presentando una cinta muraria perimetrale e vari elementi difensivi, non solo si insediano su luoghi notevoli nei quali sono ancora evidenti le strutture romane antiche spesso utilizzate come fondamenta, ma al contempo presentano il riuso di elementi marmorei di particolare fattura, nel caso di edifici interni considerati di rappresentanza.
Infine, la modalità insediativa relativa agli edifici fortificati sorti su strutture antiche circolari o semicircolari mette in luce l’importanza del carattere di grande compattezza dell’edificio antico. Proprio per tale caratteristica, nella casistica delle architetture in esame l’insediamento di strutture fortificate o difensive si verifica ben prima del XIII secolo, mentre a partire da questo periodo si mettono in atto interventi di modifica. Gli interventi, per quanto desumibili, si configurano come aggiunte effettuate sulla struttura compatta e conchiusa dell’edificio antico, occupato e riutilizzato nel suo complesso come struttura portante.
A quest’ultima categoria di edifici fortificati sono state ricondotte anche le costruzioni difensivo-residenziali sorte sugli archi trionfali, per il comune carattere di particolare compattezza e di chiusura verso l’esterno della struttura antica. Attraverso l’analisi delle tracce degli interventi tardomedievali, sono stati individuate aggiunte murarie prevalentemente in sopraelevazione con limitate modifiche del monumento antico.
Sebbene non siano assenti motivi utilitaristici nell’occupazione dei monumenti classici o delle aree con resti antichi, è stato nel contempo riscontrato un filo conduttore nel forte sentimento di riconnessione alla cultura antica, ben espresso dalla società dell’epoca.
Da ultimo, l’analisi propone alcune valutazioni conclusive che, tenendo conto dei passi già compiuti dalla ricerca, tentano di confermare le impressioni espresse in apertura e di offrire nuovi spunti di indagine
Conoscenza per il restauro delle città di fondazione pontine. Materiali, tecniche costruttive e politiche di regime
Negli anni Trenta del Novecento, a concretizzare le intenzioni di bonifica della Pianura Pontina, ipotizzate e solo parzialmente portate avanti dai tempi antichi e sino alla creazione dei consorzi specifici ottocenteschi, viene sistematizzata la realizzazione di cinque città di fondazione (Littoria -l’odierna Latina -, Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia) e di quattordici Borgate Rurali, oltre a circa cinquemila Poderi.Il contributo analizza alcune sperimentazioni messe in atto nella realizzazione dei centri urbani pontini, a livello storico, materico e tecnico-costruttivo
L'architettura tradizionale nel Molise. Le risorse naturali
The Molise region has a variety of geological features and natural sources, that are mirrored by constructive production, through the ma- terials used. In order to outline an overall picture of the natural resources used in ‘traditional’ buildings, comparisons and verifications of archive documents were carried out, together with direct observation of structures and of the territory. Moreover, the analysis of the sites of extraction and the working process of materials help to reconstruct the production process, from the natural resources to the architecture. With reference to this last aspect, all the stages - from the building materials, the quarries and the extraction sites and their location on the territory, to the modes of transport, manufacturing sites and building sites – were examined. The role of masons and workers involved in these constructive processes and in the transmission of knowledge should be highlighted.
The aim of this article is to frame a general picture of the architecture in the Molise region, as it can be recognised in the present day. Since it was possible to observe a persisting re-elaboration and re-proposition of the traditional constructive techniques through the first investi- gations, the analyses are not limited to a specific chronologic context. Hence, the continuous cross-references from the ancient Samnites to 19th-century constructions and reconstructions, show that the materials, quarries and transport routes have remained almost unchanged, and have continued to influence production cycles in an almost constant manner through Centuries
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
Variations on the Author
“Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
Appropriate Similarity Measures for Author Cocitation Analysis
We provide a number of new insights into the methodological discussion about author cocitation analysis. We first argue that the use of the Pearson correlation for measuring the similarity between authors’ cocitation profiles is not very satisfactory. We then discuss what kind of similarity measures may be used as an alternative to the Pearson correlation. We consider three similarity measures in particular. One is the well-known cosine. The other two similarity measures have not been used before in the bibliometric literature. Finally, we show by means of an example that our findings have a high practical relevance.information science;Pearson correlation;cosine;similarity measure;author cocitation analysis
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