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Carolina Diglio, Lettura critica di "La Prise de Constantinople" di Jean Ricardou, Fasano, Schena, 2011
La recensione presenta il nuovo volume di Carolina Diglio, lavoro incentrato sul Nouveau Roman e in particolare sull'analisi de "La prise de Constantinople" di Jean Ricardo
The Wor(l)ds of Neapolitan Arts and Crafts: Cultural and Linguistic Perspectives
This collection of essays investigates the terminology of traditional Neapolitan arts and crafts analyzed from a novel linguistic and cultural perspective. With some exceptions, the trades examined in the contributions—including pizza and pastry making, the art of presepio (crib), lute-making and coral dealing, among others—still exist in Naples and in the Campania region. They represent an important component of the cultural heritage of the area that this volume brings to light by furthering current research in the fields of terminology, history and cultural anthropology. The book is divided into two sections, corresponding to the two languages in which the articles are written (English and French), although the terminological analyses also focus on Italian, Neapolitan and Spanish. This choice is expressly demanded by the political legacy of Naples, which for six centuries was alternately dominated by French, Spanish and Austrian rulers whose lasting influence on the city’s traditions and language the essays explore
Carolina Diglio, Lettura critica di “La Prise de Constantinople” di Jean Ricardou
La più recente fatica di Carolina Diglio (secondo volume della sezione linguistica della collana del Dipartimento Giuridico-Economico e dell’Impresa dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”), analizza l’opera più complessa e significativa di uno degli autori più affascinanti del Nouveau Roman, Jean Ricardou. Nella sua prefazione, Giovanni Dotoli pone in rilievo «il merito di Diglio di farci riflettere in profondità sul grande contributo di Jean Ricardou alla ridefinizione dell’estet..
Cocteau l’italien, Atti del convegno internazionale in onore di Pierre Caizergues, Napoli 4-5 maggio 2007, a cura di Giovanni Dotoli e Carolina Diglio
La visione multiforme di Cocteau trasfigura il mondo nel fondale di un opéra sospeso tra sogno e realtà. È quanto osserva Carolina Diglio (Perché Jean Cocteau, pp. 241-249) ed è ciò che risuona nell’ouverture orchestrata da Pierre Brunel: Cocteau et l’opéra italien (pp. 15-26). Accompagnati da vasta documentazione inconografica, i saggi qui raccolti ricalcano nella loro diversità il paesaggio italiano che su quel fondale si profila, un paesaggio fatto tanto di tragitti e panorami quanto di le..
Collezioni di parole: Il Codice Trivulziano di Leonardo da Vinci
Orient/Occident. Croisements lexicaux et culturels, Actes des Journées Italienne des Dictionnaires, sous la direction de Giovanni Dotoli, Carolina Diglio et Giovannella Fusco Girard, Naples 26-28 février 2009, Fasano - Paris, Schena - Baudry
La civilizzazione statuale: neologismo specialistico e strumento concettuale per la comprensione del pensiero moderno
L’espressione «civilizzazione statuale» è nata da una precisa esigenza: associare il processo di civilizzazione all’evoluzione delle organizzazioni sociali e istituzionali munite di un elevato grado di perfezionamento interattivo tra il livello psicologico su larga scala e il livello materiale, organizzativo e politico-giuridico-istituzionale. L’espressione composita («civilizzazione» + «statualità») associa due poli: uno di valore-fatto (il termine «civilizzazione» implica sempre un giudizio di valore comparativo tra una condizione preesistente e una condizione successiva, dove la successiva è più evoluta e perfezionata della precedente ) e l’altro di fatto-valore (una buona organizzazione funzionale delle istituzioni e delle – almeno principali – funzioni sociali di regola porta con sé una migliore condizione della cittadinanza e favorisce quindi la formulazione – che resta comunque il risultato di un atto volontario della mente giudicante – di un giudizio di valore positivo). «Civilizzazione statuale», che non va confusa con lo «Stato» anche se quest’ultimo ne è uno straordinario potenziatore, è perciò, propriamente, un neologismo, utile ad associare parole a cose a descrivere con un linguaggio sintetico ed efficace processi storici molto complessi e articolati. L'espressione «civilizzazione statuale» indica quindi un insieme coordinato di fatti sociali nei quali sono ricomprese le molteplici logiche dei sentimenti diffusi d’identità e di cooperazione. È, dunque, nel contempo un processo storico di istituzionalizzazione, che si dispiega necessariamente su un tempo di lunga durata, e uno strumento concettuale atto a dar conto delle azioni performative degli attori sociali: quelle che i soggetti protagonisti dell’azione costruiscono per mezzo delle strutture culturali e mentali pre-comprensive, ossia frutto di automatismi mentali che si stratificano nel tempo e che diventano le matrici produttive del loro orizzonte di senso. È fin troppo evidente che il processo storico-evolutivo indicato dall’espressione «civilizzazione statuale» manifesta un giudizio di valore positivo che tuttavia resta ben distinto dal fenomeno in sé. Quel giudizio è comunque l’effetto di una libera scelta politica che ciascun individuo deve ogni giorno, ogni istante della propria vita, volontariamente decidere e concretizzare nelle proprie azioni, nel contesto in cui vive e nelle funzioni in cui agisce. Di qui il legame intrinseco tra «civilizzazione statuale» e processi educativi e formativi della cittadinanza. Il presente saggio indaga su questa "volizione adesiva" dell’individuo sociale che è propriamente ciò che contraddistingue pensiero e società moderni. sanzione) di quel potere.
Troppe volte nelle pedagogie tradizionali si designava l’educazione civica come qualcosa di sideralmente distante, di oppressivo in quanto veicolo di valori troppo alti e retorici per essere sentiti e introiettati dal cittadino comune. La civilizzazione statuale inverte questa tendenza e punta ad avvicinare cultura politica e vita quotidiana nel segno di una relativizzazione dei valori e dei sentimenti politici, che paradossalmente lungi dall’essere sviliti ne risultano al contrario potenziati in quanto più intrisi di concreta possibilità di realizzazione
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
Variations on the Author
“Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
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