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Corpi che non devono essere ‘Leib’
Il tema di questo volume non è un romanzo e nemmeno la serie tv che ne è stata tratta. Travalica la letteratura e l’arte cinematografica e televisiva, mettendo a nudo alcuni nodi decisivi della nostra esperienza umana: la giustizia nel suo rapporto con il potere; la fede nella sua distinzione dal fanatismo; la libertà di soggetti che restano inevitabilmente corporei e sessuati, persino nell’atto del loro odiare oltreché nei loro affetti; la democrazia, di fronte alle rivendicazioni di sopravvivenza di un potere che sempre cerca di andare al di là di quanto stabilito e concesso dai tracciati costituzionali.
Come filo conduttore, una questione in grado da sola di ridefinire tutti questi temi: quella della generazione nella sua più concreta e cruda materialità, quando una radicale crisi ecologica – secondo il tracciato da cui origina il romanzo – mette in crisi la capacità dei corpi di generare
Il racconto delle ‘soggettività keinmal’. Biopolitica e maternità surrogata
Nel romanzo distopico Il Racconto dell’Ancella di Margaret
Atwood, la società di Gilead si fonda su una biopolitica che riduce i corpi delle Ancelle a mere funzioni biologiche e riproduttive. Donne costrette sia a subire sia a ricercare una separazione radicale dal loro corpo e dalla loro identità: l’intero sistema biopolitico immaginato da Atwood è funzionale a renderne impossibile l’esistere come soggettività personali, caratterizzate da una biografia, un nome e delle storie uniche e irripetibili da conoscere
e rispettare, e questo già nella pretesa che i corpi e i volti delle
Ancelle debbano sparire per legge in una specie di burqa figlio
di un Occidente tardo-coloniale, non ancora novecentesco, pensato per fare in modo che ciascuna appaia allo sguardo esterno indistinguibile da tutte le altre – una massa, dunque, non una comunità di persone.
Eppure, il processo di radicale estraneazione dalla corporeità
continua a essere in realtà – ed è proprio questo il fulcro della
narrazione di Atwood – un’impresa impossibile. Infatti, sebbene le Ancelle debbano cercare di dimenticare chi sono, in nome della riduzione a funzione riproduttiva vivente, il loro corpo, proprio nella sua materialità e sensorialità, rimane tuttavia inevitabilmente intrecciato alle loro esperienze
Scheler e il senso del 'patire'. Tra bios ed ethos
In Vom Sinn des Leides, Max Scheler indaga con lucidità
fenomenologica i vissuti del dolore e della sofferenza. Chi voglia
riflettere con l’autore si trova, così, messo a confronto con una
ricerca – capace, di fatto, di ripercorrere l’intera storia del pensiero
filosofico – che mira a rintracciare i diversi atteggiamenti elaborati
dall’umanità nei confronti del soffrire, sulla base di un percorso che
dall’etica e dall’antropologia filosofica si apre alla metafisica e alla
filosofia della religione.
La tesi iniziale del saggio è rilevante: non si può dichiarare il
dolore privo di senso per il semplice fatto che esso possiede, al
contrario, un fondamentale significato nei termini di un prezioso
segnale di pericolo per la stessa dimensione vitale dell’organismo.
Nondimeno, se il filosofo tedesco comincia la sua analisi da questa
tesi, la cui importanza non può essere sottovaluta soprattutto in un
tempo come il nostro, è perché sente di non potersi arrestare a una
conclusione che da sola non appare in grado di rispondere allo scandalo
rappresentato dalla presenza stessa nel reale anche della più
elementare forma di sofferenza.
Una risposta di questo tipo non basta ed è così che avviene il
cambio di passo decisivo del volume che costringe il lettore ad abbandonare
il ‘semplice’ piano della costituzione della vita emotiva,
per guardare a un’alternativa più profonda e radicale
The crisis of substance and the difficulty of decision. Musil’s subject
The crisis of substance and the difficulty of making decisions are fundamental cores in Musil’s conception of the subject. In The Man Without Qualities subjectivity is the consequence of a precise ontology which deconstructs, in the manner of Mach, the very structure of reality. But Musil is not Mach, and he does not merely translate his categories into literature. There is a philosophical originality in his thought revealing a design in which the disso- lution of substance and the unsaveability of the ego turn into the development of a para- lysing “sense of possibility”. This essay restores an image of Musil fascinated by the theme of the undecidable, but also an acute critic of all the forms of ethical-political decisionism
Sulla concezione autonoma della morale e dell'antropologia in Hans Kelsen
The notion of autonomy represents one of the key-concepts of modernity. But what it is its real meaning? Furthermore: what is the relationship of this concept with the categories of emancipation and self-legislation which seem to determine its destiny? This paper addresses these questions by drawing on the philosophical thought of Hans Kelsen. Kelsen adopts, as a matter of fact, the notion of autonomy as one of the central categories of his philosophical – ahead of his juridical – reflection, according to the idea of an authentic return to Kant. This essay offers therefore an original perspective on kelsenian philosophy starting with a comparison with Thomas Aquinas and intends to show how much the claim for the autonomous character of ethics is central in this author. As a matter of fact, in Kelsen’s approach the autonomy of ethics is not only the prerequisite for any anthropology, but also of the same pure doctrine of law.
As a result, this essay contributes to the understanding of Kelsen’s philosophical anthropology beyond the non-personalistic character of his legal theory
Il solipsismo della libertà. Da Musil a Weininger
Il saggio prende in esame la particolare configurazione del solipsismo in Musil e Weininger, mostrandone il significato antropologico e morale e cerca di documentare testualmente come sia il tema della libertà e dei condizionamenti la vera origine del solipsismo
L'inganno del solipsismo. Da Scheler a Sarte
Attraverso un puntuale esame di alcuni testi sartriani e scheleriani, il saggio cerca di evidenziare l'"inganno del solipsismo" che consiste nel suo essere sempre stato presentato - già a partire da Cartesio - come un'autonoma questione gnoseologica. Attraverso le indagini filosofiche di Scheler e Sartre si cerca invece di mostrare come la configurazione gnoseologica del solipsismo stesso venga in seconda battuta rispetto alla sua origine nel quadro di quelle che, con termine arendtiano, possono essere definite "aporie della libertà". Come rivela Sartre nel testo sulla "Libertà cartesiana", si tratta di una traccia interpretativa che può essere ritrovata già nello stesso solipsismo cartesiano
L'io legislatore di Kelsen. Alcune annotazioni teoriche
Il modello tomistico della legge morale naturale è davvero contraddittorio come appare a Kelsen? La presenza simultanea di tendenze contrastanti nella natura umana fa dipendere, così come vuole Kelsen, la loro normatività da un implicito (e indebito date le premesse tomistiche) atto positivo umano? Il saggio intende rispondere a queste due domande, facendo interloquire l'impostazione morale di Sofia Vanni Rovighi con la qualifica kelseniana del soggetto umano quale legislatore. Lo spazio che si dischiude per una valorizzazione antropologica della capacità umana di porre leggi è così verificato nella sua pretesa di valere anche in chiave morale, in una prospettiva che conduce ad una riflessione sulla natura del rapporto tra etica e antropologia, sullo sfondo della "grande divisione" delineata da Hume
Embrioni israeleiani e ricercatori tedeschi: la questione delle cellule staminali in Germania
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