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Il poema-mondo di Stigliani: edizione e commento di un sonetto inedito di Orazio Persio
The aim of this article is to offer the first known critical essay on the work of Orazio Persio (Matera, 1580-1649), with particular attention to his Rime diverse (Matera, Biblioteca Provinciale ‘T. Stigliani’, ms. 085). Some compositions in the mostly unpublished manuscript are addressed by the author to Tommaso Stigliani. One is particularly interesting for its praise of Mondo nuovo, the epic poem that was struggling to reach publication in its reworked and definitive form. Persio’s encomiastic text takes up and re-elaborates the ideas offered by the great vernacular epic models underlying Stigliani’s poem (most notably the Commedia, the Gerusalemme liberata and the Orlando furioso). More significant, however, are the particular effects of meaning deriving from the metaphorical association between ‘poem’ and ‘world’, an association also found in other texts of the Roman milieu in which Persio composed his eulogy.L’articolo intende offrire un primo saggio critico sull’opera di Orazio Persio (Matera, 1580-1649), con particolare riferimento alle sue Rime diverse (Matera, Biblioteca Provinciale ‘T. Stigliani’, ms. 085). Nel manoscritto, perlopiù inedito, sono presenti alcuni componimenti che l’autore indirizza a Tommaso Stigliani, tra i quali uno risulta di particolare interesse. Si tratta di un sonetto destinato all’elogio del Mondo Nuovo, poema epico la cui versione completa proprio in quel periodo stentava a trovare uno sbocco editoriale. Il testo encomiastico di Persio riprende e rielabora gli spunti offerti dai grandi modelli epici volgari che sottostanno al poema (in primis la Commedia, la Gerusalemme liberata e l’Orlando furioso). Significativi, però, sono i particolari effetti di senso che scaturiscono dall’associazione metaforica tra ‘poema’ e ‘mondo’, la quale è rintracciabile anche in altri testi del milieu romano in cui il giurista e letterato materano compose il suo elogio
Il valore redentivo dell’arte nella 'Vita' di Benvenuto Cellini. Dal sonetto proemiale all’episodio della pseudo-Porzia
L’articolo mira ad analizzare le basi su cui Cellini fonda la propria apologia attraverso
lo studio puntuale di alcuni passi della 'Vita'. Innanzitutto evidenzia nel dettaglio i rapporti intertestuali e interdiscorsivi tra il sonetto d’apertura alla 'Vita' e 'Rvf' I, di Petrarca,
modello imprescindibile del testo celliniano, per via della sua funzione proemiale. Si
sofferma poi sull’episodio della cosiddetta 'Madonna Porzia', con un particolare approfondimento relativo alle implicazioni etiche che sottostanno al testo. Mette inoltre in
luce i punti in cui i passi analizzati risultano concettualmente vicini alla figura ideale
dell’artista tratteggiata nelle 'Vite' vasariane. L’analisi, in conclusione, documenta le modalità mediante le quali l’autore sovrappone il piano della morale a quello della bravura
e dell’abilità artistica, facendo di tale sodalizio concettuale il cardine della propria redenzione di uomo e di artista.The paper aims to analyse the basis of Cellini’s self-defence by the careful inspection of some passages of his 'Vita'. Firstly, it stresses in detail the intertextual and interdiscoursive connection between the opening sonnet of the 'Vita' and the first sonnet of Petrarch’s Canzoniere, representing an unavoidable reference for Cellini’s text, especially for its introductive purpose. Then, it focuses on the episode of ‘Madonna Porzia’, with an in-depth analysis of the moralentailments of thetext. Furthermore, it highlights those points of the scrutinised passages, which are ideologically close to the ideal figure of the artist as depicted in Vasari’s 'Vite'. In conclusion, the analysis shows the ways in which the author
lets the level of the morals and that of the artistic skills cross together, so to make such a conceptual association the fundamental principle of his redemption as a man and an artist
Luna, Endimione e la «morte nel bacio». Poetiche e filosofie a confronto in alcune declinazioni cinquecentesche del mito
Il contributo passa in rassegna le letture e i motivi tematici orbitanti intorno a un mito periferico nel Canzoniere petrarchesco ma caratterizzato da una grande vitalità rinascimentale, quello di Endimione e Luna. Ricostruendo il contesto Umanistico e neoplatonico che lo riportarono in voga, si analizzano le declinazioni cui lo sottopongono alcuni dei principali poeti petrarchisti, evidenziando alcuni particolari effetti di senso legati al processo di identificazione o distanziamento dal pastore del mito
L’impresa del baco da seta all’Accademia dei Rinascenti (1612). Il simbolo, il testo, la tradizione
L’Accademia dei Rinascenti, fondata dal Principe Emanuele Gesualdo nel 1612 a Venosa, ebbe per impresa la falena di un baco da seta in procinto di uscire dal suo bozzolo, con il motto «Imbuet alas». L’articolo mira a contestualizzare l’impresa nel sistema culturale di riferimento (con uno sguardo particolare alla trattatistica), che lo aveva fatto oggetto di varie letture, da quella amorosa a quella moralistico-religiosa; conseguentemente, si pone l’obiettivo di circoscrivere il significato che il simbolo assume nel sodalizio venosino. Un’analisi specifica è dedicata al sonetto di accompagnamento, parte nodale del sistema-impresa, di cui sono evidenziati alcuni collegamenti interdiscorsivi con altri testi incentrati sul tema. Ciò che emerge è che la lettura del baco da seta fatta dai Rinascenti si colloca al crocevia tra le interpretazioni cinquecentesche e quelle decisamente concettose di cui invece l’animale è fatto oggetto nel suo exploit seicentesco. Il contrasto tra l’involucro esterno, effimero e caduco, e la falena-anima, rinascente e immortale, oltre a richiamare il piano meta-discorsivo di corpo e anima
dell’impresa, su un altro livello definisce l’esercizio letterario degli intelletti che nel bozzolo-accademia divengono alati e si innalzano a un superiore livello di virtù.The Accademia dei Rinascenti (the Academy of the Reborn), was founded by Prince Emanuele Gesualdo in Venosa in 1612. It had the 'impresa' (image) of a silkworm moth about to emerge from its cocoon, together with the motto «Imbuet alas». My article attempts to contextualize the impresa with its cultural references, particularly in the light of contemporary treatises. These made it the subject of various interpretations, from the amorous to the moralistic-religious. Thus my aim is to circumscribe the meaning assumed by the image within the Venosa Academy. I dedicate particular analysis to the accompanying sonnet, a key part of the 'impresa' system, and where I highlight several interdiscursive links with other texts focusing on the theme. What emerges is that the interpretation of the silkworm made by the Rinascenti stands at a crossroads between previous sixteenth-century interpretations and those full of conceptualization about the creature in its seventeenth-century exploit. The contrast between an external appearance, ephemeral and transient, and the moth-soul, reborn and immortal, recalls the meta-discursive plane of body and soul of the impresa. On another level it defines the literary exercise of intellects within the cocoon-academy as their minds grow wings and rise to a higher level of virtue
«Col mezzo d’un buon occhiale»: Tommaso Stigliani lettore e critico dell’Adone
L’Occhiale di Tommaso Stigliani (Venezia, Carampello, 1627) segna, com’è noto, l’avvio della polemica contro l’Adone. L’autore mette in luce la noia e il fastidio provocati dall’ampiezza, dall’ampollosità e dal dettato mal riuscito di quello che fin dalle prime pagine è definito un «confettato componimento». La metafora dell’occhiale, come già il titolo prefigura, riveste un ruolo centrale; da oggetto indispensabile per una lettura scorrevole, esso diviene cifra simbolica dello scandaglio rigoroso e minuzioso di un testo passato in rassegna alla luce dei più severi canoni aristotelici. Concettualmente connesso alla precisione analitica e al potere amplificante del mezzo-occhiale, il giudizio del critico si esprime con un linguaggio e delle metafore di dirompente espressività: l’opera è, infatti, un «morto mascherato da vivo», avente un’anima «posticcia e straniera» e una struttura solo superficialmente sostenuta da «puntelli» e «forcine». Il contributo mira ad analizzare i dispositivi testuali messi in atto per esprimere l’idea di una lettura ‘esperta’ del critico e si sofferma sulle modalità espressive connesse a un argomento centrale della stroncatura del poema mariniano, ossia la difficoltà di lettura e memorizzazione del testo
Il sogno dell'amata nella lirica del Rinascimento. Da Petrarca a Marino.
Questo saggio propone un percorso sul sogno dell’amata da Petrarca a Marino, considerando l’evoluzione del tema e dei suoi motivi entro le forme dell’imitatio lirica.
Oltre a rendere visibili alcune ‘catene’ tra testi, si mettono in rilievo quei casi particolari in cui la poetica dei singoli autori dà vita a originali modellizzazioni del tema, destinate a una certa fortuna. Si tiene conto, inoltre, del modo in cui il sogno dell’amata partecipa alla dispositio di alcuni canzonieri o alla creazione di specifiche corone testuali. Come mezzo compensatorio dell’assenza dell’amata reale, il sogno è anche analizzato in quanto forma di rappresentazione, connessa ai processi dell’imaginatio e della cogitatio, ed è pertanto confrontato con altre modalità sostitutive analoghe ma non del tutto ad esso sovrapponibili, in primis il ritratto pittorico e quello mentale. Le oscillazioni tra visio e insomnium, che mettono in discussione la tassonomia medievale, l’invocazione al Sonno, che torna a essere un dio in ambito moderno, il rinnovato interesse verso i miti di Endimione e delle porte dei sogni e una ritrovata sensualità sono solo alcune delle innovazioni quattro-cinquecentesche del tema, ricollegabili talvolta all’influenza delle correnti orfiche e neoplatoniche, talvolta al repêchage di motivi classici e umanistici
Su alcune scelte di Petrarca: i Fragmenta onirici nell’itinerario compositivo della raccolta
This paper retraces the various compositional phases of the Rerum Vulgarium Fragmenta by studying the insertion and the arrangement of the various texts focused on the dream about Laura. In fact, Petrarch dedicates increasing attention to the theme, linked above all to post mortem production, particularly in the last stages of the work on the collection. It is noted that these texts seem to create particular architectures in the two parts, and that they are also connected with the theme of the presentiment and the motif of the ‘aura’.Il saggio ripercorre le varie fasi compositive dei Rerum Vulgarium Fragmenta studiando l’inserimento e la dispositio dei vari testi incentrati sul sogno di Laura. Al tema, specialmente legato alla produzione post mortem, Petrarca dedica infatti un’attenzione crescente, soprattutto nelle ultime fasi del lavoro sulla raccolta. Si nota come i testi onirici sembrino creare delle peculiari architetture nelle due parti, connettendosi inoltre al tema del presentimento e al motivo dell’aura
«Beato 'in-Sogno'». Una lettura del sogno lirico dell’amata da Petrarca a Marino
Il saggio, partendo dalla 'visitatio' onirica di Laura a Petrarca nei "Rerum Vulgarium Fragmenta", analizza i diversi modi in cui questo modello lirico è stato reintrepretato in ambito petrarchista. Si mettono in luce gli apporti rinascimentali al tema, riconducibili alle correnti classicistiche, neoplatoniche ed ermetiche dell'epoca quattro-cinquecentesca, come il mito delle 'porte dei sogni' e di Endimione o il concetto della 'morte del bacio'. L'analisi viene condotta attraverso il confronto diretto con i testi, tra i quali figurano esempi da Lorenzo de' Medici, Niccolò da Correggio, Iacopo Sannazzaro, Matteo Maria Boiardo, Benedetto Gareth, Pietro Bembo, Torquato Tasso, Vittoria Colonna, Berardino Rota, Luigi Tansillo e Giovan Battista Marino. Fulcro dell'indagine è il problema della rappresentazione, ovvero della dinamica mediante la quale il sogno proietta l'immagine della donna amata, e la sua relazione con l'immagine mentale e il ritratto, da cui emerge in modo particolare la polarizzazione tra il sogno come 'visio', esperienza aperta al trascendente, e il sogno come 'imaginatio' ossia pura proiezione del soggetto
Cambi di progetto. Vittoria Colonna, modello e antimodello nei proemi di Chiara Matraini
Chiara Matraini (Lucca 1515-1604) costituisce un’eccezione nel panorama del petrarchismo italiano per la ‘storia’ del suo canzoniere, il quale conta ben tre diverse edizioni a stampa pubblicate in vita e distribuite nell’arco di un quarantennio (Lucca, Busdraghi, 1555 e 1595, Venezia, Moretti, 1597). Se le prime Rime, legate a un amore giovanile della poetessa, si rifanno essenzialmente al dettato petrarchesco, l’ultimo canzoniere, rielaborato in parallelo a una serie di opere filosofiche e devozionali, mostra invece una facies radicalmente mutata: le metafore amorose cedono lo spazio a un rarefatto sistema di simboli astrologici e lo stile e la sintassi chiamano in causa il nuovo modello retorico della gravitas. Il presente contributo, parte di un lavoro di commento all’ultimo canzoniere della poetessa, si propone di esplicitare alcuni elementi relativi ai diversi orizzonti di poetica di cui si fanno portatori i canzonieri della Matraini, nonché alcuni testi inediti che attestano fasi differenti della sua produzione. Prendendo in esame le quattro versioni di cui disponiamo dei sonetti proemiali, verranno illuminati gli aspetti che denotano un rapporto mai acritico o passivo con il modello di Vittoria Colonna, considerata unanimemente come il più influente nella scrittura poetica della lucchese. Saranno quindi evidenziate le strategie mediante le quali la poetessa cerca di raggiungere dei difficili e mai risolti equilibri tra l’adesione, l’introiezione del modello e l’irrinunciabile istanza della soggettività
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