Archivio Aperto di Ateneo
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    5899 research outputs found

    Infinito confine. Plotino e il pensiero dell'Uno

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    Il presente lavoro mira a comprendere il significato, teoretico oltre che mistico, dell’Uno-Agathón platonico e ad analizzarne gli sviluppi nel pensiero di Plotino, capostipite del neoplatonismo, evidenziando così la portata teoretica di questo pensiero nell’ambito della speculazione contemporanea. La prospettiva plotiniana, infatti, se indagata a fondo, invita a cercare e scoprire, all’interno delle origini della tradizione di pensiero platonico-aristotelica, la presenza concreta di una dimensione che non solo sarebbe riduttivo definire onto-teo-logica, ma che, addirittura, se coerentemente condotta alle sue estreme conseguenze, finirebbe per metter radicalmente in questione la pertinenza della stessa interpretazione heideggeriana, la quale apparirebbe come una sorta di pregiudiziale liquidazione e chiusura del pensiero greco entro schemi rigidi ed astratti (appunto quelli dell’ontologia culminante nella Scolastica medievale)

    Study of (W/Z)H production using H->WW* decays with the ATLAS detector at LHC

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    A search for the Higgs boson associated production modes WH and ZH is performed in the Higgs boson decay channel H!WW , with the data collected by the ATLAS experiment at the LHC in 2011 and 2012, at p s = 7 TeV and 8 TeV, respectively. For the WH associated production the three-leptons final state, in which three W bosons decay to leptons, and two-leptons final state, in which one W boson decays to hadrons, are studied. The four-leptons final state is used to search for the ZH production

    Donne e violenza politica : il caso delle Brigate Rosse in Italia

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    La ricostruzione dello “stato dell’arte” circa gli studi sulla partecipazione femminile alla violenza politica e al terrorismo – studi realizzati negli ultimi quindici anni e nell’ambito dei cosiddetti Terrorism Studies – ha consentito di riscontrare l’improduttività degli approcci globali e/o comparativi al fenomeno e di constatare che la agency e l’autonomia decisionale delle donne può emergere soltanto procedendo “caso per caso”, tenendo presente le caratteristiche e le dinamiche del gruppo preso in esame, nonché la cultura e l’ideologia di riferimento, dal momento che queste ultime esercitano una notevole influenza sia sulle modalità e le strategie retoriche di reclutamento impiegate sia sullo spazio (d’azione e di decisione) che le donne avranno modo di conquistare all’interno dell’organizzazione. È proprio alla luce di queste osservazioni che la presente ricerca si è concentrata sul fenomeno specifico della militanza femminile nell’estrema sinistra italiana e ha individuato come caso di studio – in quanto organizzazione più longeva e con il maggior numero di militanti donne – le Brigate Rosse. L’ipotesi orientativa che ha dato avvio alla ricerca è che esista una «specificità delle donne» (Della Porta 1988) nella partecipazione ad organizzazioni politiche clandestine che richiedono un livello di militanza totalizzante e il fine ultimo è stato quello di esplorare le implicazioni derivanti dall’essere donna e «rivoluzionario di professione»; comprendere in che misura e in che modo questa scelta abbia condizionato il processo di soggettivazione, l’identità e, in generale, la vita di queste donne non soltanto nel corso della militanza, ma anche a conclusione di un’esperienza sicuramente difficile da “assimilare” come parte integrante della propria esistenza. La ricerca si è configurata come ricerca qualitativa, dal momento che ha indagato soprattutto i vissuti, i racconti, le riflessioni e le biografie delle ex militanti di estrema sinistra. È stato, di conseguenza, scelto l’approccio biografico il quale, pur avendo «come base di avvio il vissuto personale» (Cipriani 1995, p. 335) persegue un obiettivo finale che resta sempre «di carattere prettamente sociologico, cioè relativo ad una conoscenza dell’individuo essenzialmente come soggetto sociale» (Cipriani 1995, p.335). Lo studio si è collocato all’interno della prospettiva gender sensitive che si caratterizza per la «specifica attenzione al genere prima, durante e dopo la raccolta e l’analisi di informazioni e dati» (Decataldo, Ruspini 2014, p. 25) e rifiuta di guardare alle donne «in modo indiretto, ossia come completamento dei fenomeni studiati “al maschile”» (Decataldo, Ruspini 2014, p.31). Inoltre, concentrandosi sul processo di soggettivazione di donne che hanno vissuto in prima persona l’esperienza della militanza all’interno delle Brigate Rosse – ha privilegiato un livello di analisi “micro”. Sono stati, tuttavia, presi in considerazione anche gli altri due livelli dell’analisi sociologica: il livello “macro”, quindi il contesto storico e l’ambiente socio-culturale nel quale si è concretizzata la socializzazione politica delle nostre protagoniste e l’organizzazione ha operato, nonché le precondizioni per lo sviluppo della violenza politica; il livello “meso”, quindi le caratteristiche strutturali dell’organizzazione politica clandestina, le dinamiche interne ad essa e le interazioni fra militanti. Il processo di soggettivazione è stato concepito come processo in azione nel duplice senso di processo in continuo divenire – che pertanto non può essere circoscritto al solo periodo di militanza e/o clandestinità – e di processo che si espleta sul piano della pratica dell’azione e della autodeterminazione. La ricerca, pertanto, ha esplorato sia le fasi precedenti sia quelle successive all’esperienza rivoluzionaria. A tal fine, si è avvalsa di interviste in profondità – realizzate con la tecnica delle storie di vita – con donne ex militanti delle Brigate Rosse e dei cosiddetti “Nuclei Clandestini di Resistenza”. Altrettanto importanti sono stati: i colloqui informali con una quinta donna anche lei ex militante delle Br; le testimonianze raccolte durante gli anni Ottanta e Novanta da studiosi che si sono occupati del terrorismo italiano di sinistra degli anni Settanta (Quazza 1988; Novelli-Tranfaglia 1988; Guicciardi 1988; Jamieson 1989; Zavoli 1992; De Cataldo -Valentini 1996); le fonti provenienti dall’archivio documentario (denominato DOTE) attualmente conservato 2 presso l’Istituto Parri di Bologna; il documentario Do you remember revolution” (Bianconi 1997); alcune lettere scritte da una ex militante durante il suo periodo di detenzione nel carcere di Rebibbia (1998); le numerose biografie scritte da ex militanti (uomini e donne) dell’estrema sinistra italiana. Il materiale biografico raccolto è stato sottoposto a un’analisi ermeneutica integrata con un’analisi comprensiva (Kaufmann 1996; Bertaux 1998) e, focalizzando l’attenzione sui frammenti pertinenti e significativi all’interno di ciascun racconto, sono stati individuati i nuclei tematici affrontati più di frequente e sviluppati più approfonditamente dalle ex brigatiste. A partire da questi ultimi, sono state delineate otto dimensioni d’analisi che hanno rappresentato le coordinate delle interpretazioni e delle osservazioni finali e che sono state presentate immaginando di tracciare, attraverso esse, il percorso di soggettivazione delle ex rivoluzionarie. Tale percorso è iniziato con la percezione di una «situazione esplosiva» (Faranda, documentario Bianconi 1997) in cui «non si parlava altro che di rivoluzione» (Balzerani, documentario Bianconi 1997) e «c’era una domanda di potere e di trasformazione» (Intervista a G.) tale da rendere inevitabile l’emergere di un «dibattito sull’uso della lotta armata» (Balzerani, documentario Bianconi 1997) e sulla necessità della violenza politica. Attraverso la seconda dimensione d’analisi si è cercato di far luce sulle «riflessioni personali e collettive» (Russo, archivio DOTE, p.15) che hanno indotto queste donne a compiere la scelta di entrare a far parte delle Brigate Rosse e le implicazioni derivanti da una vita vissuta in clandestinità. Con la terza dimensione d’analisi è stata esplorata la vita quotidiana dell’organizzazione, descritta dalle ex brigatiste come un «partito armato» (Intervista a C.) in cui «c’era una disciplina necessaria» (Intervista a G.) e «le donne sparavano come gli uomini» (Balzerani, documentario Bianconi 1997). L’analisi del significato attribuito dalle ex brigatiste all’omicidio politico ha consentito di fare chiarezza sul loro rapporto con le armi – la cui presenza nella vita quotidiana assolveva principalmente a una funzione difensiva – e sul «rapporto di assoluta astrazione con la morte» (Russo, archivio DOTE, p.62 ). La quinta dimensione d’analisi ha fatto emergere la difficile, se non addirittura impossibile, conciliazione tra la scelta della rivoluzione e quella della maternità, considerando sia le testimonianze di coloro che hanno vissuto «la scelta di avere figli come scelta di vita» (Russo, archivio DOTE, p.56) sia le testimonianze di ex brigatiste che, pur vivendola come «un peso, un’amputazione» (Intervista a G.), hanno compiuto la scelta di non avere figli né durante la militanza né dopo semplicemente perché «se tu fai la guerriglia non fai figli!» (Intervista a G.). La sesta dimensione d’analisi ha fatto luce sulla conclusione dell’esperienza della militanza e sul periodo di detenzione, indagando sul rapporto delle nostre ex brigatiste con questa istituzione totale di cui «rimane il segno profondo […] che comunque ti connota in maniera molto precisa rispetto agli altri» lasciandoti «una quota di emarginazione che uno continuerà comunque a portarsi dietro» (Balzerani, documentario Bianconi 1997). Attraverso la settima dimensione, l’analisi si è soffermata sul modo in cui le ex militanti hanno affrontato il ritorno in società, costruito (o ricostruito) amicizie, legami familiari e sentimentali e ha fatto emergere le difficoltà derivanti dalla «sfida di tenere almeno un filo che leghi l’esperienza passata a questo presente» (Ronconi, documentario Bianconi 1997). Infine, l’ottava dimensione d’analisi ha fatto emergere l’importanza del racconto della propria storia, evidenziando come la narrazione di sé, anche rispetto alla vicenda della lotta armata, si sia rivelata uno strumento fondamentale nel percorso di recupero della propria soggettività e della propria identità femminile che, nel caso delle nostre protagoniste, si è struttura ed espressa tanto nella dimensione politica della militanza e della sovversione quanto nella dimensione della crisi vissuta in seguito alla sconfitta subita e alla perdita drastica di riferimenti politici, ideologici e sociali

    La contemporanea duplicità dei beni culturali nelle zone di guerra : strumento di offesa e veicolo per la pace : il caso dello Stari Most a dieci anni dalla sua ricostruzione

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    1. Arte, Storia, Memoria. Halbwachs e la memoria collettiva. Arte e Storia formano la memoria come fatto pubblico; e la memoria è costitutiva di qualsiasi comunità che voglia essere tale; essa è un fattore decisivo per l'identità della comunità (Toscano, 2008, p. 15). Questo passaggio di Mario Aldo Toscano ci rende subito consapevoli dei primi elementi da considerare: arte, storia, memoria. L'intreccio tra questi fattori è determinante e scaturisce da un processo non sempre pacifico o pacificato: I Beni Culturali non sono né pace né armonia: sono manifestazioni dell'avanzata faticosa di una frazione di umanità per gli itinerari impervi del mondo. Essi sono un riassunto delle dimensioni più ordinarie e più straordinarie, di eterni contrasti, di lotte tra valori (Ivi, p. 38). Il Bene Culturale è quindi il prodotto complesso di negoziazioni ma anche di imposizioni spesso conflittuali. Che la memoria possa diventare oggetto conflittuale ce lo spiega già Maurice Halbwachs, quando sostiene che la memoria collettiva “si accorda con i pensieri dominanti della società” (Halbwachs, 1987, p. 21). Se appare forzata, nella prospettiva halbwachsiana, l'idea che il ricordo individuale esista soltanto perché appoggiato su uno strato di memorie condivise da più persone e non vi sia spazio per una prospettiva psicologica del soggetto singolo, è altrettanto interessante il fatto per cui, in questa lettura basicamente durkheimiana, il ruolo dell'insieme societario sia determinante e vincolante per il soggetto. La memoria diviene quindi un'istituzione e come tale deve essere affrontata come problema delle forme istituzionalizzate che l'immagine del passato assume nella coscienza dei gruppi, e dei modi e le forme di questa istituzionalizzazione. Nessun gruppo potrebbe riprodursi nella propria identità senza produrre e conservare un'immagine del passato consolidata, almeno per alcune delle sue linee ritenute fondamentali e valide dall'insieme dei membri. Affinché però ciò avvenga, la memoria si costituisce di ricostruzioni parziali e selettive del passato. L'idea chiave di Halbwachs è dunque che ricordare sia attualizzare la memoria di un gruppo. L'immagine del passato che il ricordo attualizza non è tuttavia qualcosa di dato una volta per tutte: se il passato si “conserva”, si conserva nella vita degli uomini, nelle forme oggettive della loro esistenza e nelle forme di coscienza che a queste corrispondono. Ricordare è un'azione che avviene nel presente, e dal presente dipende. La ricostruzione del passato dipende agli interessi, ai modi di pensare e ai bisogni ideali della società presente. Tuttavia (…) l'immagine del passato che ogni società si rappresenta è, in ogni epoca determinata, qualcosa che si accorda con i pensieri dominanti della società stessa. I contenuti della memoria collettiva costituiscono dunque un insieme denso e mobile, che (…) costantemente è modificato, del passato è sempre un fenomeno dinamico. Ora, questa dinamica non esclude il conflitto. (…) L'idea forse più fruttuosa che si può ricavare da Halbwachs è proprio quella che il passato, oggetto di ricostruzioni successive e suscettibili di modifica, sia una sorta di posta in gioco fra interessi e gruppi contrapposti. (…) La memoria collettiva rappresentata dalla coscienza comune di queste società riflette effettivamente il risultato di uno scontro nel quale sono decisivi i rapporti di potere fra i gruppi diversi dei quali la società globale è composta (Halbwachs, 1987, p. 28). 2. Gruppi in conflitto: la posta in gioco. Memoria vs oblio. Ora la questione si sposta dunque sui gruppi che spostano l'equilibrio della “posta in gioco”, come l'ha definita poco sopra Paolo Jedlowski. Il controllo di ciò che in qualche modo deve diventare memoria è allora elemento decisivo per chi si sfida nell'arena dei significati simbolici e contemporaneamente politici. Allo stesso modo, da contraltare, oltre a ciò che deve diventare memoria si affianca ciò che deve essere escluso dalla memoria, in un processo selettivo sia positivo che negativo. Un oggetto, un avvenimento, un artefatto, un luogo, possono essere elevati qualcosa da ricordare come essere cancellati con impeto e velocità. Gli esempi sono disparati e forse anche, apparentemente, contraddittori. Si può ricordare una vittoria militare, come la vittoria di Stalingrado per le forze sovietiche ed in generale antinaziste. Al contempo si può ricordare anche una sconfitta, come monito per non ripetere errori commessi e guardare ad un futuro migliore: i giapponesi ogni anno fanno tesoro delle esperienze di Hiroshima e Nagasaki. Si può però anche ricordare una sconfitta per creare un mito: i serbi trovano nel massacro di Kosovo Polje il loro mito fondativo. Si può creare un monumento ad hoc anche lontano dal luogo fisico in cui è avvenuto il fatto. Allo stesso modo è possibile distruggere un qualcosa del gruppo avverso: a Mostar i croati hanno bombardato lo Stari Most, testimonianza del passaggio ottomano in Bosnia e simbolo della città erzegovese. 3. “Le nuove guerre” e il ruolo dell’etnia Il contesto delle “nuove guerre” (Kaldor, 1999), è quindi terreno di coltura per questo tipo di conflitti, manifestatisi soprattutto successivamente alla caduta del Muro di Berlino. Attori deputati a poter dichiarare guerra nei confronti di attori di pari grado. Lo scenario disegnato da Kaldor è decentralizzato e disordinato a causa della fine dell’era dei blocchi contrapposti. Contemporaneamente lo stato nazione non solo è meno forte fuori dei propri confini, ma anche internamente ha subito e sta subendo un processo di progressiva erosione dei propri poteri coercitivi e di prevenzione delle minacce interne. Secondo alcuni autori, tra cui W. Pfaff (1993), la fine del mondo diviso in blocchi ha fatto sì che finissero i conflitti tra stati e nascessero quelli tra gruppi divisi da identità e modelli di vita inconciliabili. Le divisioni di oggi in azione sarebbero però decisamente più violente di quelle espresse nella prima modernità in quanto le identità astratte e laiche della cittadinanza statale tendono ad essere sostituite da altre di natura culturale, religiosa ed etnica tra le quali è più difficoltoso il compromesso (Maniscalco, 2008), dando vita ad un ambiente neo-barbarico. Va qui ricordato anche Huntington (1997), con la sua teoria dello scontro delle civiltà, “secondo la quale i conflitti successivi alla guerra fredda si spiegano in termini di divergenze culturali piuttosto che ideologiche o economiche; più che particolari stati, esse tendono ad interessare coalizioni di stati omogenei tra loro rispetto alle 'civilizzazioni' di appartenenza” (Maniscalco, 2008, p. 29). Secondo Kaldor siamo quindi in presenza di conflitti intrastatali che però differiscono dalle guerre civili dell'epoca pre-1989. Le differenze si riscontrano negli scopi, nei metodi di combattimento (guerriglia per eliminare l'altro), per la tipologia delle unità di combattenti (privatizzazione dei corpi) e nei metodi di finanziamento (ottenuto con attività malavitose). Questi conflitti vengono infatti combattuti sulla base di etichette etniche, in cui una nuova politica dell'identità, fondata su un comunitarismo esclusivo, annulla le politiche inclusive statali. L'etnia, in questo rinnovato quadro, diviene quindi l'attore principale intorno al quale poter sviluppare il gruppo di riferimento nei conflitti intrastatali. Questi conflitti, come ricordato, si basano su etichette che vengono affibbiate da un gruppo all'altro: si diviene gruppo per creazione autonoma o per esclusione da un determinato contesto. La lingua (in moltissimi casi si dovrebbe parlare di dialetti), la religione, il clan, i tratti somatici, una storia condivisa, sono gli elementi che fanno sì che il gruppo tracci un confine in-out netto e non valicabile. L'esclusione, più che l'inclusione, è il fattore che determina l'appartenenza. 4. I Beni Culturali nelle “nuove guerre”: gli spazi interstiziali, sospesi e marginali. I Beni Culturali assumono un ruolo determinante all'interno dei conflitti sopra descritti, per vari motivi tra loro collegati. Anzitutto, il bene culturale, come abbiamo detto all'inizio, è traccia della memoria del gruppo etnico ed anzi viene accettato, creato, ricreato, protetto dal gruppo stesso proprio per dare delle basi comuni a tutti gli appartenenti della formazione sociale. Il bene culturale è testimonianza del passato, emblema dell'esistenza/persistenza presente e segno di continuità protesa al futuro. Può provenire dal passato, come nel caso dello Stari Most (1555) che riconduce direttamente al passaggio ottomano nell'area. Oppure può essere creato nel presente per ricordare il passato (antico o recente) e proiettarlo nel futuro. Rimanendo nell'ex-Jugoslavia possiamo pensare alla Torre di Gazimestan, un luogo spoglio e dal basso significato artistico e architettonico, ma situato nella Piana dei Merli laddove i serbi furono sconfitti dagli ottomani nel 1389, data da cui i serbi fanno partire la fondazione delle proprie radici comuni. L'intreccio Arte-Storia-Memoria si esplica quindi in un rapporto triangolare e paritetico, in cui i tre elementi si danno forza l'uno con l'altro. La Storia può essere selezionata per meglio indirizzare la Memoria nel senso halbwachsiano. L'Arte può diventare il campo di applicazione visiva ed emotiva del triangolo suddetto. L'opera artistica però è situata in luoghi ben precisi, sia momentanei (mostre) sia stabili (opere monumentali) e questi luoghi sono configurabili quindi come spazi determinati, riconoscibili e soprattutto riconosciuti dai gruppi chiamati al loro utilizzo. In questo caso siamo di fronte a quelli che qui definiamo come “spazi intensivi”. Prima però di arrivare agli spazi intensivi, necessitiamo di riflettere sulle altre categorie dello spazio. Il problema dello spazio è stato quindi oggetto, da parte della letteratura sociologica, di intense elaborazioni e revisioni. Già Simmel, nel suo Lo spazio e gli ordinamenti spaziali della società, sottolineava sin da subito la natura multiforme dello spazio, in quanto unione di elementi psichici e di intuizioni dell'anima: Nell'esigenza di funzioni specificatamente psichiche per le particolari configurazioni storiche dello spazio si riflette il fatto che lo spazio è soltanto un'attività dell'anima, è soltanto il modo umano di collegare in visioni unitarie affezioni sensibili in sé slegate (Simmel, 1998, p. 524). Siamo allora di fronte ad una realtà composta da tanti “spazi particolari” che, come ci dice Emanuele Rossi (2006), “potremmo definire come spazi sospesi, i quali, pur differenziandosi nella loro strutturazione (…) e nelle loro finalità, si presentano sociologicamente interessanti soprattutto per ciò che contengono, per le forme di relazione e di convivenza che sono in grado di ospitare, di produrre o semplicemente di annullare” (p. 9). Per fare ciò “abbiamo bisogno quindi di re-imparare ad osservare e ad interpretare lo spazio, di riconoscere allo spazio e alle diverse forme che di volta in volta è in grado di assumere, la funzione di strumento di lettura privilegiato di tutte le cose, vero e proprio deposito a cui è necessario attingere per comprendere in modo qualitativo il gioco incessante delle passioni, degli entusiasmi, degli antagonismi, così come dei tormenti e delle sofferenze che da sempre caratterizzano gli esseri umani; ma per far ciò bisogna saper di nuovo lasciare spazio all'immaginazione e soprattutto non ridurre gli spazi a semplici rapporti geometrici (...)” (Ivi, p. 15). E' solo in questo modo che è possibile quindi scoprire, mediante “una speciale lente sociologica, individuata nel concetto di sospensione” (Ivi, p. 9), alcuni di questi “spazi particolari”, in cui è possibile sospendere il normale corso degli eventi. Siamo quindi in grado di determinare diverse declinazioni di questi “spazi sospesi”: “spazi interstiziali”, “di margine”, “di consumo”. Qui ci interesseremo in particolar modo dei primi due, per il loro diretto collegamento con l'idea di “spazio intensivo”. Il concetto di “interstizio”, esaminato da Gasparini (2002), è di difficile e complessa collocazione ed anzi lo stesso autore dubita che si possa parlare di vero e proprio concetto. È altrettanto vero però che l'interstizio riesce “ad illuminare una serie di fenomeni specifici della vita quotidiana”, divenendo “il tramite, la cerniera, la porta, il ponte o il guado che consente il passaggio verso altri sistemi organici di significati”. Già Simmel (1998) aveva però evidenziato, sempre nel suo Lo spazio e gli ordinamenti spaziali della società, lo “stare fra” (p. 523) come funzione sociologica. Lo spazio infatti è una “forma priva di qualsiasi efficacia che, però, proprio in quella naturale situazione dello stare fra, può svolgere quella fondamentale funzione di elemento necessario alla configurazione di tutte le cose, rendendo in tal modo effettivamente possibile lo strutturarsi di qualsiasi forma di interazione” (Rossi, 2006, p. 56). Il vivere in comune quindi si sostanzia all'interno di uno spazio comune e condiviso che viene continuamente svuotato e riempito dalle interazioni che si susseguono di volta in volta. È lo spazio interstiziale quindi quello in cui si creano le relazioni, un “terreno di incontro” tra individui e/o gruppi comunicanti. Un altro contributo interessante che riguarda lo “stare tra” è offerto da Henry Pross, che si è cimentato nell'elaborazione del concetto di “spazi intermedi”. Per questo autore infatti qualunque forma spaziale è prodotta dal potere, che ne determina le configurazioni, i confini ed i limiti. Anche la costruzione di elementi fisici spaziali (palazzi, strade, accessi) sono una forma del potere vivente, ma accanto agli ordini che si susseguono in termini di spazio (superiore e inferiore) e di tempo (…) sono individuabili gli spazi e i tempi della transizione. Edifici, accessi, limiti sono le manifestazioni quotidiane di differenti ordini; ci sono però corridoi, angoli, differenze di altezze e di profondità, fuori dal controllo: per questo si configurano come spazi intermedi che procurano un senso di liberazione e di riparo dalla pressione dei tempi sociali (Pacelli, 2010, p.188). Anche in Pross è quindi possibile ravvisare quello “stare tra” simmeliano, come luogo di eventi sociologici reciproci continuamente in atto e che quindi senza sosta si creano, ricreano e rinnovano in un'arena sempre aperta ad una perpetua negoziazione di socialità o di socievolezza, per citare ancora Simmel. Tuttavia questo continuo muoversi tra “morire e divenire, e divenire e morire” fa sì che questi spazi intermedi, nonché quelli interstiziali, siano quindi contenitori ad “intermittenza”, i quali vivono dell'intensità temporanea delle relazioni che vi insistono all'interno, quando coloro i quali li percorrono e vi sostano decidono di instaurare dei rapporti di socialità con gli altri. Sono spazi quindi senza storia e senza futuro, lontani dal “luogo antropologico” di Augè (1993), eppure capaci di accogliere la costruzione di nuovi simboli e di rituali che lì vengono messi in atto e permangono per poco tempo. Queste occasioni di breve intensità fanno sì che però vi si verifichino degli accumuli energetici, diventando, come intuì Simmel, dei “centri di rotazione” (1998, pp. 540-1) intorno ai quali “si sviluppano relazioni con forte carica emotiva” (Rossi, 2006, p. 64). In altri termini, siamo in presenza di uno spazio non identitario, a relazionalità forte soltanto in alcuni momenti e su cui non si radicano forme fisse data la continua transizione di soggetti che vi transitano all'interno. Un'altra tipologia di spazio di forte interesse è quella rappresentata dagli “spazi di margine”. Per andare a trovare queste forme spaziali bisogna anzitutto risalire ai luoghi che ogni giorno sperimentiamo nelle nostre esistenze. Bauman (2006, p. 116) osserva come nelle nostre società contemporanee lo spazio sociale tende a formarsi prevalentemente sulla base di ciò che egli definisce proteofobia, ovvero la paura della diversità. Questa paura fa sì che all'interno delle nostre “mappe mentali” si vengano a creare dei “buchi” creati volontariamente al fine di distinguere ciò che attraversiamo necessariamente e ciò che altrettanto volontariamente escludiamo in un tentativo di razionalizzare e di dare maggiore importanza ai luoghi che viviamo ed in cui transitiamo, ci situiamo e ci relazioniamo quotidianamente. Il margine è quindi un qualcosa che è nello stesso momento all'interno ma anche all'esterno dell'ambiente percepito: interno per ubicazione ma esterno per quanto riguarda l'interezza delle relazioni sociali. Siamo quindi in presenza di uno spazio che viene inteso come un luogo di difesa, che serve per preservare e sottolineare la specificità del proprio ambiente: un modo per porre un “altro da sé”, per sospendere alcune questioni scottanti ed infine per dare una collocazione a quelle “società a fianco” che risultano un qualcosa da nascondere alla vista. Ed è proprio in questi margini che coloro i quali vi sono confinati possono ricreare zone di sociazione, sfruttando quell'oscurità di cui gli spazi di margine sono creati proprio dall'ambiente “di maggioranza” circostante. Nell'”effervescenza sociale” (Rossi, 2006, p. 90) esistente dentro ai margini risiede l'interesse verso questi nuovi centri di creazione di simboli e di senso. In conclusione, gli spazi interstiziali e di margine risultano quindi essere delle forme sospese, non ben definite, volatili. Proprio per questa loro condizione di transitorietà sono però attraversati da momenti ad altissima intensità relazionale ed emozionale che ne determinano l'importanza per i suoi “abitanti”. Nonostante la loro posizione defilata gli “spazi particolari” rimangono sempre in contatto con lo spazio principale, proprio perché sono prodotti da questo o perché sono popolati da coloro i quali in esso non devono risiedere o al massimo possono sostarvi/transitarvi per pochi, innocui, attimi. 5. Una nuova categoria concettuale: lo “spazio intensivo” Lo spazio intensivo si configura come una forma spaziale che sicuramente trae alcuni elementi dagli spazi descritti precedentemente, ma al contempo ne scarta alcuni fattori per accoglierne altri. Lo spazio intensivo è la “residenza” del bene culturale attorno al quale i gruppi si riuniscono, caricando di emotività e di senso il luogo/bene prescelto. Anzitutto, come ci ricorda Maurice Halbwachs (1987, pp. 135- 42), c'è una piena identificazione del gruppo con il luogo ed anzi la “fisicità” del bene culturale descrive, arricchisce e dà sostanza al luogo stesso. Luogo e bene culturale agiscono simultaneamente, dato che l'uno non può esistere senza l'altro. Il bene culturale diviene tale proprio perché è situato e sussiste in un dato luogo, che può essere, ad esempio, teatro di rivendicazioni territoriali (come nel caso della Torre di Gazimestan nella Piana dei Merli in Serbia). Il luogo invece diventa rilevante, unico e “degno” di riconoscibilità proprio per la presenza del bene culturale. Tuttavia, non basta la presenza del bene culturale per dotare di intensività lo spazio. Altri fattori diventano determinanti. Anzitutto, rispetto agli spazi interstiziali e a quelli di margine, lo spazio intensivo è anch'esso uno spazio “sospeso”, laddove la ritualità che vi insiste è frutto di momenti di richiamo politico/religioso collettivo. In confronto allo spazio interstiziale, lo spazio intensivo ne condivide la condizione di “stare fra”: spesso infatti lo spazio intensivo sta fra due gruppi in conflitto ed anzi segna il confine di uno rispetto all'altro. Può essere un confine sia fisico (quando ad esempio viene ricoperto d'importanza il limite dello stato) o simbolico/religioso, quando per esempio prendiamo come punto di analisi un luogo di culto, in cui accede solo chi condivide la medesima fede. È inoltre un terreno d'incontri, tra gruppi diversi ma molto più spesso tra appartenenti ad uno stesso gruppo. Di certo al suo interno possiamo trovare quella intermittenza interazionale che fa sì che lo spazio intensivo “viva” in determinati momenti: le celebrazioni, le ricorrenze, gli anniversari, una funzione religiosa. Al pari degli “spazi intermedi”, lo spazio intensivo può fungere da temporanea via dalle strutture del potere, anche se è una funzione diretta del potere. All'interno dello spazio intensivo infatti il forte coinvolgimento emozionale fa sì che si vada oltre ai sentimenti tipicamente nazionalisti o di identificazione con lo spazio medesimo. Quando si fa pratica di qualche rito o cerimonia (religiosa e/o civile) all'interno dello spazio intensivo, si trascende la dimensione puramente politica o religiosa per anelare ad un obiettivo per l'appunto trascendentale, immanente. L'appello per esempio di un leader nazionalista diventa destino di un popolo, la terrena funzione religiosa invece si trasforma in appuntamento con l'infinito. Di certo, come abbiamo visto in Simmel, lo spazio intensivo è un “centro di rotazione”, dato l'alto investimento emozionale che su questo fanno gli appartenenti ai gruppi. Oltre a ciò, lo spazio intensivo può essere paragonato anche agli spazi di margine. Al pari di questi infatti lo spazio intensivo può crearsi come ghettizzazione di una minoranza all'interno di un luogo che diviene poi il nucleo di rivendicazioni della minoranza stessa. La differenza principale dello spazio intensivo rispetto agli altri “spazi particolari” risiede nel contrasto tra fissità ed intermittenza. Mentre gli spazi di margine e interstiziale rimangono comunque delle zone di transito senza una storia, un passato o un futuro, lo spazio intensivo, nonostante la transitorietà dei suoi eventi, è sempre presente. È uno sfondo che può essere riattivato socialmente, politicamente o religiosamente in ogni istante. È uno spazio in c

    La rappresentanza politica femminile come indicatore della qualità democratica : Italia e Spagna in prospettiva comparata

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    Profondamente convinta che un’analisi in chiave cognitiva del rapporto tra le donne e la partecipazione politica richieda, per la sua complessità un approccio che non sia solo monodimensionale (quindi non solo giuridico o storico o statistico o sociale) ma che abbia più ampie modalità interpretative, proprie della Scienza Politica, ho scelto - d’intesa con il mio tutor, prof. Grilli - l’aspetto della qualità della democrazia, partendo dall'ipotesi che esista una correlazione tra di essa e la maggiore o minore rappresentanza politica femminile. Nella mia ricerca intendo utilizzare i dati e le informazioni relativi alla presenza delle donne nelle istituzioni e nei partiti come indicatore della qualità democratica, sia nello scenario italiano sia anche in quello di una realtà nazionale diversa, quale è la Spagna, paese che presenta svariati aspetti similari dal punto di vista storico/politico e sociale con l’Italia. Durante gli anni appena trascorsi, mi sono recata personalmente, in Spagna, più precisamente a Madrid presso la Biblioteca e l’Archivio del Congreso de los Diputados e presso la sede dell’Instituto de la Mujer, ed a Siviglia, presso la sede locale dell’Instituto de la Mujer. Ho così potuto raccogliere dati direttamente in loco da fonti dirette, e avere accesso a letteratura scientifica che qui in Italia è di difficile reperimento. Di contro per la raccolta dei dati relativi all'Italia i miei principali punti di riferimento sono state la Biblioteca del Senato e quella della Camera dei Deputati. Ho inoltre istituito contatti – e ricevuto suggerimenti e indicazioni – da studiosi italiani e spagnoli (soprattutto Anna Bosco, Andrea Graziosi, Simonetta Soldani, Tania Vergè e Celia Valiente). La tesi, così come rielaborata sotto la supervisione del mio tutor, si compone di una parte a carattere teorico e di una parte dal profilo empirico. Ho ritenuto fondamentale, prima di iniziare i lavori, esplicitare, in una premessa metodologica l’ipotesi di base, i casi di studio individuati, la metodologia di ricerca usata, la struttura della ricerca e gli obiettivi prefissati. La questione delle dimensioni qualitative della democrazia cerca ancora una uniformità metodologica, considerato che gli interessi conoscitivi degli scienziati politici che l’hanno trattata sono stati molteplici, come anche molteplici le strategie di ricerca adottate e le indagini empiriche utilizzate. Agli studi a carattere comparativo fortemente denotativo come quelli di Lijphart, di Morlino, di Altman e Pérez-Liñán (con un’alta casistica corredata da un raffronto sistematico in termini quantitativi) se ne affiancano altri precipuamente connotativi, focalizzati su un minor numero di casi ma con maggior dovizia di approfondimenti analitici ed un bilanciato utilizzo di tecniche quantitative e qualitative (come la ricerca di Diamond e Morlino). Prendendo spunto dalla letteratura riguardante la valutazione delle democrazie, secondo cui le democrazie possano essere classificate, in relazione alla qualità, anche in termini empirico-valutativi, l’ipotesi di base è dunque che in quei paesi in cui c’è una pari rappresentanza politica maschile e femminile ovvero una comunque elevata presenza femminile nella politica, si registra un livello più alto di qualità della democrazia. La domanda che mi sono posta in partenza è se incrementando la rappresentanza politica femminile, come fattore di sviluppo delle potenzialità democratiche, sia possibile migliorare la qualità democratica, attraverso le potenzialità dei cittadini e delle istituzioni. Ed è questo ciò che intendo verificare nel mio studio. Ho scelto l’Italia e la Spagna quali oggetti di studio, in quanto presentano realtà geograficamente, socio-culturalmente, etnicamente e religiosamente abbastanza vicine: sebbene i due paesi abbiano collaudato il loro processo di democratizzazione in differenti momenti storici ed in differenti contesti istituzionali, la Spagna costituisce un modello con cui confrontarsi, specie per quanto riguarda l’impatto delle questioni di genere nella legislazione, nei regolamenti parlamentari e negli statuti dei partiti. La mia ricerca è iniziata sia dall’analisi della letteratura relativa alla qualità democratica sia dallo studio del materiale storico per contestualizzare i casi di studio nella dimensione sincronica. La fase successiva ha riguardato il reperimento e l’analisi dei dati in merito alla rappresentanza politica femminile nelle istituzioni italiane e spagnole e nei partiti, non senza aver dato un’occhiata fuggevole al quadro costituzionale e normativo, aspetti che costituiscono la base per un’analisi del rapporto tra le donne e l’attività politica e per poter istituire un confronto in chiave cognitiva sulle caratteristiche di una situazione che, per la sua complessità, non si presta ad essere trattato con un approccio monodimensionale (ad esempio solo giuridico o storico o solo statistico o sociale) ma richiede più ampie modalità interpretative. Il taglio utilizzato è quello comparativo, più specificatamente ho utilizzato la comparazione binaria su due “most similar systems” (Przeworski e Teune, 1970): tale strategia di ricerca (comparazione qualitativa) ha posto l’attenzione sulle somiglianze e differenze dei casi di studio, il che mi ha permesso di osservare un’ampia serie di fattori, mediante l’adozione della parametrizzazione di alcune caratteristiche di tipo politologico - storico – geografico - culturale. La mia ricerca è dunque fondata su una comparazione di tipo qualitativo della rappresentanza politica femminile, basandosi sul raffronto dei casi e delle relative caratteristiche simili o differenti, secondo la loro presenza o assenza, e sviluppandosi in una comparazione di tipo sincronico. I dati sono stati raccolti da fonti secondarie affidabili ed ufficiali (quali, tra l’altro, le banche dati Inter Parliamentary Union, ONU, UE, ISTAT e quelle dei Parlamenti italiano e spagnolo, nonché del Dipartimento per le Pari Opportunità e dell’Instituto de la Mujer). La tesi si compone di due parti: la prima teorica, in cui vengono fornite definizioni, tassonomie e concettualizzazioni della qualità democratica, e descritti gli indicatori utilizzati dai principali scienziati politici che, nel corso del tempo, si sono occupati di questo argomento. Nella seconda parte dello studio, che ho dedicato alla sperimentazione empirica di due differenti contesti nazionali, le ipotesi formulate in precedenza, vengono sottoposte a controllo sistematico mediante l’esame dei dati raccolti. Due i focus nella prima parte della ricerca: uno è rivolto allo studio di un preciso indicatore di qualità democratica, utilizzato dallo studioso olandese Lijphart, la rappresentanza politica femminile. L’altro focus è dedicato alla natura delle gender equality policies e alla contestualizzazione dei gender studies all’interno della scienza politica e, più in particolare, all’interno degli studi sulla qualità democratica. Lo scopo dello studio è verificare la presenza o meno di qualità democratica ed il suo eventuale livello, all’interno dei due paesi democratici scelti come casi di studio, in base al loro effettivo modellarsi ed al concreto funzionamento utilizzando come indicatore di qualità democratica – cioè come «espressione del legame di rappresentazione semantica fra il concetto più generale ed un concetto più specifico di cui possiamo dare la definizione operativa» (cfr. Morlino 2005) - la rappresentanza politica femminile, stabilendo un nesso causale fra una o più variabili. Tenendo presenti come variabili indipendenti (o cause) quelle normative, culturali ed istituzionali (e le relazioni tra di esse) di ciascun ordinamento preso in considerazione, ho analizzato empiricamente le conseguenze e gli effetti da queste prodotti sulla rappresentanza politica femminile, prestando particolare attenzione al denotarsi o meno di una democrazia di qualità (considerata in questo studio come variabile dipendente, o effetto). Il numero delle variabili indipendenti scelte è ridotto a tre (politiche, normative, storico-culturali) per non incidere sulla purezza della relazione causa - effetto ipotizzata. Con l’intento di sperimentare la validità dell’indicatore preso in esame, ho analizzato diversi altri aspetti ad esso collegati, quali le gender equality policies, i gender studies nonché le istituzioni gender friendly. Gli obiettivi rivestono, innanzitutto, un carattere conoscitivo, nonché applicativo per la migliore valorizzazione dei risultati attesi. Con questa mia ricerca ho voluto affrontare un tema in continuo divenire nella produzione scientifica italiana, il quale per tale ragione costituisce un’importante occasione di riflessione e di approfondimento sulla rappresentanza politica e, in particolare, sulla disciplina della partecipazione della donna alla vita democratica dei Paesi che costituiscono i due casi di studio individuati. Questo studio vuole dunque essere un’occasione di dettagliata osservazione circa gli studi sulla qualità democratica e la democrazia stessa attraverso l’osservazione, in un’ottica di genere, delle sue sedi istituzionali e dei suoi attori politici (le assemblee parlamentari ed i partiti): l’attenzione per la rappresentanza femminile all’interno delle assemblee parlamentari e dei partiti politici costituisce un punto di vista utile per contribuire agli studi sulla valutazione della qualità della democrazia. La Prima parte si apre (Capitolo I – Introduzione e § 1) dando spazio, innanzitutto, alle analisi e alle teorie (ripercorrendo il punto di vista storico/filosofico/politico di numerosi autori) relative al concetto e alle tipologie di democrazia, termine maggiormente usato in campo politologico, sin dai tempi di Aristotele. Esso ha percorso un lungo iter connotato da svariate ed affatto univoche considerazioni e sicuramente ciò è collegato alla diversità dei momenti temporali o dell’ottica ideologica o culturale attraverso le quali lo si è declinato. A tutt’oggi, non esiste “la” definizione di democrazia ma, come sottolinea Dahl (2002), «Dopo più di due millenni da quando il termine è stato coniato nell’antica Grecia, non siamo ancora venuti a capo di una definizione generalmente accettata». Tuttavia «definire la democrazia è importante perché stabilisce cosa ci aspettiamo da essa» (Sartori, 1993), ed è dunque imprescindibile partire da una sua definizione operativa che non coincida né con un’ideologia, né con una dottrina politica, né con una particolare forma di governo. Il successivo § 2 del capitolo si sostanzia nell’analisi di definizioni, tassonomie e concettualizzazioni della qualità democratica e nella descrizione dei principali indicatori utilizzati dagli scienziati politici che, nel corso del tempo, si sono occupati di questo argomento; partendo dalla procedura, maggiormente puntuale e sicuramente più utilizzata, elaborata da Morlino (2005 e 2013) risulta chiaro che la nozione di qualità democratica ha un’essenza multidimensionale e pluralistica; numerosi scienziati politici e 4 studiosi concordano sul fatto che uno studio empirico, che valuti se una democrazia sia qualitativa o meno, debba considerare almeno otto dimensioni di variazione o indicatori di qualità della democrazia (analiticamente esaminati nel paragrafo), relativi alla valutazione di contenuti, procedure e risultati. Il § 3, conclusivo, spiega quanti e quali siano i modi in cui la qualità democratica è stata studiata: affrontare lo studio della qualità democratica stessa, con le sue dimensioni a volte in contrasto l’una con l’altra, può voler dire analizzare prevalentemente una qualità piuttosto che un’altra e spiegare un certo risultato in un paese in quanto a qualità. Anche se appare evidente che la vivace attività di ricerca sulla qualità democratica non gode di una univoca metodologia, è innegabile, tuttavia, che gli scienziati politici stiano studiando soluzioni per valutarla al meglio; attraverso un breve focus sull’insieme di valori che riguardano il funzionamento di una democrazia ideale e l’insieme delle caratteristiche che identificano empiricamente tali valori, ho voluto ipotizzare una classificazione degli studi sulla qualità democratica - alcuni dei quali sono presi come spunto e trovano applicazione nel dibattito politico - categorizzandoli in base a parole chiave quali i diritti, le libertà e l’uguaglianza, la valutazione della stabilità delle istituzioni. Il Capitolo II è dedicato alla presenza delle donne nelle istituzioni come indicatore della qualità democratica; ho dedicato parte dell’Introduzione a delineare un breve quadro della condizione femminile nei più recenti e deleteri regimi dittatoriali del recente passato europeo, cioè la Germania nazista e il comunismo sovietico (Bock, 2007; Navailh, 2007), al fine di chiarire come un grado, più o meno alto, di gender equality sia “univoco” indicatore della democrazia di un paese e della sua qualità (ricordo che in tali regimi l’uguaglianza tra i sessi, per alcuni versi, era apparentemente più garantita che in molte odierne democrazie). Ciò premesso, è tuttavia da sottolineare come sia orientamento ormai riconosciuto dalla comunità scientifica, politica e sociale che una partecipazione femminile maggiore dell’attuale, in ambito politico, e una rappresentanza paritaria, costituiscano indicatori concorrenti in una analisi sulla qualità democratica. Se dunque il concetto di pari opportunità è ormai riconosciuto come principio fondamentale della democrazia (Brezzi, 2014) in quanto afferente sia alla sfera dei diritti sia a quella delle libertà, è consequenziale che l’utilizzo di indicatori gender sensitive sia un importante strumento per contribuire alla valutazione di una democrazia piena e completa di tutti i cittadini (uomini e donne) nel processo di decision making e negli altri aspetti della vita democratica di un paese. È in questa ottica che ho rivolto particolare attenzione alle teorie dello studioso olandese Lijphart ed alla sua fondamentale analisi delle diverse “forme di democrazia” e della loro performance (1984, I ediz., 1999, II ediz. e 2012 ultima edizione). Nelle sue ricerche ha costruito (1999; 2012) ha costruito un preciso indicatore di qualità democratica (la rappresentanza politica femminile nelle istituzioni democratiche) che risulta essere uno degli indicatori maggiormente interessanti in questo ambito. Il § 1, analizzando il contributo del grande studioso da cui conseguono alcune interessanti considerazioni, indaga su quali risultati deve produrre il sistema della rappresentanza per porre in essere una democrazia di qualità. Egli include tra i numerosi indicatori di risultato usati per misurare la qualità della democrazia consensuale (variabile indipendente misurata nella dimensione esecutivo e partiti) la rappresentanza politica delle donne (nel legislativo e nell'esecutivo) e la disparità tra donne e uomini (indice disuguaglianza di genere). L’autore ritiene la rappresentanza politica femminile una «misura importante» per una attenta valutazione sia della qualità sia della rappresentanza democratica in assoluto; anche perché può aiutare a valutare in modo indiretto – utilizzandola quale proxy – la rappresentanza in generale delle minoranze (ad esempio etniche e religiose), misura difficilmente individuabile a causa della loro irregolare distribuzione sul territorio; pertanto si può far riferimento ad una «minoranza politica» e non demografica, quella di genere, che è riscontrabile e comparabile in modo sistematico. La rappresentanza politica femminile è utilizzato come indicatore anche in numerosi indici, sia semplici che compositi, e nell’ambito di molteplici dimensioni che li compongono. È di questo che si occupa il § 2, in cui riporto i principali indici internazionali che utilizzano indicatori relativi alla rappresentanza politica di genere, argomento di base di questo studio, prima di passare a una sintetica trattazione di questi indici. Nel Capitolo III, con il quale si chiude la parte teorica della tesi, ho trattato l’argomento dei Gender Studies, partendo (Introduzione) da alcuni brevi cenni definitori e concettualizzazioni, per evitare ambiguità lessicali che possano nuocere alla linearità della successiva trattazione, di temi quali l’empowerment e il mainstreaming di genere, le differenze tra sesso e genere, tra gender studies e women’s studies nonché tra ricerca gender oriented e gender sensitive; si tratta di argomenti da qualche tempo inseriti nel dibattito scientifico, anche sotto l’aspetto dell’elaborazione di adeguati strumenti d’indagine per evidenziare l’esistenza di ruoli e relazioni correlati al genere. La contestualizzazione dei gender studies nella Scienza Politica costituisce l’argomento del § 1: la loro prolungata invisibilità ha fatto sì che la notevole mole di ricerca, condotta in quest’ottica, producesse ramificazioni e sbocchi multidisciplinari, anche dal taglio metodologico innovativo. D’altra parte la prospettiva del genere ha, in qualche modo, contribuito a rimodulare l’approccio metodologico e ad arricchire la pluralità dei soggetti trattati dalle più disparate discipline scientifiche, imprimendo impulso a nuovi campi di ricerca (Piccone Stella, 2010). È dunque possibile affermare che essi sono volti allo studio dell’identità di genere, attraverso un approccio multidisciplinare, interdisciplinare e plurimetodologico. Quanto detto porta direttamente a dover rispondere ad alcuni interrogativi, pivotali per gli argomenti trattati in questa ricerca, su come si collocano tali studi all’interno di un ambito disciplinare quale è quello della Scienza Politica. Non è possibile disconoscere il contributo dato dalle teorie femministe alla trasformazione del dibattito contemporaneo e di molte teorie politiche nonché alla progressiva evoluzione di alcune norme (Lois, Alonso, 2014): in questo senso Rosalind Sharon Krause (2011) afferma che gli studi di teoria politica degli anni ‘70, anche quelli che non si incentrano sulle donne o sul genere, si sono arricchiti progressivamente di una consapevolezza critica circa la qualità che l’ottica di genere porta nelle relazioni di potere. L’introduzione degli studi di genere nella Scienza Politica è avvenuta grazie all’«interazione delle teorie più importanti su sesso biologico, genere socialmente costruito e vita politica» (Tolleson-Rinehart, Carroll, 2006), cosicché i temi sui quali si è principalmente focalizzata l’attività di ricerca sono quelli riferiti alle politiche pubbliche e all’interazione tra strutture istituzionali, che sono maggiormente coinvolti nella realizzazione della parità di genere e della tutela dei diritti delle donne nelle democrazie contemporanee. Il tema del § 2 sono proprio le gender equality policies, viste come strumento di qualità democratica nonché le loro strategie (statuizioni normative, azioni positive e strategie di gender mainstreaming), e le gender friendly institutions (women’s policy agencies, Parlamenti gender sensitive). Infatti, nell’ottica della concretizzazione della prospettiva di genere nella Scienza Politica, ho ritenuto di accennare alcuni elementi relativi alla completa attuazione dei processi di gender equality policies, nonché analizzare anche “come” le donne vengono (o sono state) “integrate” nelle istituzioni democratiche. Una delle linee di ricerca politologica più promettenti rispetto allo studio delle istituzioni è quella che riguarda l’incorporazione della prospettiva di genere nelle attività istituzionali di un paese. Questa linea di ricerca parte dalla premessa che le istituzioni non risultano neutrali rispetto al genere, finché riproducono le norme e i valori preminenti relativi alla disuguaglianza tra uomini e donne. La Scienza Politica ha, pertanto, iniziato a occuparsi di analizzare e rendere visibili i processi che intendono evitare il perpetuarsi nelle istituzioni di relazioni asimmetriche di potere tra i sessi (Lois, Alonso, 2014). La trasformazione delle istituzioni da strutture statiche a dinamiche è favorita dalla scelta di una prospettiva di genere: si tratta di un cambiamento che deve avvenire dall’interno (Vingelli, 2005), ma che può essere favorito da una pressione esterna, e porta all’instaurarsi di nuove procedure che diventano routinarie, così come le vede Jepperson (1991). La Seconda parte dello studio è dedicata alla sperimentazione empirica delle ipotesi formulate in precedenza, sottoposte a controllo sistematico mediante l’esame dei dati raccolti riguardanti i due casi di studio individuati. Nell’Introduzione a questa parte del lavoro, che ho dedicato alla nascita e al percorso del concetto di cittadinanza in un’ottica di genere, ho voluto ripercorrere – in una sintetica esposizione a carattere cronologico – le principali tappe che hanno segnato il lungo cammino delle donne verso l'acquisizione, per lo meno dal punto di vista formale, di quell'insieme di diritti civili e politici che qualificano chi ne è titolare come “cittadino” (Godineau, 2000; Fraisse, Perrot, 2000; Sineau, 2007). Storicamente l’argomento della cittadinanza è stato analizzato da un punto di vista univoco senza utilizzare la categoria del genere e quindi non differenziando i diversi percorsi temporali, politici e giuridici compiuti dall’esperienza maschile e da quella femminile. Nella precedente parte teorica, più volte ho rilevato che insito nel concetto stesso di democrazia è il principio di uguaglianza, al cui aspetto formale deve corrispondere quello sostanziale (Caravita, 1990; Ainis, 1999; Sartori, 2003; Pasotti, 2005; Gianformaggio, 2005; Celotto, 2009). Perciò il fine ultimo si concretizza nel raggiungimento di una uguaglianza sociale e, inevitabilmente, soprattutto politica, in quanto la mancanza di un equilibrio sociale comporta senza dubbio ripercussioni su quello politico. Infatti, senza l’uguaglianza d

    From “Our Experiment” to the “Prisoner of the West” : Ghana’s Relations with Great Britain, the United States of America and West Germany during Kwame Nkrumah’s Government (1957-1966)

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    Adoperando fonti edite ed inedite di archivi di diversi paesi, la presente tesi dottorale offre uno sguardo approfondito sul modo in cui tre delle principali potenze occidentali, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti d'America e la Repubblica Federale Tedesca, si rapportarono agli sviluppi politici ed economici nel primo paese a divenire independente dell'Africa sub-sahariana, il Ghana, negli anni del governo di Kwame Nkrumah (1957-1966). Ripercorrendo l'evoluzione politica interna del Ghana in parallelo ai principali eventi della decolonizzazione africana e della Guerra Fredda di quegli anni, l'autore argomenta in particolare che il deterioramento dei rapporti tra il Ghana e i suddetti tre paesi a partire dal 1960 sia dovuto alla fondamentale divergenza tra la visione politica di Nkrumah, che vedeva nel proprio paese la chiave di volta di un governo socialista pan-africano e anti-imperialista, e quella delle leadership occidentali, che volevano fare del Ghana un modello esemplare di democrazia liberale e nazionalismo anti-comunista in Africa

    Distribuzione di segnali di sincronizzazione per la Power Quality attraverso ponte radio Microwave

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    La rete di monitoraggio della Power Quality (PQ) sui cui lavora il Laboratorio di Misure è costituita da siti di misura sul territorio di Roma, interconnessi ad un nodo centrale di raccolta del dato di PQ. Ogni postazione di monitoraggio è composta da trasduttori di ten-sione e corrente collegati ad un sistema di acquisizioni dati DAS (“Data Acquisition Sy-stem”), che provvede a raccogliere ed elaborare i dati di PQ per poi trasmetterli al sistema di raccolta centralizzato tramite una connessione Internet. Un ricevitore GPS (“Global Posi-tioning System”) fornisce il timestamp riferito al tempo UTC (“Coordinated Universal Time”) da associare ai dati acquisiti. Le necessità di un siffatto sito di monitoraggio sono: la disponibilità di una connettività adeguata per il trasferimento dei dati e le operazioni di manutenzione remota, un segnale analogico PPS (“Pulse Per Second”) per la sincronizzazione di fase del DAS, la marcatura temporale ed un segnale analogico a 2048 kHz per la generazione della frequenza di cam-pionamento impiegata nel DAS; quest’ultimo segnale, in forma metrologicamente riferibile, è disponibile solamente nei siti ospitati da TIM (“Telecom Italia Mobile”): per questo il DAS è equipaggiato anche con un semplice oscillatore al quarzo che ne permette l’utilizzo anche in altri contesti, sebbene con un livello di accuratezza inferiore. La disponibilità di una connettività dati rimane tuttavia una problematica importante, so-prattutto nelle zone periferiche e rurali non ancora raggiunte dai servizi a banda larga (broad-band); inoltre non è sempre possibile ricorrere all’impiego del GPS come sorgente di riferi-mento, sia per limitazioni ambientali alla piena visibilità del cielo, che per la suscettibilità al disturbo volontario (“jamming”) ed involontario (interferenze). Pertanto, si è deciso di cer-care una soluzione alternativa, o quanto meno di riserva, per portare a distanza ed in modo accurato i segnali di riferimento per il funzionamento del DAS. La scelta dell’impiego di un ponte radio per questo scopo è sembrata particolarmente adatta in quanto gode di tutti i van-taggi del trasporto “wireless”, è un apparato di largo impiego nel settore delle telecomuni-cazioni ed è anche in grado di provvedere alla necessità di un collegamento dati robusto ed affidabile. L’attuale tendenza a livello globale alla convergenza verso sistemi di trasporto dati basati sulle reti a pacchetto, ha indirizzato il mio interesse nei confronti delle due tecniche di sin-cronizzazione più evolute nel panorama delle reti Ethernet: il Synchronous Ethernet (o ABSTRACT iv SyncE) e lo standard IEEE 1588-2008 (noto anche come PTPv2, “Precision Time Protocol version 2”). Il primo è un metodo specifico per la distribuzione del clock ad elevata accura-tezza, basato sulla trasmissione del riferimento di frequenza “in banda”, su flussi di dati sincroni; l’altro è specificamente progettato per trasferire in modo accurato l’informazione di fase e del “Time of Day” mediante uno scambio di messaggi tra orologi nel paradigma Master-Slave. Sebbene anche il PTPv2 sia impiegabile per trasferire un riferimento di fre-quenza, il SyncE è in grado di offrire un livello di accuratezza e stabilità superiori. Queste due tecniche presentano peculiarità tra loro complementari che combinate in una soluzione “ibrida” possono essere impiegate per ottenere un riferimento di fase (PPS) con un livello di accuratezza che può avvicinarsi a quella ottenibile con un ricevitore GPS, oltre che un riferimento di frequenza molto stabile. Per di più, queste due tecnologie si spo-sano bene con i sistemi di collegamento radio Microwave: i ponti radio “hybrid” sono infatti in grado di trasportare contemporaneamente sul frame radio sia un riferimento di frequenza fisico, sia pacchetti di dati. Sfruttando opportunamente questa caratteristica, contestualmente all’impiego di tecniche di classificazione e priorizzazione del traffico (VLAN e QoS), è pos-sibile garantire il servizio di sincronizzazione anche in condizioni radio avverse, dove le funzionalità di “Adaptive Modulation” e “Automatic Transmit Power Control” potrebbero costringere il ponte radio a lavorare in regime di capacità di banda minima. In effetti, consi-derato un collegamento punto-punto in tali condizioni e forzando il ponte ad operare con una modulazione minimale “QPSK Strong” a 50 Mbps, si è verificato che un'iniezione di traffico nel collegamento, crescente fino a saturare la banda a disposizione, non comporta sostanziali scostamenti del segnale PPS in uscita al nodo Slave a valle del collegamento stesso. Si è inoltre verificato che il riferimento di frequenza a 10 MHz ricostruito dallo Slave è ancora di qualità paragonabile alla sorgente di riferimento. Essendo i segnali analogici PPS e clock il reale oggetto d’interesse, si è scelto di valutare le prestazioni del sistema investigando sulle loro proprietà statistiche alle terminazioni di sorgente e di consegna della catena punto-punto. Le metriche scelte per la caratterizzazione del livello di qualità della sincronizzazione sono il “Time Interval Error” dei segnali ed i relativi indici statistici di: valore atteso, devia-zione standard, valori massimo e minimo, ampiezza picco-picco. Le verifiche di cui sopra sono state effettuate su un banco di test specificamente realizzato per lo scopo: due orologi SB-V01, rispettivamente in configurazione “Master” e “Slave”, ABSTRACT v sono messi in comunicazione mediante un ponte radio Huawei OptiX RTN905 operante in guida d’onda a 23 GHz; i dati relativi ai segnali PPS e clock raccolti con un oscilloscopio USB della famiglia PicoScope, sono stati successivamente elaborati numericamente in post-processing mediante l’impiego di script in linguaggio Python 2.7, da me appositamente scritti per questo scopo. Al fine di valutare i limiti d’impiego sul campo della soluzione proposta, si è proceduto inizialmente a stabilire l’effettiva affidabilità e stabilità di sincronizzazione di fase tra due generici ricevitori GPS come quelli ad esempio impiegabili per gli scopi di monitoraggio della Power Quality. Si è verificato che, operando essi sotto le medesime condizioni al con-torno, al variare della disposizione della costellazione di satelliti in vista, la distanza tra i PPS dei ricevitori può raggiungere scostamenti fino ad 80 ns. Per questa verifica sono stati impiegati i soli due apparati disponibili dotati di ricevitore GPS: il SyncSwitch e lo SB-V01. Con la tecnica ibrida PTPv2-SyncE applicata agli apparati SB-V01, che s’ipotizza impie-gare a regime sul campo come Master e Slave, si è dimostrato invece che è possibile rag-giungere una distanza stabile tra PPS attorno ai 77 ns ±2 ns per un collegamento radio di tipo P2P a singolo hop, dopo oltre 48h di collegamento. Questa soluzione dunque si presenta come una possibile alternativa di backup alla co-mune sincronizzazione satellitare, in grado di portare ad una distanza di circa 10 km dalla sorgente di riferimento, sia segnali di fase e frequenza, un collegamento dati della capacità di alcune centinaia di Mbps, utile al trasferimento delle informazioni di Power Quality. Seb-bene lo studio proposto supponga di trasportare con un singolo collegamento i segnali di sincronizzazione ed un canale dati da un sito provvisto di riferimenti primari verso un altro sito periferico, esso offre lo spunto per ipotizzare l’utilizzazione di più ponti radio in cascata. Con essi, operanti ad una frequenza di lavoro più bassa, è possibile coprire distanze nell’or-dine delle decine di chilometri: in questo caso è importante caratterizzare l’intera catena ed adottare le strategie “on-path” per ridurre quanto più possibile il fenomeno della “Packet Delay Variation”, rimanendo in un time-budget ancora accettabile per gli scopi della Power Quality

    Implementazione di una Infrastruttura completa per il Monitoraggio della Power Quality

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    L’estrema difficoltà che si ha ad immagazzinare grandi quantità di energia elettrica ha reso necessario lo sviluppo di un’efficace rete di distribuzione in grado di permetterne l’utilizzo, da parte di un utente, praticamente nell’istante stesso in cui questa viene prodotta ed anche se questo utente si trova a centinaia di chilometri di distanza dalla centrale elettrica di produzione. Ecco quindi che con la nascita del sistema elettrico ha avuto origine anche lo studio dei problemi legati alla distribuzione dell'energia elettrica, infatti, affinché l'energia sia usufruibile non è sufficiente generarla e trasportarla all'utilizzatore, ma bisogna garantire che arrivi a quest’ultimo con una ben determinata "forma", ovvero con ben determinate caratteristiche. L’energia elettrica che viene distribuita in Italia ed in Europa, idealmente, presenta le caratteristiche principali di avere una forma d’onda sinusoidale con frequenza di 50 Hz ed una tensione efficace di 230 V. Andando però, ad analizzare le forme d’onda che arrivano ad un utilizzatore si trova, spesso, qualcosa di differente e che cambia nel tempo e da punto a punto di osservazione. Questo discostamento dell’energia elettrica dalla sua idealità può avere diverse cause, ognuna che incide diversamente a seconda del caso:  la complessità ed irregolarità della rete di distribuzione, costituita da svariati chilometri di conduttori e da numerosi trasformatori che si incontrano lungo il percorso;  la grandissima varietà di carichi elettrici connessi alla rete, ognuno con le proprie caratteristiche di assorbimento ed i propri intervalli di funzionamento;  la disomogeneità nella distribuzione sul territorio di questi carichi;  la crescente presenza di Generazione Distribuita, che presenta spesso i suoi convertitori elettronici per adattare la forma dell’energia elettrica generata a quella dell’energia distribuita sulla rete a cui è connessa. Capitolo 1 - Introduzione 2 Perciò questo “discostamento dall’idealità” non dipende solo da come viene generata l’energia elettrica e dal suo sistema di trasporto, ma dipende anche dagli utenti che utilizzano l’energia stessa e che sono in grado con i loro carichi, spesso inconsapevolmente, di modificarne le caratteristiche sia per loro che per gli altri utenti della rete. Quindi la “qualità della fornitura di energia elettrica” che arriva all’utente finale, intesa, per ora, come il discostamento dalle forme d’onda ideali, può essere ben più scarsa di quella dichiarata dal distributore a causa di tutto ciò che ruota attorno alla rete di distribuzione, utenti inclusi. Oggigiorno gli utilizzatori dell’energia elettrica sono sempre più sensibili a questo argomento, in quanto una “bassa qualità” dell’alimentazione è in grado di compromettere il corretto funzionamento delle apparecchiature ad essa collegate e quindi, ad esempio in ambito industriale, può condizionare fortemente il normale processo produttivo e causare intollerabili disservizi. Questo si traduce, molto spesso, in perdite economiche anche di notevole entità. In questo contesto, in cui si inserisce il settore della Power Quality, il monitoraggio della qualità dell’energia acquista un ruolo fondamentale per ottenere informazioni sullo stato di una sottorete elettrica, utili non solo per individuare e quantificare i disturbi ma anche per cercare di determinare delle responsabilità. Inoltre, in alcune situazioni, avendo un’ottima conoscenza della rete, potrebbe anche essere possibile prevederne il comportamento ed agire in tempo per prevenire delle anomalie o il peggioramento della situazione. Perciò l’obiettivo di questo lavoro è stato quello di sviluppare un’infrastruttura completa per il monitoraggio della Power Quality, da poter distribuire geograficamente su larga scala, in modo da aumentare notevolmente la conoscenza dello stato della rete elettrica. Quindi, realizzare una struttura con dei punti di monitoraggio che abbiano bassi costi, che siano compatti, affidabili e capaci di fornire dei dati riferibili temporalmente, in modo da poter essere confrontati rispetto ai vari siti. Inoltre, questa struttura deve essere in grado di visualizzare agevolmente tutti i dati di Power Quality acquisiti e di gestire facilmente numerosi punti di osservazione che potrebbero essere dislocati ovunque sul territorio. Si parla di infrastruttura “Completa” perché è stata sviluppata sia la parte hardware, per acquisire i segnali fisici dalla rete, sia il software per elaborarli e visualizzarli, sia, Capitolo 1 - Introduzione 3 soprattutto, un meccanismo per la gestione ed il controllo, completamente da remoto, dei vari siti, cosa non affatto banale e spesso non presente nei sistemi di monitoraggio. Questo lavoro è stato suddiviso in 3 sezioni principali. Nella prima verrà data una breve descrizione della Power Quality, menzionando quali possono essere gli effetti di una cattiva alimentazione, classificando i maggiori disturbi e fornendo alcune informazioni sulle principali normative in vigore nel settore della PQ e della sua strumentazione. Inoltre, si parlerà dei sistemi di monitoraggio e verrà mostrato il vecchio sistema realizzato ed utilizzato dal laboratorio di Misure Elettriche ed Elettroniche. Nella seconda parte verranno dapprima elencati gli obiettivi da raggiungere e poi verrà descritta, in dettaglio, la “nuova” infrastruttura realizzata. Questa descrizione è stata articolata esponendo separatamente i componenti dei 3 aspetti principali dell’infrastruttura. Prima verrà descritta la parte hardware, il cui elemento principale è il BeagleBone Black che ha permesso di ridurre notevolmente costi e dimensioni, aumentando l’affidabilità, poi il software ed in ultimo la parte dedicata al sistema di gestione e controllo, entrambi basati sul web. Infine, nell’ultima parte, sono state tratte delle conclusioni, mostrando gli obiettivi raggiunti e riassumendo le caratteristiche principali della nuova strumentazione. Inoltre, in Appendice, è stato inserito il codice (commentato) di alcuni programmi e script sviluppati e descritti nel testo

    New integrated approach to assess thermal maturity of sedimentary succcessions by means of organic and inorganic indicators

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    The assessment of thermal maturity in sedimentary successions is crucial for a correct calibration of thermal modelling. Uncertainties in thermal maturity can thus strongly affect the reliability of geological studies on sedimentary basins or influence negatively decisions in hydrocarbon (HC) exploration. Pitfalls in vitrinite reflectance, the most used thermal parameter used to calibrate thermal history, are one of the main cause of such uncertainties. In this work we propose a multimethods approach in order to overcome problems related to the absence, scarceness of vitrinite macerals in an organic facies or to the scarce reliability of vitrinite reflectance data. The approach is based on thermal maturity indicators carried out from the analyses on both the organic (e.g. Pyrolysis Rock Eval, Fourier Transform Infrared Spectroscopy and Raman spectroscopy) and the inorganic (e.g. clay mineralogy, low-temperature thermochronology) fraction of sediments. The classical thermal maturity indicators have been correlated among them and then used to calibrate 1D thermal models in order to unravel the thermal history of studied successions and model the generation/expulsion of HC from potential source rocks. Most of the methodologies adopted in this work are well known and a vast literature exists on their use, although many limitation can affect them. Therefore totally novel parameters derived from Raman spetroscopic analyses on the organic fraction of sediments have been tested and correlated with different levels of hydrocarbon generation, in the immature and mature stages. In order to calibrate new Raman parameters against more robust ones in a wide range of thermal maturity and on different kinds of organic matter (OM), four areas have been studied. They are characterised by Paleozoic, Mesozoic and Cenozoic successions that have been sampled both in surface and subsurface. In detail in the first case history, 33 cuttings from Oligocene to Upper Miocene successions from a well drilled in the Lower Congo Basin, in the offshore Angola, were analysed. The paucity of vitrinite-rich samples along the well and the occurrence of vitrinite reflectance retardation phenomena, due to the development of overpressure during the deposition of the Congo fan-delta complex and/or to the presence of high hydrogen content in the OM, make the measured vitrinite reflectance data scarcely useful for modelling. In order to overcome this problem we modelled thermal maturity across the well using the kinetic equation proposed by Cuadro and Linares (1996) based on measured values of Illite % in the Illite-smectite mixed layers (%I in I-S). The best fit was acquired with a thermal evolution developed according to a single geothermal gradient similar to the present-day one. 2 To verify the maturation of the organic matter we also applied Fourier Transform Infrared Spectroscopy (FT-IR), that is a useful tool when dealing with amorphous organic matter-rich (AOM) kerogen. Results indicate a regular increase of both aromaticity and aliphaticity parameters confirming thus the evolution carried out from mineralogical indicators and their modelling. The second case history comprises a sector of the Carpathians fold-and-thrust belt. Here 19 samples were collected with ages comprised between Lower Cretaceous and Miocene. The organic matter dispersed in sediments shows a very complex composition due to the presence of several macerals groups . This makes difficult to discriminate vitrinite from other similar macerals during organic petrography analyses. In this case Tmax from Pyrolysis Rock Eval analyses was coupled with optical investigations to define thermal maturity. Ro% and Tmax data were used to calibrate the maturation patterns in thermal models performed for two tectonic units cropping out in the study area (Chornogora and Skiba units). Thermal modelling and Pyrolysis Rock Eval results pointed out that several oil and gas prone source rocks are developed in the area and that their maturity falls in the immature or early mature stage of HC generation. Furthermore , the burial history of these two tectonic units suggests that, in the most internal Chornogora unit, the outcropping rocks preserve their pre-overthrusting level of thermal maturity, while in the external Skiba unit an additional loading of about 1,500m must have occurred during alpine deformation. This load of probable tectonic origin emplaced at the beginning of the overthrusting phase, since Late Miocene times. Paleozoic samples were collected in successions comprised in age from Cambrian to Devonian that crop out in the Holy Cross Mountains (central Poland). This area is characterised by the outcrop of two tectonic units, called Kielce block to the south and Łysogory blocks to the north. They are separated by a major fault, called the Holy Cross Fault (HCF). Due to the absence of upper plants until Devonian times, Lower Paleozoic successions in the study area are devoid of vitrinite. Nevertheless, it has been possible to performed optical analyses on marine organoclasts other than vitrinite, as graptolites. According to the parametrization proposed by several authors (Bertrand, 1990; Bertrand and Malo, 2012; Bustin et al., 1989; Goodarzi and Norford, 1987; Suchý et al., 2002) their reflectance values have been transformed in vitrinite relectance equivalent data. These data together with Tmax, clay mineralogy and Raman parameters, pointed out a significant difference in thermal maturity between the two blocks, in agreement with previous authors (Belka, 1990; Dadlez, 2001; Marynowski et al., 2001; Narkiewicz, 2002; Szczepanik, 1997, 2001). Thermal models in the two blocks indicate that they both suffered two main phases of burial: one at the end of Paleozoic and the other at the end of Mesozoic times. The two models, performed to evaluate the potential of Lower Silurian shales as gas bearing source rocks, evidenced that in the Łysogory region maturity necessary to generate gas was reached during the first burial event, while in Kielce block it was reached more recently during Mesocoiz times. In addition, Pyrolysis 3 Rock Eval data indicate that only Silurian , Devonian rocks in the Kielce region could act as fair to good source rocks. 18 Ordovician to Devonian samples were collected in the Podolia region in Ukraine. This area offers a good example on how we can obtain thermal maturity indicators from mineralogical analyses, useful to calibrate a thermal models, when organic matter dispeserd in sediments is very scarce and source rocks do not occur. % I in I-S data were used as thermal maturity indicators of maximum burial, while low T thermocronological data were used to costrain the time of the exhumation events. Three models were performed showing a progressively deepening of the basin (eroded thickness from 3000 to 3700) moving from east to the west. Exhumation occured in Late Triassic-Early Jurassic times. Such an exhumation event cannot be relataed to either the Variscan or the Alpine main phases of deformation whose field evidences crop out close to the Podolia region. On the other hand we argue that the main cause of exhumation in the region is related to an important far-field stress derived from the Cimmerian ororgenesis whose collisional front is located some hundreds of km away. Once correctly defined thermal maturity of samples for the different case histories, it was possible to correlate them with parameters carried out from Raman spectroscopy. Our results demonstrate for the first time that Raman spectra of undifferentiated dispersed organic matter (excluded macerals of the inertinite group) show quantifiable changes in response to thermal maturation and can be successfully used to parameterize thermal evolution, even at very low diagenetic stages, between immature and mid mature stages of hydrocarbon generation. In particular two successful parameterizations against vitrinite reflectance have been determined based on the area or width ratio of the bands that compose Raman spectra. We argue that variations in the Raman spectra of kerogen in diagenesis are related to completely different mechanisms with respect to those that occurs during carbonization in metamorphism and graphitization

    Emine Sevgi Özdamar, Rita Ceresi, Yasemin Samdereli : due scrittrici e una filmmaker nel nuovo Occidente transculturale

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    Le opere di Emine Sevgi Özdamar, Rita Ciresi e Yasemin Şamdereli riflettono la nostra società contemporanea, in continua trasformazione, anche in virtù della sua ricchezza multietnica e transculturale, in due Paesi particolarmente rappresentativi di tale trasformazione, seppure tra loro distanti e distinti: Stati Uniti e Germania. Sono tre artiste che appartengono a minoranze, e ognuna a una minoranza – quella femminile – dentro una minoranza. Le chiavi di lettura e di analisi proposte per tutte e per ciascuna delle tre autrici mirano a lasciar emergere ciò che le rende, ognuna nella propria specificità, figure non convenzionali eppure emblematiche della nostra epoca. Il lavoro di Özdamar si presta a più ipotesi interpretative. Prima tra tutte quella che affronta il legame tra la lingua e il corpo, che conferisce originalità ai suoi testi. In Ciresi, l’attenzione va posta al suo peculiare sguardo ironico, un’analisi che consente di apprezzare la sua produzione di racconti e di romanzi. Il centro nevralgico della pellicola Almanya di Şamdereli è dato dal punto di vista dei Gastarbeiter, un’operazione che non semplifica la loro storia in Germania, ma offre la poliedricità drammatica, ma non solo, della loro esperienza tra integrazione e vincoli con le origini. Proposito della tesi è anche quello di porre in rilievo gli elementi che le accomunano e che rendono le loro opere innovative e capaci di entrare in sintonia con i processi trasformativi del nostro tempo. Il denominatore comune delle tre artiste è essenzialmente quello di non appartenere a una specifica cultura di provenienza, da cui pur provengono, né di aderire a quella di arrivo, a cui pure appartengono, né di esserne il risultato della somma. Semmai di un incontro in divenire. Questo impalpabile e indefinibile carattere comune le rende grandi artiste del nostro tempo.The work of Emine Sevgi Özdamar, Rita Ciresi and Yasemin Şamdereli reflects our continuously changing contemporary society, thanks also to its multi-ethnic and transcultural wealth, in two countries that are particularly representative of this transformation, albeit distant and distinct one from the other, the United States and Germany. They are three artists that belong to minorities, and each to a minority within a minority, that of women. The key to the interpretation and analysis proposed for all three and for each of the three artists is aimed at allowing the emergence of all that makes them unconventional and yet emblematic figures of our times, each with their own specificity. Özdamar’s work lends itself to various interpretative hypotheses. The first of these is the one addressing the bond between language and the body conferring originality to her texts. In Ciresi, attention must be paid to her particular ironic perspective; an analysis that allows one to appreciate her short stories and her novels. The neuralgic centre in the film Almanya, directed by Şamdereli, arises from the perspective of Gastarbeiters, an operation that does not simplify their experience in Germany, but portrays the dramatic versatility, and not just that, of their experiences of integration and their bond with their origins. The objective of this thesis also consists of emphasising the elements they share and that make their work innovative and able to be on the same wavelength as the transformative processes of our times. The common denominator for these three artists is essentially that of not belonging to a specific culture of origin, although it exists, and not adhering to that of their countries of arrival, to which they also belong, nor are they the result of the sum of both cultures. If anything, they belong to a developing culture. It is this intangible and undefinable shared characteristic makes them great artists of our times

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