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    La miniserie religiosa italiana : il singolare successo della fiction religiosa anni Novanta e Duemila : storie di santi, papi e preti esemplari

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    Un fenomeno singolare caratterizza la fiction italiana, il panorama televisivo italiano da ormai quasi vent’anni. Si tratta del costante successo della fiction a carattere religioso, in particolare del formato della miniserie in due puntate. Nella grande stagione del rilancio e dello sviluppo della fiction nazionale negli anni Novanta e Duemila, nuova Golden Age, come è stata definita da Milly Buonanno1, che rievoca la grande stagione dello sceneggiato Rai degli anni Sessanta e Settanta, a rappresentare un filone di indubbio successo, che raccoglie sempre numerosi telespettatori, per intenderci al pari spesso con le partite di calcio della nazionale italiana oppure del Festiva di Sanremo, è la fiction a carattere religioso, le storie delle principali figure bibliche e, soprattutto, le bio-agiografie di santi, papi e preti esemplari. Inizialmente era stato il Progetto Bibbia, realizzato per Rai Uno dalla casa di produzione Lux Vide della famiglia Bernabei in coproduzione con media partner internazionali, inaugurato con Abramo nel 1993 e dal prologo cinematografico Genesi. La creazione e il diluvio (1994) per la regia di Ermanno Olmi, a raccogliere vaste platee davanti al piccolo schermo. Il Progetto è stato poi sviluppato in una serie di episodi, tra cui Mosè, Geremia, Jesus, San Paolo, in onda dal 1993 al 2002, concludendosi con San Giovanni. L’apocalisse. Sul finire del secolo, poi, sulla soglia degli anni Duemila, anche in occasione dell’Anno Santo, nuove figure religiose hanno continuato ad attrarre milioni di spettatori. Si tratta delle storie di santi e beati popolari della Chiesa Cattolica (Rita da Cascia, Francesco, Padre Pio, Giuseppe Moscati, Chiara e Francesco, Bakhita, Sant’Agostino), dei papi del XX secolo (Papa Giovanni, Il Papa buono, Papa Luciani. Il sorriso di Dio, Paolo VI. Un Papa nella tempesta, Karol. Un uomo diventato Papa, Karol. Un Papa rimasto uomo, Giovanni Paolo II), nonché di preti dalle vite esemplari (Don Milani. Il priore di Barbiana, Don Bosco, Don Gnocchi. L’angelo dei bambini, La buona battaglia. Don Pietro Pappagallo, L’uomo della carità. Don Luigi Di Liegro, Don Zeno. L’uomo di Nomadelfia). Tutte figure molto presenti e ben radicate nell’immaginario collettivo, sia dei credenti, sia dei “distanti” o dei laici. Un successo singolare, dunque, per il numero elevato di spettatori, per uno dei generi della fiction che non ha mostrato segni di cedimento o stanchezza nel corso degli anni Novanta e Duemila, al punto da spingere i due principali gruppi televisivi italiani, Rai e Mediaset, a programmare in maniera regolare queste fiction. Dottorando Ciclo XXII (2006-2009), Il Cinema e le sue interrelazioni con il teatro e le altre arti, Scuola dottorale Culture e trasformazioni della città e del territorio, Dipartimento di Comunicazione e Spettacolo DICOSPE, Università degli Studi Roma Tre. 1 M. Buonanno (a cura di), La bella stagione. La fiction italiana, l’Italia nella fiction. Anno diciottesimo, Rai-Eri (Zone 5), Roma 2007. Un fattore che ha motivato, quindi, molti produttori ad entrare nel settore, produttori anche senza una chiara identità cattolica, che invece qualifica la Lux Vide, leader indiscusso del settore con una library di titoli religiosi tra le più vaste a livello nazionale e internazionale. «Tutti coloro che si occupano di televisione» – sostiene Armando Fumagalli – «sanno che le fiction a contenuto religioso sono prodotti che di solito ottengono un grande successo. L’accoglienza riservata a queste fiction è uno dei veri “fenomeni” della televisione italiana degli ultimi quindici anni e, fra l’altro, è un fatto abbastanza specifico del nostro paese, che non ha equivalenti di questo rilievo in altre nazioni europee […]L’idea che le fiction religiose siano facilmente apprezzate dal pubblico ha fatto sì che si lanciassero su questo genere negli ultimi anni anche produttori e in generale professionisti che hanno un’ispirazione religiosa che a essere generosi potremmo definire “generica” o “tiepida”»2. Al centro del nostro studio, dunque, l’analisi di questo successo, della fiction a carattere religioso, nello specifico delle miniserie bio-agiografiche di santi, papi e preti; tre polarizzazioni che abbiamo ritenuto tra le più rappresentative e interessanti del panorama della fiction religiosa. Anzitutto, abbiamo cercato di capire se si tratti di un fenomeno che si è sviluppato unicamente nel periodo indicato, gli anni Novanta e Duemila, coincidenti tra l’altro con la ripresa della fiction televisiva italiana, dopo un lungo decennio, gli anni Ottanta, segnati dalla massiccia importazione di telefilm americani e di soap opera sudamericane. Oppure, come abbiamo segnalato, che trovi la sua origine, il suo precedente anche negli sceneggiati Rai degli anni Sessanta e nel cinema a carattere religioso, sia italiano sia risalente alla grande stagione del kolossal biblicocristologico hollywoodiano. Dopo questo iniziale excursus storico, abbiamo cercato di inquadrare il fenomeno nell’ambito televisivo e nella società italiana contemporanea. Ci siamo domandi, pertanto, quanto abbia influito il rinnovato contesto della fiction televisiva anni Novanta e Duemila sul filone delle minisere religiose, allargando lo spettro di indagine alla società italiana, rintracciando i significativi cambiamenti nella sfera politica, sociale e culturale del Paese, nonché proponendo una riflessione sullo stato della religione cattolica in Italia. Interessante, infatti, comprendere come mai una società apparentemente segnata da un processo di secolarizzazione, dalla diminuzione della pratica religiosa, dal calo delle vocazioni, manifesti un singolare “ritorno del sacro”, un fermento religioso con ricadute anche in ambito televisivo, nel nutrito seguito delle fiction religiose, ma che in generale attraversa i vari media e comparti dell’industria culturale italiana (ad esempio, lo straordinario incremento dell’editoria religiosa sia cattolica sia laica degli anni Duemila). Uno studio simile ha richiesto poi un chiarimento sulla presenza del religioso nei media, nello specifico della televisione, badando dunque alle modalità di accesso e di trattazione del religioso3, con i conseguenti rischi di smarrimento di senso. 2 A. Fumagalli, Filmare l’ineffabile. Spiritualità e audience nelle fiction a contenuto religioso, in N. Dusi, G. Marrone (a cura di), Destini del sacro. Discorso religioso e semiotica della cultura, Meltemi, Roma 2008, pp. 203-213, p. 203. 3 Cfr. A. Bourlot, Il religioso nei media, in D. E. Viganò (a cura di), Dizionario della comunicazione, Carocci, Roma 2009; D. Iannotta, D. E. Viganò, Essere. Parola. Immagine. Percorsi del cinema biblico, Effatà Editrice, Cantalupa (To) 2000. Delineati gli aspetti politici, socio-culturali e religiosi che hanno influito sul grado di attenzione e di incidenza della fiction religiosa, abbiamo ristretto il nostro lavoro al campo della fiction italiana, fotografando anzitutto la grande diffusione del formato della miniserie televisiva in due puntate, erede contemporanea dello sceneggiato di un tempo, per poi passare ad una dettagliata mappatura delle fiction religiose. Riconosciuta la produzione religiosa nel formato della serie, della serie all’italiana (Dio vede e provvede, Un prete tra noi, Casa famiglia, Don Matteo), e della sit-com (Don Fumino, Don Luca-Don Luca c’è), e inquadrato l’incidenza del grande Progetto Bibbia, abbiamo proposto un’accurata rassegna delle bio-agiografie di santi, papi e preti esemplari anni Novanta e Duemila. Nel proporre tale quadro, abbiamo fatto ricorso anche agli studi dell’Osservatorio della fiction italiana curati da Milly Buonanno (editi da Rai Eri, nelle collane VQPT e Zone), nonché al riscontro dei principali quotidiani nazionali, in particolare il “Corriere della Sera” e “la Repubblica”. Al termine di questa mappatura, abbiamo cercato di restringere ulteriormente il campo di studio a una selezione di fiction, una miniserie bio-agiografica di maggior successo per polarizzazione (Padre Pio, Papa Giovanni, Don Bosco), per analizzare le componenti narrative e stilistiche; per comprendere l’impianto delle miniserie religiose e la centralità, spesso declinata in chiave eroica, del personaggio raccontato. Abbiamo fatto riferimento, seppure in maniera tangenziale, perché non rispecchia l’approccio scelto e l’ambito di formazione, alla metodologia della semiotica greimasiana. A conclusione del nostro lavoro, abbiamo proposto una lettura degli ascolti televisivi, attraverso delle tabelle esemplificative e un grafico, per chiarire i numeri delle miniserie religiose, il trend di ascolti nell’arco degli anni Novanta e Duemila, proponendo anche una comparazione tra le varie polarizzazioni, santi, papi e preti, ricomprendendo il Progetto Bibbia della Rai e il ciclo Gli amici di Gesù di Mediaset. Sulla base di tale lettura dei dati di ascolto, ci siamo posti delle domande, cui abbiamo cercato di dare delle risposte. Perché tra tutte le fiction, le miniserie a carattere religioso vanno così bene? Qual è il pubblico che le guarda? Il pubblico delle signore anziane frequentatrici del rosario pomeridiano, oppure sono narrazioni che interessano in maniera trasversale la popolazione italiana? Sono anche segnali di un desiderio di ritrovare un rapporto, un contatto con il religioso, che non trova risposta nei canali e nelle istituzioni “tradizionali”? E che tipo di figure religiose vengono narrate: si tratta di religiosi dalla vita esemplare oppure eroi di finzione dall’aspetto religioso

    Firm valuation of companies operating in emerging market economies : an analysis of the importance of environment, social and governance factors when valuing an investment in an emerging market economy

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    L’economia dei paesi emergenti ha registrato una forte crescita negli ultimi dieci anni, i mercati dei capitali di tali economie sono cresciuti notevolmente ed i titoli di molte società operanti in tali paesi sono ora quotati sia nelle borse locali che a New York e Londra. Alcune di queste società hanno una alta capitalizzazione di borsa ed hanno acquisito società operanti nelle economie mature, quali Stati Uniti ed Europa. In questo contesto l’interesse del mondo accademico e professionale per le economie dei paesi emergenti è cresciuto notevolmente e con questo l’importanza di comprendere il funzionamento di tali mercati dei capitali e le loro principali caratteristiche. Negli ultimi anni è stata prodotta molta letteratura sulle caratteristiche delle economie dei paesi emergenti e sulla valutazione delle società operanti in tali paesi. Particolare enfasi è stata data al maggior grado di rischio connesso con un investimento in un ambiente normativo non molto regolamentato e trasparente, e sulla scarsità e qualità di informazioni disponibili sui mercati e sulle società quotate. Allo stesso tempo la crescita delle economie emergenti è avvenuta, e sta continuando ad avvenire, attraverso uno sfruttamento non controllato delle risorse naturali, prestando scarsa attenzione alle problematiche ambientali e spesso sfruttando una forza lavoro mal pagata in ambienti lavorativi inadeguati. In questo quadro, l’attenzione alle problematiche ambientali, agli aspetti sociali ed alla governance delle società quotate operanti in paesi emergenti, è aumentata notevolmente negli ultimi anni, sollevando il problema dello sviluppo sostenibile e dell’importanza di perseguire investimenti sostenibili. Nel presente lavoro sono illustrate le sfide e le difficoltà che si incontrano nel valutare le società operanti nei paesi emergenti e sull’importanza di includere l’analisi della gestione dei fattori ESG (Environment, Social and Governance) nel processo di valutazione delle società operanti nei paesi in via di sviluppo, soprattutto alla luce della recente crisi finanziaria mondiale. In particolare, nel valutare le società operanti nei paesi emergenti è importante (i) comprendere il contesto in cui opera l’impresa all’attraverso un’analisi critica delle principali caratteristiche del mercato; (ii) analizzare i dati economico finanziari della società oggetto di valutazione, ed incorporare gli stessi nel modello di valutazione scelto, sia esso il metodo dei flussi di cassa scontati o il metodo dei multipli di borsa delle società comparabili e delle transazioni comparabili; (iii) analizzare quale è la politica della società oggetto di valutazione riguardo ai fattori ambientali, agli aspetti sociali ed alla corporate governance. Una buona gestione della corporate governance, della forza lavoro, degli stakeholders, il rispetto delle norme in materia ambientale, rappresenta in realtà una buona gestione dell’azienda nella sua interezza. La letteratura disponibile sull’argomento in analisi ha dimostrato una correlazione tra il valore dell’impresa e la gestione dei fattori ESG. Nonostante tale evidenza, sussiste ancora resistenza nell’includere delle variabili nuove e non quantitative nel processo di valutazione. Inoltre, deve aggiungersi la scarsità di informazioni disponibili su tali aspetti in quanto le società, anche quelle quotate, non sempre informano il mercato circa i rischi ambientali e sociali o sul proprio sistema di corporate governance, soprattutto se società operanti in mercati dei capitali poco regolamentati, come i mercati dei paesi emergenti. Il presente lavoro si propone di capire se il mercato dei capitali ed i prezzi di mercato dei titoli azionari delle società operanti in paesi emergenti riflettano sia la performance economico-finanziaria delle società quotate, sia la politica della società stessa riguardo i fattori ESG. Il lavoro è supportato da un’analisi empirica su un campione di società quotate operanti in alcuni paesi emergenti (Brasile, Russia, China e Korea). Il lavoro è strutturato in due parti. La prima include i primi tre capitoli e la seconda comprende gli ultimi due. Nella prima parte sono illustrate le principali caratteristiche dei mercati emergenti. Particolare attenzione è stata data a quelle caratteristiche che sono strettamente connesse con il valore del capitale economico di un impresa, quali il livello di liquidità dei mercati, il rischio paese, i fattori macroeconomici, i principi contabili e il grado di accuratezza nell’applicazione di principi contabili internazionali IFRS ed il sistema di governance dei mercati e delle società. Nel secondo capitolo è presentata un’analisi delle principali sfide e problemi di applicazione dei principali metodi di valutazione utilizzati, quali il metodo dei flussi di cassa scontati e il metodo dei multipli di borsa delle società comparabili e delle transazioni comparabili. Nella seconda parte del lavoro è illustrata l’importanza dei fattori ESG sul valore dell’impresa, in particolare come rappresentazione della qualità della gestione della stessa, ed è esaminata la letteratura corrente sull’argomento. E’ inoltre fornita un’analisi comparativa delle diverse politiche riguardo i fattori ESG in alcuni paesi emergenti, con particolare attenzione alla prassi valutativa di investitori e financial advisor in Cina, India e Brasile. Nel quinto capitolo è illustrata l’integrazione dei fattori ESG nel processo valutativo di società operanti nei paesi emergenti. Un’analisi empirica è inoltre fornita su un campione composto da tre clusters di società quotate operanti nel paesi emergenti. Le società del campione sono quelle incluse nella Goldman Sachs Sustain Global Focus List: una lista di società operanti sia in mercati evoluti che in mercati emergenti in cinque settori industriali redatta dalla banca d’affari Goldman Sachs e oggetto di uno studio, redatto dalla stessa banca, sull’importanza dell’inclusione dei fattori ESG nel processo valutativo. L’analisi empirica presentata nel presente studio è limata alle società operanti nel settore dell’energia e delle risorse naturali. Sono stati osservati i prezzi di mercato di tali società nel periodo che va dal 5 novembre 2007 al 20 gennaio 2010. I risultati dell’analisi dimostrano che, le società che presentano dei ritorni positivi in termini di flussi di cassa e che hanno delle politiche efficaci di gestione dei fattori ESG hanno resistito meglio alla recente crisi finanziaria, recuperando completamente il valore di mercato perso durante il periodo compreso tra novembre 2007 e marzo 2009, dove quest’ultimo rappresenta il picco più basso del valore dei mercati dei capitali mondiali. Il mercato dei capitali riconosce dunque l’importanza di perseguire uno sviluppo sostenibile, e nel lungo periodo soltanto le società che sono in grado di integrare la sostenibilità nelle proprie strategie di business saranno in grado di mantenere valore. I risultati della stessa analisi, svolta invece su società appartenenti agli stessi settori industriali ma in mercati maturi (Europa e Stati Uniti), evidenzia che la tesi del presente lavoro è valida soprattutto per le società operanti in paesi emergenti caratterizzati da una regolamentazione dei mercati dei capitali meno stringente, da un quadro normativo debole e da un rischio paese elevato.Emerging market economies have grown dramatically during the last decade, their financial markets have grown with them with a enormous number of companies that went public. Today, a few of these companies are global player with their shares listed in New York or London, have a large market capitalization, branches and operations outside their domestic markets and have started lately to be active in the Merger & Acquisition market by acquiring companies operating in the developed markets. In this contest the interest for emerging market economies of academicians and practitioners, such as investors and financial advisors, has increased dramatically and with it has increased the importance of fully understanding such capital markets and their characteristics. There has been a rapidly developing body of literature about emerging market economies and valuation of firms operating in emerging markets economies, underlining the extra level of risk associated with investments in poorly regulated, not transparent and not truly informative capital markets. At same time the rapid economic growth of emerging market economies has increased the speed of the depletion of natural resources, has increased the level of pollution connected with the poor attention to the environment, has generated social problems linked to the work conditions inflicted to workers. Given the above, the attention to Environment, Social and Governance factors has increased dramatically and with that the attention and focus on sustainable development and sustainable investments. In this study it is illustrated the challenged faced when valuing a firm operating in an emerging capital market and the importance of incorporating the analysis of the ESG factors in the valuation process. When estimating the firm value it is essential to: (i) understand the environment in which the company operate thru a complete analysis of the main characteristic of such emerging capital market; (ii) analyse the target company fundamentals, its financial returns and understand the challenges faced when valuing a firm using the Discounted Cash Flow method and the Relative Valuation methods, and (iii) analyse the target company attitude towards Environment, Social and Corporate Governance (ESG). A good management of corporate governance, employees, stakeholders, and the environment represents a good proxy of the quality of company management. Recent literature demonstrates a correlation between firm value and ESG factors. Despite such evidence, there is still reluctance in comprising a new set of variables in the valuation process, which is almost entirely based on quantitative variables. Moreover, companies do not always inform the market about environmental and social risks, and this is particularly true in emerging capital markets. The question that is addressed in this study is if the capital markets and the stock prices reflect both the financial returns and the quality of ESG factors of firms operating in emerging capital markets. An empirical analysis has been performed on a panel composed by 3 clusters of companies operating in emerging markets. This study proceeds in two parts. The first part is from Chapter 1 to Chapter 3, and the second part is from Chapter 4 to Chapter 5. In the first part are illustrated the main characteristics of emerging capital markets. Particular attention has been given to the characteristics strictly connected with the firm value such as market liquidity, country risk, macroeconomic factors, market and corporate governance and accounting standards. In chapter 2 is provided an analysis of the main issues and challenges faced when valuing firms in emerging capital markets with particular attention to the issues related to the application of the discounted cash flow method and the relative valuation methods. In the second part it is illustrated the importance of Environment, Social and Governance (ESG) factors on firm value, particularly as an evidence of the quality of company management. Such thesis is supported by a detailed analysis of current literature, surveys and researches on this matter. A comparative analysis of the attitude of investor and financial advisors towards ESG in China, India and Brazil is also provided in chapter 4. In chapter 5 is illustrated how we can include the ESG factors when valuing a firm operating in an emerging capital market. An empirical analysis has been performed on a panel composed by 3 clusters of companies operating in emerging markets. The companies included in the 3 clusters, have been chosen on the basis of a research done by the investment bank Goldman Sachs on the importance of ESG factors in company valuation. Said research introduce the Goldman Sachs Sustain Global Focus List: a list of companies operating in five industry sectors, classified in leaders, average and laggards, according to their financial performance, industry theme and ESG factor score. The empirical analysis presented in this study is limited to the companies operating in the natural resources industry (steel, aluminium, oil and gas) in emerging markets (Russia, China, Korea and Brazil) and mature markets. The analysis of these companies’performance, in term of stock price, has been observed in the period between November 2007 and January 2010. The empirical results suggest that companies with strong cash returns and strong ESG policies resisted better to the recent global financial crisis, and were able to recover completely the market value lost during the period between November 2007 and March 2009, the latter identified as the lower pick on capital markets value. Moreover, the results of same analysis performed on companies operating in mature markets underline the fact that the thesis of this work is particularly true for companies operating in emerging markets economies which are characterized by weak legal system, weak capital market governance, high level of country risk

    Stress ossidativo nella corea di Huntington e protezione da parte della idrolasi hMTH1

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    Several human neurodegenerative disorders, including Huntington’s disease (HD), are characterized by the accumulation of 8−oxo−7,8−dihydroguanine (8−oxodG) in the DNA of affected neurons. This can occur either through direct oxidation of DNA guanine or via incorporation of the oxidized nucleotide during replication. Hydrolases that degrade oxidized purine nucleoside triphosphates normally minimize this incorporation. hMTH1 is the major human hydrolase, which degrades both 8−oxodGTP and 8−oxoGTP to the corresponding monophosphates. HD is an autosomal dominant neurodegenerative disease in which there is high level of oxidative DNA lesions. Although the mechanisms by which the gene defect responsible for HD leads to neuronal degeneration remains incompletely understood, the involvement of oxidative stress is well established. The aim of this study is to clarify the relationship between oxidative stress and neurodegeneration occurring in HD. To investigate whether the incorporation of oxidized nucleic acid precursors contributes to neurodegeneration occurring in HD, we constructed a transgenic mouse in which the human hMTH1 8−oxodGTPase is expressed. In this mouse an HDlike striatal neurodegeneration can be induced by treatment with 3- nitropropionic acid (3-NP). This is an irreversible inhibitor of succinate dehydrogenase that leads to mitochondrial dysfunction and formation of striatal lesions. Wild-type (wt) mice exposed to 3-NP acid develop neuropathological and behavioural symptoms that resemble those of HD. hMTH1 transgene expression conferred a dramatic protection against these HD-like symptoms, including weight loss, dystonia and gait abnormalities, striatal degeneration, and death. To further characterize the mechanism underlying the neuroprotective role of hMTH1, we examined the effect of hMTH1 in a genetic model of HD. This is based on SV40 large T antigenimmortalized progenitor striatal cells from mutant knock-in mice expressing the expanded CAG repeats in the huntingtin (htt) gene (Hdh Q111). The hMTH1 cDNA was transfected into Hdh Q111 cells as well as in their normal counterparts containing a wt CAG repeat (HdhQ7). The protective role of hMTH1 against oxidative stress was investigated in these cell lines. In proliferating cell cultures hMTH1 provided a strong protection against the selective vulnerability of mutant htt-expressing cells following treatment with the mitochondrial toxin 3-NP or H2O2-induced oxidative DNA damage. hMTH1 expression provided a safeguard effect also in this in vitro settings suggesting that oxidized triphosphates play a major role in both killing mechanisms. This indicates that the oxidative DNA damage modulated by hMTH1 can be causative for HD-like disease in the chemical model for HD (3-NP model) and may affect some phenotypic manifestations of the disease in the genetic model of HD.Molte malattie neurodegenerative umane sono caratterizzate dall’accumulo di danno ossidativo nel DNA (8-oxo-7,8- dihydroguanine) dei neuroni colpiti. Ciò può avvenire sia attraverso l'ossidazione diretta della guanina nel DNA che tramite l'incorporazione di nucleotidi ossidati durante la replicazione. hMTH1 è una delle principali idrolasi umane che degrada i trifosfati ossidati (8-oxo-dGTP e 8-oxo-GTP) convertendoli nei rispettivi monofosfati e minimizzando così la loro incorporazione nel DNA/RNA. La Corea di Huntington (HD) è una malattia neurodegenerativa autosomica dominante in cui è stato riscontrata la presenza di un alto livello di DNA ossidato. Sebbene lo studio dei meccanismi attraverso i quali i difetti nel gene responsabile per HD portano a neurodegenerazione rimane incompleto, il coinvolgimento dello stress ossidativo è ormai chiaro. L'obiettivo di questo studio è quello di chiarire il rapporto tra stress ossidativo e neurodegenerazione che si verificano in HD. Per verificare se l'incorporazione di precursori ossidati degli acidi nucleici contribuisca alla neurodegenerazione è stato costruito un topo transgenico, in cui è stata espressa la proteina hMTH1 8-oxodGTPasi umana. In questo topo la neurodegenerazione striatale tipica di HD è stata indotta dal trattamento chimico con l’acido 3-nitropropionico (3-NP), un inibitore irreversibile della succinato deidrogenasi, che porta a disfunzione mitocondriale e alla formazione di lesioni striatali. I topi wild-type (wt) esposti al 3-NP sviluppano sintomi simili a quelli di HD. L’espressione di hMTH1 porta ad una forte protezione nei confronti di questi sintomi simil-HD, compresa la perdita di peso, la distonia e l’andatura anormale, la degenerazione striatale e la morte. Per caratterizzare ulteriormente il meccanismo alla base del ruolo neuroprotettivo di hMTH1, abbiamo esaminato l'effetto di hMTH1 anche in un modello genetico di HD. Come modello abbiamo usato due linee di progenitori neuronali striatali, immortalizzate con un mutante temperatura sensibile di SV40 large T-antigen, derivate dal topo knock-in per il gene dell’huntintina (htt) e contenenti 111 ripetizioni della tripletta CAG (Hdh Q111), e da un topo wild-type con 7 ripetizioni CAG (HdhQ7). Queste linee sono state trasfettate con il cDNA di hMTH1 ed il ruolo protettivo di hMTH1 nei confronti dell’effetto citotossico associato ad uno stress ossidativo è stato studiato dopo esposizione delle cellule ad alcuni agenti ossidanti. L’effetto protettivo di hMTH1 è risultato molto evidente dopo trattamento sia con 3-NP, una tossina specifica mitocondriale che con un agente ossidante generico come l’H2O2. Per verificare il meccanismo alla base di questa protezione abbiamo misurato i livelli di ossidazione, sia basali che dopo trattamento, nel DNA genomico e nel DNA mitocondriale. Simili esperimenti sono stati condotti anche in vivo con trattamento degli animali transgenici e wt con 3-NP ed analisi dei livelli di ossidazione in vari organi. L’effetto protettivo di hMTH1 osservato sia a livello dei nuclei che dei mitocondri suggerisce che i trifosfati ossidati giocano un ruolo cruciale nei meccanismi di morte indotti da agenti ossidanti in ambedue i comparti cellular

    Pressure-induced metallization process in Strongly Correlated Electron Systems

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    Il mio lavoro di tesi è volto ad approfondire il ruolo dell’alta pressione nel determinare la transizione isolante-metallo osservata in alcuni sistemi dei metalli di transizione. Il lavoro descrive una approfondita analisi su tre classi di questi sistemi: il tellurio cristallino, che presenta una transizione isolante-metallo guidata da una instabilità di tipo Peierls, le piriti di Nichel-Selenio della famiglia NiS2-xSex, considerate uno dei sistemi prototipo della transizione di isolante metallo di tipo Mott-Hubbard, e il biossido di vanadio VO2, dove entrambi i meccanismi cooperano ad originare una spettacolare transizione isolante-metallo con un salto in conducibilità di 5 ordini di grandezza. Questi sistemi sono stati oggetto di misure in funzione della pressione di spettroscopia Raman (realizzate presso il dipartimento di Fisica dell’Università La Sapienza) e di spettroscopia infrarossa (realizzate con luce di sincrotrone presso Elettra-Trieste). Queste tecniche sono particolarmente indicate per studiare l’accoppiamento tra carica e reticolo e lo stato di localizzazione di carica, consentendo di ottenere informazioni sulla dinamica reticolare e su quella elettronica. I risultati ottenuti sul Te cristallino mostrano la presenza di diversi regimi in pressione, compatibili con una transizione strutturale (trigonale triclino) a ~ 4 GPa, accompagnata da una simultanea metallizzazione del sistema. I dati Raman indicano la comparsa di modulazione reticolare incommensurata a ~ 8 GPa, in accordo con quanto recentemente proposto da studi di diffrazione X. Nelle piriti di Nichel-Selenio, l’analisi del peso spettrale infrarosso e delle frequenze fononiche dei modi Raman attivi ha permesso l’identificazione di due diversi meccanismi alla base delle transizioni isolante metallo indotte dalla pressione e dalla sostituzione in Se. I diversi meccanismi di metallizzazione influenzano in modo evidente la dinamica reticolare del composto. La ricerca sul biossido di vanadio ha consentito di identificare un nuovo regime ad alta pressione in questo composto, dove diversamente da P=0, transizione strutturale e transizione isolante-metallo sono disaccoppiate. La possibilità di ottenere una fase metallica senza completa rimozione della distorsione di Peierls, che si manifesta nella riduzione di simmetria reticolare da tetragonale a monoclina, riduce il ruolo dell’accoppiamento elettrone-fonone nel guidare le proprietà di trasporto di questo sistema, a sostegno invece di un meccanismo di tipo Mott-Hubbard. In conclusione la pressione ha dimostrato di essere un ottimo strumento per studiare i sistemi elettronici fortemente correlati, disaccoppiando le diverse interazioni microscopiche e fornendo in questo modo un ottimo test per i modelli teorici volti a descriverne le proprietà

    Modelli MS-GARCH e break strutturali: sviluppi teorici ed evidenze empiriche

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    L'osservazione e l'analisi delle serie storiche finanziarie in presenza di fenomeni di instabilità dei mercati evidenzia una volatililità che i modelli GARCH non riescono a cogliere. L'uso di modelli Markov Switching GARCH, come dimostrano i risultati dell'analisi delle serie storiche relative a diversi tassi di cambio riportati nella seconda parte di questa monografia, riesce a cogliere meglio le dinamiche della varianza nel tempo proprio per la presenza di almeno due regimi di volatilità. Assunzioni su densità condizionate differenti per i regimi di alta e bassa volatilità nei modelli M S − GARCH vengono fatte per tener conto di fenomeni tipici come fat tails e presenza di valori anomali nelle serie osservate. Infine la presenza di structural change nelle serie considerate è evidenziata dallo studio dei processi empirici di fluttuazione e l'evidenza empirica dimostra come i modelli M S − GARCH specificano i processi finanziari osservati meglio dei modelli GARCH soprattutto in presenza di break strutturali

    Best practices : progettare la complessità : buone pratiche per la realizzazione di edilizia residenziale pubblica

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    La ricerca si concentra sul processo di realizzazione dell’housing sociale: dalle strategie di pianificazione e finanziamento iniziali alle procedure intermedie di progettazione e realizzazione fino al feedback dei fruitori, gli abitanti destinatari degli alloggi sociali. In particolare si propone di studiare i punti nodali tra un passaggio e l’altro, attraverso l’indagine di modelli procedurali virtuosi degli ultimi 10 anni, per cercare di capire se al di là delle situazioni politiche, legislative e finanziarie si possono trarre da questi casi delle indicazioni procedurali da importare nell’intero contesto italiano con l’obiettivo di ottimizzare le strategie e migliorare i risultati. Il primo punto nodale individuato è quello delle scelte strategiche urbane, sia attraverso i piani urbanistici che attraverso gli strumenti legislativi. A questo proposito si è studiato il caso dell’Inghilterra e in particolare di Londra, in quanto città che più ha costruito edilizia sociale negli ultimi 10 anni rispetto alle altre capitali europee. Attraverso le scelte strategiche di base vengono decise le ubicazioni sul territorio, le relazioni con il resto della città, le modalità di finanziamento, le entità da realizzare, i rapporti con gli enti che realizzeranno effettivamente l’intervento. A completamento dell’analisi compaiono nel testo una serie di schede analitiche che illustrano dei casi specifici effettivamente realizzati che hanno il compito di dimostrare concretamente i risultati ottenuti a partire dalle strategie enunciate. Il secondo punto nodale è quello delle procedure a livello locale, cioè le modalità con cui gli enti preposti gestiscono la realizzazione dell’housing sociale. A tale proposito per evitare di instaurare confronti tra realtà imparagonabili per differenze politiche e legislative, si è appositamente scelto di studiare un caso italiano, quello della provincia di Bolzano, dove un’accorta gestione dei processi di progettazione e realizzazione ha consentito negli ultimi dieci anni di realizzare interventi qualitativamente interessanti ad un prezzo contenuto. Anche in questo caso la descrizione è completata da una serie di schede illustrative delle principali realizzazioni, e dall’approfondimento di un intervento che è parso particolarmente interessante per tutto l’iter realizzativo: Quartiere CasaNova. Terzo e ultimo punto nodale, ma non meno importante, è quello del feedback da parte di coloro che si trovano poi a vivere nelle case di edilizia sociale. Attraverso interviste e questionari specifici rivolti agli abitanti la ricerca ha cercato di sondare il grado di soddisfazione dei fruitori come filtro finale e fondamentale per valutare l’efficacia delle strategie e delle procedure prima descritte. Il ruolo delle “procedure” all’interno del processo edilizio La ricerca affronta la tematica della progettazione di edilizia sociale attraverso la definizione e lo studio delle migliori pratiche rilevate con riferimento alle tematiche abitative e sociali valutando come le procedure influenzano la qualità architettonica e abitativa. La ricerca prende l’avvio da alcune constatazioni: - il paradigma della sostenibilità sta innovando in modo sostanziale il modo di pensare sia il progetto dell’edificio, sia il progetto urbano, dal punto di vista della sinergia fra l’uso di risorse umane, naturali e tecnologiche. Nell’ultimo decennio questi fattori hanno portato al rinnovo della base tecnologica della città. L’innovazione tecnologica, in particolare, apre orizzonti nuovi ai metodi di edificazione, e, sopratutto alimenta speranze sull’applicazione di tecniche a più basso costo, più alta produttività e minor impatto ambientale; - il continuo rincaro di aree, del prezzo finale delle abitazioni ed il diminuire delle azioni sociali a favore delle fasce sociali deboli hanno prodotto nell’ultimo quinquennio l’esclusione dall’abitazione di fasce crescenti di popolazione. Un’esclusione che comprende, per la prima volta dalla rivoluzione industriale, anche i ceti medio-bassi. Il tema è introdotto e definito dall’analisi dei criteri di attuazione di quartieri di social housing a basso costo di realizzazione e gestione, a basso impatto ambientale, basati sulla condivisione delle scelte progettuali e di gestione. La tesi vuole dimostrare come questi criteri possono essere utilizzati, contestualizzati, in altre aree geografiche anche di differente grandezza e con regolamentazioni amministrative diverse. L’ obiettivo principale della ricerca consiste nella valutazione di criteri operativi “best practices” per la realizzazione di quartieri di social housing. I criteri sono stati individuati tenendo conto delle principali esperienze internazionali e dell’evoluzione delle normative comunitarie e nazionali in materia. I risultati della ricerca sono stati confrontati con simili ricerche in corso di sviluppo nelle principali reti del social housing. La ricerca si è sviluppata attraverso i seguenti momenti: Rilevamento delle best practices in materia di realizzazione di quartieri sostenibili; Rilevamento delle best practices in materia di rinnovo degli impianti urbani secondo le regole della sostenibilità; Rilevamento dei concorsi internazionali dedicati al social housing; Regole di progettazione: la condivisione, i materiali, la composizione, l’organizzazione, la gestione. Tra le sperimentazioni progettuale presenti in Europa emerge tra le nazioni più virtuose: la Gran Bretagna. (La formula dell’housing sociale è molto diffusa in molti paesi europei, basti pensare che nei Paesi Bassi, Gran Bretagna, Svezia e Francia rappresenta rispettivamente il 36, il 23, il 22 e il 20% del mercato residenziale totale). L’Inghilterra una realtà tra le più interessanti e dinamiche in Europa, rappresenta insieme all’Olanda una delle nazioni più attente nella realizzazione di housing sociale, attraverso progetti come: “Comunità piuttosto che Complessi Residenziali” il governo Inglese ha come intento la visione di una città sostenibile da attuare con un programma molto chiaro negli obiettivi, ampio e complesso e nella sua realizzazione. Una programmazione alla base della politica interna inglese che comprende gli aspetti sociali, economici e finanziari, e che concentra gran parte della riqualificazione urbana e sociale sulla politica della casa e sulla pianificazione urbana, mediante innovativi sistemi di gestione. Il risultato dell’analisi inglese ha dato molte indicazioni circa il miglioramento delle procedure italiane legate alla realizzazione di edilizia sociale, ma per ragionare in maniera più concreta sull’ ”Importazione” o sui “Criteri di Importazione” è risultato fondamentale analizzare l’esistenza di esempi di procedure importate da alcune amministrazioni da altri contesti europei in Italia o in altre nazioni. L’obiettivo di questo secondo approfondimento non è quello di individuare una importazione “toutcourt” da altri contesti geografici ma quello di selezionare dei temi che potrebbero essere sviluppati nel contesto italiano con i dovuti aggiustamenti. Per questo guardare a realtà che hanno fatto già questo tipo operazione diviene interessante da osservare e analizzare perché ricca di spunti. In particolare proprio in Italia la regione del Trentino Alto Adige e in particolare la Provincia di Bolzano ha importato dalla vicina Austria e soprattutto dalla Germania molti modelli operativi per la realizzazione di edilizia sociale di qualità e basso-emissiva. La provincia di Bolzano rappresenta infatti con la sua sperimentazione una posizione fuori dalla cultura costruttiva italiana dominante e rappresenta un modello del buon-costruire; un caso da analizzare con tutte le considerazioni e limitazioni legate al fatto di confrontarsi con una regione a statuto speciale con importanti finanziamenti a disposizione. In particolare si è analizzato l’operato dell’IPES Istituto per l’edilizia Sociale della Provincia di Bolzano e si sono considerate le caratteristiche del protocollo di norme tecniche messo a punto dai tecnici dell’Ipes di Bolzano osservandone e esaminandone le ricadute che l’utilizzo di queste hanno rispetto alla progettazione dei tecnici incaricati e inoltre degli abitanti ultimi fruitori delle case. Lo scopo di questa analisi è stato quello di desumere delle linee guida e indicazioni per la realizzazione di nuovi comparti residenziali, una mappatura delle “Best Practises” esportabili in altri contesti. Attraverso uno stage presso gli uffici dell’IPES la ricerca si è arricchita di contenuti e valutazioni importanti. L’ultima parte della ricerca raccoglie le varie considerazioni redatte nei primi capitoli concludendo sulla verifica di tesi, antitesi e assunti iniziali e inoltre seleziona e propone alcune esperienze da importare nelle amministrazioni locali al fine di rispondere alla domanda iniziale: ”E’ possibile importare dalle esperienze europee più riuscite in tema di Social Housing criteri e processi per la loro realizzazione?” Altra domanda alla quale si tenta di dare una risposta è questa:”è solo una questione di soldi, finanziamenti dedicati per il social housing?” ed è quindi per questo che la situazione in Italia è così problematica? All’interno degli ultimi capitoli si da una risposta anche se parziale a questa domanda molto complessa dimostrando come l’aspetto economico sia in realtà meno influente di quello che si pensa, sopratutto se legato al finanziamento diretto dello stato e non a formule innovative che reperiscano i fondi in maniera alternativa. Un’altra precisazione mi sembra doverosa, con questa ricerca si tratta l’edilizia sociale nel suo complesso fatto di case di edilizia economica e popolare come quelle che ad esempio realizzano le Ater e quelle invece di social housing e cioè quel tipo di edilizia realizzata dai privati o da organizzazioni no profit, cooperative o in parte dalle stesse Ater che realizza case a canone calmierato o in vendita a costi ribassati dove in accordo con il comune si è costruisce su aree determinate o da piani di attuazione o da accordi con proprietari di terreni edificabili

    Nesso di causalita' e prova statistica

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    Quasi certezza (ovvero alto grado di credibilità razionale), probabilità relativa e possibilità (o chance) sono le tre categorie concettuali che, oggi, presiedono all'indagine sul nesso causale nei vari rami dell'ordinamento. La presente ricerca affronta in chiave evolutiva la complessa tematica del nesso di causalità, quale elemento costitutivo dell’illecito civile, proprio attraverso un’ampia disamina del ruolo delle tre categorie concettuali sopra citate, tenendo conto delle significative novità giurisprudenziali degli ultimi anni al riguardo (in particolare nel settore della responsabilità medica, ma non solo). L’indagine prende le mosse dalla significativa (ed inquietante) rilevazione ermeneutica, per cui nulla di realmente definito emerge dalle fonti legislative, penali e civili, sul tema della causalità in sé considerata. Si passano, quindi, brevemente in rassegna le diverse teorie causali elaborate nel corso degli anni dalla dottrina al fine di colmare la lacuna normativa, sottolineandone pregi e criticità. In una prospettiva squisitamente civilistica, si evidenzia, poi, come il problema della causalità si pone all’interprete essenzialmente come problema di ‘scelte giuridicamente opportune’: “a qual punto smettere di ripercorrere all’indietro lo svolgimento causale” (così si esprimeva Trimarchi nel fondamentale saggio del 1967, Causalità e danno). Così che appare evidente come la ratio di una teoria causale non debba consistere tanto nel risalire a tutti gli antecedenti o nel rintracciare tutte le conseguenze naturalisticamente riconnettibili ad un dato accadimento, quanto piuttosto nel limitare all’indietro la ricerca dei responsabili su cui ‘è giusto’ che ricada il fardello della responsabilità, e limitare in avanti la ricerca delle eventuali conseguenze dell’illecito che devono essere accollate al convenuto “onde non rendere insopportabile al soggetto agente il rischio del suo agire” (così Gorla, Sulla cosiddetta causalità giuridica: <<fatto dannoso e conseguenze>>, RDCo, I, 1951,436). Il cuore del lavoro, una volta affrontata la questione della necessità di distinguere tra causalità materiale e causalità giuridica, si concentra sul problema relativo ai criteri di accertamento del nesso di causalità materiale e al rilievo che, in questo ambito, assume la prova statistica. L’analisi della più recente giurisprudenza sul punto sembra ormai definitivamente confermare la linea di tendenza, auspicata dalla dottrina civilistica, a favore del superamento della condizione di ancillarità della causalità civile rispetto alla causalità penale, con rilevanti ripercussioni in punto di individuazione della regola probatoria sottesa all’accertamento della causalità civile. Si perviene, per tal via, alla constatazione che il problema della causalità civile è destinato a risolversi entro i (più pragmatici) confini di una dimensione “storica”, o, se si vuole, di politica del diritto, che di volta in volta individuerà i termini dell’astratta riconducibilità delle conseguenze dannose delle proprie azioni in capo all’agente, secondo un principio guida che potrebbe essere formulato, all’incirca, in termini di rispondenza, da parte dell’autore del fatto illecito, delle conseguenze che “normalmente” discendono dal suo atto, a meno che non sia intervenuto un nuovo fatto rispetto al quale egli non ha il dovere o la possibilità di agire (la c.d. teoria della regolarità causale e del novus actus interveniens). Nella parte finale, il presente lavoro non manca di analizzare le nuove prospettive (e temperamenti) in tema di accertamento del nesso causale su base probabilistica, attraverso una rivalutazione del ruolo ‘giuridicamente rilevante’ delle concause. In definitiva, si esamina partitamente, alla luce dei più recenti arresti giurisprudenziali, la sostenibilità logico-giuridica della tesi secondo la quale “nei casi in cui vi sia obiettiva incertezza sulla sussistenza del nesso causale, il giudice, anziché negare il risarcimento del danno o, al contrario, riconoscerlo integralmente, potrebbe optare per una via intermedia accordando un risarcimento proporzionato alla percentuale di probabilità di sussistenza del nesso causale. In tal senso andrebbero letti l’art. 1227 c.c., a livello normativo, e, nella pratica giurisprudenziale, la rilevanza riconosciuta alla perdita di chances” (CAPECCHI). Punto di approdo della cennata trattazione è l’inevitabile constatazione che la questione del nesso causale in seno al macro (o sotto) sistema della responsabilità civile è ancora ben lungi dal dirsi avviata a soddisfacente soluzione. Ciò ha fatto dire a qualche autore che esiste un “concreto problema di limiti culturali del mondo giuridico giuscivilistico rispetto ad altre discipline” (ROLFI) e che, mentre “l’evoluzione della giurisprudenza di legittimità penale mostra, pur con tutte le difficoltà rese inevitabili dalla complessità della materia, un indiscutibile grado di maturità e consapevolezza, lo stato della giurisprudenza civile rimane ancora privo di quella univocità che è opportuna e necessaria anche per mettere gli operatori del diritto in condizione di affrontare le sfide provenienti da tipologie di contenzioso sempre più ardue e ambigue sul piano della causalità (STELLA) . In realtà, una vera e propria teoria unitaria di quell’inafferabile elemento dell’illecito che è il nesso causale è, con ogni ‘probabilità’, un’isola che almeno nel diritto civile non c’è e forse non può esserci, proprio perché troppe volte il giudizio di causalità diviene, per il giudice, potente strumento ai fini di giustizia sostanziale del caso concreto. Allora, l’unico auspicio è di evitare, attraverso l’individuazione di parametri tecnico-giuridici obiettivi, seppur elastici, che nel sistema dell’illecito civile “causation is a peg on which the judge can hang any decision he likes” 1. “La causa sia il gancio cui il giudice possa appendere ogni decisione che egli preferisca”, HART – HONORE’. Causation in the law, Oxford 1959, LII

    Multimedia mobile communications in heterogeneous wireless networks

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    La frode alla legge nel diritto interno e l'uniformazione europea della disciplina dei contratti

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    La presente ricerca si è proposta di individuare una serie di questioni che il tema, per così dire «classico», della «frode alla legge» pone anche nella prospettiva del diritto privato europeo. Dopo aver tentato di raccogliere spazi e frammenti di arresti p er estrapolarne un quadro organico, ci si è così trovati a dover trattare una serie di tematiche che alludono a una omogeneità di argomenti (quelli concernenti l’autonomia privata) che seguono, in concreto, itinerari tutt’altro che omogenei. Il che ha reso difficile il tentativo di delineare una sintesi il più possibile completa dei temi trattati. Piace iniziare questo studio da due passi emblematici, che testimoniano come il tema della «frode alla legge» ha appassionato giuristi e studiosi di ogni tempo, mantenendo col trascorrere dei secoli una persistente attualità. Il primo passo è di Jhering e fa riferimento alla frode nell’esperienza romana: «La stessa arte che proteggeva il diritto, che l’aiutava nel suo progresso e nel suo perfezionamento, serviva nella vita anche ad eludere le sue disposizioni, a scansarle o a paralizzarle. Ai sotterfugi che scienza s’ingegnava di trovare per raggiungere fini leciti, corrispondevano i sotterfugi di cui si serviva la vita per raggiungere fini illeciti. L’astuzia romana era ingegnosa nello scoprire tali sotterfugi; non appena uno era reso impossibile, subito ne era scoperto un altro; non appena la legge lo scovava da un nascondiglio, subito s’impadroniva di un altro […]. Nessun rapporto fu escluso da questa fraudolenta utilizzazione, nulla era sacro, né il matrimonio, né la parentela, né l’onore; non vi fu un istituto giuridico che non fosse trascinato nella polvere al fine di raggiungere qualche scopo inconfessabile e spesso, senza saperlo, perfino la giustizia fu costretta a cooperare al conseguimento di scopi illegali mediante processi concertati in precedenza» (R. von JHERING , Geist des römischen Rechts, III, Lipsia, 1924, § 57, p. 362). Il secondo passo è invece contenuto in una sentenza della Corte di giustizia del 21 febbraio 2002: «Uno Stato membro ha il diritto di adottare misure volte ad impedire che, grazie alle possibilità offerte dal Trattato, taluni dei suoi cittadini tentino di sottrarsi all’impero delle leggi nazionali, e che gli interessati possano avvalersi abusivamente o fraudolentemente del diritto comunitario» (punto 62, causa C255/02). Un’analisi, seppur veloce dei due passi, è sufficiente a disvelare la complessità di un tema che nel corso dei secoli si è arricchito di un ulteriore ed impensabile risvolto: la possibilità di una frode alla legge «comunitaria» o «europea». L’esperienza diacronica del concetto di frode ha reso necessaria una ricostruzione storico-comparatistica, non come indagine fine a sé stessa ma come analisi rivolta a svelare le ambiguità strutturali e funzionali di tale concetto. Dottrina, prassi e giurisprudenza si misurano, infatti, con una normativa codicistica che offre una trama talmente scarna, quando non addirittura incerta, da rendere essenziali e i riferimenti storici, da cui ancòra originano fondamentali questioni interpretative, e i riferimenti comparatistici, entro cui va inquadrata la tendenza all’uniformazione di un diritto privato europeo. Del resto, è risaputo che la comparazione di altri ordinamenti col proprio consente di riguardare gli istituti esaminati anche da prospettive inusuali; com’è risaputo che la ricostruzione storica talvolta chiarisce l’inadeguatezza odierna di concetti e regole. Ai giureconsulti romani si deve la terminologia ed una prima concettualizzazione del fenomeno, tuttavia, l’analisi delle principali fonti in materia di frode denota in modo piuttosto evidente come l’approccio all’istituto de quo, seppur pregevole, fosse basato sull’esame di concetti alquanto generici: l’elusione si risolveva sostanzialmente nel contrasto tra verba e voluntas o sententia legis. Il fenomeno della frode alla legge nascondeva un problema facilmente risolvibile mediante un corretto utilizzo dello strumento interpretativo: la lotta alle elusioni non necessitava della creazione di una figura giuridica autonoma, era sufficiente a tal fine il ricorso alla pratica dell’interpretazione «secondo lo spirito». La fase di mera descrizione della tradizione romana venne superata solamente a partire dalla metà del XIX secolo, periodo in cui gli interpreti, soprattutto in Germania, iniziarono a fornire importanti tributi al problema delle elusioni mediante uno studio critico del fenomeno ed una rielaborazione autonoma delle fonti. Tuttavia, la tradizione romana dell’interpretazione, fondata sulla negazione di un autonomo problema di frode alla legge, costituì la base ideologica delle scelte dei compilatori del codice civile italiano del 1865, giustificando il mancato inserimento di un’apposita disposizione sul tema. L’esigenza di scongiurare che la rigorosa predeterminazione per fattispecie delle norme imperative si tramutasse in un’occasione per i privati di aggirare le medesime statuizioni sta alla radice della disposizione che il legislatore del 1942, diversamente da quello del 1865, ha voluto esplicitamente dettare, disposizione che consente al giudice di sanzionare un contratto, sebbene questo non contrasti direttamente con la legge sulla base di una interpretazione non strettamente letterale della stessa. L’excursus storico del fenomeno elusivo, qui brevemen te tracciato, è sufficiente per constatare come l’approccio a siffatto fenomeno, sia pure nelle diverse epoche, sia stato sempre penalizzato dall’errata premessa dell’inesistenza di un autonomo istituto della frode alla legge, che ha poi portato alla riconduzione dello stesso ora nell’alveo di questioni meramente ermeneutiche, ora nell’ambito della figura della illiceità. La varietà di approcci alla problematica figura della frode alla legge, sia pure con forte approssimazione, può essere semplificata nella dicotomia tra visioni oggettivistiche e prospettive soggettivistiche. I sostenitori del primo orientamento, riprendendo la concezione propria della dottrina classica – che va dai giuristi romani ai pandettisti e, in particolare, a Bähr e Kohler – afferman o che in fraudem legis agere significa perseguire il fine vietato in modo occulto, rispettando i verba legis e violandone la sententia; laddove, invece, il contra legem agere consiste nel violare i verba della norma imperativa in modo palese e diretto. Il contratto in frode alla legge realizzerebbe un risultato economico identico a quello vietato dalla norma elusa ma, diversamente dal contratto contro la legge, che concretizza le suddette finalità in via immediata, lo realizza in via mediata, vuoi per il carattere indiretto o fiduciario del contratto stesso, vuoi per il suo collegamento con atti e contratti ulteriori. In altri termini, l’elemento che caratterizza la frode sarebbe costituito dall’agire nascosto, indipendentemente dalla valutazione dei moventi soggettivi che codesto agire hanno determinato. Va tuttavia osservato che l’idea di fondare la distinzione tra contra legem agere e in fraudem legis agere nella modalità – occulta o manifesta – della violazione, oltre a non essere supportata da alcun chiaro dato normativo, porta a delle conclusioni giuridicamente inesatte. Nulla esclude che un contratto il quale urti, sia pure nascostamente, contro il disposto di una statuizione normativa possa qualificarsi come direttamente illecito, riuscendo comunque a realizzare una situazione contraria, sia pure non icto oculi, allo scopo che la norma imperativa intendeva perseguire. È quello che accade laddove le parti decidano di occultare un negozio illecito sotto le vesti di uno lecito, secondo lo schema della simulazione relativa. È evidente come i n tali casi lo strumento simulatorio, pur creando una situazione di apparente conformità al dettato normativo, non rappresenti il mezzo per frodare la legge, quanto la via prescelta dai privati per occultare la violazione diretta di una norma imperativa. Pertanto, una volta squarciato il velo dell’apparenza, il contratto dissimulato andrà dichiarato nullo ai sensi del combinato disposto dell’art. 1418 c.c. con la norma imperativa di volta in volta violata. Peraltro, taluni Autori hanno evidenziato come la tesi oggettiva finisca con il negare autonomia alla figura del contratto in frode alla legge. Sostenere, infatti, che il contratto in frode permette il conseguimento dello stesso risultato economico-pratico del contratto contro la legge equivale a dire che il contratto in frode è esso stesso un contratto contro la legge. L’approccio oggettivistico, lungi dal fondarsi su rigorose basi dogmatiche e strettamente legato al dato squisitamente fenomenico, finisce con il ricondurre il fenomeno elusivo ad una questione di corretta interpretazione della norma violata, attribuendo all’interprete, mediante il procedimento ermeneutico, il compito ultimo di individuare, caso per caso, i verba e la sententia legis, al fine di stabilire sino a che punto il rispetto dei primi coincida con l’attuazione della seconda. In definitiva, tale teoria si ferma all’apparenza del fenomeno, senza approfondire opportunamente gli elementi strutturali del negozio fraudolento. L’obiezione deriva direttamente dai principi relativi all’interpretazione della norma giuridica, principi sui quali si basa la stessa teoria che arriva alla conclusione in esame. Non si può infatti disconoscere che sia un canone fondamentale d’interpretazione quello secondo cui la volontà obiettiva della legge può essere ricavata non solo dal significato letterale delle parole , ma anche da una interpretazione logica, la quale si presenta principalmente come interpretazione sistematica e storica. Ogni qual volta l’interprete, mediante un uso corretto degli strumenti volti ad individuare il vero senso della legge, affermi che questo non coincide con l’espressione letterale impiegata dal legislatore, ma per ipotesi sia più ampio di quella, non aggiunge qualcosa di estraneo alla norma, ma, rimanendo fedele allo spirito di questa, ne chiarisce la portata: in tal senso si afferma, a ragione, che qualunque sia il risultato cui si perviene mediante l’interpretazione, sia esso restrittivo o estensivo, questa è sempre dichiarativa. Alla luce di ciò, appare difficile intendere quale sia il fondamento di una distinzione fra atti contrari alla legge e atti in frode alla legge. Il secondo orientamento, in chiave soggettivistica, individua il dato caratterizzante il comportamento fraudolento nell’intenzione dell’agente di sfuggire all’applicazione della norma imperativa. Tale requisito finalistico, la cui rilevanza costituisce di per sé una novità rispetto alla teoria oggettiva, si atteggia peraltro in modo particolare, indirizzando le parti al perseguimento di uno scopo analogo – ma egualmente dannoso – a quello conseguibile mediante la violazione diretta della norma. In definitiva, per i sostenitori dell’indirizzo soggettivo, il contratto è in frode alla legge allorquando le parti, mosse da un intento elusivo, conseguono finalità «analoghe» e non «identiche» a quelle vietate dalla disposizione violata, rendendo così in parte vana la formulazione della disposizione medesima. Il contratto quale mezzo per il raggiungimento di un risultato economico-pratico identico a quello scongiurato dalla norma viola esplicitamente quest’ultima: perché possa parlarsi di frode in senso tecnico giuridico occorre che le parti, approfittando dell’imperfetta formulazione della legge, ottengano dei risultati che, pur violando le ragioni ultime del divieto, si pongono al di fuori dello spazio protetto dalla norma imperativa mal formulata. L’indefettibilità dell’intento fraudolento sarebbe desumibile, secondo tale indirizzo, dallo stesso art. 1344 c.c., il quale, ritenendo in frode il contratto impiegato quale mezzo per eludere l’applicazione di una norma imperativa, lascia intendere la necessità dell’esistenza nelle parti di un motivo che le abbia indotte a scegliere un determinato negozio. Al riguardo, si è criticamente osservato che l’intento fraudolento sembra sovrapporsi alla figura del motivo illecito determinante e comune alle parti di cui all’art. 1345 c.c. Coloro i quali caldeggiano un approccio di tipo soggettivo al problema della frode precisano, invece, che le parti sono animate da ben due intenti: il conseguimento di un risultato analogo a quello proibito e la volontà di eludere la norma. In altri termini, lo scopo di aggirare il divieto posto dalla norma, accompagnandosi al motivo ultimo di ottenere il risultato analogo a quello vietato, costituirebbe per i contraenti un motivo importante ma non esclusivo, non integrando così i requisiti di legge sul motivo illecito. Si tratta di una ricostruzione che tende a spostare l’incidenza dell’analisi dell’atto fraudolento dagli elementi strutturali oggettivi, valutati in relazione alla norma imperativa che si intende violare, al movente che ha spinto il soggetto ad agire. Tale indirizzo sembra inidoneo a dare una visione organica del fenomeno sotto il profilo strettamente giuridico ed oltretutto si scontra con la posizione della dottrina, quanto meno di quella tradizionale, ferma nel negare rilevanza giuridica al motivo. Senza contare che l’approccio soggettivo non riesce a spiegare come l’intenzione fraudolenta che anima i contraenti possa rendere illecito un comportamento che in assenza di essa è pienamente conforme al dettato normativo. Si obietta, al riguardo, che è assurdo far dipendere il carattere fraudolento di un negozio dalla mera valutazione che il soggetto interessato fa del proprio comportamento. Per converso, altrettanto discutibile è rinunciare a sanzionare quelle procedure negoziali che realizzano, sia pure in via indiretta, un risultato contrario ad una norma imperativa in ragione del mancato raggiungimento della prova circa l’esistenza dell’intenzione fraudolenta, attese anche le difficoltà probatorie che sempre si presentano quando si ha a che fare con requisiti di carattere soggettivo–psicologico. A ciò si aggiunga che l’intento fraudolento di cui si discute è riconducibile all’elemento subiettivo del dolo piuttosto che a quello della colpa, la quale, pur avendo un sostrato psicologico, è tuttavia ancorata a parametri oggettivi. Così facendo – fatta salva l’ipotesi in cui sia la stessa norma violata a richiedere la presenza dell’elemento intenzionale – si finisce con l’esigere per la configurabilità della frode alla legge un di più (cioè l’intenzionalità) rispetto a ciò che si richiede perché si abbia una violazione diretta della legge. Peraltro, la frode così intesa contrasta con un principio cardine del nostro ordinamento, riassunto nell’antico brocardo «ignorantia legis non excusat», secondo cui l’ignoranza della legge non esclude l’applicazione della sanzione prevista per il caso di violazione della stessa. Meritevole di interesse è la posizione del Morello, il quale, nel tentativo di superare la impasse a cui aveva condotto la teoria soggettiva, propone una rivisitazione del concetto di intento fraudolento. Quest’ultimo non andrebbe inteso quale stato subiettivo appartenente alla sfera introspettiva delle parti, quale concreta volontà di porsi al di fuori dall’area di applicazione della norma, ma, più correttamente, dovrebbe essere desunto dalla presenza di elementi sintomatici oggettivi. La prova dell’intento fraudolento risulterebbe così alleggerita, libera da quelle difficoltà che sempre si presentano quando si ha a che fare con requisiti di carattere soggettivo–psicologico. L’intento elusivo, epurato da quella connotazione squisitamente psicologica, diventa pertanto suscettibile di essere provato sulla base dei soli elementi oggettivi desunti dalla situazione economica e dagli interessi in gioco, ovvero dal modo stesso con cui è congegnata l’operazione negoziale. Volendo riassumere l’attività richiesta all’interprete ai fini del raggiungimento della prova dell’intento elusivo, si potrebbe dire che essa si sostanzia principalmente nell’accertamento della surrogabilità in senso economico del procedimento elusivo con quello proibito; nell’accertamento della mancanza di un legittimo interesse delle parti; nell’accertamento dei rischi e del costo del procedimento impiegato, al fine di stabilire se l’elusione è espressione di una prassi consolidata o facilmente consolidabile. Preso atto delle difficoltà che si incontrano nel tentare una soddisfacente definizione del fenomeno elusivo, derivanti dalla inevitabile oscurità del concetto stesso di frode, oltre che dall’ambigua formulazione dell’art. 1344 c.c., si è tentato di superare le contraddizioni ed i limiti delle tesi sopra richiamate, con l’auspicio di poter fornire spunti interessanti per una costruzione «attuale» e «in positivo» della frode alla legge. In tale ottica, s’è provveduto a definire il campo di applicazione della disposizione normativa concernente l’argomento trattato, al fine di meglio delineare i limiti entro cui l’interprete può fare riferimento alla clausola generale contenuta nell’art. 1344 c.c. L’indispensabile premessa dalla quale ci si è mossi è che l’essenza del contratto fraudolento consiste nella mancanza di un contrasto diretto fra tale contratto e la norma imperativa. La specificità della clausola generale di cui all’art. 1344 c.c. si manifesta nell’attribuzione al giudice di un potere diretto a colpire tutti quei contratti che, pur non ponendosi di per sé in contrasto con i divieti legali, realizzano un risultato del tutto inconciliabile, nella sua configurazione effettiva, con la disposizione di legge. Il richiamo all’art. 1344 c.c., allora, è tecnicamente fondato laddove l’impossibilità di reprimere la condotta in ragione della sola norma imperativa coinvolta sia già stata accertata, sulla base di un’interpretazione tanto del contratto quanto della legge: una interpretazione che deve essere eseguita nell’uno e nell’altro caso con pieno esaurimento di tutte le direttive ermeneutiche di cui l’interprete può disporre. La finalità di un’autonoma repressione della frode alla legge ha senso soltanto se il principio o la clausola generale non si limitino a enunciare regole ermeneutiche elementari e già note, oltre che testualmente proclamate sia con riguardo all’interpretazione del contratto sia con riguardo all’interpretazione della legge (artt. 1362 c.c.; 12 disp. prel. c.c.). La disposizione in esame demanda all’interprete una responsabilità ulteriore: porre in essere una sorta di giudizio di secondo grado, un singolare giudizio che l’ordinamento contempla quale valvola di sicurezza, «contro il paradosso, sempre possibile e ampiamente sperimentato nella storia giuridica, a tal punto da diventare proverbiale, che la legalità sia usata contro la legge stessa». Il principio antielusivo, di cui la clausola generale contenuta nell’art. 1344 c.c. è diretta espressione, impone al giudice di esercitare un controllo realistico dell’operazione sospetta – un controllo cioè condotto con il parametro delle ragioni pratiche – , consentendogli così di qualificare come antigiuridiche quelle operazioni che pur superando il vaglio di legalità realizzano, per il singolare atteggiarsi dei fatti, una situazione del tutto incompatibile con la disposizione di legge. È proprio in ragione della singolarità di tale giudizio che la dottrina ha parlato della frode alla legge quale strumento di correzione dello stretto diritto: l’interprete è legittimato a reputare «illecito» un contratto che è conforme al dettato normativo. L’autorizzata equiparazione di un contratto lecito ad uno «illecito» trova la sua ragion d’essere nella circostanza che l’accordo, formalmente rispettoso della legge, è accompagnato da un astuto espediente, il cui effetto è quello di ricondurre l’intero senso pratico dell’operazione nell’alveo del risultato proibito. Si ritiene opportuno precisare che non ogni procedimento contorto o anomalo è da ritenersi, in quanto tale, disapprovato dall’ordinamento; è proprio quest’ultimo, infatti, a concedere ai privati la possibilità di individuare, tra le maglie dei divieti, modi leciti di regolare i loro interessi. Non vi è ragione alcuna per impedire a questi di sfruttare la loro abilità negoziale al fine di conseguire effetti economicamente rilevanti, non preclusi dal raggio dei divieti legali. Diversamente opinando, si finirebbe con il sacrificare il principio dell’autonomia privata in favore di un ossequioso rispetto dell’impero della legge, del tutto ingiustificato ove la ragione generale del controllo di chiusura non sia stata pienamente accertata. La ratio dell’istituto deve servire ad orientare il giudizio dell’interprete sul contratto sospetto: la frode alla legge è una misura di salvaguardia del sistema e non giustifica un ampliamento delle disposizioni proibitive fino a reprimere operazioni che non si identificano con il meccanismo elusivo e con la produzione del risultato proibito. Il rischio di un uso distorto dello strumento antielusivo fa sì che il giudizio di accertamento della frode, fondato sul parametro della consistenza economica effettiva dell’operazione, debba essere condotto in modo attento e rigoroso, rifuggendo da facili tipizzazioni casistiche. Definire il contratto in frode alla legge come quel contratto che pur non rientrando nell’ambito applicativo della norma, sia pure estensivamente interpretata, finisce con il frustrare le istanze sottese alla stessa non vuol dire, però, applicare analogicamente le norme imperative. La frode e l’analogia hanno infatti presupposti applicativi antitetici. La tecnica della frode può servire a censurare quelle condotte, non espressamente vietate dalla norma imperativa ma ad ogni modo poste in violazione di questa, che non sono suscettibili di essere sanzionate facendo ricorso al procedimento analogico. In altri termi

    La pratica politica della European Women's Lobby

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    La tesi colma un vuoto storiografico presente in Italia come in Europa sul lavoro e le pratiche politiche di una coalizione, quella della Lobby Europea delle Donne (European Women’s Lobby – EWL), a tutt’oggi posta sempre in secondo piano dalla gran parte degli studiosi e delle studiose di politica e di sociologia. Si tratta, dunque, di un lavoro di riscoperta di una organizzazione che dal 1990 ad oggi ha saputo riunire e coordinare all’incirca 4000 organizzazioni femminili e femministe in tutta Europa. Uno studio che, partendo dai concetti di lobby e di lobbismo, analizza e descrive l’impegno politico di quella che ad oggi è una delle più grandi coalizioni europee. In questo senso manca anche, e soprattutto, un dibattito critico a riguardo; una lacuna che permette di avere solo una visione incompleta e frammentaria dell’argomento. In Italia, gli studi sociologici e storico-politici sembrano deliberatamente non tenere in considerazione questa istituzione: nei numerosi testi che affrontano il lobbismo e le lobbies raramente si fa menzione alla Lobby delle Donne, come ho potuto evincere dai numerosi autori e autrici cui ho fatto riferimento per il presente lavoro. La European Women Lobby si muove, naturalmente, secondo il significato anglosassone del termine: un’organizzazione pubblica (di solito nelle vesti di associazioni) che opera a tutela degli interessi di un gruppo, consentendone la rappresentanza politica. Il lobbismo è indiretto ed esercita pressioni in nome dell’interesse pubblico. La storia delle cooperative tra donne, dalle prime iniziative all’associazionismo contemporaneo più strutturato e organizzato, che avanzano proposte di una nuova qualità della vita, di una diversa organizzazione del lavoro e di una più attiva partecipazione alla vita politica, appare ricca di spunti e di riflessioni sociali. Due sono i dati inconfutabili di riflessione scientifica e politica insieme: la progressiva e incalzante presenza delle donne in tutti i settori e strutture produttive di un Paese; l’emersione di uno specifico dibattito storiografico sulla questione femminile. In che senso le donne sono, possono o debbono essere soggetti della politica? E quali problemi sono posti dalla soggettività politica delle donne? A queste domande, spiega la Gianformaggio, si deve rispondere diversamente a seconda che si faccia riferimento a due distinte dimensioni della politica. La dimensione che definisce orizzontale è quella della partecipazione (cittadinanza) e della rappresentanza. La dimensione verticale è invece legata all'idea di potere (e di stato). Nel primo senso la soggettività politica pertiene alle donne in quanto donne, nel secondo senso è invece una problematica di genere. Gianformaggio sostiene che essere cittadini significa avvertire l'esigenza di presentarsi sulla scena pubblica. Così, l'emergere di nuovi soggetti politici implica la richiesta di riconoscimento pubblico per una serie di bisogni, e la comparsa di nuove modalità di azione a tutela di tali bisogni e interessi. Le donne sono un soggetto nuovo in questo secondo senso, ovvero sono diverse e non semplicemente arrivate dopo. Gianformaggio conclude affermando che affinché le donne possano diventare soggetti è necessario che propongano il proprio sguardo sul mondo, e che possano poi dialogare con sguardi tra loro diversi e non semplicemente opporsi a quello omologante dell'uomo-massa. Maria Chiara Pietavolo rilancia sostenendo che per contrastare l'idea che i problemi degli uomini sono i problemi di tutti, mentre i problemi delle donne sono solo problemi da donne, non è sufficiente ripetere che i problemi delle donne sono i problemi delle donne, ma bisogna mostrare che i problemi delle donne sono i problemi di tutti. “Le donne non sono uguali. Non sono uguali fra di loro, non sono uguali agli uomini, e, anche dove hanno conquistato gli stessi diritti, non sono ugualmente presenti nella cultura, nella società e nella politica. E' facile pensare che l'uguaglianza di diritti - credere di avere dei diritti – sia un tradimento e un inganno. Ma dobbiamo anche domandarci se l'uguaglianza non sia qualcosa di più complesso e incisivo di quanto ci sia stato fatto credere. Che poter essere in modo uguale, essere uguali e credere, semplicemente, di essere uguali siano cose molto diverse fra loro. E, soprattutto, cose diversamente difficili”. Nonostante la crisi economica e le difficoltà che le donne incontrano quotidianamente, si può registrare un aumento continuo di donne che lavorano (nonostante la scarsità di servizi a sostegno della maternità soprattutto nei Paesi dell’area mediterranea), e più in generale una crescente necessità e urgenza delle donne di entrare in quei luoghi della società e della politica che fino a poco tempo fa erano destinati esclusivamente o quasi agli uomini, come dimostrano i dati recenti sull'istruzione e sull'accesso alle professioni e alle carriere politiche. In questo clima si colloca il lavoro della EWL, che si può definire come una organizzazione ombrello che raccoglie organizzazioni femminili di diversi Stati europei e svolge una funzione di promozione, controllo e diffusione delle azioni comunitarie destinate alle donne ai fini della promozione della parità tra donne e uomini. Una forma di associazionismo diversa dalle altre, perché basandosi sul principio e sulle tecniche del lobbying evidenzia come, per la prima volta, le organizzazioni femminili e le donne, nella loro partecipazione attiva alla vita pubblica, si considerino non più solo soggetti impegnati nella rivendicazione dei propri diritti, ma soggetti portatori di interessi da tutelare. Fulcro del lavoro è l’analisi della EWL (struttura e organizzazione) e delle aree politiche di interesse e di azione, e delle politiche paritarie sviluppate in Europa, in cui la EWL si inserisce e su cui trova fondamento per implementare le proprie iniziative. Per introdurre l’argomento ho dato una panoramica su cosa sia l’attività di lobbying nel suo senso anglosassone e di come essa venga praticata presso le strutture della Comunità Europea (cambiano infatti i luoghi e le modalità del lobbying)

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