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Pensare con Jean-Luc Nancy
Il tema monografico del numero nasce dall’occasione preziosa del confronto-condivisione-incontro, avvenuto nel giugno del 2010, con Jean-Luc Nancy. I saggi che sono qui raccolti consentono di in-con-tra-re attraverso il pensiero di Jean-Luc Nancy alcune delle questioni urgenti che il nostro tempo ha da ri-pensare. Infatti, rispondendo a tutti ed a ciascuno, Nancy instancabilmente rilancia l’apertura della riflessione filosofica sugli interrogativi che da sempre ci inquietano, ci meravigliano, ma soprattutto ci convocano
dinanzi a “singolari decisioni d’esistenza” riaffermando in ogni circostanza il forte carattere etico-politico che fin dai primi scritti caratterizza il suo singolare modo di fare filosofia.
Egli nomina infatti i temi attorno ai quali in questa occasione condensa il suo pensiero nella Ouverture: ma se apertura, agire, esposizione, ascolto sono quelli che sceglie di evidenziare, questi portano con sé tutto l’intenso lavoro teorico-pratico svolto intorno a: comunità, libertà, mondo, senso, arte, per nominare solo le questioni sulle quali egli torna con maggiore intensità e con le quali con maggior frequenza si misurano qui i suoi interlocutori, in una
densa e singolare Partizione delle voci
Televisione espansa : logiche ed estetiche della narrazione crossmediale
La ricerca si propone di indagare ed approfondire i modi e le pratiche della
narrazione crossmediale, attraverso l’analisi dei percorsi narrativi e ludici che
coinvolgono diversi testi e piattaforme. Con questo termine intendiamo l’estetica che
nasce nel mondo della cultura della convergenza e dell’intelligenza collettiva:
rappresenta un processo in cui elementi integrati di una fiction vengono dispersi in
maniera organizzata attraverso molteplici canali di diffusione (cinema, televisione,
internet, stampa, telefonia cellulare, videogames, ecc..), allo scopo di creare
un’esperienza di intrattenimento unificata e coordinata. In un modello ideale, ciascun
medium è coinvolto in base alle sue caratteristiche di forza e apporta un contributo
unico allo svolgersi della storia. Non esiste nessuna singola fonte a cui rivolgersi per
acquisire tutte le informazioni necessarie per comprendere l’universo narrativo nella
sua interezza. La struttura narrativa allargata ricalca il modello reticolare di internet,
ribaltando le gerarchie tra testi e paratesti, che non sono più semplici strumenti per il
disvelamento del reale dietro il finzionale, come interviste agli autori e attori,
backstages, making of, e così via, ma assumono un ruolo fondamentale per lo stesso
universo finzionale, veicolando ulteriori informazioni necessarie al completamento
del percorso narrativo.
La narrazione crossmediale è la realizzazione di un’aspirazione del raccontare
che affonda le proprie radici nel passato. Quindi, concettualmente, non si tratta di una
novità ma piuttosto della realizzazione di potenzialità rese finalmente possibili dal
progresso tecnologico. Il desiderio di una narrazione plurima e sfaccettata è presente
lungo tutto il Novecento, ancor prima dell’arrivo dei nuovi media e della
digitalizzazione globale, e taglia trasversalmente più discipline e tradizioni di studio.
Lo si percepisce tra le pagine di Lezioni Americane di Italo Calvino quando parla di
enciclopedia aperta, di iper-romanzo, di forme brevi della scrittura. Oppure nei testi di
teorici dei media e della comunicazione, come ad esempio Eco, che in Lector in
Fabula espone la necessità di sottrarsi alla tirannia del testo attraverso “passeggiate
inferenziali”. Questo non vuol dire che anche prima del digitale non fossero
sperimentate forme di allargamento della narrazione, ma tale pratica ha trovato nelle
nuove tecnologie una pluralità di canali, e ha subito una formalizzazione e
accelerazione mai sperimentate prima.Il lavoro di tesi si svilupperà in due sezioni. La prima parte del progetto sarà
volta a contestualizzare la crossmedialità all’interno sia dei profondi cambiamenti
intervenuti nel settore dell’audiovisivo, sia nelle modalità di fruizione del medium
televisivo. Si intende recuperare l’impostazione teorica di Stuart Hall ponendo
l’attenzione sulla pluralità di relazioni tra le forze in campo: gli apparati mediali, nella
loro dimensione istituzionale, tecnologica, economica; le forme testuali; le modalità
di consumo/produzione da parte del pubblico. Cambiano le audience, sempre più
skilled, ma cambiano anche le industrie dell’immaginario, sempre più capaci di
costringere l’ambiente materiale e simbolico in cui siamo immersi. Le pratiche
crossmediali si sviluppano a partire dalla seconda metà degli anni Novanta in seno
alla Popular culture e coinvolgono in particolare grandi franchises hollywoodiani e
serie televisive. Sono gli anni in cui assistiamo al grande sviluppo di internet e alla
diffusione delle tecnologie digitali; si iniziano a praticare strategie comunicative
multipiattaforma, in linea con il nuovo approccio del mercato basato sul marketing
dell’esperienza formalizzato da Bernd Schmitt. I canali si moltiplicano, le televisioni
a pagamento diventano un bene commodity, i modelli di business tradizionali
cambiano nell’ottica di una frammentazione dell’audience in nanoshare. Si studiano
strategie di fidelizzazione fortemente intertestuali ed intermediali, che coinvolgono
tutti gli aspetti della produzione, dalla scelta della storia fino al casting degli attori.
Inoltre, ci troviamo inoltre di fronte un nuovo tipo di spettatore-consumatore,
attivo, partecipativo, che chiede ed a cui piace essere coinvolto totalmente. Tale
situazione è sottolineata anche da numerosi teorici degli Audience Studies – ad
esempio Sonia Livingstone, Pertti Alasuutari - che sul finire degli anni Novanta
rendono palese la difficoltà di analizzare questa nuova figura a causa di
un’insufficienza degli strumenti e dei modelli formalizzati fino ad allora. I loro
contributi e ricerche configurano una vera e propria rottura epistemologica, che nelle
parole di Abercrombie e Longhurst, consiste nel passaggio dal paradigma della
incorporazione/resistenza a quello di spettacolo/performance. A determinare
l’emergere di un nuovo approccio allo studio del pubblico è anche e soprattutto la
consapevolezza del mutato scenario mediale, caratterizzato da processi di
convergenza digitale e ibridazione che mutano le forme stesse dell’esperienza. Se nel
paradigma incorporazione/resistenza il rapporto tra pubblico e media era concepito in
termini di lettore e testo, esso viene ora riformulato come rapporto tra audience e
mediascape: mediascape inteso come grande mondo possibile rappresentato dallo scenario mediale globale, che si configura al tempo stesso come luogo e processo
della produzione e della fruizione. Tutti insistono sulla necessità di spostare
l’attenzione su “l’esperienza di essere membri di un’audience”.
Nella seconda parte si tenterà di definire meglio in concetto di fruizione
espansa della televisione, prendendo in esame le molteplici opportunità offerte allo
spettatore di fruire del contenuto televisivo e di sviluppare il proprio coinvolgimento.
Se è vero che viene richiesta alla televisione una sempre maggior complessità
narrativa, e che si è passati da un modello LOP (Least Objectionable Programming) a
MRP (Most Repeatable Programming), la narrazione crossmediale sembra essere il
punto di arrivo di un percorso che riporta l’enfasi sui contenuti. Si è cercato di
elaborare una mappatura originale modificando, integrando e ridefinendo i confini
tracciati da recenti studi di tradizione diversa, per restituire una completezza del
fenomeno in atto.
Si andrà poi ad approfondire lo studio della narrazione crossmediale. Verrà
innanzi tutto definito il concetto, le costruzioni spaziali e temporali, e verranno messe
in evidenza le differenze con altre operazioni sul testo facilmente confondibili con
essa: l’adattamento, la distribuzione multipiattaforma e l’adattamento crossmediale.
Per definire infatti due o più opere crossmediali non basta che vengano concepite
come tali, ma è fondamentale che tra di esse si instauri un dialogo aperto in tempo
reale, in cui ogni intervento su un testo modifica significativamente gli interventi
successivi sugli altri testi. Verranno poi indagate le logiche di costruzione di questi
universi finzionali; l’inserimento di vuoti narrativi, di falle interpretative da riempire
su altri media, attraverso meccanismi di sottrazione consapevole e diffusione limitata
dei contenuti; ganci alla migrazione, ovvero rimandi più o meno diretti a contenuti
presenti su altri media, e tecniche di emerging narrative, che diffondono all’interno
mondo finzionale elementi ricchi di potenziale narrativo sviluppabile su altri canali
distributivi, a scopo spesso pubblicitario. Tutti questi elementi sembrano motivare gli
spettatori, fornendo loro elementi su cui “lavorare” in maniera anche autonoma,
dando vita ad una tipologia di testo molto vicina a quella teorizzata da Eco come
“macchina pigra”. Ci troviamo di fronte ad una dimensione performativa ludica che
permette di personalizzare l’esperienza di fruizione e creare una visione unica ed
individuale della storia, una pluralità di percorsi di lettura, ognuno dedicato ad un
differente segmento di audience, più o meno fedele e partecipativo.Infine, si parlerà di come dare vita ad un vero e proprio progetto crossmediale.
Come abbiamo precedentemente sottolineato, caratteristica intrinseca di questa
tipologia di narrazione è quella di non avere un’unica fonte a cui attingere per esperire
l’intero universo narrativo, e conseguentemente non è semplice in fase produttiva
individuare il giusto equilibrio tra creare storie che abbiano senso anche per uno
spettatore casuale, che le esperisce per la prima volta, ed inserire all’interno elementi
che incentivino le persone alla fruizione su una molteplicità di media. Le ambizioni
enciclopediche del macrotesto possono a volte diventare un ostacolo per gli eccessi di
significazione del plot narrativo. Quando si lavora su un progetto crossmediale è
necessario un alto grado di coordinamento dei diversi settori mediali coinvolti, sia in
produzioni indipendenti, in cui un una singola figura cura tutti gli aspetti della
narrazione, a prescindere dal medium cui saranno destinati, sia nelle grandi
entertainment company, attraverso una forte collaborazione tra le differenti divisioni
(cinema, games, interactive, editoria, ecc…). I particolare, si focalizzerà l’attenzione
su alcuni degli aspetti principali di queste costruzioni narrative: la dinamica ludica
che si instaura con lo spettatore, la costruzione a livelli, e il legame narrativo con il
mondo reale.
L’obiettivo finale di questo lavoro è quello di fornire un documento guida a
tutti gli autori crossmediali che si confrontano quotidianamente con problemi di
scrittura e architettura dei progetti
Architettura distribuita sicura per piattaforma di comando e controllo basata su A.I.S. (Automatic Identification System)
Scopo di questo lavoro è stato esaminare il funzionamento dell’Automatic Identification System,
analizzando i principi su cui si basa, valutandone i potenziali usi ed evoluzioni.
L’intero studio portato avanti risulterà di supporto allo sviluppo di un sistema di monitoraggio
navale asservito all’intera area mediterranea, realizzabile tramite interconnessione di diverse reti
AIS nazionali dei singoli Stati costieri, ponendo particolare attenzione su come assicurare uno
scambio dati con adeguati livelli di sicurezza.
L’AIS è un sistema collaborativo di ausilio alla navigazione che consente l’identificazione
automatica delle unità navali dotate di apposito transponder VHF, reso obbligatorio su particolari
unità navali e con determinate dimensioni, dal Capitolo V della Convenzione di Londra del
1 Novembre 1974 sulla sicurezza della vita umana in mare (SOLAS ).
L’AIS è in pratica un sistema che consente di acquisire informazioni sul traffico navale,
supportando l’attività di monitoraggio tesa ad assicurare la sicurezza nell’ambito della navigazione
marittima. Esso presuppone l’acquisizione dei dati basata sulla trasmissione continua e reciproca tra
le navi (ship to ship) e fra le navi e le stazioni di base a terra (ship to shore), tramite due canali VHF
dedicati.
Nella parte iniziale della tesi si affronta un approfondito studio degli standard su cui si basa il
funzionamento dei transponders che ricevono e trasmettono dati AIS. Inoltre viene illustrato come
deve essere realizzata una rete AIS costiera che consenta, attraverso lo scambio dei dati AIS, di
ricostruire la situazione del traffico navale nell’area interessata.
Nella parte finale, sulla base della conoscenza acquisita, si riporta la fase di progettazione e
realizzazione di una rete di monitoraggio di gerarchia superiore, che raccogliendo i dati AIS dalle
varie nazioni costiere permette di controllare il movimento delle unità navali in tutto il bacino
mediterraneo.
Per l’architettura realizzata notevole attenzione è stata dedicata ai metodi utilizzabili per
assicurare standard di sicurezza adeguati a garantire la protezione dei dati scambiati. Vengono
presentate dettagliatamente, come scelte progettuali prese in considerazione, la sicurezza a livello IP
(IPSec.) e SSL/TLS.
Infine vengono riportate le conclusioni relative alla reale creazione di tale sistema, basato su
un’architettura distribuita che impiega dei proxies come middlesoftware verso un Server Centrale
Regionale, al quale il sottoscritto ha fornito il suo contributo nelle vesti di Ufficiale della Marina
Militare impiegato presso il Reparto Ricerca e Sviluppo del Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera
Parmenide filosofo della natura
Il presente lavoro si propone di considerare alcune nodi esegetici relativi alla figura e alla
riflessione di Parmenide, alla luce delle recenti acquisizioni della ricerca sul pensiero presocratico
in generale. Nonostante l’impossibilità di accedere integralmente al testo parmenideo, a causa della
frammentarietà con cui è stato tramandato, tuttavia importanti mutamenti nel paradigma filosofico e
storiografico, consentono di superare alcune “rigidità” ermeneutiche, che in passato hanno portato
a vedere nel filosofo di Elea, in maniera alternativa, ora un mistico, ora il padre della metafisica
occidentale, ora uno scienziato geniale in grado di precorrere alcune importanti intuizioni della
fisica contemporanea
Città (con)divise : spazi, negoziazioni e politiche dell'immigrazione urbana. Il caso di Torpignattara, Roma
La ricerca muove dal presupposto che le politiche urbane per gli immigrati in Europa siano fondate
su di una lettura della spazializzazione dell’immigrazione urbana basata sul paradigma della
concentrazione residenziale. Questa a sua volta vede le sue origini in una teoria di più ampio raggio,
di stampo statunitense, conosciuta come la social polarization theory e negli studi di geografia
urbana sulla segregazione etnica. Tale impostazione ha portato in Europa al diffondersi della doppia
retorica dell’esclusione e inclusione sociale, caratterizzata da una forte dimensione spaziale: è
infatti il quartiere omogeneo dal punto di vista della classe, del patrimonio abitativo, del
background etnico della sua popolazione a essere considerato alla base dei meccanismi di
stigmatizzazione e inerzia sociale, e della mancata integrazione dei suoi abitanti. Secondo una
logica binaria le politiche per l’inclusione sociale degli immigrati vengono dunque basate sul mito
della mixité (mixed neighbourhood).
Tuttavia questa impostazione del discorso dominante viene messa in crisi dalla realtà delle città
dell’Europa meridionale, tra cui quelle italiane, nelle quali contesti de-segregati dal punto di vista
etnico sono altresì affetti da gravi forme di discriminazione e marginalizzazione e dove il processo
verso l’inclusione sociale degli immigrati sembra ancora distante. Se lo spazio urbano ha un ruolo
nei processi di esclusione degli immigrati, come nelle politiche che contrastano tali processi, d’altra
parte non sembra chiaro né quale sia questo ruolo né di quali spazi si tratti. La ricerca si propone
dunque di provare a rispondere a tale interrogativo concentrandosi sul contesto italiano e
articolandosi in quattro fasi successive.
La prima fase è quella di inquadramento del tema all’interno del dibattito europeo: si individua
l’approccio dominante alla costruzione del problema dell’esclusione sociale degli immigrati nelle
città europee; si delinea un modello europeo di risposta al problema; si evidenziano le critiche
emerse in letteratura a questa impostazione, facendo emergere il contributo al dibattito dei paesi
sud-europei e in particolare dell’Italia. La seconda fase consiste nello stilare una sorta di ‘abaco’
che raccolga le tipologie di spazio altre rispetto alla residenza, importanti per la vita urbana degli
immigrati e nelle quali avviene la “negoziazione quotidiana della differenza” (Amin, 2002): si tratta
degli spazi del lavoro, del commercio, della preghiera, del welfare, del tempo libero. Nella terza
fase si individuano i presupposti teorici in termini di forme socio-spaziali che risiedono alla base
della lettura della segregazione etnica e degli interventi pensati per contrastarla. Si ripercorrono gli
approcci principali della tradizione ‘spazialista’ delle scienze sociali, che oscillano tra la
considerazione dei processi sociali avulsa dai contesti spaziali, al determinismo ambientale che
considera le comunità solo in quanto spazialmente caratterizzate. Se le prime forme socio-spaziali
coincidono tipicamente con il quartiere, con l’avvento della globalizzazione, e delle popolazioni
caratterizzate da una forte mobilità come i migranti, si iniziano a considerare forme socio-spaziali
reticolari e sovrapposte. Infine si sviluppa lo studio di un caso originale all’interno della città di
Roma.
Torpignattara sembra particolarmente interessante perché nonostante la percentuale relativamente
contenuta di immigrati residenti è stata recentemente definita dai media una potenziale “banlieue
italiana”. Quello che sembra evidente è il radicamento di alcune minoranze etniche (in particolare
bangladesi) tramite la pratica di costruzione di spazi sociali che sta trasformando il territorio e che
coinvolge al contempo gli italiani. Il caso di Torpignattara mostra come andando al di là di
immaginari e retoriche lo spazio non possa essere considerato né il problema né la soluzione
all’interno della ‘questione urbana dell’immigrazione’. Tuttavia lo spazio può avere un ruolo nel
disegnare politiche urbane che sostengano i processi di convivenza e facciano acquisire anche agli
abitanti immigrati un ‘diritto di urbanità’.
La ricerca si inserisce all’interno dell’ampio dibattito teorico che ruota attorno alla relazione tra
relazioni sociali e forme spaziali. Più nello specifico la ricerca contribuisce alla correzione del
quadro concettuale sul quale sono basate le politiche territoriali per gli immigrati, collocandosi sia
all’interno del dibattito italiano che più in generale in quello europeo
Design, construction and tests of a high resolution, high dynamic range time to digital converter
The needs of future High Energy Physics (HEP) experiments require the use of time measurements systems with remarkable benefits in terms of resolution, dynamic range and high operating frequency.
This thesis is focused on the development and evaluation of high resolution and long range Time to Digital Converter (TDC) architectures suitable for the measurement of ~100 ns time intervals, ~100 ps resolution and MHz repetition rate in the context of the detectors of the KLOE experiment.
The KLOE experiment has been designed in order to record e+e- collisions at DAΦNE, the ϕ-factory at the Laboratori Nazionali di Frascati.
The thesis work is aimed to the specific requirements of the HEP experimental environment; nevertheless, it is also useful in many applications of science and industry where high resolution time measurements are required.
Different configurations of tapped delay lines are widely used to measure nanosecond time intervals both in ASIC and FPGA devices.
I designed and built a daughter board hosting the Virtex-5 FPGA from Xilinx, to test two different TDC architectures. Both TDC approaches use the classic Nutt method based on the two stage interpolation within the system clock cycle. The fine measurement of the short intervals have been performed by means of two different methods. The delay elements exploit either general purpose FPGA’s resources, like logic element, or special purpose resources, like dedicated carry logic. In the Virtex-5, these chain structures provide short predefined routes between identical logic elements. They are ideal for TDC delay chain implementation. The first architecture uses carry chain delays, while in the second one a differential tapped delay line is used.
On the TDC Tester board two high stability oscillators, have been installed in order to compare their performances. The oscillators contain an internal voltage regulator for improved stability and noise performance.
The Tester daughter board is hosted by a VME module which allows us to test and read-out the TDC via an embedded microprocessor.
In this thesis I show the board and FPGA architectures together with experimental results. The performance of the TDCs was examined over the temperature range from 25°C to 75°C.
The carry chain delay line TDC architecture seems to be the best one. The resolution values
obtained are well fitting the needs of the time measurements of the KLOE experiment. In fact, in
the KLOE experiment, the dynamic range is defined by the kinematics of kaon decays (the KL
meson lifetime is about 50 ns); so the range of measurement needed is about 200-300 ns. In this
range the carry chain delay line TDC shows a very good resolution of about 20 ps. Furthermore, the
range of measurement of this kind of TDC is not limited to that value, but can easily extend until 20
μs with a time resolution below 35 ps. The time resolution increases of about 0.18 ps/°C; in fact for
a 100 ns time interval measurements, it is between 17 ps (at 25°C) and 26 ps (at 75°) for a 50°C
temperature shift.
Moreover such a TDC is virtually dead time free; it implies its use in high trigger rate environment
like Super B Factories where the estimated trigger rate is about 150 KHz at a luminosity of
1036 cm-2 s-1
I rapporti politici tra Italia e Argentina negli anni del peronismo (1946-1955)
Per indagare sui rapporti tra l’Italia e l’Argentina intercorsi in questi anni, si sono approfonditi gli studi con il materiale presso l’Archivio Storico Diplomatico del
Ministero degli Affari Esteri (ASDMAE) di Roma e l’Archivio Centrale dello Stato
(ACS) e l’Archivo del Ministerio de Relaciones Exteriores y Culto (AMREC) di
Buenos Aires, che contengono una ricca documentazione sui rapporti politici,
culturali e commerciali tra i due paesi. La ricerca si è avvalsa anche dei ritagli di
stampa dei giornali italiani che permettono di capire meglio la situazione dell’epoca
e il tono di talune espressioni dei protagonisti e sulle opinioni pubbliche dei due paesi; inoltre i documenti esaminati, sono stati importanti per indagare sulla
complessa questione dell’emigrazione italiana in Argentina che avrebbe
caratterizzato il rapporto tra i due paesi per un lungo periodo. I documenti e i vari
contributi bibliografici ci indicano l’entità di un fenomeno che legò i due paesi
soprattutto nei primi 5 anni del peronismo e che avrebbe dato un’impronta molto
forte in Argentina sulla composizione sociale del popolo argentino nei decenni a
venire. Ho potuto consultare altri preziosi contributi bibliografici nella capitale
argentina, Buenos Aires, in particolare nella Biblioteca Nacional, sulla figura di Perón e sui suoi difficili rapporti con il governo degli Stati Uniti nella difficile vicenda che vide contrapposto l’ambasciatore americano Spruille Braden e il governo peronista, sulla presenza della Chiesa nella società argentina, e su altri aspetti.
I documenti dell’Archivio Storico Diplomatico degli Affari Esteri di Roma hanno
dimostrato l’interesse del paese sudamericano per le vicende politiche ed
economiche del nostro paese alla fine del secondo conflitto mondiale e i primi
rapporti diplomatici con l’Italia specie dopo la nomina del nuovo ambasciatore a
Buenos Aires, Giustino Arpesani, un avvocato milanese, liberale che aveva
partecipato alla Resistenza in Italia come membro del CLNAI, oltre ad altri
personaggi, come l’incaricato d’Affari Giovanni Fornari, il console Alberico
Casardi. Si sono anche raccolte le testimonianze dei giornali argentini sulla
situazione politica e sociale dell’Italia.
La ricerca fatta ha voluto dare anche grande spazio per una migliore
comprensione del momento storico, delle complesse vicende che andavano
sviluppandosi all’interno del governo argentino, i difficili rapporti con
l’opposizione di diverso colore politico e altrettante vicissitudini accadute nei
rapporti con il ricco e variegato mondo del lavoro, lo stretto legame del peronismo
con il principale sindacato della CGT, vero e proprio serbatoio della popolarità del
regime peronista in un rapporto che nel tempo avrebbe anche registrato alti e bassi
tra le due parti, soprattutto con la crisi economica, cominciata nel 1949, con il
sorgere delle prime spinte inflazionistiche e il conseguente congelamento dei salari,
e la difficoltà da parte della popolazione a procurarsi alcuni generi alimentari
proprio a causa della crisi. Inoltre la ricerca ha cercato di analizzare la complessa ma fondamentale figura della consorte del Presidente argentino, Eva Duarte Perón, il suo ruolo nel governo, il suo stretto rapporto nei confronti del mondo del lavoro e la sua
influenza nei riguardi del Presidente. Infine ho cercato di descrivere, nelle ricerche che ho potuto effettuare, l’impatto e il significato di questa figura storica all’interno della società argentina all’indomani della sua precoce scomparsa (26 luglio 1952) dovuta ad una malattia incurabile che in un certo senso ha lasciato
nell’immaginario argentino l’idea di un personaggio che potremo definire mitico se
non religioso cosa che è stata rimarcata giustamente anche da altre ricerche fatte
precedentemente. Non mancano in questo studio, un’analisi dettagliata sulla crisi economica che il governo argentino ha dovuto affrontare anche nella seconda presidenza(’52-55), descrivendo le misure e le decisioni prese dai ministri economici, per
allontanare il paese dall’incubo dell’inflazione e contemporaneamente della
necessità di avviare quanto prima una industrializzazione massiccia che potesse
favorire uno sviluppo che soprattutto a partire dagli anni ’50 non poteva essere solo
di tipo agricolo o artigianale e che doveva affrontare una concorrenza
internazionale che cominciava ad essere minacciosa per le sorti del governo
peronista. La ricerca quindi descrive tutto questo processo che in parte riuscì a
bloccare la crisi finanziaria anche se ciò avvenne con il sacrificio dei salari del
mondo operaio che dovette essere in parte diminuito, contravvenendo in parte ai principi e agli orientamenti che avevano caratterizzato i primi anni dell’azione di
governo del regime peronista caratterizzatosi per le sue diverse riforme sociali che
ne avevano tratteggiato i suoi contorni riformisti. Nei rapporti con l’Italia nel secondo quinquennio peronista, si è dato largo spazio alle vicende inerenti il Nuovo Accordo Commerciale tra l’Italia e l’Argentina del 1952 e quali sono state le conseguenze di questo, oltre alla successiva richiesta di un miglioramento di tale accordo. Insieme a questo si è descritta e analizzata l’importanza dell’ultima visita del Ministro degli esteri argentino Remorino in Italia e lo stato dei rapporti tra i due paesi sul finire del 1954, di cui è ricca la
documentazione. Inoltre si è cercato di analizzare la complessa vicenda del difficile rapporto negli ultimi due anni (1954-’55), tra Stato Peronista e Chiesa cattolica argentina: ho trattato il tema del peggioramento tra i due fronti nel campo dell’educazione, nel
campo della famiglia, nel campo culturale, nel campo dei rapporti giuridici, nel
rapporto tra cattolicesimo e partecipazione politica, descrivendo il tentativo del
governo peronista di avere sotto il suo controllo la Chiesa cattolica argentina, la
quale, secondo i documenti consultati, cercò nei primi mesi di trovare una
mediazione con il governo peronista, fino alla rottura definitiva e agli attentati
avvenuti negli ultimi mesi, analizzati in primis dai rapporti della nostra ambasciata
a Buenos Aires e anche dalle analisi degli editoriali dei giornali italiani che in quegli anni si occuparono di questi episodi che disegnavano un quadro piuttosto
conflittuale tra cattolici e filo-peronisti e che portarono la vicenda storica argentina
fino alla caduta definitiva del governo peronista il 19 settembre del 1955.
La ricerca ha cercato di descrivere i fatti che caratterizzarono gli ultimi mesi
del governo peronista, descrivendo in maniera particolareggiata gli episodi
avvenuti durante il Corpus Domini del ’55, che si trasformò in una protesta
massiccia contro il regime per le vie di Buenos Aires. Nei disordini che ne
seguirono accadde perfino che fosse bruciata una bandiera argentina: un episodio
che accese ancora di più gli animi, facendo inizialmente ricadere la responsabilità
sui cattolici anche se oggi è noto, che sia stata una provocazione ordita tra le fila del
regime per screditare l’opposizione. Le conseguenze di questi fatti furono nefaste
per Perón, il quale parlando al paese gettò altra benzina sul fuoco, mentre alcuni
gruppi peronisti attaccarono dei fedeli mentre si recavano a messa; inoltre due
vescovi furono espulsi dal paese con l’accusa di sovvertire l’ordine; oltre a questo episodio la ricerca descrive il fallito golpe di una parte dei militari, il 16 giugno del 1955: fatti questi furono seguiti attentamente dalla diplomazia vaticana ma anche
da quella del governo italiano oltre che dai principali giornali italiani come il
“Corriere della Sera”, “La Stampa”, “Il Giornale d’Italia”, e “L’Osservatore
Romano”, i quali dettero grande risalto ai fatti accaduti nel paese sudamericano. Non mancano nel corso della ricerca che ho svolto, indagini sui giornali
italiani sui fatti inerenti le ultime settimane della dittatura peronista, quelle nelle quali Perón cercò di salvare il suo regime, cambiando anche alcuni ministri: in
questi articoli ho trovato numerosi e interessanti contributi. Questi aiutano a
delineare i contorni della realtà di quegli anni in maniera più chiara ma anche a
capire il clima che si venne a creare tra l’Argentina peronista e l’Italia repubblicana
a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, la necessità dei due governi di
collaborare vicendevolmente sia dal punto di vista economico ma anche dal punto
di vista politico internazionale come fu per il caso della posizione italiana, cioè il
ruolo diplomatico avuto dall’Argentina nella vicenda dell’ammissione del nostro
paese all’ONU, attraverso gli ambasciatori José Arce, poi con Jeronimo Remorino e
poi dopo la guerra, per la questione dello status finale della città di Trieste e la
questione delicata dell’emigrazione italiana nel paese sudamericano, di cui ho
parlato prima, con tutte le conseguenze che questo comportava per il governo
argentino
"Who can harness history?" America's quest for world order : the Gulf crisis and the making of the Post-Cold War era, 1990-1992
The purpose of this dissertation is to analyze the Gulf crisis of 1990-91 and its aftermath through
the prism of how it served as a test and a defining moment for US foreign policy in the post-Cold
War era, in terms of both how to articulate America's global leadership and how to understand the
key challenges of contemporary international security. Based on extensive research on newlyavailable
archival evidence from the George H.W. Bush Presidential Library, this piece of research
examines how the policies taken by President George H.W. Bush and his national security staff in
response to the challenges posed by Iraq's invasion of Kuwait led them to the development of a
framework for American foreign policy in the post-Cold War era.
The dissertation argues that the Bush Administration entered office in 1989 determined to
articulate a national security strategy strictly consistent with the Cold War “containment” doctrine
of confrontation with the Soviet Union, and that the US contribution to the Cold War endgame was
strongly influenced by that conservative foreign policy outlook. Evidence suggests that, although
they felt that the Gulf crisis was in fact the first crisis of a new era, Bush and his staff understood
the challenge posed by Saddam Hussein's invasion of Kuwait mainly through the prism of
traditional and Cold War US national security doctrines, such as the Carter Doctrine and the
assumption that no hostile power should achieve hegemony over a region of critical strategic and
economic relevance to American interests. The acknowledgment that the preservation of an
international system of multilateral cooperation led by the US would be a critical asset for a post-
Cold War national security policy led the Bush Cabinet to articulate its strategy toward the Gulf
crisis by appealing to universal principles of international cooperation and collective security, and in
this effort to conceptualize a vision for a post-Cold War “new world order,” the President and his
staff drew inspiration from past US efforts to organize the peace in the aftermath of major conflicts.
The promotion of universal values, however, contrasted with the pursuit of some strategic goals
considered vital by the White House to the achievement of a settlement in the Gulf favorable to
American national interests, especially the dismantlement of Iraq's unconventional arsenal and the
neutralization of the threat to regional stability posed by Saddam Hussein's regime. The Bush
Administration hoped to circumvent these crucial political and strategic dilemmas by adopting a
military strategy that appeared to be capable of achieving the national goals in a way that made
them justifiable as instrumental to the pursuit of the universally endorsed objectives of liberating
Kuwait and minimize casualties. The US-led military campaign failed to create all the political
outcomes the White House was hoping for, and eventually the President and his advisers resolved to
content themselves of a limited but outstanding military success which boosted US global standing.
The Bush Cabinet, however, was not prepared to foreswear its desire to achieve all the goals it had
judged necessary to achieve a satisfying settlement of the conflict with Saddam's Iraq. Such an
attitude forced the Administration to divert increasing political and diplomatic resources from the
pursuit of other long term objectives which appeared within reach in the aftermath of the Gulf War,
such as the achievement of a sustainable and cooperative regional order in the Gulf and the
promotion of a settlement to other long-standing conflicts in the Middle east.
This dissertation argues that such an over-ambitious attitude was the result of the combination
between the Bush Administration's original conservative political outlook and its assessment of the
implications of America's emerging status as the only remaining superpower. The dissertation
finally notes that, despite its costs in terms of legitimacy of, and support for, US global leadership,
the foreign policy template developed by the George H.W. Bush Administration turned out to be
appealing in the view of subsequent American Presidents and national security teams as well, and
represents one of the most relevant legacies of the Gulf War experience to the making of post-Cold
Was US grand strategy
Structural learning of bayesian networks from ordinal data
In observational studies many features are measured on a sample in a given time. When the measurement scale is ordinal, observed
variables are categorical ordinal variables. Their increasing presence in databases has in
uenced the development of methods for ordinal
data analysis (Joe 1971; Clogg and Shihadeh 1994; Agresti 2010). Frequently, researchers are interested in the multivariate analysis and dependencies (Cox and Wermuth 1996). Graphical models (Lauritzen 1996) can be useful for this purpose: they are a family of multivariate statistical models that study dependencies among variables and provide a representation of them by means of graphs. Among these models, Bayesian networks (Cowell et al. 1999) represent the joint distribution of a set of variables using directed acyclic graphs (DAGs).
When the structure of phenomenon is unknown (or partially known), building the DAG manually may be di cult, but the network can be learnt directly from data. This phase, called structural learning, can be performed following di erent approaches. However, there are few
methods suitable for ordinal data. The main task of this PhD thesis is to perform the structural learning of Bayesian networks in presence of ordinal variables. As original aspect, a new procedure able to take into account information provided by ordinal variables, has been developed. The new algorithm, called OPC, represents a variation of one of the most used and well-known constraint-based algorithms, namely PC (Spirtes et al. 2000). A nonparametric test, appropriate for ordinal variables, has been used in the OPC procedure. Some simulation studies have been conducted in order to evaluate and compare the
performance of PC and OPC algorithms. On the basis of results, the main features and limitations of the OPC procedure are discussed
Charge control devices based on wide band gap semiconductors
Metal-Semiconductor Field Effect Transistors (MESFETs) based on Hydrogen Terminated Diamond have been fabricated according to different layouts and technologies with different gate lengths. Aluminum self-aligned and fixed drain-source distance (in the following “standard”) gates and gold ohmic contacts have been fabricated both on single crystal and polycrystalline diamonds supplied by Element Six and by Russian Academy of Sciences. Aluminum assures low ideality factor gate-source diodes, high rectification ratio and low leakage currents (basically higher for polycrystalline samples). Gold contacts, after a hard work of development and improvement, resulted in good mechanical adhesion and strength as well as contact resistivity, lower enough to allow an excellent device operation. The small LT resulting from transfer length method (TLM) analysis, allows the supposition of a completely lateral charge transfer and hydrogen terminated area dimension reduction close to gate junction does not negatively affect device performances. Hydrogen terminated layer has been deeply investigated by means of Hall bars, TLMs and gate junctions characterization: hydrogen induced two dimensional hole gas (2DHG) results in sheet resistances essentially stable and repeatable depending on substrate quality.
Results achieved for self-aligned and standard FETs fabricated on nominally identical large-grain size, low quality, polycrystalline diamonds TM180 by Element Six are presented and investigated in order to obtain a better understanding of hydrogen terminated diamond transistors. DC characteristics clearly point out the presence of 2DHG as well as an operation typical of hetero-junction FETs. Anyway, achieved results seem to highlight the presence of an effective insulating layer at the aluminum-diamond interface. Self-aligned 200 nm gate length FETs show current density and transcondutance values of 100 mA/mm and 40 mS/mm, respectively. Higher values have been obtained on higher quality samples by Russian Academy of Sciences, with an IDSmax of 120 mA/mm, stable up to a VDS = -80 V (corresponding to an applied electric field EA = 2 MV/cm) and a maximum transconductance exceeding 70 mS/mm. It is worth to notice as all devices fabricated in this thesis are not affected by self-heating effect.RF small signal performances of fabricated FETs have been investigated for both self-aligned and standard devices fabricated on Element Six TM180 diamond plates. Established technology allows the fabrication of transistors with operation frequencies always in the X and C band of the radio spectrum, even if based on low quality substrates.
Self-aligned 200 nm gate length FETs fabricated on TM180 achieved a maximum oscillation frequency fMAX = 15 GHz and a current gain cut-off frequency fT = 6 GHz resulting in a power output at 1 GHz of 800 mW/mm that is, up to now, the best result in literature for polycrystalline diamond based transistors. From S-parameters analysis, it has been possible to extract a FET small signal model.
Best results in terms of operation frequencies have been obtained, also in this case, for single crystal and polycrystalline diamond plates supplied by Russian Academy of Sciences. Single crystal plate achieved a fMAX = 27 GHz and a fT = 14 GHz when VDS = -15 V and VGS = -0.2 V and polycrystalline diamond exceed 30 GHz for maximum oscillation frequency while 9 GHz have been achieved for fT. Completely satisfying reasons for better performances, in terms of fMAX, obtained for polycrystalline diamond have not been found, probably such a trend is due to a sort of mobility increase owing to grain boundaries and bulk interface (bulk mobility in diamond is 1600 cm2/Vs).
Results of this thesis have pointed out the supremacy of the self-aligned gate structure and the development of an RF optimized layout specifically for diamond results in a DC characteristics improvement and a fMAX/fT ratio reduction that will lead to better RF performances. Quality of substrate clearly influence the hydrogen termination and so, in terms of FETs operation