Archivio Aperto di Ateneo
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    5899 research outputs found

    Pensare con Jean-Luc Nancy

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    Il tema monografico del numero nasce dall’occasione preziosa del confronto-condivisione-incontro, avvenuto nel giugno del 2010, con Jean-Luc Nancy. I saggi che sono qui raccolti consentono di in-con-tra-re attraverso il pensiero di Jean-Luc Nancy alcune delle questioni urgenti che il nostro tempo ha da ri-pensare. Infatti, rispondendo a tutti ed a ciascuno, Nancy instancabilmente rilancia l’apertura della riflessione filosofica sugli interrogativi che da sempre ci inquietano, ci meravigliano, ma soprattutto ci convocano dinanzi a “singolari decisioni d’esistenza” riaffermando in ogni circostanza il forte carattere etico-politico che fin dai primi scritti caratterizza il suo singolare modo di fare filosofia. Egli nomina infatti i temi attorno ai quali in questa occasione condensa il suo pensiero nella Ouverture: ma se apertura, agire, esposizione, ascolto sono quelli che sceglie di evidenziare, questi portano con sé tutto l’intenso lavoro teorico-pratico svolto intorno a: comunità, libertà, mondo, senso, arte, per nominare solo le questioni sulle quali egli torna con maggiore intensità e con le quali con maggior frequenza si misurano qui i suoi interlocutori, in una densa e singolare Partizione delle voci

    Televisione espansa : logiche ed estetiche della narrazione crossmediale

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    La ricerca si propone di indagare ed approfondire i modi e le pratiche della narrazione crossmediale, attraverso l’analisi dei percorsi narrativi e ludici che coinvolgono diversi testi e piattaforme. Con questo termine intendiamo l’estetica che nasce nel mondo della cultura della convergenza e dell’intelligenza collettiva: rappresenta un processo in cui elementi integrati di una fiction vengono dispersi in maniera organizzata attraverso molteplici canali di diffusione (cinema, televisione, internet, stampa, telefonia cellulare, videogames, ecc..), allo scopo di creare un’esperienza di intrattenimento unificata e coordinata. In un modello ideale, ciascun medium è coinvolto in base alle sue caratteristiche di forza e apporta un contributo unico allo svolgersi della storia. Non esiste nessuna singola fonte a cui rivolgersi per acquisire tutte le informazioni necessarie per comprendere l’universo narrativo nella sua interezza. La struttura narrativa allargata ricalca il modello reticolare di internet, ribaltando le gerarchie tra testi e paratesti, che non sono più semplici strumenti per il disvelamento del reale dietro il finzionale, come interviste agli autori e attori, backstages, making of, e così via, ma assumono un ruolo fondamentale per lo stesso universo finzionale, veicolando ulteriori informazioni necessarie al completamento del percorso narrativo. La narrazione crossmediale è la realizzazione di un’aspirazione del raccontare che affonda le proprie radici nel passato. Quindi, concettualmente, non si tratta di una novità ma piuttosto della realizzazione di potenzialità rese finalmente possibili dal progresso tecnologico. Il desiderio di una narrazione plurima e sfaccettata è presente lungo tutto il Novecento, ancor prima dell’arrivo dei nuovi media e della digitalizzazione globale, e taglia trasversalmente più discipline e tradizioni di studio. Lo si percepisce tra le pagine di Lezioni Americane di Italo Calvino quando parla di enciclopedia aperta, di iper-romanzo, di forme brevi della scrittura. Oppure nei testi di teorici dei media e della comunicazione, come ad esempio Eco, che in Lector in Fabula espone la necessità di sottrarsi alla tirannia del testo attraverso “passeggiate inferenziali”. Questo non vuol dire che anche prima del digitale non fossero sperimentate forme di allargamento della narrazione, ma tale pratica ha trovato nelle nuove tecnologie una pluralità di canali, e ha subito una formalizzazione e accelerazione mai sperimentate prima.Il lavoro di tesi si svilupperà in due sezioni. La prima parte del progetto sarà volta a contestualizzare la crossmedialità all’interno sia dei profondi cambiamenti intervenuti nel settore dell’audiovisivo, sia nelle modalità di fruizione del medium televisivo. Si intende recuperare l’impostazione teorica di Stuart Hall ponendo l’attenzione sulla pluralità di relazioni tra le forze in campo: gli apparati mediali, nella loro dimensione istituzionale, tecnologica, economica; le forme testuali; le modalità di consumo/produzione da parte del pubblico. Cambiano le audience, sempre più skilled, ma cambiano anche le industrie dell’immaginario, sempre più capaci di costringere l’ambiente materiale e simbolico in cui siamo immersi. Le pratiche crossmediali si sviluppano a partire dalla seconda metà degli anni Novanta in seno alla Popular culture e coinvolgono in particolare grandi franchises hollywoodiani e serie televisive. Sono gli anni in cui assistiamo al grande sviluppo di internet e alla diffusione delle tecnologie digitali; si iniziano a praticare strategie comunicative multipiattaforma, in linea con il nuovo approccio del mercato basato sul marketing dell’esperienza formalizzato da Bernd Schmitt. I canali si moltiplicano, le televisioni a pagamento diventano un bene commodity, i modelli di business tradizionali cambiano nell’ottica di una frammentazione dell’audience in nanoshare. Si studiano strategie di fidelizzazione fortemente intertestuali ed intermediali, che coinvolgono tutti gli aspetti della produzione, dalla scelta della storia fino al casting degli attori. Inoltre, ci troviamo inoltre di fronte un nuovo tipo di spettatore-consumatore, attivo, partecipativo, che chiede ed a cui piace essere coinvolto totalmente. Tale situazione è sottolineata anche da numerosi teorici degli Audience Studies – ad esempio Sonia Livingstone, Pertti Alasuutari - che sul finire degli anni Novanta rendono palese la difficoltà di analizzare questa nuova figura a causa di un’insufficienza degli strumenti e dei modelli formalizzati fino ad allora. I loro contributi e ricerche configurano una vera e propria rottura epistemologica, che nelle parole di Abercrombie e Longhurst, consiste nel passaggio dal paradigma della incorporazione/resistenza a quello di spettacolo/performance. A determinare l’emergere di un nuovo approccio allo studio del pubblico è anche e soprattutto la consapevolezza del mutato scenario mediale, caratterizzato da processi di convergenza digitale e ibridazione che mutano le forme stesse dell’esperienza. Se nel paradigma incorporazione/resistenza il rapporto tra pubblico e media era concepito in termini di lettore e testo, esso viene ora riformulato come rapporto tra audience e mediascape: mediascape inteso come grande mondo possibile rappresentato dallo scenario mediale globale, che si configura al tempo stesso come luogo e processo della produzione e della fruizione. Tutti insistono sulla necessità di spostare l’attenzione su “l’esperienza di essere membri di un’audience”. Nella seconda parte si tenterà di definire meglio in concetto di fruizione espansa della televisione, prendendo in esame le molteplici opportunità offerte allo spettatore di fruire del contenuto televisivo e di sviluppare il proprio coinvolgimento. Se è vero che viene richiesta alla televisione una sempre maggior complessità narrativa, e che si è passati da un modello LOP (Least Objectionable Programming) a MRP (Most Repeatable Programming), la narrazione crossmediale sembra essere il punto di arrivo di un percorso che riporta l’enfasi sui contenuti. Si è cercato di elaborare una mappatura originale modificando, integrando e ridefinendo i confini tracciati da recenti studi di tradizione diversa, per restituire una completezza del fenomeno in atto. Si andrà poi ad approfondire lo studio della narrazione crossmediale. Verrà innanzi tutto definito il concetto, le costruzioni spaziali e temporali, e verranno messe in evidenza le differenze con altre operazioni sul testo facilmente confondibili con essa: l’adattamento, la distribuzione multipiattaforma e l’adattamento crossmediale. Per definire infatti due o più opere crossmediali non basta che vengano concepite come tali, ma è fondamentale che tra di esse si instauri un dialogo aperto in tempo reale, in cui ogni intervento su un testo modifica significativamente gli interventi successivi sugli altri testi. Verranno poi indagate le logiche di costruzione di questi universi finzionali; l’inserimento di vuoti narrativi, di falle interpretative da riempire su altri media, attraverso meccanismi di sottrazione consapevole e diffusione limitata dei contenuti; ganci alla migrazione, ovvero rimandi più o meno diretti a contenuti presenti su altri media, e tecniche di emerging narrative, che diffondono all’interno mondo finzionale elementi ricchi di potenziale narrativo sviluppabile su altri canali distributivi, a scopo spesso pubblicitario. Tutti questi elementi sembrano motivare gli spettatori, fornendo loro elementi su cui “lavorare” in maniera anche autonoma, dando vita ad una tipologia di testo molto vicina a quella teorizzata da Eco come “macchina pigra”. Ci troviamo di fronte ad una dimensione performativa ludica che permette di personalizzare l’esperienza di fruizione e creare una visione unica ed individuale della storia, una pluralità di percorsi di lettura, ognuno dedicato ad un differente segmento di audience, più o meno fedele e partecipativo.Infine, si parlerà di come dare vita ad un vero e proprio progetto crossmediale. Come abbiamo precedentemente sottolineato, caratteristica intrinseca di questa tipologia di narrazione è quella di non avere un’unica fonte a cui attingere per esperire l’intero universo narrativo, e conseguentemente non è semplice in fase produttiva individuare il giusto equilibrio tra creare storie che abbiano senso anche per uno spettatore casuale, che le esperisce per la prima volta, ed inserire all’interno elementi che incentivino le persone alla fruizione su una molteplicità di media. Le ambizioni enciclopediche del macrotesto possono a volte diventare un ostacolo per gli eccessi di significazione del plot narrativo. Quando si lavora su un progetto crossmediale è necessario un alto grado di coordinamento dei diversi settori mediali coinvolti, sia in produzioni indipendenti, in cui un una singola figura cura tutti gli aspetti della narrazione, a prescindere dal medium cui saranno destinati, sia nelle grandi entertainment company, attraverso una forte collaborazione tra le differenti divisioni (cinema, games, interactive, editoria, ecc…). I particolare, si focalizzerà l’attenzione su alcuni degli aspetti principali di queste costruzioni narrative: la dinamica ludica che si instaura con lo spettatore, la costruzione a livelli, e il legame narrativo con il mondo reale. L’obiettivo finale di questo lavoro è quello di fornire un documento guida a tutti gli autori crossmediali che si confrontano quotidianamente con problemi di scrittura e architettura dei progetti

    Architettura distribuita sicura per piattaforma di comando e controllo basata su A.I.S. (Automatic Identification System)

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    Scopo di questo lavoro è stato esaminare il funzionamento dell’Automatic Identification System, analizzando i principi su cui si basa, valutandone i potenziali usi ed evoluzioni. L’intero studio portato avanti risulterà di supporto allo sviluppo di un sistema di monitoraggio navale asservito all’intera area mediterranea, realizzabile tramite interconnessione di diverse reti AIS nazionali dei singoli Stati costieri, ponendo particolare attenzione su come assicurare uno scambio dati con adeguati livelli di sicurezza. L’AIS è un sistema collaborativo di ausilio alla navigazione che consente l’identificazione automatica delle unità navali dotate di apposito transponder VHF, reso obbligatorio su particolari unità navali e con determinate dimensioni, dal Capitolo V della Convenzione di Londra del 1 Novembre 1974 sulla sicurezza della vita umana in mare (SOLAS ). L’AIS è in pratica un sistema che consente di acquisire informazioni sul traffico navale, supportando l’attività di monitoraggio tesa ad assicurare la sicurezza nell’ambito della navigazione marittima. Esso presuppone l’acquisizione dei dati basata sulla trasmissione continua e reciproca tra le navi (ship to ship) e fra le navi e le stazioni di base a terra (ship to shore), tramite due canali VHF dedicati. Nella parte iniziale della tesi si affronta un approfondito studio degli standard su cui si basa il funzionamento dei transponders che ricevono e trasmettono dati AIS. Inoltre viene illustrato come deve essere realizzata una rete AIS costiera che consenta, attraverso lo scambio dei dati AIS, di ricostruire la situazione del traffico navale nell’area interessata. Nella parte finale, sulla base della conoscenza acquisita, si riporta la fase di progettazione e realizzazione di una rete di monitoraggio di gerarchia superiore, che raccogliendo i dati AIS dalle varie nazioni costiere permette di controllare il movimento delle unità navali in tutto il bacino mediterraneo. Per l’architettura realizzata notevole attenzione è stata dedicata ai metodi utilizzabili per assicurare standard di sicurezza adeguati a garantire la protezione dei dati scambiati. Vengono presentate dettagliatamente, come scelte progettuali prese in considerazione, la sicurezza a livello IP (IPSec.) e SSL/TLS. Infine vengono riportate le conclusioni relative alla reale creazione di tale sistema, basato su un’architettura distribuita che impiega dei proxies come middlesoftware verso un Server Centrale Regionale, al quale il sottoscritto ha fornito il suo contributo nelle vesti di Ufficiale della Marina Militare impiegato presso il Reparto Ricerca e Sviluppo del Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera

    Parmenide filosofo della natura

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    Il presente lavoro si propone di considerare alcune nodi esegetici relativi alla figura e alla riflessione di Parmenide, alla luce delle recenti acquisizioni della ricerca sul pensiero presocratico in generale. Nonostante l’impossibilità di accedere integralmente al testo parmenideo, a causa della frammentarietà con cui è stato tramandato, tuttavia importanti mutamenti nel paradigma filosofico e storiografico, consentono di superare alcune “rigidità” ermeneutiche, che in passato hanno portato a vedere nel filosofo di Elea, in maniera alternativa, ora un mistico, ora il padre della metafisica occidentale, ora uno scienziato geniale in grado di precorrere alcune importanti intuizioni della fisica contemporanea

    Città (con)divise : spazi, negoziazioni e politiche dell'immigrazione urbana. Il caso di Torpignattara, Roma

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    La ricerca muove dal presupposto che le politiche urbane per gli immigrati in Europa siano fondate su di una lettura della spazializzazione dell’immigrazione urbana basata sul paradigma della concentrazione residenziale. Questa a sua volta vede le sue origini in una teoria di più ampio raggio, di stampo statunitense, conosciuta come la social polarization theory e negli studi di geografia urbana sulla segregazione etnica. Tale impostazione ha portato in Europa al diffondersi della doppia retorica dell’esclusione e inclusione sociale, caratterizzata da una forte dimensione spaziale: è infatti il quartiere omogeneo dal punto di vista della classe, del patrimonio abitativo, del background etnico della sua popolazione a essere considerato alla base dei meccanismi di stigmatizzazione e inerzia sociale, e della mancata integrazione dei suoi abitanti. Secondo una logica binaria le politiche per l’inclusione sociale degli immigrati vengono dunque basate sul mito della mixité (mixed neighbourhood). Tuttavia questa impostazione del discorso dominante viene messa in crisi dalla realtà delle città dell’Europa meridionale, tra cui quelle italiane, nelle quali contesti de-segregati dal punto di vista etnico sono altresì affetti da gravi forme di discriminazione e marginalizzazione e dove il processo verso l’inclusione sociale degli immigrati sembra ancora distante. Se lo spazio urbano ha un ruolo nei processi di esclusione degli immigrati, come nelle politiche che contrastano tali processi, d’altra parte non sembra chiaro né quale sia questo ruolo né di quali spazi si tratti. La ricerca si propone dunque di provare a rispondere a tale interrogativo concentrandosi sul contesto italiano e articolandosi in quattro fasi successive. La prima fase è quella di inquadramento del tema all’interno del dibattito europeo: si individua l’approccio dominante alla costruzione del problema dell’esclusione sociale degli immigrati nelle città europee; si delinea un modello europeo di risposta al problema; si evidenziano le critiche emerse in letteratura a questa impostazione, facendo emergere il contributo al dibattito dei paesi sud-europei e in particolare dell’Italia. La seconda fase consiste nello stilare una sorta di ‘abaco’ che raccolga le tipologie di spazio altre rispetto alla residenza, importanti per la vita urbana degli immigrati e nelle quali avviene la “negoziazione quotidiana della differenza” (Amin, 2002): si tratta degli spazi del lavoro, del commercio, della preghiera, del welfare, del tempo libero. Nella terza fase si individuano i presupposti teorici in termini di forme socio-spaziali che risiedono alla base della lettura della segregazione etnica e degli interventi pensati per contrastarla. Si ripercorrono gli approcci principali della tradizione ‘spazialista’ delle scienze sociali, che oscillano tra la considerazione dei processi sociali avulsa dai contesti spaziali, al determinismo ambientale che considera le comunità solo in quanto spazialmente caratterizzate. Se le prime forme socio-spaziali coincidono tipicamente con il quartiere, con l’avvento della globalizzazione, e delle popolazioni caratterizzate da una forte mobilità come i migranti, si iniziano a considerare forme socio-spaziali reticolari e sovrapposte. Infine si sviluppa lo studio di un caso originale all’interno della città di Roma. Torpignattara sembra particolarmente interessante perché nonostante la percentuale relativamente contenuta di immigrati residenti è stata recentemente definita dai media una potenziale “banlieue italiana”. Quello che sembra evidente è il radicamento di alcune minoranze etniche (in particolare bangladesi) tramite la pratica di costruzione di spazi sociali che sta trasformando il territorio e che coinvolge al contempo gli italiani. Il caso di Torpignattara mostra come andando al di là di immaginari e retoriche lo spazio non possa essere considerato né il problema né la soluzione all’interno della ‘questione urbana dell’immigrazione’. Tuttavia lo spazio può avere un ruolo nel disegnare politiche urbane che sostengano i processi di convivenza e facciano acquisire anche agli abitanti immigrati un ‘diritto di urbanità’. La ricerca si inserisce all’interno dell’ampio dibattito teorico che ruota attorno alla relazione tra relazioni sociali e forme spaziali. Più nello specifico la ricerca contribuisce alla correzione del quadro concettuale sul quale sono basate le politiche territoriali per gli immigrati, collocandosi sia all’interno del dibattito italiano che più in generale in quello europeo

    Design, construction and tests of a high resolution, high dynamic range time to digital converter

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    The needs of future High Energy Physics (HEP) experiments require the use of time measurements systems with remarkable benefits in terms of resolution, dynamic range and high operating frequency. This thesis is focused on the development and evaluation of high resolution and long range Time to Digital Converter (TDC) architectures suitable for the measurement of ~100 ns time intervals, ~100 ps resolution and MHz repetition rate in the context of the detectors of the KLOE experiment. The KLOE experiment has been designed in order to record e+e- collisions at DAΦNE, the ϕ-factory at the Laboratori Nazionali di Frascati. The thesis work is aimed to the specific requirements of the HEP experimental environment; nevertheless, it is also useful in many applications of science and industry where high resolution time measurements are required. Different configurations of tapped delay lines are widely used to measure nanosecond time intervals both in ASIC and FPGA devices. I designed and built a daughter board hosting the Virtex-5 FPGA from Xilinx, to test two different TDC architectures. Both TDC approaches use the classic Nutt method based on the two stage interpolation within the system clock cycle. The fine measurement of the short intervals have been performed by means of two different methods. The delay elements exploit either general purpose FPGA’s resources, like logic element, or special purpose resources, like dedicated carry logic. In the Virtex-5, these chain structures provide short predefined routes between identical logic elements. They are ideal for TDC delay chain implementation. The first architecture uses carry chain delays, while in the second one a differential tapped delay line is used. On the TDC Tester board two high stability oscillators, have been installed in order to compare their performances. The oscillators contain an internal voltage regulator for improved stability and noise performance. The Tester daughter board is hosted by a VME module which allows us to test and read-out the TDC via an embedded microprocessor. In this thesis I show the board and FPGA architectures together with experimental results. The performance of the TDCs was examined over the temperature range from 25°C to 75°C. The carry chain delay line TDC architecture seems to be the best one. The resolution values obtained are well fitting the needs of the time measurements of the KLOE experiment. In fact, in the KLOE experiment, the dynamic range is defined by the kinematics of kaon decays (the KL meson lifetime is about 50 ns); so the range of measurement needed is about 200-300 ns. In this range the carry chain delay line TDC shows a very good resolution of about 20 ps. Furthermore, the range of measurement of this kind of TDC is not limited to that value, but can easily extend until 20 μs with a time resolution below 35 ps. The time resolution increases of about 0.18 ps/°C; in fact for a 100 ns time interval measurements, it is between 17 ps (at 25°C) and 26 ps (at 75°) for a 50°C temperature shift. Moreover such a TDC is virtually dead time free; it implies its use in high trigger rate environment like Super B Factories where the estimated trigger rate is about 150 KHz at a luminosity of 1036 cm-2 s-1

    I rapporti politici tra Italia e Argentina negli anni del peronismo (1946-1955)

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    Per indagare sui rapporti tra l’Italia e l’Argentina intercorsi in questi anni, si sono approfonditi gli studi con il materiale presso l’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri (ASDMAE) di Roma e l’Archivio Centrale dello Stato (ACS) e l’Archivo del Ministerio de Relaciones Exteriores y Culto (AMREC) di Buenos Aires, che contengono una ricca documentazione sui rapporti politici, culturali e commerciali tra i due paesi. La ricerca si è avvalsa anche dei ritagli di stampa dei giornali italiani che permettono di capire meglio la situazione dell’epoca e il tono di talune espressioni dei protagonisti e sulle opinioni pubbliche dei due paesi; inoltre i documenti esaminati, sono stati importanti per indagare sulla complessa questione dell’emigrazione italiana in Argentina che avrebbe caratterizzato il rapporto tra i due paesi per un lungo periodo. I documenti e i vari contributi bibliografici ci indicano l’entità di un fenomeno che legò i due paesi soprattutto nei primi 5 anni del peronismo e che avrebbe dato un’impronta molto forte in Argentina sulla composizione sociale del popolo argentino nei decenni a venire. Ho potuto consultare altri preziosi contributi bibliografici nella capitale argentina, Buenos Aires, in particolare nella Biblioteca Nacional, sulla figura di Perón e sui suoi difficili rapporti con il governo degli Stati Uniti nella difficile vicenda che vide contrapposto l’ambasciatore americano Spruille Braden e il governo peronista, sulla presenza della Chiesa nella società argentina, e su altri aspetti. I documenti dell’Archivio Storico Diplomatico degli Affari Esteri di Roma hanno dimostrato l’interesse del paese sudamericano per le vicende politiche ed economiche del nostro paese alla fine del secondo conflitto mondiale e i primi rapporti diplomatici con l’Italia specie dopo la nomina del nuovo ambasciatore a Buenos Aires, Giustino Arpesani, un avvocato milanese, liberale che aveva partecipato alla Resistenza in Italia come membro del CLNAI, oltre ad altri personaggi, come l’incaricato d’Affari Giovanni Fornari, il console Alberico Casardi. Si sono anche raccolte le testimonianze dei giornali argentini sulla situazione politica e sociale dell’Italia. La ricerca fatta ha voluto dare anche grande spazio per una migliore comprensione del momento storico, delle complesse vicende che andavano sviluppandosi all’interno del governo argentino, i difficili rapporti con l’opposizione di diverso colore politico e altrettante vicissitudini accadute nei rapporti con il ricco e variegato mondo del lavoro, lo stretto legame del peronismo con il principale sindacato della CGT, vero e proprio serbatoio della popolarità del regime peronista in un rapporto che nel tempo avrebbe anche registrato alti e bassi tra le due parti, soprattutto con la crisi economica, cominciata nel 1949, con il sorgere delle prime spinte inflazionistiche e il conseguente congelamento dei salari, e la difficoltà da parte della popolazione a procurarsi alcuni generi alimentari proprio a causa della crisi. Inoltre la ricerca ha cercato di analizzare la complessa ma fondamentale figura della consorte del Presidente argentino, Eva Duarte Perón, il suo ruolo nel governo, il suo stretto rapporto nei confronti del mondo del lavoro e la sua influenza nei riguardi del Presidente. Infine ho cercato di descrivere, nelle ricerche che ho potuto effettuare, l’impatto e il significato di questa figura storica all’interno della società argentina all’indomani della sua precoce scomparsa (26 luglio 1952) dovuta ad una malattia incurabile che in un certo senso ha lasciato nell’immaginario argentino l’idea di un personaggio che potremo definire mitico se non religioso cosa che è stata rimarcata giustamente anche da altre ricerche fatte precedentemente. Non mancano in questo studio, un’analisi dettagliata sulla crisi economica che il governo argentino ha dovuto affrontare anche nella seconda presidenza(’52-55), descrivendo le misure e le decisioni prese dai ministri economici, per allontanare il paese dall’incubo dell’inflazione e contemporaneamente della necessità di avviare quanto prima una industrializzazione massiccia che potesse favorire uno sviluppo che soprattutto a partire dagli anni ’50 non poteva essere solo di tipo agricolo o artigianale e che doveva affrontare una concorrenza internazionale che cominciava ad essere minacciosa per le sorti del governo peronista. La ricerca quindi descrive tutto questo processo che in parte riuscì a bloccare la crisi finanziaria anche se ciò avvenne con il sacrificio dei salari del mondo operaio che dovette essere in parte diminuito, contravvenendo in parte ai principi e agli orientamenti che avevano caratterizzato i primi anni dell’azione di governo del regime peronista caratterizzatosi per le sue diverse riforme sociali che ne avevano tratteggiato i suoi contorni riformisti. Nei rapporti con l’Italia nel secondo quinquennio peronista, si è dato largo spazio alle vicende inerenti il Nuovo Accordo Commerciale tra l’Italia e l’Argentina del 1952 e quali sono state le conseguenze di questo, oltre alla successiva richiesta di un miglioramento di tale accordo. Insieme a questo si è descritta e analizzata l’importanza dell’ultima visita del Ministro degli esteri argentino Remorino in Italia e lo stato dei rapporti tra i due paesi sul finire del 1954, di cui è ricca la documentazione. Inoltre si è cercato di analizzare la complessa vicenda del difficile rapporto negli ultimi due anni (1954-’55), tra Stato Peronista e Chiesa cattolica argentina: ho trattato il tema del peggioramento tra i due fronti nel campo dell’educazione, nel campo della famiglia, nel campo culturale, nel campo dei rapporti giuridici, nel rapporto tra cattolicesimo e partecipazione politica, descrivendo il tentativo del governo peronista di avere sotto il suo controllo la Chiesa cattolica argentina, la quale, secondo i documenti consultati, cercò nei primi mesi di trovare una mediazione con il governo peronista, fino alla rottura definitiva e agli attentati avvenuti negli ultimi mesi, analizzati in primis dai rapporti della nostra ambasciata a Buenos Aires e anche dalle analisi degli editoriali dei giornali italiani che in quegli anni si occuparono di questi episodi che disegnavano un quadro piuttosto conflittuale tra cattolici e filo-peronisti e che portarono la vicenda storica argentina fino alla caduta definitiva del governo peronista il 19 settembre del 1955. La ricerca ha cercato di descrivere i fatti che caratterizzarono gli ultimi mesi del governo peronista, descrivendo in maniera particolareggiata gli episodi avvenuti durante il Corpus Domini del ’55, che si trasformò in una protesta massiccia contro il regime per le vie di Buenos Aires. Nei disordini che ne seguirono accadde perfino che fosse bruciata una bandiera argentina: un episodio che accese ancora di più gli animi, facendo inizialmente ricadere la responsabilità sui cattolici anche se oggi è noto, che sia stata una provocazione ordita tra le fila del regime per screditare l’opposizione. Le conseguenze di questi fatti furono nefaste per Perón, il quale parlando al paese gettò altra benzina sul fuoco, mentre alcuni gruppi peronisti attaccarono dei fedeli mentre si recavano a messa; inoltre due vescovi furono espulsi dal paese con l’accusa di sovvertire l’ordine; oltre a questo episodio la ricerca descrive il fallito golpe di una parte dei militari, il 16 giugno del 1955: fatti questi furono seguiti attentamente dalla diplomazia vaticana ma anche da quella del governo italiano oltre che dai principali giornali italiani come il “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “Il Giornale d’Italia”, e “L’Osservatore Romano”, i quali dettero grande risalto ai fatti accaduti nel paese sudamericano. Non mancano nel corso della ricerca che ho svolto, indagini sui giornali italiani sui fatti inerenti le ultime settimane della dittatura peronista, quelle nelle quali Perón cercò di salvare il suo regime, cambiando anche alcuni ministri: in questi articoli ho trovato numerosi e interessanti contributi. Questi aiutano a delineare i contorni della realtà di quegli anni in maniera più chiara ma anche a capire il clima che si venne a creare tra l’Argentina peronista e l’Italia repubblicana a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, la necessità dei due governi di collaborare vicendevolmente sia dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista politico internazionale come fu per il caso della posizione italiana, cioè il ruolo diplomatico avuto dall’Argentina nella vicenda dell’ammissione del nostro paese all’ONU, attraverso gli ambasciatori José Arce, poi con Jeronimo Remorino e poi dopo la guerra, per la questione dello status finale della città di Trieste e la questione delicata dell’emigrazione italiana nel paese sudamericano, di cui ho parlato prima, con tutte le conseguenze che questo comportava per il governo argentino

    "Who can harness history?" America's quest for world order : the Gulf crisis and the making of the Post-Cold War era, 1990-1992

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    The purpose of this dissertation is to analyze the Gulf crisis of 1990-91 and its aftermath through the prism of how it served as a test and a defining moment for US foreign policy in the post-Cold War era, in terms of both how to articulate America's global leadership and how to understand the key challenges of contemporary international security. Based on extensive research on newlyavailable archival evidence from the George H.W. Bush Presidential Library, this piece of research examines how the policies taken by President George H.W. Bush and his national security staff in response to the challenges posed by Iraq's invasion of Kuwait led them to the development of a framework for American foreign policy in the post-Cold War era. The dissertation argues that the Bush Administration entered office in 1989 determined to articulate a national security strategy strictly consistent with the Cold War “containment” doctrine of confrontation with the Soviet Union, and that the US contribution to the Cold War endgame was strongly influenced by that conservative foreign policy outlook. Evidence suggests that, although they felt that the Gulf crisis was in fact the first crisis of a new era, Bush and his staff understood the challenge posed by Saddam Hussein's invasion of Kuwait mainly through the prism of traditional and Cold War US national security doctrines, such as the Carter Doctrine and the assumption that no hostile power should achieve hegemony over a region of critical strategic and economic relevance to American interests. The acknowledgment that the preservation of an international system of multilateral cooperation led by the US would be a critical asset for a post- Cold War national security policy led the Bush Cabinet to articulate its strategy toward the Gulf crisis by appealing to universal principles of international cooperation and collective security, and in this effort to conceptualize a vision for a post-Cold War “new world order,” the President and his staff drew inspiration from past US efforts to organize the peace in the aftermath of major conflicts. The promotion of universal values, however, contrasted with the pursuit of some strategic goals considered vital by the White House to the achievement of a settlement in the Gulf favorable to American national interests, especially the dismantlement of Iraq's unconventional arsenal and the neutralization of the threat to regional stability posed by Saddam Hussein's regime. The Bush Administration hoped to circumvent these crucial political and strategic dilemmas by adopting a military strategy that appeared to be capable of achieving the national goals in a way that made them justifiable as instrumental to the pursuit of the universally endorsed objectives of liberating Kuwait and minimize casualties. The US-led military campaign failed to create all the political outcomes the White House was hoping for, and eventually the President and his advisers resolved to content themselves of a limited but outstanding military success which boosted US global standing. The Bush Cabinet, however, was not prepared to foreswear its desire to achieve all the goals it had judged necessary to achieve a satisfying settlement of the conflict with Saddam's Iraq. Such an attitude forced the Administration to divert increasing political and diplomatic resources from the pursuit of other long term objectives which appeared within reach in the aftermath of the Gulf War, such as the achievement of a sustainable and cooperative regional order in the Gulf and the promotion of a settlement to other long-standing conflicts in the Middle east. This dissertation argues that such an over-ambitious attitude was the result of the combination between the Bush Administration's original conservative political outlook and its assessment of the implications of America's emerging status as the only remaining superpower. The dissertation finally notes that, despite its costs in terms of legitimacy of, and support for, US global leadership, the foreign policy template developed by the George H.W. Bush Administration turned out to be appealing in the view of subsequent American Presidents and national security teams as well, and represents one of the most relevant legacies of the Gulf War experience to the making of post-Cold Was US grand strategy

    Structural learning of bayesian networks from ordinal data

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    In observational studies many features are measured on a sample in a given time. When the measurement scale is ordinal, observed variables are categorical ordinal variables. Their increasing presence in databases has in uenced the development of methods for ordinal data analysis (Joe 1971; Clogg and Shihadeh 1994; Agresti 2010). Frequently, researchers are interested in the multivariate analysis and dependencies (Cox and Wermuth 1996). Graphical models (Lauritzen 1996) can be useful for this purpose: they are a family of multivariate statistical models that study dependencies among variables and provide a representation of them by means of graphs. Among these models, Bayesian networks (Cowell et al. 1999) represent the joint distribution of a set of variables using directed acyclic graphs (DAGs). When the structure of phenomenon is unknown (or partially known), building the DAG manually may be di cult, but the network can be learnt directly from data. This phase, called structural learning, can be performed following di erent approaches. However, there are few methods suitable for ordinal data. The main task of this PhD thesis is to perform the structural learning of Bayesian networks in presence of ordinal variables. As original aspect, a new procedure able to take into account information provided by ordinal variables, has been developed. The new algorithm, called OPC, represents a variation of one of the most used and well-known constraint-based algorithms, namely PC (Spirtes et al. 2000). A nonparametric test, appropriate for ordinal variables, has been used in the OPC procedure. Some simulation studies have been conducted in order to evaluate and compare the performance of PC and OPC algorithms. On the basis of results, the main features and limitations of the OPC procedure are discussed

    Charge control devices based on wide band gap semiconductors

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    Metal-Semiconductor Field Effect Transistors (MESFETs) based on Hydrogen Terminated Diamond have been fabricated according to different layouts and technologies with different gate lengths. Aluminum self-aligned and fixed drain-source distance (in the following “standard”) gates and gold ohmic contacts have been fabricated both on single crystal and polycrystalline diamonds supplied by Element Six and by Russian Academy of Sciences. Aluminum assures low ideality factor gate-source diodes, high rectification ratio and low leakage currents (basically higher for polycrystalline samples). Gold contacts, after a hard work of development and improvement, resulted in good mechanical adhesion and strength as well as contact resistivity, lower enough to allow an excellent device operation. The small LT resulting from transfer length method (TLM) analysis, allows the supposition of a completely lateral charge transfer and hydrogen terminated area dimension reduction close to gate junction does not negatively affect device performances. Hydrogen terminated layer has been deeply investigated by means of Hall bars, TLMs and gate junctions characterization: hydrogen induced two dimensional hole gas (2DHG) results in sheet resistances essentially stable and repeatable depending on substrate quality. Results achieved for self-aligned and standard FETs fabricated on nominally identical large-grain size, low quality, polycrystalline diamonds TM180 by Element Six are presented and investigated in order to obtain a better understanding of hydrogen terminated diamond transistors. DC characteristics clearly point out the presence of 2DHG as well as an operation typical of hetero-junction FETs. Anyway, achieved results seem to highlight the presence of an effective insulating layer at the aluminum-diamond interface. Self-aligned 200 nm gate length FETs show current density and transcondutance values of 100 mA/mm and 40 mS/mm, respectively. Higher values have been obtained on higher quality samples by Russian Academy of Sciences, with an IDSmax of 120 mA/mm, stable up to a VDS = -80 V (corresponding to an applied electric field EA = 2 MV/cm) and a maximum transconductance exceeding 70 mS/mm. It is worth to notice as all devices fabricated in this thesis are not affected by self-heating effect.RF small signal performances of fabricated FETs have been investigated for both self-aligned and standard devices fabricated on Element Six TM180 diamond plates. Established technology allows the fabrication of transistors with operation frequencies always in the X and C band of the radio spectrum, even if based on low quality substrates. Self-aligned 200 nm gate length FETs fabricated on TM180 achieved a maximum oscillation frequency fMAX = 15 GHz and a current gain cut-off frequency fT = 6 GHz resulting in a power output at 1 GHz of 800 mW/mm that is, up to now, the best result in literature for polycrystalline diamond based transistors. From S-parameters analysis, it has been possible to extract a FET small signal model. Best results in terms of operation frequencies have been obtained, also in this case, for single crystal and polycrystalline diamond plates supplied by Russian Academy of Sciences. Single crystal plate achieved a fMAX = 27 GHz and a fT = 14 GHz when VDS = -15 V and VGS = -0.2 V and polycrystalline diamond exceed 30 GHz for maximum oscillation frequency while 9 GHz have been achieved for fT. Completely satisfying reasons for better performances, in terms of fMAX, obtained for polycrystalline diamond have not been found, probably such a trend is due to a sort of mobility increase owing to grain boundaries and bulk interface (bulk mobility in diamond is 1600 cm2/Vs). Results of this thesis have pointed out the supremacy of the self-aligned gate structure and the development of an RF optimized layout specifically for diamond results in a DC characteristics improvement and a fMAX/fT ratio reduction that will lead to better RF performances. Quality of substrate clearly influence the hydrogen termination and so, in terms of FETs operation

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