Archivio Aperto di Ateneo
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    Crisi d'impresa e situazione economico-finanziaria di gruppo

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    Nella letteratura specializzata il concetto di crisi risulta variamente definito. Alcuni autori utilizzano tale termine come sinonimo di insolvenza, considerando un’impresa in stato di crisi solo nel caso in cui la stessa non fosse in grado di poter fronteggiare le proprie obbligazioni, altri definiscono la crisi come momento puntuale e conclusivo di un ciclo gestionale negativo, identificandola nella mancanza di profitti o nella perdita del capitale; altri ancora, con orientamento giuridico, considerano un’impresa in crisi, quando questa giunge al fallimento o approda ad un’altra procedura concorsuale. In ogni caso quale che sia la definizione di crisi adottata, ciò che appare rilevante è il fatto che quest’ultima sia generalmente considerata come un fenomeno patologico, che si manifesta comunque con pesanti squilibri di natura economica, patrimoniale e finanziaria. Più di trent’anni fa, in un articolo intitolato “La crisi d’impresa e suo risanamento” pubblicato sulla rivista “Banche e Banchieri”, Pellegrino Capaldo individuava le cause tipiche della crisi: crisi finanziaria: quando l’azienda non ha la possibilità di procurarsi i mezzi finanziari adeguati per quantità e qualità alle esigenze di una gestione che altrimenti sarebbe economicamente equilibrata; crisi economica: quando vi è una scarsa domanda di beni e servizi oggetto della produzione dell’impresa, oppure in presenza di costi di produzione più alti della concorrenza; crisi economico-finanziaria: si verifica quando le caratteristiche del dissesto non permettono di ricondurla in particolare a nessuna delle due casistiche precedenti. Ci si trova di fronte ad uno squilibrio economico imputabile a un soverchiante carico di oneri finanziari dovuto a pesante indebitamento su investimenti che non si sono rivelati produttivi e che hanno portato a perdite negli esercizi precedenti. Le modalità di superamento della crisi assumono caratteristiche diverse a seconda delle cause che la generano ed a seconda che si parli di impresa privata o pubblica. Tralasciando le modalità di risanamento dell’impresa pubblica poiché intervengono ragioni di diverso ordine: politico, sociale, strategico-economico, giuridico, e tralasciando altresì, le norme di legge volte a facilitare il superamento delle difficoltà di imprese in crisi, nell’impresa privata il risanamento è possibile quando vi siano i presupposti per suscitare l’interesse di un nuovo capitale che intervenga in quanto percepisce la convenienza a prendere in carico la crisi poiché si intravede la possibilità di una gestione efficiente, sia dal punto di vista economico che finanziario. In presenza di una crisi finanziaria, nell’impresa privata, il risanamento appare conveniente se l’impresa è in grado di remunerare, ai saggi di mercato, il capitale occorrente per riequilibrare la struttura finanziaria o per realizzare alcuni investimenti; chiaramente questa situazione comporterà modifiche dell’assetto proprietario dell’azienda, in quanto chi si dà carico del risanamento vuole essere in condizione di controllare l’impresa e spesso accade, infatti, che l’attuale gruppo di controllo si apra in varie forme ad altri portatori di capitale, oppure rinunci al controllo (ponendosi in posizione di minoranza) o ceda addirittura l’impresa a chi è in grado di trarla dalla crisi. Nell’ipotesi di crisi economico-finanziaria, il superamento richiede che i creditori rinuncino in tutto o in parte ai loro crediti o alla prestabilita remunerazione, tali crediti infatti sono da ritenersi già interamente o in parte perduti e quindi non recuperabili. Di norma la rinuncia dei creditori risulta essere la strada più vantaggiosa perché consente sia un maggiore recupero del credito, sia l’avvio di proficui rapporti di fornitura una volta che l’impresa sia stata risanata. Nel caso di crisi economica, infine, i presupposti per il risanamento ricorrono quando, anche attraverso forme di integrazione con altre imprese, si ritiene soddisfatta una condizione minima e cioè che il risanamento consenta di recuperare, sugli investimenti in essere, più di quanto sarebbe possibile mediante lo scioglimento dell’impresa. All’interno delle diverse forme di integrazione tra imprese, una che assume una certa rilevanza ai fini del risanamento di una situazione di crisi è sicuramente quella dell’appartenenza ad un gruppo, dove con la parola gruppo si fa riferimento ad un complesso di due o più aziende esercitate da distinte società, aventi, quindi, ognuna un proprio soggetto giuridico, ma controllate tutte dallo stesso soggetto economico, ovvero vi è la presenza di una persona o di un gruppo di persone che hanno il potere di determinare l’indirizzo di gestione su più imprese che si presentano autonome sotto il profilo giuridico. In questi casi l’economicità aziendale, cioè la capacità dell’impresa a remunerare congruamente i fattori della produzione (condizione indispensabile per durare nel tempo), non va più vista in riferimento alla singola impresa, ma va considerata in relazione al contributo che essa da e/o riceve in un contesto economico più ampio ma economicamente unitario. Non sono rari i casi in cui imprese precedentemente in perdita vengono mantenute in vita per i vantaggi che esse arrecano al gruppo cui appartengono o che, isolatamente considerate, non sono economiche e invece lo diventano entrando a far parte di un gruppo per i vantaggi che ne traggono. In dottrina si esprime questo concetto parlando di: economicità in seno al gruppo; economicità in funzione del gruppo; economicità collettiva o macroeconomicità. Con la prima espressione si intende fare riferimento a quelle imprese che fuori dal gruppo non sono economiche (e quindi sarebbero destinate alla liquidazione o, peggio, al fallimento) e diventano economiche entrando a far parte di un gruppo di imprese con le quali creare sinergie operative, o altri vantaggi gestionali ed organizzativi, con risparmio di risorse e miglioramento dei risultati. Le imprese del secondo tipo, invece, sono imprese che, nonostante i vantaggi, neanche dentro il gruppo riescono ad essere economiche ma vengono ugualmente mantenute in vita per i vantaggi che esse creano alle altre aziende del gruppo e l’eventuale loro anticipata liquidazione creerebbe al gruppo maggiori danni della perdita da essa periodicamente sofferta. In questi casi è conveniente per il gruppo accollarsi ogni anno la perdita di detta impresa compensata dalle utilità che ne traggono dal suo mantenimento in vita. Analogo ragionamento può essere fatto riguardo all'economicità collettiva o macroeconomicità. Qui ci troviamo di fronte analogamente ad imprese non economiche ma che vengono mantenute in vita, o addirittura costituite, in virtù delle utilità arrecate alla collettività di una determinata zona, di una regione o dell’intero paese. Si parla, a tale proposito, di economie esterne all’impresa o all’azienda valutata ed evidenziata dall’Ente pubblico (Stato, Regione, Comune..) che le controlla e che contribuisce a mantenerle in vita. Con l’analisi effettuata sull’andamento del Gruppo Fiat nel periodo compreso tra il 1998 ed il 2006 si è studiata la situazione di un gruppo che nel periodo oggetto di studio si è trovato ad affrontare tematiche del tipo delineato e si è voluto dimostrare come il Gruppo sia riuscito a porre fine ad uno dei periodi più neri della sua storia pur trovandosi in uno stato di profonda crisi al termine degli anni novanta, culminata poi con le perdite rilevate negli anni tra il 2001 ed il 2004 a causa della mancata sostituzione di prodotti ormai obsoleti e dell’incalzante competitività dei concorrenti giapponesi; tuttavia il Gruppo è riuscito a tornare all’utile nel 2005, proseguendo il trend positivo negli anni successivi fino al 2009, anno negativo per tutto il settore auto. Dall’analisi del bilancio di Fiat Auto S.p.A., società capogruppo, è emerso come l’andamento economico/finanziario della holding abbia ricalcato quello complessivo di gruppo. Il risultato positivo ottenuto da Fiat Auto S.p.A. nel 2005 non è frutto dell’attività industriale (tanto che l’utile operativo è risultato ancora negativo anche se migliore degli anni precedenti) ma è dovuto principalmente a fattori straordinari, come, accordi presi dal management negli anni precedenti; è sufficiente ricordare il mancato esercizio dell’opzione Put con la quale Fiat avrebbe potuto vendere a General Motors la residua partecipazione in Fiat Auto Holdings BV e che invece ha reso alla casa torinese un indennizzo di 1.550 milioni di euro. Ciò nonostante, Fiat Auto S.p.A. è stata mantenuta in vita per le sinergie con le altre aziende del gruppo e per i vantaggi d’immagine per l’intero gruppo di appartenenza, al punto che è notizia di questi giorni che il 2010 per Fiat è stato l’anno del ritorno all’utile ed ha superato tutti i target e le previsioni degli analisti. Il consiglio di amministrazione del gruppo ha annunciato che gli utili netti si sono attestati a 600 mln. di euro contro gli 848 persi nel 2009, mentre i ricavi sono saliti del 12,35% a 56,3 miliardi. Netta riduzione, quasi un dimezzamento, per l’indebitamento: da 4,4 a 2,4 miliardi. La casa torinese, inoltre, ha confermato gli obiettivi finanziari previsti nel piano 2010 – 2014 che erano stati anticipati in aprile. Il consiglio di amministrazione proporrà all’assemblea degli azionisti il pagamento di un dividendo complessivo pari a 155,1 mln. di euro. Nel 2010, per quanto riguarda il settore auto, sono stati conseguiti ricavi per 27,9 miliardi, in crescita del 6%. L’effetto della contrazione dei volumi delle vetture è stato compensato dall’incremento delle vendite dei veicoli commerciali leggeri (+27%). Complessivamente sono state 2.081.800 le auto ed i veicoli commerciali leggeri consegnati, con un calo del 3,2%. Le consegne 2010 includono circa 13.500 unità di prodotti Chrysler, Jeep e Dodge: l’avvio dell’attività di distribuzione di questi marchi attraverso la rete commerciale europea del gruppo è stato completato. Nel quarto trimestre il mercato dell’auto ha proseguito la riduzione in Europa (-8,9%) e in Italia (-23,8%) rispetto al 2009. In particolare la quota del gruppo è stata in Italia del 28,5% (-3%) e in Europa del 6,8% (-1,5%). A dimostrazione che il risultato ottenuto è frutto esclusivamente dell’attività industriale, l’amministratore delegato ha sottolineato che Fiat non sta lavorando a cessioni di asset, ma non esclude operazioni del genere in futuro

    Modulazione allosterica delle proprietà leganti della Siero Albumina umana

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    Human serum albumin (HSA), the most prominent protein in plasma, is best known for its exceptional ligand binding capacity. Seven binding sites for fatty acids (FA; FA1-FA7) have been found to be common for FAs ranging from C10:0 to C18:0; however, nine clefts can bind C10:0 FAs. Moreover, defatted HSA binds four thyroxine molecules at FA3-FA4, FA5, and FA7; on the other hand, the HSA-FA complex binds one thyroxine molecule at the II-III interdomain region (i.e., FA9). Furthermore, HSA binds the GA module of the bacterial protein PAB at domain II; this seems to add selective advantages to the bacterium in terms of growth, increasing its virulence by providing to the bacteria FAs and, possibly, other nutrients transported by HSA. Lastly, HSA displays three binding sites endowed with appropriate residues to coordinate metal ions. Remarkably, HSA participates in heme scavenging by binding the macrocycle at the FA1 site. In turn, heme endows HSA with globin-like reactivity and spectroscopic properties. Notably, ligand binding to HSA is competitively and allosterically modulated. To highlight the molecular bases of the allosteric and competitive binding properties of HSA, the following aspects have been investigated. (i) The reductive nitrosylation of ferric human serum hemealbumin (HSA-heme-Fe(III)) has been investigated from the kinetic and thermodynamic viewpoints. At pH = 5.5, HSA-hemeFe(III) binds NO reversibly, leading to the formation of nitrosylated HSA-heme-Fe(III) (HSA-heme-Fe(III)-NO). By contrast, at pH -heme-Fe(III) leads to the transient formation of HSA-heme-Fe(III)-NO that precedes the formation of ferrous nitrosylated human serum heme-albumin (HSA-heme-Fe(II)-NO). The rate-limiting step for reductive nitrosylation of HSA-heme-Fe(III) is represented by the OH– -mediated reduction of HSA-heme-Fe(II)-NO+ to HSA-hemeFe(II). (ii) Carbonylation of ferrous heme-albumin (HSA-hemeFe(II)) has been studied from both kinetic and spectroscopic 1 viewpoints. The heme-Fe(II) atom is a mixture of a fourcoordinate intermediate-spin species (predominant at pH 5.8 and 7.0), a five-coordinate high-spin form (mainly at pH 7.0), and a six-coordinate low-spin species (predominant at pH 10.0). The acidic-to-alkaline reversible transition reflects conformational changes leading to the coordination of the heme-Fe(II) atom by the His146 residue. The presence of several HSA-heme-Fe(II) species accounts for the complex, multi-exponential kinetics observed, and reflects the very slow interconversion between the different species observed both for CO association and dissociation as a function of pH. (iii) HSA-heme-Fe(II) nitrosylation has been investigated from the kinetic viewpoint. Ibuprofen and warfarin binding to FA2 and FA7 sites, respectively, inhibit allosterically HSA-heme-Fe(II) nitrosylation. Remarkably, the affinity of ibuprofen and warfarin for HSAheme-Fe(II) is different from that for drug binding to HSA and HSA-heme-Fe(III), indicating that both heme binding and the redox state of the heme-Fe atom affect allosterically HSA(-hemeFe) properties. (iv -tetrahydrocannabinol (THC) and diazepam binding to HSA and HSA-heme-Fe(III) has been investigated from both thermodynamic and spectrophotometric viewpoints. THC binds to the FA2 and FA7 sites of HSA with very different affinity without affecting diazepam association. THC binding to the high-affinity FA2 site accounts for the low free fraction of the drug in plasma, and increases allosterically the heme-Fe(III) affinity for the FA1 site. Possibly, the HSA conformational transition(s) induced by THC binding could account for drug delivery to the liver through receptor-mediated endocytosis. As a whole, the present data highlight: (ii) the binding mode of drugs to HSA(-heme-Fe), (ii) the reactivity of HSA-heme-Fe(III) and HSA-heme-Fe(II), and (iii) the allosteric modulation mechanism(s) of HSA(-heme-Fe)

    Analisi morfometrica e molecolare di Armeria canescens aggr. (Plumbaginaceae) nella penisola italiana

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    The genus Armeria (Plumbaginaceae), which includes perennial herbs and cushion-forming dwarf shrubs, is primarily distributed in the temperate region of the northern hemisphere, with a small representation in southern Chile, Argentina and the Falkland Islands. In a few words we can say that Armeria is a genus of diploid, self-incompatible plants with weak internal reproductive barriers, in which hybridization and introgression play a fundamental role. According to the most recent data (Conti et al. 2005), 16 species and 18 taxa (species and subspecies), with a high endemism rate, occur in Italy. One of the most critical groups is distributed in the Apennines, where at least two taxa have been involved in taxonomic problems over the last century: A. canescens (Host) Ebel and A. majellensis Boiss. The aim of this research is to investigate, by means of a multidisciplinary approach, these two species. The first one is a central-eastern Mediterranean species described from the mountains of Dalmatia, while the second one is an Italian endemic species, but its real taxonomic status is still uncertain and, according to some authors, this taxon must be included in A. canescens because of their poor morphological separation. With the aim of clarifying the real status of A. majellensis and its relationship with A. canescens, we performed extensive field collections of material referable to these two taxa, throughout their Italian distribution area, trying to cover the different habitat types in which they usually live (e.g., different soil types, altitude, climate, vegetation types). Moreover, we collected materials in the loci classici of species (Dalmatia and Majella). The gathered materials were subjected both to morphometric and molecular investigations. The original descriptions of the species and the type materials referring to our taxa were preliminary studied and the lectotypes were designated. We studied the soil and the major climate aspects of the 13 collection localities. After drying up, the soil was subjected to different analyses: pH measure, determination of carbonates and of exchangeable bases (Ca, Mg, K, Na), analysis of organic carbon and organic matter, total nitrogen and granulometric analysis. All these analyses were performed in the Soil Science Laboratory, Sapienza Università di Roma. The obtained data highlight a great variability of all the investigated parameters that may be related to the remarkable phenotypic plasticity displayed by the taxa under consideration. For all the Italian populations we have also characterized the collection sites with a phytoclimatic approach. All the 12 populations fall within the Temperate Regions, with a bioclimate Oceanic or Oceanic/Semicontinental. With the aim of exploring the phenetic affinities between the studied taxa, a morphometric multivariate approach has been followed. 21 morphological quantitative characters were measured in 148 dried specimens: 130 belonging to our 13 studied populations and 18 are herbarium specimens on loan of Italian strictly related species. The so obtained matrix (148 specimens x 21 characters) was submitted to multivariate analyses (Principal Component Analysis and Cluster Analysis) in order to detect specimen groups on the base of the measured characters. Regarding PCA, the scatterplot of the 148 specimens, analysed against the first three principal components, doesn’t show discrete groups, revealing the absence of a distinct morphological differentiation within the A. canescens/A. majellensis aggregate across the whole investigated geographical area. The only detectable exception regards the samples of the two endemic species of Tuscany (A. denticulata and A. saviana), which seem to be separated from the others in the scatterplot. These latter species are clearly distinct from A. canescens/A. majellensis by two characters that are the relative length of calix tube and limb and the outer involucral bracts longer than the inner ones. On the same morphological matrix an UPGMA cluster analysis was also conducted. The obtained phenogram provided an overall picture similar with that arisen from the PCA: individuals of the same population are dispersed in different groups, without an agreement between cluster composition and population origin. This feature reveals that, within the studied populations, it's not possible to recognize morphologically distinct entities. For the molecular study, were used dried leaves coming from our 13 populations and from herbarium specimens of Italian strictly related species and of A. canescens from the Balkan Peninsula and Greece. The patterns of molecular variation were explored using four molecular markers: the nuclear ITS and three non-coding plastidial regions (trnL-F, trnS-fM, matK). All the molecular analyses were performed in the Molecular Systematic Laboratory, Real Jardín Botánico, Madrid. The ITS matrix included 94 sequences and 616 bp. All the specimens coming from the Italian peninsula and Sicily shared a single ITS sequence. In contrast to this ribotype, all the specimens coming from the Balkan Peninsula and Greece, and the specimen of A. alpina from the Alps, shared four nucleotides; the specimens from Greece shared an additional nucleotide. These ITS sequences were also reanalysed within the framework of a previous ITS phylogenetic study, representing about 70% of the Armeria species and covering the whole geographical range of the genus, obtaining a final matrix of 226 sequences x 606 bp. The main feature, as regarding our research topic, is that all the specimens from Peninsular Italy and Sicily grouped together in a basal clade, sister to the remaining terminals of Armeria. The Balkan (Croatian and Greek) samples of A. canescens fall in another clade, the most extended geographically. As expected, based on the kind of variation found in our sampling, the rest of the tree topology is fully congruent with that of the previous phylogeny. The three chosen plastid regions were first analysed individually and then together in the same network (matrix of 72 sequences x 2680 bp). The variation in the concatenated sequences allowed distinguishing 29 different haplotypes; among those, two are the most frequent ones, called A and B. On the basis of its interior position in the haplotype network, the high number of connections within it and the high frequency in the populations, haplotype A can be considered an ancestral one in accordance with coalescent theory. The second one, B (present in the three populations on the Tyrrhenian side of the Lazio region) is several mutational steps away from haplotype A and is closer to the Croatian haplotypes and to the ones of A. saviana. Our 72 sequences were then combined with 78 sequences of the same three plastid regions obtained from a previous work, involving some other species of Armeria occurring in the Iberian Peninsula. The so obtained matrix (150 sequences and 2665 bp) leads us to recognize 52 different haplotypes. None of them are shared between the Italian populations and the Spanish and Portuguese ones. Moreover, the relations between the Italian haplotypes are mostly maintained, although some uncertainties are resolved and the Balkan samples are grouped with the ones of A. maritima and A. pubigera (both in the A. maritima clade), which is congruent with the ITS variation scheme. Furthermore, haplotype A maintains an interior position, high frequency and high number of connections, and can be considered, also in this new network, an ancestral type. In conclusion, to answer our main question, we can say that A. majellensis is indistinguishable from A. canescens, for both morphological and molecular characters (exclusivity of the Italian haplotypes and the ITS ribotype), at least in Italy. For the time being, the priority name, at the specific level, is A. canescens, since the name of Ebel dates back to 1840, while Boissier coined the name A. majellensis only in 1848. As to the relationships between Balkan and Italian plants, and pending a study based on a wider Balkan sampling, the molecular data suggest differences. Therefore, a suitable taxonomic treatment would be to treat the Balkan populations as a different subspecies (subsp. canescens) while the Italians are treated as subsp. majellensis

    Incontro con il Primo Ministro Somalo Mohamed Abdullahi Mohamed 'Farmajo'

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    Servizio realizzato in occasione della visita dell'ex-Primo Ministro del Governo Federale di Transizione somalo all'Università degli Studi Roma Tre.Booqashadii uu ku yimid dalka taliyaaniga Ra'iisul Wasaaraha Dowladda kumeelgaarka ee Soomaaliya oo si diirran loogu soo dhoweyey Jaamacadda "Università degli Studi Roma Tre".Reportage realised in the occasion of the visit of the former Prime Minister of the Somali Federal Transitional Government at the University of Roma Tre.Link: http://www.youtube.com/watch?v=PfmliFuMUl0 - http://www.youtube.com/watch?v=t1OjC_orjv

    Kobocii Islaamiyiinta Soomaaliya 1952-2002

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    Buuggani wuxuu ka hadlayaa qaabkii islaamiyiinta soomaaliyeed ay ula falgaleen marxaladihii kala duwanaa ee ay la soo mareen dacwadda diinta, xilliga 1952-2002.Il testo descrive l'evoluzione storica dei movimenti islamisti somali nelle varie situazioni socio-politiche della Somalia dal 1952 al 2002.The text describes the historical evolution of the Somali Islamist movements in the various socio-political situations of Somalia from 1952 to 2002

    The multifarious interlinked causes of conflict in Somalia and the way forward

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    This article has identified the internal and external factors influencing achievement of sustainable peace in former Italian Somalia (currently known as Somalia) since 1960.Maqaalkini wuxuu isku dayayaa in uu soo bandhigo sababaha, haka yimaadeen dalka gudihiisa ama dibaddiisa, ee saameeyey in laga sameeyo Koofur Soomaaliya nabad waarto laga billaabo 1960.Questo articolo si propone di individuare i fattori interni ed esterni che influenzano il raggiungimento di una pace duratura nell'ex Somalia Italiana (oggi Somalia) dal 1960

    Scienza e sapienza nel Medioevo : Agostinismo e aristotelismo a confronto

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    Rinnovato sguardo ad una tradizione che ancora ci parla, re-interrogazione di temi “classici”: per la prima volta dalla sua nascita B@bel affronta un tema che non è direttamente riconducibile alla filosofia contemporanea, ma alla illustre riflessione medioevale. In particolare in quell’arcipelago complesso e ricco, in un pensiero che si è esteso per più secoli, si focalizza un binomio arduo, ma di notevole interesse sia storiografico che teoretico: scienza e sapienza, binomio arduo ma rilevante perché consente di schiudere lo spazio di molte altre questioni, non settoriali o periferiche, tali da impegnare la riflessione contemporanea quali: Cristianesimo e modernità, secolarizzazione o rinascita di Dio? da cui deriva l’interrogativo su tramonto o trasfigurazione del Cristianesimo? Crisi del Cristianesimo e/o Crisi dell’Occidente? Infine – sullo sfondo – la domanda heideggeriana “come entra Dio nella filosofia?

    Il controllo di gestione negli atenei : problematiche e prospettive di sviluppo

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    L’Università e la ricerca sono una ricchezza fondamentale per la società. Per tornare ad essere uno strumento davvero efficace di crescita e di promozione sociale e personale in un Paese avanzato, l’Università deve cogliere con coraggio la richiesta di rinnovarsi, rendersi trasparente nella condotta e nei risultati, dimostrare con la forza dei fatti di saper progettare un futuro ambizioso. È per questo che il sistema universitario italiano è stato ed è tuttora oggetto di un radicale processo di riforma, che ha condotto all’autonomia decisionale e finanziaria dei singoli Atenei. Parallelamente al processo di autonomia concessa, il Governo ha percepito la necessità di inserire nuovi sistemi di controllo e governance all’interno del sistema universitario. L’introduzione di questi sistemi ha una duplice giustificazione: in primo luogo il Governo vuole comprendere in che modo vengono impiegate le risorse pubbliche. Il secondo motivo è valutare, anche in modo comparativo, l’operato delle singole Università, che non sempre hanno mostrato un uso efficiente ed efficace delle risorse loro assegnate. Scopo del presente lavoro consiste proprio nel comprendere il rapporto tra valutazione e controllo di gestione delle Università e il sistema universitario italiano e proporre un modello di valutazione e controllo adatto alla realtà italiana. La legge Gelmini in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio, recentemente approvata, ha riaperto il dibattito sull’Università e in particolare sull’importanza della valutazione e del controllo in ambito universitario. Negli ultimi anni l’uso dei termini valutazione e controllo è indubbiamente cresciuto in modo esponenziale nella Pubblica Amministrazione, ma di contro va notato che ad essi non si è accompagnata una effettiva crescita dell’utilizzo degli stessi, come strumento di conoscenza e di sostegno per le attività della P.A. Ciò è avvenuto anche a dispetto delle normative vigenti che impongono strumenti di analisi e valutazione degli impatti a sostegno di ogni attività legislativa o di regolamentazione. Ancora una volta ci si rende conto che in Italia la cultura della valutazione e del controllo è poco radicata. Purtroppo, soprattutto nel sistema universitario, il quale è inevitabilmente molto complesso e, conseguentemente, difficilmente valutabile, vi è l’assenza di procedure di lavoro, ben sperimentate in altri Paesi, che prevedano il ricorso diffuso ad analisi quantitative degli impatti nel breve e medio periodo, basate anche sulla consultazione e sulla partecipazione degli interessati. Se venisse adottato questo approccio, si potrebbero rendere più consapevoli e razionali le decisioni e si potrebbero anche accrescere l’efficacia e l’efficienza del sistema universitario italiano aumentandone, al contempo, la trasparenza e la democrazia. La presente riflessione sul significato e sullo stato dell’arte della valutazione e del controllo del sistema universitario e delle sue componenti è gradualmente affrontata e sviluppata nel corso dei quattro capitoli in cui il presente lavoro è suddiviso secondo la sequenza di seguito schematizzata. Nel primo capitolo si ripercorre l’evoluzione più recente della legislazione in materia universitaria, rivolgendo particolare attenzione a tutte quelle norme riguardanti l’autonomia, la valutazione e la programmazione delle attività che incidono notevolmente sui fabbisogni informativi degli Atenei che il sistema di controllo di gestione potrebbe soddisfare. Si passa poi alla descrizione dell’attuale sistema universitario italiano alla luce della riforma degli ordinamenti didattici, iniziata con il D.M. n. 509 del 1999 e portata a compimento con il D.M. n. 270 del 2004, che ha introdotto una nuova articolazione dei corsi di studio (il cosiddetto 3+2), e della più recente legge 30 dicembre 2010, n. 240, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 14 gennaio 2011, meglio conosciuta come legge Gelmini. Il secondo capitolo è dedicato all’analisi e allo studio della valutazione e dell’insieme di pratiche ad essa riconducibili, partendo dal suo rapporto con gli organi di governo universitari. A conclusione di tale capitolo, alla luce dei più interessanti contributi scientifici in materia di effetti prodotti dalla valutazione in ambito accademico internazionale, si perviene ad uno schema per l’identificazione e l’analisi dell’impatto della procedura valutativa nelle Università. In appendice al paragrafo finale, si riporta un’interessante intervista realizzata dalla redazione di ‘Finanza in Chiaro’ al prof. Max Beber, Director of studies in Economics presso il Sidney Sussex College di Cambridge, nonché Affiliated Lecturer presso il centro di studi internazionali sempre all’Università di Cambridge. In tale intervista, pubblicata in rete il 5 gennaio 2009, il prof. Beber spiega i motivi che, a suo giudizio, rendono il sistema universitario inglese un esempio di eccellenza per tutto il mondo accademico, compreso quello italiano. Nel terzo capitolo, una volta tracciato un quadro di sintesi delle fonti normative che disciplinano la gestione contabile degli Atenei e delineati i principali aspetti che differenziano la contabilità finanziaria da quella economico-patrimoniale, viene proposto il superamento dei tradizionali sistemi di contabilità basati sulle attività (Activity Based Costing e Activity Based Management) da parte del metodo dell’Activity Based Budgeting. Con esso, infatti, il processo di determinazione dei costi di Ateneo viene innescato partendo dalle caratteristiche distintive dei prodotti e dei servizi offerti, e attraverso il collegamento con le attività che ne garantiscono la realizzazione si giunge alla definizione degli impegni di budget. Questa diversa impostazione dovrebbe facilitare l’integrazione fra i diversi momenti della formulazione della strategia, della determinazione del costo del prodotto, della gestione operativa dei costi. Il quarto capitolo viene sviluppato a partire da una considerazione di fondo: non è ancora del tutto compreso il contributo che i sistemi di programmazione e controllo possono fornire al miglioramento dell’attività quotidiana svolta nelle Università. Troppo spesso, infatti, il controllo di gestione è confuso con l’attività svolta dai Nuclei interni di valutazione, il cui compito è verificare il corretto utilizzo dei fondi pubblici assegnati, effettuando al riguardo anche comparazioni di costi e rendimenti. In questo capitolo, invece, il controllo di gestione viene inteso come meccanismo operativo a supporto dell’azione di governo accademico attraverso un insieme di indicatori di monitoraggio sistematico dei risultati globali e parziali di Ateneo (facoltà, dipartimenti, centri di ricerca e di formazione, corsi di laurea, progetti di ricerca, ecc…). Infine, vengono descritte le principali funzionalità del software Contabilità Integrata di Ateneo (CIA) elaborato da CINECA. Esso dà evidenza empirica della possibilità fino ad oggi considerata solo teorica di introdurre in organizzazioni non-profit i principi gestionali alla base del decentramento delle responsabilità economiche tipici delle aziende private senza mettere in ombra, anzi valorizzando, il ruolo sociale di queste importanti istituzioni per il nostro Paese. In particolare, attraverso la descrizione delle specificità tecnico-contabili del sistema integrato, si intende testimoniare la possibilità concreta di introdurre innovazioni fondamentali dal punto di vista gestionale anche in aree così burocratizzate e rigide come quelle connesse al funzionamento delle procedure amministrative. La disponibilità di informazioni economiche a diverso grado di analiticità che il sistema integrato consente di elaborare rappresenta, infatti, il prerequisito contabile indispensabile per diffondere una cultura dell’accountability a diversi livelli organizzativi e creare le condizioni per la conduzione di processi di sviluppo dell’intero sistema universitario che poggia sulla consapevolezza economica delle scelte prese a livello di singolo Ateneo

    The role of poetic tradition in the modernisation of the Somali language

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    The article, first published in 1978, analyzes the role of poetic tradition in the modernisation of Somali language. With the strict metric rules of Somali poetry in terms of allitteration and scansion, Somali poets used to coin new words. The process of creating new lexicon was thus already known to Somalis, and it had a great role in the process of modernisation of Somali language and vocabulary in 1940s with the introduction of broadcasting. The radio - attended by journalists, news editors and poets too - started spreading new words to fit the needs of communicating the modern world (sciences, politics, technology and so on). The press continued the same process in the following years and so did the introduction of Somali language in the educational system after 1972. New words formation resorted to Somali cultural heritage, adopting terms borrowed from other languages only in some cases and adapting those foreign terms to Somali phonology.Maqaalkan, oo la daabacay markiisi ugu horraysay 1978, wuxuu falanqaynayaa dowrka ay maansadu ka qaadatay casriyaynta af Soomaaliga. Maansayahannada Soomaaliyeed waxay caadi u ahayd samaynta ereyo cusub, taaso ku kallifaysay dhowrista miisaanka adag iyo qaafiyada maansada. Sidaa darteed habka ereybixintu ma ahayn wax ku cusub Soomaalida, wuxuuna dowr weyn ka qaatay casriyaynta afka iyo ereyada kaddib 40meeyadii markii la billaabay adeegsiga raadiyaha. Hawsha raadiyaha oo ay ka qayb qaateen weriyayaal iyo maansayahannaba, waxay noqotay mid faafisa ereyo cusub oo buuxinaya baahiyaha loo qabay in af Soomaaliga lagu cabbiro fikrado casri ah oo la xiriira sayniska iyo tegnolojiyada iwm. Sannadaha ku xigana wariyeyaashii ayaa sii waday, sidaas ayuuna 1972 af Soomaaligu ku hirgalay in uu noqdo afkii waxbarashada. Samaynta ereybixinta waxaa loo adeegsaday hiddaha iyo dhaqanka Soomaaliyeed, iyo qaar ka mid ah ereyo shisheeye oo lagu dabaqay codaynta af Soomaaliga.L'articolo, pubblicato la prima volta nel 1978, analizza il ruolo della tradizione poetica nella modernizzazione della lingua somala. I poeti somali, alle prese con le rigide regole metriche dell'allitterazione e della scansione, erano soliti coniare nuove parole. La creazione di lessico nuovo era quindi un processo già noto ai somali, ed ebbe un ruolo importante nel processo di modernizzazione della lingua e del vocabolario negli anni '40 con l'introduzione della radio. Questa, frequentata da giornalisti ma anche da molti poeti, cominciò a coniane e diffondere nuove parole per soddisfare la necessità di comunicare il mondo moderno (scienze, politica, tecnologia ecc.). La stampa portò avanti lo stesso processo negli anni successivi e così fece l'introduzione del somalo come lingua di istruzione nel 1972. La creazione di neologismi ricorse soprattutto al patrimonio culturale somalo, adottando prestiti da altre lingue solo in alcuni casi e comunque adattando i termini stranieri alla fonologia somala.Link: http://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13696815.2011.581460First published in Heegan (Vigilance) 11, September 25, 1978: 4–5 (Mogadishu: Ministry of Information).Waxaa markii hore lagu daabacay wargeyska Heegan tirsigiisi 11, Sebtember 1978: bog. 4-5 (Muqdisho: Wasaaradda Warfaafinta).Pubblicato per la prima volta in "Heegan (Vigilance)", Vol. 11, 25 settembre 1978, pp. 4-5 (Mogadiscio: Ministero dell'Informazione)

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