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Il diritto all'identità culturale : profili costituzionalistici e il limite imposto dai diritti fondamentali
Dalla metà del secolo scorso, è stata intensificata in ambito internazionale, e progressivamente negli ordinamenti giuridici nazionali, la positivizzazione dei cosiddetti diritti culturali, insieme ai diritti sociali ed economici che, tuttavia, hanno sempre ricevuto maggior approfondimento dalla dottrina e concretizzazione legislativa, visto la loro prevalenza nel dibattito socio-politico. Tuttavia, i diritti culturali, gradualmente, hanno ottenuto grande rilievo nell’ambito delle scienze sociali, soprattutto in seguito ai fenomeni della globalizzazione e della crisi dello Stato-nazione, intensificati negli ultimi decenni del ventesimo secolo, e di fronte ad un nuovo scenario mondiale che ora si presenta, da alcuni chiamato postmodernità. Tutti questi fenomeni sociali hanno incentivato un’evoluzione nella teoria e nella pratica dei diritti umani che, senza trascurare l’uguaglianza formale che garantivano a tutti gli individui, accomunati dalla condizione umana, hanno iniziato ad occuparsi delle categorie identitarie e dei gruppi sociali che, denunciando discriminazioni, oppressioni e svantaggi derivanti dal mancato riconoscimento della loro differenza, si sono lanciati in rivendicazioni di riconoscimento della loro condizione e dei diritti che da quella dovrebbero derivare, perché fosse garantita non solo l’uguaglianza formale tra gli uomini, ma l’uguaglianza materiale. Le esigenze di giustizia sociale che una volta si limitavano a richieste di ridistribuzione, adesso cominciano a reclamare per il riconoscimento. Non tardò perché fossero approfonditi in strumenti di diritto internazionale ed inclusi in alcune costituzioni nazionali, che in modo espresso garantirono un veritiero diritto all’identità culturale. Quest’embrionale formulazione giuridica, tuttavia, porta con se un intrinseco disagio, che serve a giustificare la scarsità del suo approccio teorico: non di rado, il diritto all’identità culturale è invocato per giustificare e perpetuare violazioni di diritti umani. Così, diventa fondamentale l’approfondimento teorico dell’argomento, affinché si capisca il rapporto stabilito tra i diritti umani, detti universali, e le rivendicazioni identitarie. Il dibattito, così, orbita intorno alla classica discussione derivante dalle obiezioni lanciate dal relativismo culturale al carattere universale dei diritti umani fondamentali, e avanza con l’obiettivo di fissare i limiti che tali diritti impongono ad un cosiddetto diritto all’identità culturale
Faafinta Rasmiga ah ee Jamhuuriyadda Soomaaliya [20 June 2012]
Faafin rasmi ah, 20 June 2012.Gazzetta ufficiale del 20 giugno 2012.Official journal of June 20, 2012.Qareen Cabdullaahi Darmaan ayaa dokumentigan ku deeqay xarunta cilmibaarista (Centro Studi Somali).Documento messo a disposizione del Centro Studi Somali dall'Avv. Abdullahi Darman.Document provided to the Somali Studies Centre by lawyer Abdullahi Darman
Vincere l'infibulazione si può. Il «rito alternativo» e il programma di prevenzione di Maana Suldaan 'Abdurahman 'Ali 'Iise a Merka (Somalia)
Il volume, parte della collana "Studi Somali", racconta l'esperienza di una donna somala, Maana Suldaan 'Abdurahman 'Ali 'Iise, e il suo impegno nella lotta alle mutilazioni genitali femminili tramite un progetto da lei ideato e condotto in Somalia.Buuggani oo ka mid ah buugagta taxana ah "Studi Somali", wuxuu ka hadlayaa waaya-aragnimadii haweeney Soomaaliyeed, Maana Suldaan 'Cabduraxmaan Cali Ciise, iyo dadaalkeeda la dagaalanka gudniinka fircooniga ah, iyadoo adeegsanaysa mashruuc iyada samaysay oo ku hirgelisay Soomaaliya.The volume, which belongs to 'Studi Somali' series, presents the experience of a Somali woman, Maana Suldaan 'Abdurahman 'Ali 'Iise, and her commitment in fighting against Female Genital Mutilation by the means of a project she conceived and carried out in Somalia
The Imagery to Book III
Rober Gibbs, The Imagery to Book III, in "Decretales pictae. Le miniature nei manoscritti delle Decretali di Gregorio IX (Liber Extra)". Atti del colloquio internazionale tenuto all'Istituto Storico Germanico, Roma 3-4 marzo 2010. Indici compilati da Marta Pavón Ramírez. Università degli Studi Roma Tre, Roma 201
Immagini: III. Altri elementi decorativi (Fig. 290-339): a) nome Gregorius; b) iniziali decorate; c) decorazioni varie
Silvia Di Paolo, Immagini: III. Altri elementi decorativi (Fig. 290-339): a) nome Gregorius; b) iniziali decorate; c) decorazioni varie, in "Decretales pictae. Le miniature nei manoscritti delle Decretali di Gregorio IX (Liber Extra)". Atti del colloquio internazionale tenuto all'Istituto Storico Germanico, Roma 3-4 marzo 2010. Indici compilati da Marta Pavón Ramírez. Università degli Studi Roma Tre, Roma 201
La conoscenza del sé tra prima e terza persona : un'indagine sulla filosofia della psicologia di G.H.Mead.
In riferimento al ruolo che natura e cultura rivestono nella possibilità della conoscenza di sé, la
tesi intende svolgere un lavoro di ricostruzione storica e di analisi teoretica del pensiero di G. H.
Mead che ha lo scopo di offrire una nuova prospettiva da cui considerare la teoria del Sé sociale.
Nei primi due capitoli della tesi viene tracciato, attraverso una ricostruzione storico-teoretica, il
quadro concettuale alla base della teoria del Sé sociale di Mead, evidenziando come gli aspetti
centrali della teoria meadiana siano presenti sin dai primi anni di produzione del filosofo di
Chicago. Nostro intento è quello di evidenziare, da un lato la genesi delle nozioni cardine della
psicologia sociale meadiana, dall’altro il ruolo che la relazione Mead-Dewey ha avuto in questo
processo. Per tale ragione nel primo capitolo il confronto con Dewey si mostra più serrato e diretto,
mentre nel secondo capitolo l’interesse verte maggiormente sugli scritti meadiani successivi al
1904, ovvero successivi alla partenza di Dewey da Chicago.
In questi primi anni Mead giunge a tracciare nei suoi tratti generali una teoria psicologica che
include tanto lo studio dei meccanismi fisiologici in quanto elementi che presentano caratteri sociali
pre-razionali, quanto lo studio delle dinamiche di comunicazione in quanto espressione gestuale
delle emozioni e punto di partenza per lo sviluppo della coscienza. Questo ci permette di approntare
un confronto con le più recenti scoperte riguardanti il sistema mirror, affinità che aprono la strada
ad una possibile riattualizzazione delle intuizioni meadiane in riferimento alla recente ipotesi
sull’origine del linguaggio umano dal gesto e dell’ipotesi riguardo alla spiegazione filogenetica del
legame tra teoria della mente e linguaggio.
Per quanto l’intento esplicito di una ricostruzione storico-teoretica riguardi prevalentemente i
primi due capitoli, la tesi segue il percorso cronologico degli scritti di Mead anche nel terzo e nel
quarto capitolo. Tanto il terzo che il quarto capitolo, infatti, si occupano rispettivamente della fase
2
successiva al 1913 e dell’ultima fase connessa maggiormente all’interesse di Mead per la filosofia
di Bergson e di Whitehead.
Il terzo capitolo si occupa di valutare affinità e discordanze della psicologia sociale di Mead con
il comportamentismo di Watson, suo diretto riferimento negli scritti degli anni ’20, e con i
comportamentismi di Ryle, Rachlin e Staats. Dopo aver argomentato contro una identificazione di
Mead come comportamentista strictu sensu e a favore di una interpretazione del comportamentismo
in termini “deweyani”, mettiamo a confronto la psicologia sociale di Mead con i comportamentismi
di Ryle e di Rachlin, che in qualche modo si rivelano più affini all’idea di comportamento di Mead
ma che si mostrano, ad un’attenta analisi, differenti in impostazione, soprattutto per la distinzione
formulata da Mead tra esperienze riflessive ed esperienze soggettive, quest’ultime essendo
esperienze conoscibili solo dal soggetto che le vive e quindi non conoscibili da altri attraverso
l’osservazione del comportamento. Questo elemento di distinzione ci permette di impostare una
riflessione sul problema della conoscenza delle menti altrui, argomentando a favore di un
superamento dei limiti dell’argomentazione per analogia attraverso l’assunzione della prospettiva
meadiana della formazione del Sé nell’interazione sociale. Presupporre, infatti, l’interazione sociale
alla formazione del Sé legittima l’idea della possibilità di una comprensione dell’altro che non si
serve di una inferenza logica dal nostro stato a quello dell’altro, quanto della nostra capacità di
comprendere l’atteggiamento della persona che abbiamo davanti, di sentire quello che prova,
attraverso ciò che Mead indica come una capacità innata di riconoscere gli altri Sé: un uomo è per
un altro uomo – sostiene Mead – molto più che un oggetto fisico ed è quel «“più” a farne un oggetto
sociale, o Sé, ed è questo Sé a essere connesso a quella condotta particolare che possiamo chiamare
condotta sociale».1 Ciò comporta che solo nell’esperienza di relazione si può rintracciare la
condizione di possibilità per la comprensione degli altri, nei limiti, però, degli elementi
rintracciabili nel comportamento e nel linguaggio. Il comportamentismo sociale di Staats, invece,
viene preso in considerazione per il fatto che nella delineazione della propria teoria psicologica
Mead assumerebbe, secondo alcuni interpreti, la prospettiva di un “comportamentista sociale”.
Abbiamo quindi voluto vedere se qualche affinità sia presente fra il rigore metodologico di Staats e
il procedimento dialettico di Mead.
Nel quarto capitolo spostiamo la nostra indagine dall’analisi delle condizioni – fisiologiche e
sociali – di possibilità di comprensione degli altri, all’analisi sulle condizioni di possibilità, da parte
del soggetto umano, di conoscere i propri stati interiori e di esprimerli. In particolare, nel quarto
capitolo si analizza il contributo che le filosofie di Bergson e di Whitehead hanno dato alla teoriadel sé sociale di Mead per la risoluzione del problema della conoscenza degli stati soggettivi e della
possibilità di una loro espressione pubblica. Sebbene nel terzo capitolo venga affermato che gli altri
non possono sapere cosa un individuo stia provando o pensando a meno che questi non decida di
esprimerlo, ciò non significa che l’accesso privilegiato permetta di avere sempre un’immagine
chiara e distinta da parte dell’individuo riguardo alle esperienze soggettive. L’indefinibilità,
l’indescrivibilità esaustiva e la mutabilità sono caratteri di tali esperienze che spesso comportano
una difficoltà nella possibilità di attribuire loro un significato e di esprimerle. Mead sostiene, però,
che sebbene lo psichico non riesca ad oggettivarsi, lasciando all’individuo la propria esperienza
isolata, allo stesso tempo esso «invita a una ricostruzione ed interpretazione; di modo che possa
essere scoperto il suo carattere oggettivo», e questo perché, essendo il frutto di una interazione con
l’ambiente esso presenta degli «elementi oggettivi» che ci permettono di non brancolare
completamente nel buio.2 La lettura meadiana della teoria della relatività di Whitehead in chiave di
psicologia sociale permette di ribattere alla prospettiva solipsistica di Bergson riguardo alla
possibilità di conoscenza delle esperienze soggettive e alla sua critica riguardo il limite del
linguaggio per la loro espressione. E contro la nozione bergsoniana di intuizione intesa come una
facoltà conoscitiva completamente sui generis e completamente staccata dalla dimensione
linguistica, suggeriamo di considerare una nozione di intuizione intesa come via “paralogica”3 di
connessione di sentimenti, emozioni, desideri riferiti alla nostra relazione con il mondo sociale in
una determinata situazione. Tale riformulazione della nozione di “intuizione” si rivela più affine alla
posizione meadiana riguardo alla nozione di emergente, di ciò che sorge dal flusso dell’esperienza
come una parte di questo e non come qualcosa che spunta ex novo. Il frutto di una intuizione può
così essere visto come il prodotto della capacità umana di selezionare e porre sotto una nuova luce
gli elementi degli stati interiori che promuovono le azioni dell’individuo attraverso una «creatività
situata».
Nel quinto capitolo vengono tracciati i punti cardine di una riflessione sulle nozioni di creatività
e di autenticità attraverso una rilettura delle differenti interpretazioni della teoria meadiana del Sé
sociale,4 la quale ha offerto ai vari interpreti la possibilità di discutere sul carattere “autentico” e
“spontaneo” dell’azione e della riflessione umana. Prendendo spunto dalle differenti prospettive dacui è stato interpretato il Sé sociale di Mead, improntiamo una interpretazione dell’espressione della
creatività umana nei limiti delle condizioni di comprensibilità tracciabili in una lettura pragmatista
del sensus communis kantiano
Some topics on Zariski decompositions and restricted base loci of divisors on singular varieties
Abstract: La decomposizione di Zariski è uno strumento molto utile per
lo studio di divisori pseudoeffettivi su varietà proiettive complesse.
In particolare in questa tesi investighiamo la semiampiezza della parte
positiva della decomposizione di Zariski di divisori big su coppie LC la
cui differenza con il divisore log-canonico sia nef. Diamo alcune congetture
che generalizzerebbero un importante teorema di Kawamata e ne diamo una
dimostrazione in dimensione bassa e per coppie DLT. Inoltre diamo una definizione
di coppie relativamente DLT e dimostriamo che un simile risultato
vale anche in questo contesto.
Nella seconda parte della tesi, ottenuta in collaborazione con Lorenzo Di
Biagio, ci occupiamo invece di luoghi base asintotici. Generalizzando un recente
teorema di Ein, Lazarsfeld, Mustata, Nakamaye e Popa dimostriamo
che, se (X; ) è una coppia KLT, il luogo base ristretto di ogni R-divisore
pseudoeffettivo su X coincide con il suo luogo non-nef, definito tramite valutazioni
numeriche. Come corollario diamo una caratterizzazione dei divisori
nef e abbondanti in termini di ideali moltiplicatori asintotici, generalizzando
in questo modo un teorema di Russo.
L'epistolario Cardarelli-Bacchelli (1910-1925) : l'archivio privato di un'amicizia poetica
La tesi presenta un’edizione dell’epistolario inedito di Vincenzo Cardarelli composto dalle 199
missive inviate a Riccardo Bacchelli, tra il 1910 e il 1925, conservate attualmente presso il Fondo
Bacchelli della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna.
Da un punto di vista filologico, ci si è occupati della curatela, descrizione e annotazione delle
lettere, rendendole fruibili anche nella loro intertestualità; inoltre si è realizzato un importante
riordinamento cronologico del corpus epistolare, datando ex novo, per congettura, missive
catalogate senza data, in mancanza di riferimenti temporali esterni, o ricollocando lettere
erroneamente datate dall’autore stesso.
Sul fronte contenutistico, l’epistolario si presenta letterariamente rilevante e fuzionale a mettere in
luce diversi aspetti innovativi sul rapporto professionale tra Cardarelli e Bacchelli, soprattutto sulle
reciproche influenze poetiche nella fase dei rispettivi esordi: da una parte infatti viene avallata e
resa certa l’ipotesi della Martignoni di una rivendicazione del primato cardarelliano nei confonti di
una nuova ricerca stilistica proposta con i suoi Prologhi del 1916, solo cronologicamente
anticipata da Bacchelli con i Poemi lirici nel 1914, portando alla luce tutta l’ambiguità di una
ricerca poetica tanto conflittuale quanto condivisa. Dall’altra parte emerge invece l’inedito ruolo di
Cardarelli come promotore, editore e critico dell’opera dell’amico: l’epistolario infatti non solo
offre una significativa rivalutazione del peso cardarelliano nella formazione giovanile dell’autore
del Mulino del Po, ma porta alla luce soprattutto tutti gli interventi testuali che Cardarelli fece sulle
prose d’ersordio di Bacchelli, di cui si fece critico filologo nonché editor, nell’accezione moderna
del termine.
A proposito delle opere di Bacchelli, inoltre, un ben determinato gruppo di missive del 1922 si
rivela l’unica fonte di informazione sul suo Infedele innocente, un libretto d’opera scritto per il
musicista Giannotto Bastianelli, rimasto tutt’ora inedito: Cardarelli vi si sofferma a lungo
offrendone una critica stilistica e contenutistica piuttosto articolata.
Infine, una sezione molto ampia dell’epistolario, a partire dalla metà del 1918 fin quasi alla fine
del corpus, è occupata prevalentemente dal dibattito sulla «Ronda», della quale i due corrispondenti furono i principali animatori e protagonisti. Dalle missive emergono alcuni aspetti
particolari della vicenda rondesca poiché toccano snodi poco affrontati, o pressochè poco noti, alla
critica esistente in merito, quali: la riflessione sulla scelta del titolo, a proposito del quale emerge
un suggestivo richiamo al movimento della Scapigliatura, e una linea di condivisione etica con
esperienze ideologicamente opposte, come quelle di Gramsci e Gobetti; la continuità progettuale
esistente tra il primo tentativo redazionale cardarelliano del 1913, mai decollato, e la «Ronda»
post-bellica, anche a dimostrazione delle basi ontologiche del tema-mito dell’amicizia con cui si
giustificherà la formazione del gruppo rondesco; e infine, l’evoluzione della posizione del
fondatore della rivista nei confronti del suo progetto quasi subito disconosciuto e del rispettivo
ruolo di Bacchelli nei confronti dell’assenza-presenza del suo sodale e direttore di redazione.
Contenutisticamente significativo, l’epistolario conferma anche stilisticamente la sua condizione di
luogo privilegiato dell’espressione cardarelliana riconosciuto in passato da Contini e Martignoni,
rivelandosi un’officina scribendi per il poeta che vi anticipa, a volte con una specularità lessicale
molto significativa, posizioni e intuizioni della sua riflessione critica e teoretica formalizzata nelle
prose e negli scritti critici
La disarmonia del mondo : lettura della novellistica del Seicento
L’elaborato prende in esame la presenza di due opposte spinte alla base della narrazione
novellistica secentesca: da un lato si rileva un’esigenza all’ordinamento e alla classificazione,
col riconoscimento di un tutto armonico universale; dall’altro, la percezione di una realtà che
invece sembra sfuggire a qualsiasi razionalizzazione e appare organizzata secondo criteri
casuali.
Tali tendenze possono manifestarsi autonomamente da autore ad autore, oppure interagire tra
loro. Sono infatti presenti casi in cui nel singolo novellatore a una denuncia del caos segue la
possibilità su più livelli di una ristrutturazione sistematica del molteplice percepito.
L’interazione delle due tendenze offre l’immagine di un secolo complesso e prismatico.
Tale complessità si attua nel comporre novellistico soprattutto per ciò che concerne lo statuto
identitario dei personaggi, che risulta mobile e indefinito, con profonde ripercussioni
sull’integrità psicologica degli stessi.
Meccanismi letterari, perlopiù topici, quali il travestimento o il cambio di nome si caricano di
valenza polemica nei confronti dell’ordine stabilito, attuando una chiara contrapposizione tra
l’io e quel mondo in cui la rigidità regolatoria è interamente tesa a fissare ordini, classi e ruoli.
Si verifica allora una fluttuazione da uno stato all’altro, segno di una realtà tutt’altro che
rigidamente impostata. Ciò comporta la perdita delle connotazioni personali più caratteristiche e
con esse l’affievolirsi del senso di appartenenza.
L’attuazione stessa di questi meccanismi è conseguenza di un’esigenza di riconoscimento più
ampia che, pur evidenziando una spinta verso il molteplice, paradossalmente mira a ristabilire
un ordine nuovo, più aperto e in qualche modo più accettabile. L’identificazione perde così le
sue caratteristiche profonde e si trasforma in una questione prettamente formale, gestita
sull’esteriorità, al punto che qualsiasi connotato identificativo (nome, ruolo, sesso, classe
sociale, mestiere) perde il suo valore semantico per trasformarsi in semplice etichetta
significante, avulsa da un rapporto diretto con quanto dovrebbe definire.
Di contro, si riscontra un potenziamento dell’attenzione rivolta alle dinamiche interne,
soggettive, e un conseguente approfondimento riguardante la rappresentazione del mondo
interiore dei singoli attanti.
In queste novelle si è costantemente di fronte a personaggi con tratti caratteriali per nulla
irrigiditi, tutti ambiguità e indecisione, continuamente in bilico tra il fare e il non fare. Si
registra pertanto un’instabilità emotiva in continua evoluzione, e mai diretta a un’effettiva
soluzione delle criticità. Instabilità inoltre che, a livello compositivo, è organizzata secondo due
tipologie: il contrapporsi di volontà; e una vera e propria scissione intima di carattere
essenzialmente emozionale.
Questa oscillazione psicologica incide peraltro sul rapporto tra bellezza femminile e morale.
Da quanto si evince, la donna è descritta raramente e secondo una bellezza canonica, vicina al
modello classico. E in effetti tutta l’attenzione è posta sull’aspetto morale. Così, se in alcuni
casi è ancora possibile riconoscere una corrispondenza tra bellezza e moralità, in altri già si
avverte che tale corrispondenza è saltata, fino ad arrivare alle novelle in cui non c’è alcun
legame diretto tra le due caratteristiche, e i personaggi femminili si presentano moralmente
indefinibili.
Inoltre l’interferenza tra le due opposte spinte suddette (quella ordinatrice, e quella
disarmonizzante) è attestata dalla differente gestione che nelle diverse novelle si attua per ciò
che concerne la tematica amorosa.
Innanzitutto, l’intreccio amoroso rimane novellisticamente il più frequente: si tende a
dimostrare, da un lato, l’immoralità d’amore quale forza che spinge all’eccesso; e dall’altro, la
naturalità di esso, come fortificatore delle qualità migliori dell’essere umano. Accanto a queste
connotazioni prettamente morali, viene ad aggiungersi un aspetto di carattere polemico sociale,
gestito per mezzo della tematica dei matrimoni combinati e della monacazione coatta. Tale
polemica è attuata attraverso la corrispondenza tra amore e natura, per cui ne risulta che
l’amore, essendo conseguenza naturale del vivere umano, è in qualche modo opposto alle leggi
della società. Come si vede, dunque, alla base della criticità sociale c’è ancora una volta
l’opposizione Natura-Società.
Infine, la complessità inafferrabile della realtà e conseguentemente la distanza tra l’uomo e il
mondo sono riscontrabili anche a livello di rappresentazione del reale.
Si evidenzia infatti un bassissimo grado di mimesi e il poderoso inserimento di dinamiche
didattico-funzionali all’interno dei testi, volti al ristabilimento dell’ordine. L’aspetto a cui si dà
maggiore rilevanza è la funzionalità di cui la rappresentazione deve caricarsi, sia essa interna
(contestuale ed esplicativa), sia essa esterna (suggestiva e moralizzante)