Archivio Aperto di Ateneo
Not a member yet
    5899 research outputs found

    Il soggetto incerto : una indagine sulle donne del Maghreb tra Marocco e Italia

    No full text

    L'Europa oltre l'Europa : storia di un'idea meta-politica nel dibattito ideologico e intellettuale degli anni Trenta (1929-1939)

    No full text
    La ricerca è volta ad esaminare il dibattito concernente l’Idea d’Europa nel corso degli anni Trenta (1929-1939). In tal senso essa è finalizzata a rispondere alle seguenti domande: Secondo quali caratteristiche, allora, venne “ideata” l’Europa all’interno dei differenti “campi” ideologici? Quale fu la relazione tra il dibattito interno ai differenti contesti ideologici e l’elaborazione di un’ idea d’Europa (o più)? Quale peso ebbe tale idea (o idee) nel rapporto e nel confronto intellettuale tra le differenti prospettive ideologiche? E’ possibile individuare, in merito, degli elementi comuni tra le “idee” proprie alle diverse ideologie ? E se sí quali? Per rispondere a tale domanda si sono esaminati tre campi ideologici : quello liberale, quello socialista e quello fascista, andando a studiare le elaborazioni prodotte allora da diversi intellettuali schieratisi all’interno di essi quali - per i liberali - Francesco Saverio Nitti e José Ortega y Gasset - per i socialisti - Luis Araquistáin e Thomas Mann e – per i fascisti – Ernesto Giménez Caballero e Carl Schmitt. Ne emerge un quadro variegato ma non privo di icastici punti in comune. Nel caso dei liberali il problema principale, un autentico dramma “intellettuale”, era quello di ripensare l’Europa a partire dall’abbandono di un sistema (quello del XIX secolo) che, sia pur razionalmente considerato come superato, era comunque emotivamente percepito come il più grande tentativo di dare vita ad una civiltà ispirata ai valori del liberalismo che la storia avesse mai visto. Non a caso, ancora negli anni Venti, i liberali erano stati tra i più attivi sostenitori di una riforma di quest’ultimo tramite una prospettiva paneuropea o/e “ginevrina”, ovvero connessa ad una tutela del fulcro del vecchio modello (lo Statonazione) mediante il rafforzamento, in senso confederale, della “Società delle Nazioni”. Tale prospettiva era destinata a tramontare negli anni Trenta che avrebbero visto, con la definitiva crisi di quest’ultima, la progressiva rinuncia al principio della sovranità nazionale e l’adesione ad una logica che portava alla coincidenza tra sovranità e nuova entità politica europea (Ortega) o ad un sistema post-sovrano in cui la logica stessa dei veti sovrani sarebbe venuta meno (Nitti). I socialisti a loro volta sostenevano che l’Europa dovesse essere completamente ripensata come una federazione continentale che, superando l’ordine dato dai singoli stati-nazione, desse vita ad una nuova forma di umanità completamente svincolata dal modello individualistico del XIX secolo. Rispetto a quest’ultimo la presa di distanza rispetto al pensiero dei liberali era netta : si trattava di dare vita ad una nuova civiltà europea che rinunziasse simultaneamente all’individualismo degli stati (la sovranità) e a quello atomistico degli uomini. Il nuovo modello di convivenza era, quindi, concepito sotto il segno di una nuova unità politica e “vitale” del vecchio continente, della “volontà popolare” e della “giustizia sociale”. A riguardo i due casi maggiormente approfonditi – quello di Araquistáin e quello di Mann – mostrano la pluralità delle declinazioni che tale indirizzo poteva assumere in quella temperie. Da un lato l’intellettuale spagnolo proponeva una federazione europea articolata su un modello di stato “assoluto” e “totalitario”, ispirato ad un principio di socializzazione integrale e pervasiva della vita del singolo, sulla base del quale si sarebbe istaurato un nuovo modello di convivenza comunitario mentre, dall’altro, lo scrittore tedesco pensava ad una federazione continentale, fondata su una “fusione interstatale” che, pur ispirata ai principi della giustizia sociale, preservasse gli spazi del singolo riarticolandoli con quelli sociali tramite una prospettiva fondata su un “uomo nuovo” generato dalla relazione mito/tipo. La soluzione dei fascisti - opposta a quella socialista e a quella dei liberali - era altrettanto orientata in senso “metapolitico” : bisognava istaurare un ordine completamente nuovo su tutto il vecchio continente, un sistema che facesse strame del modello borghese ottocentesco (e delle sue derivazioni socialistiche) e che si ispirasse ad un’alternativa radicale in ambito valoriale e ordinamentale. Molti degli intellettuali fascisti guardavano con favore alla nascita di un Impero europeo che si traducesse nell’egemonia di una nazione sull’intero spazio continentale (o su una sua significativa parte) e che sostentasse la creazione di una nuova civiltà europea ispirata ai principi del fascismo (gerarchia, omogeneità etnico/razziale, politicizzazione dell’esistenza, ecc.). Tale dato emerge anche dallo studio del pensiero di autori distanti per formazione e origine nazionale quali Ernesto Giménez Caballero e Carl Schmitt. Quest’ultimo permette di evidenziare l’importanza di tale punto consentendo, allo stesso tempo, di far emergere alcuni degli elementi di maggior eterogeneità, che contraddistinsero questa riflessione volta a fare del fascismo la sola prospettiva di palingenesi del vecchio continente. In merito era significativo anche il ricorso al “corporativismo” quale modello vincente attorno al quale strutturare le relazioni tra economia, lavoro e società; un sistema che veniva pensato come alternativo sia al capitalismo che al socialismo. Il “nuovo ordine europeo”, pensato a partire dal fascismo, avrebbe, quindi, coinciso con una nuova prospettiva valoriale, politica e economico/sociale, ovvero con una nuova civiltà tout court. In questo modo si sarebbe definitivamente compiuta la palingenesi del vecchio continente che avrebbe iniziato una nuova e rivitalizzata esistenza. Complessivamente, quindi, le ideologie si scontravano sullo stesso terreno in cui si incontravano : quello metapolitico. Tutte si proponevano, tramite l’affermazione di una nuova idea d’Europa da opporre a quelle proposte dalle ideologie rivali, di dare vita ad una nuova civiltà ed ad una nuova identità che avrebbe preso il posto di quella, ormai morente, affermatasi nel corso del XIX secolo. In questo modo esse provavano a rispondere radicalmente alla domanda quale Europa oltre l’Europa?. Una domanda che in tal senso, una volta accesosi il secondo conflitto mondiale, sarebbe rimasta inevasa

    Il processo di liberalizzazione del trasporto ferroviario : analisi teorica, riscontri empirici e criticità : il caso italiano nel contesto europeo

    No full text
    Nell’Aprile del 2012 la Nuovo Trasporto Viaggiatori S.p.A. fa ingresso nel mercato dell’Alta velocità ferroviaria italiana inaugurando (dopo la breve esperienza di Arenaways), la prima forma di concorrenza effettiva nel trasporto ferroviario passeggeri a nove anni dall’apertura del mercato. L’Italia risulta essere, così, il primo paese in Europa e al mondo in cui il mercato dell’Alta velocità viene aperto alla concorrenza. Si è così avviata una nuova fase per il trasporto ferroviario nazionale che rappresenta il culmine di quel processo di liberalizzazione formalmente sancito dal decreto legislativo 188/2003 e concretizzatosi inizialmente nel solo trasporto merci. Un processo preceduto e preparato da una serie di riforme che hanno poco a poco trasformato radicalmente la natura formale e sostanziale delle Ferrovie dello Stato: da azienda pubblica garante di un servizio per la collettività ad azienda commerciale di diritto privato, (ma di proprietà pubblica), orientata alla massimizzazione del profitto (seppur soggetta ad obblighi di servizio pubblico). Una trasformazione radicale, i cui risvolti ed esiti sono ancora di difficile valutazione e la cui origine si situa nell’alveo del vasto processo di liberalizzazione dei servizi infrastrutturali di pubblica utilità promosso a livello comunitario. Le Ferrovie dello Stato italiane nascono come azienda autonoma pubblica nel 1905 a seguito della nazionalizzazione avvenuta dopo una lunga fase di gestione privata e frammentazione territoriale a partire dall’unità nazionale. Lo statuto di azienda autonoma pubblica perdura fino al 1985, anno in cui avviene la prima di una lunga serie di riforme strutturali che culmineranno con la trasformazione delle ferrovie in S.p.A. nel 1992, con la separazione societaria del 2000 e infine con la completa liberalizzazione del 2003. Nel 1991 in sede comunitaria viene approvata la prima direttiva sul trasporto ferroviario in direzione di un graduale percorso di apertura dei mercati ferroviari. Da allora, in linea con il corso delle politiche industriali avviato già dalla fine degli anni ’80 nella generalità del sistema economico, un forte attivismo normativo in senso schiettamente liberista (ancorché ispirato alla gradualità) contraddistinguerà l’azione della Commissione europea, nel tentativo di arrivare alla creazione di un mercato ferroviario competitivo di dimensione continentale. Dopo una serie di tre direttive (primo, secondo e terzo pacchetto ferroviario), il 30 Gennaio del 2013 viene proposto e rimesso all’approvazione del Consiglio e del Parlamento europeo il quarto pacchetto ferroviario, ultimo tassello del processo di liberalizzazione. Si giunge al completamente del processo con l’obbligo di apertura del mercato esteso anche al trasporto passeggeri nazionale e l’esplicita espressione di preferenza di un assetto di separazione proprietaria tra operatori della rete e dei servizi. Dopo anni di asimmetrici processi di apertura dei mercati ferroviari in ciascun paese, si approda così alla liberalizzazione definitiva da attuarsi, anche nel trasporto passeggeri, entro il 2019. L’Italia ha anticipato di molti anni la liberalizzazione integrale del settore, anche se, nel trasporto passeggeri, l’apertura effettiva è avvenuta soltanto nel 2010 ed è divenuta significativa con l’ingresso di NTV sull’Alta Velocità. Si tratta di un processo complesso, denso di criticità a vari livelli, non sempre adeguatamente percepite nel dibattito pubblico. Il fine del presente lavoro è analizzare il processo di trasformazione delle ferrovie italiane nel contesto europeo, sulla base di due assi argomentativi fondamentali. Il primo concerne le finalità auspicate dalle politiche pubbliche del trasporto negli ultimi due decenni per la cui realizzazione si è attribuito un ruolo primario alle politiche di liberalizzazione, associando implicitamente i mali e le carenze del sistema ferroviario europeo ed italiano all’assenza di concorrenza nel settore. Secondo tale interpretazione prevalente, il libero mercato genererebbe un allargamento dell’offerta, una diminuzione dei costi e un miglioramento della qualità del servizio, contribuendo a stimolare lo sviluppo e l’espansione del trasporto ferroviario colmando così quel divario negativo (crescente e poi stagnante dal dopoguerra ad oggi) tra la quota del trasporto passeggeri e merci su ferro e la quota di altre modalità di trasporto, in primo luogo quello su gomma. Un divario unanimemente giudicato come causa di pesanti costi ambientali, sociali ed economici. In questa sede si tenterà di evidenziare, in primo luogo, come il legame tra le deficienze strutturali di un sistema ferroviario e la struttura di mercato prevalente non sia affatto chiaro ed univoco. Si metterà pertanto in discussione, analizzandone i presupposti e cogliendone i punti di debolezza, l’idea egemone secondo la quale le politiche di liberalizzazione possono essere la leva fondamentale di una politica dei trasporti che si ponga degli obiettivi specifici di sviluppo del sistema ferroviario e di aumento della quota modale del trasporto su ferro (per l’adempimento di finalità ambientali e sociali considerate generalmente rilevanti). In secondo luogo si cercherà di capire, in generale e nel caso specifico italiano quali sono stati e quali possono essere, in prospettiva, gli effetti della liberalizzazione sul sistema ferroviario. In particolare sulla capacità del sistema di garantire un servizio efficiente e accessibile (e quindi di fornire una credibile alternativa al trasporto privato su gomma); sui costi complessivi (per la collettività) e sui prezzi (per l’utenza); sul rapporto tra servizi universali e servizi a mercato; sulla sicurezza; sui problemi di reciprocità all’interno del mercato europeo; sulla salvaguardia e il controllo di quello che può essere giudicato senza dubbio come un settore strategico sotto diversi punti di vista; e infine sulle condizioni di lavoro e sull’occupazione. La duplice argomentazione verrà svolta nel corso del lavoro sia ad un livello teorico che ad un livello empirico. L’analisi della liberalizzazione del trasporto ferroviario in Italia, si propone l’obiettivo di restituire un’immagine integrale dell’industria ferroviaria in antitesi a tutte quelle letture che partono dal doppio presupposto implicito (e a nostro avviso discutibile) dell’ineluttabilità di un’organizzazione disintegrata in senso orizzontale (servizi profittevoli e universali) e della necessità di un assetto competitivo per l’ottenimento di quei vantaggi (senz’altro auspicabili) di efficientamento interno dell’impresa ferroviaria. In particolare verrà più volte ribadita l’importanza di tenere conto di tutte le voci rilevanti del sistema: non solo la tariffa, ma anche il livello di contributi pubblici, la qualità e la dimensione del servizio universale, la capillarità del servizio sul territorio e il costo del lavoro. Il fine generale della ricerca è verificare la sussistenza o meno di un legame tra liberalizzazione, efficienza, efficacia e crescita quantitativa del servizio ferroviario e analizzare al tempo stesso gli effetti e le criticità dell’apertura del mercato in tale settore. Gli interrogativi che fungono da filo conduttore dell’intera ricerca sono pertanto i seguenti: “è possibile affermare che la liberalizzazione sia di per sé una forza trainante la crescita del trasporto ferroviario? Quali sono potenzialmente le leve tramite cui potrebbe aversi in virtù della concorrenza una crescita e un miglioramento della qualità del servizio? Quali possono essere complessivamente gli effetti dell’introduzione della concorrenza e di un margine di profitto in un sistema come quello ferroviario da sempre funzionante sulla base della logica della solidarietà di rete? Può davvero la liberalizzazione essere la soluzione alle carenze strutturali e ai deficit di efficienza ed efficacia sociale del trasporto ferroviario in Italia

    Il sogno di don Bosco alla fine del mondo

    No full text
    La tesi dal punto di vista cronologico copre la seconda parte del XIX secolo e le prime decadi del XX durante le quali i salesiani, dopo essere arrivati a Buenos Aires, si spingono ancora più a sud, giungendo nella Terra del Fuoco, e aprono due missioni rivolte agli indios fuegini, quella di Rio Grande in Argentina (1892- 1916) e quella di Dawson in Cile (1888-1912). Dopo aver chiarito e ripercorso gli aspetti storici e/o economici di questa lenta ma inarrestabile discesa a sud (che va di pari passo con l’espandersi della navigazione delle navi a vapore lungo lo stretto di Magellano, i canali fuegini e lo sviluppo della motorizzazione), viene analizzata la presenza salesiana in Patagonia e Terra del Fuoco come “l’ultima conquista americana” attraverso l’abbondante, dispersa ed eterogenea produzione letteraria venuta alla luce dalle biblioteche e dagli archivi. Le missioni salesiane insieme alle estancias e alle carceri partecipano allo spostamento della frontiera interna verso sud e rappresentano nella realtà lo sviluppo del tema della sovranità nazionale. I salesiani si muovono all’interno di quell’atmosfera che nella letteratura del XX secolo viene definita come “immaginario patagonico”. Si chiarisce su quali “testi fondatori” è stata costruita questa chiave di lettura, richiamando gli studi di Silvia Casini, la quale riconosce nel The Voyage of the Beagle del 1839 di Charles Darwin, l’arci-testo fondatore, insieme agli scritti successivi di George Musters, Robert Fitz Roy, Auguste Guinnard, fino a Lucas Bridges. Questi testi sono alla base della narrativa scritta da scrittori nati nella Terra del Fuoco o con la quale essi hanno avuto un rapporto diretto, i quali contribuiscono a forgiare una “idendità magellanica”, con caratteristiche ancora più marcate di quelle relative alla Patagonia, con la quale ha comunque una filiazione diretta. Il riferimento è ai romanzi di Osvaldo Wegmann Hansen, La última canoa e di Mariana Cox-Stuven, La vida íntima de Marie Goetz, ai racconti di Enrique Campos Menéndez, Los Pioneros e a Francisco Coloane, El guanaco blanco ed a molti altri ancora. Dove fra le altre figure tipiche di questa frontiera estrema è possibile trovare i missionari salesiani che combattono battaglie gigantesche contro la natura e contro il demonio

    Concurrency in interaction nets and graph rewriting

    No full text

    Narrazione autobiografica, politica e formazione

    No full text
    Nell’ambito della narrazione, lo specifico della narrazione di sé, dell’autobiografia, risulta una prassi che accompagna la storia dell’uomo occidentale sin dal tempo in cui i Greci coniarono la nota espressione epimelestai eautou (occupati di te stesso). La pratica autobiografica è divenuta uno dei topoi della ricerca contemporanea in ambito letterario, psicologico, sociologico e, non ultimo, pedagogico per una ragione in particolare: il ritorno al centro nella cultura post-moderna del soggetto, un soggetto che vive a pieno la propria crisi. Nel cuore di questo processo si inserisce la narrazione autobiografica, intesa come assunzione di responsabilità e “cura di sé”, come interrogazione sulla propria identità di soggetto. L’autobiografia si presenta come uno strumento che permette di rimandare agli autori - e ai lettori - un senso di empowerment e di restituire loro il valore dell’unicità della propria esistenza. Come spiega anche Duccio Demetrio, antesignano di questi studi, la narrazione autobiografica è un valido strumento per la ricomposizione della propria identità, un viaggio formativo necessario per accettare se stessi, un passo decisivo per recuperare il proprio potere personale. A ragione quindi la narrazione di sé è considerata un vero e proprio processo di Bildung: è nel ripercorrersi e nel ripensarsi che risiede il tentativo auto-formativo di cercare un approdo di senso e di prendersi carico di sé. Il lavoro sarà suddiviso in tre sezioni rispettivamente riguardanti la narrazione autobiografica, la politica e la formazione, così da seguire e chiarire i tre “approdi” a cui tende il titolo della ricerca. Nel primo capitolo si cercherà di assumere e sintetizzare alcune delle diadi che il comune denominatore della narrazione autobiografica stabilisce con altri termini ed elementi della riflessione non solo pedagogica ma delle scienze dell’educazione, con cui inesorabilmente entra in relazione, in un virtuoso “circolo ermeneutico”: pedagogia, storia di genere, politica, psicologia. Il secondo capitolo, che rappresenta il nucleo del discorso, tratterà e cercherà di sciogliere i nodi della nostra riflessione pedagogica che, partendo dalle parole di Antonio Gramsci, intende l’autobiografia «concepita politicamente». La narrazione autobiografica assume così la doppia valenza di formazione individuale e collettiva, sociale, storico-culturale, prospettiva, quest’ultima troppo spesso dimenticata e a cui forse non si è ancora dedicata la giusta attenzione. Il lavoro, che non ha alcuna pretesa di esaustività, vuole piuttosto fungere da stimolo, da imput a che si torni ad interrogarsi sulla formazione non più solo del singolo ma della società attraverso la lente d’ingrandimento della pratica e della riflessione autobiografica. Non a caso si è voluto prendere in esame il concetto di memoria nello specifico della memoria autobiografica, in continuità con il primo capitolo, e memoria collettiva, anche quest’ultima funzionante secondo meccanismi di tipo politico. Il terzo capitolo, relativo alla riflessione sul termine “formazione”, principia dall’intenzione di mettere in rapporto l’azione narrativa e quella formativa con un accento particolare al concetto, all’idea legata alla “formatività” umana, come percorso che continuamente si da e si fa tra l’azione, appunto, e l’evento, il caso, l’occasione che in genere produce, anche inconsapevolmente, il blackout narrativo. La visione pedagogica definita della resistenza o del dissenso, termini richiamati a più riprese, che accompagna l’intero lavoro, parte dall’assunto che resistere e dissentire sono posizioni che si riferiscono a quell’ampia e articolata visione ideologica del mondo, sorta tra Ottocento e Novecento, che ha perseguito, e persegue, la finalità di progettare un “uomo nuovo” e una realtà politica e sociale profondamente altra rispetto a quella omologante attuale, che unisce dialetticamente il singolo e la collettività. Pedagogia, come scienza del dissenso, in quanto sguardo critico sulla società, perennemente rivolto in avanti, sul domani, sul possibile, sull’utopia. L’esempio dell’autobiografia di Aldo Capitini, filosofo e pedagogista del dissenso perugino, riportata integralmente, palesa il suo sforzo di ricerca del cambiamento, di miglioramento, nella convinzione che quanto personalmente vissuto fosse necessario scriverlo, renderlo fruibile, condiviso da più persone. Ecco che la dimensione personale, di resistenza e di dissenso nel suo caso, diviene pensiero comune, movimento, partecipazione, una “scossa” per la collettività. Le riviste, gli archivi, le biblioteche, concepiti come luoghi e strumenti di conservazione e diffusione della memoria, rivestono una delicatissima finalità pedagogica di formazione del soggetto, in una parola aiutano a stimolare e ad alimentare quel processo che, a partire dalla riflessione di Paulo Freire, possiamo definire di “coscientizzazione” dell’uomo. L’obiettivo dell’intero percorso di ricerca è stato quello di sottolineare il rapporto diretto, indissolubile e inesauribile che intercorre tra formazione dell’uomo e formazione della società attraverso uno sguardo eminentemente pedagogico nella convinzione che questo non dovesse tralasciare il portato della politica - intesa non come esercizio del potere ma come progettualità democratica, di formazione e trasformazione dei soggetti e della società - e delle altre scienze dell’educazione, preso da un’angolatura particolare quella della narrazione autobiografica. Il “congegno” autobiografico collegato alla storicità si caratterizza quindi per una intrinseca politicità, per una progettualità pensata in funzione dell’emancipazione del soggetto intesa come «scelta di valore», come vettore guida della trasformazione della società e della formazione del soggetto

    Le omelie sui salmi 45 e 59 di Basilio di Cesarea : introduzione, edizione critica, traduzione, commento storico-esegetico

    No full text
    La presente tesi dottorale, pur rappresentando un lavoro personale e indipendente, viene tuttavia a inserirsi in un progetto più ampio di collaborazione tra docenti e università diverse, che prevede, come obiettivo ultimo, la pubblicazione della prima edizione critica delle Homiliae in Psalmos di Basilio di Cesarea per i tipi di Sources Chrétiennes. Il nostro lavoro, in particolare, ha avuto come scopo precipuo la realizzazione dell’edizione critica delle Homiliae in Psalmos 45 e 59, condotta sulla base di circa 30 manoscritti selezionati nel 2001 dal professor P. J. Fedwick, eminente esperto della tradizione basiliana, e fondata su criteri di antichità, rappresentanza di diverse aree geografiche, e affidabilità in relazione alla constitutio textus. La collazione e l’analisi delle varianti ha permesso di confermare l’intuizione di Edouard Rouillard relativa all’esistenza di due branche principali della tradizione manoscritta, formatesi a pochi anni dalla morte di Basilio (379) e verosimilmente già note a Rufino quando si apprestava a tradurre, nei primi anni del V secolo, alcune delle omelie del Cappadoce, tra cui quella sul Salmo 59 compresa nel nostro lavoro. La tesi è aperta da un’introduzione generale, nella quale si presenta per cenni generali l’opera omiletica di Basilio, i caratteri specifici della sua esegesi anche in rapporto alla tradizione a lui precedente, con particolare riferimento a Origene, i motivi della selezione operata da Basilio per i Salmi da lui commentati. Segue un primo capitolo in cui si ripercorre la storia delle edizioni moderne delle Homiliae in Psalmos, a partire dall’editio princeps del 1532 voluta da Erasmo, e si riassumono i risultati degli studi sulla tradizione manoscritta del testo, condotti nel secolo XX; un secondo capitolo in cui si analizza la tradizione manoscritta posta alla base della nostra edizione e si traggono le conclusioni sui criteri della constitutio textus; il lavoro prosegue poi con le vere e proprie edizioni critiche, corredate di note filologiche al testo e della traduzione; per la sola Omelia sul Salmo 45 abbiamo predisposto un commento di carattere storico‑esegetico. Le conclusioni riassumono ed evidenziano gli elementi di novità che riteniamo di aver raggiunto rispetto agli studi a noi precedenti

    Crimine, detenzione, educazione : studio sui detenuti della casa di reclusione di Spoleto

    No full text
    L’esigenza dell’educazione dei detenuti nasce assieme all’idea stessa del carcere nelle società moderne. Già Cesare Beccaria, che per primo ha formulato i principi su cui si basano i sistemi di giustizia penale di molti Paesi moderni, collocandoli all’interno di un’articolata visione della società, identificava proprio nella rieducazione del reo il fine ultimo della sanzione penale. Egli concludeva il suo saggio De’ delitti e delle pene indicando l’educazione come il migliore strumento per combattere il crimine e scrivendo che “finalmente il più sicuro ma difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione” (Beccaria, 1764). Nel corso di oltre duecento anni tra le formulazioni illuminate di Beccaria e i più recenti sistemi di giustizia, l’idea dell’educazione in carcere si è radicata sia nelle riflessioni teoriche sia nei propositi della politica educativa. Negli ultimi decenni, in particolare, si è assistito a una crescente consapevolezza dell’irrinunciabilità di questo processo e, al giorno d’oggi, tutti i Paesi occidentali condividono il principio che il carcere, più che essere uno strumento di difesa sociale, trovi il suo fondamento e la sua ragione di essere nella rieducazione e ri-socializzazione del detenuto. Tutte le teorie penologiche giustificano l’esistenza della prigione con questo fine, così come tutte le legislazioni nazionali fondano su questo principio la funzione dell’istituzione penitenziaria. Lo studio presentato in questo documento si propone, attraverso l’approfondimento della letteratura di settore e la presentazione di una ricerca condotta in un carcere italiano, di dare una risposta a questi interrogativi e, attraverso la descrizione dei profili educativi dei detenuti, avviare una riflessione sul rapporto tra educazione e carcere. Nella prima parte, chiamata Il contesto, si introduce la realtà del mondo carcerario. L’obiettivo è quello di fornire un quadro articolato sulle caratteristiche della popolazione carceraria, in Italia e nel mondo, sulla normativa vigente in materia di educazione in carcere e sulla storia dell’istituzione carceraria. Questo quadro è necessario a sviluppare una visione d’insieme che è un punto di partenza imprescindibile per una riflessone educativa documentata. La seconda parte della tesi, chiamata La ricerca, presenta uno studio condotto al carcere di Spoleto. Si tratta di uno studio sulle scelte educative, le abitudini culturali e le competenze alfabetiche dei detenuti della struttura condotto su un campione statistico di 100 unità. Infine, nelle Conclusioni, è riportata una sintesi dei dati ottenuti attraverso la rilevazione e, alla luce degli obiettivi della ricerca e della riflessione teorica presentata nei capitoli precedenti, si sviluppano alcune riflessioni sul rapporto tra educazione e carcere

    Spin dynamics of Superparamagnetic Iron Oxide Nanoparticles investigated by Solid State NMR

    No full text
    The long term aim of the research presented on this thesis is to bridge the gap in the knowledge of the mesoscopic magnetic phenomena between the smallest of the nanoparticles and the largest molecular iron clusters. Starting from this basic idea, the main objective of this work is the investigation of the spin dynamics of fine superparamagnetic (SPM) nanoparticle ensembles using monodispersed powder samples of organic-coated ferrite particles by resorting to Nuclear Magnetic Resonance. Probing of the local dynamics is made possible by the magnetic dipolar coupling between the superparamagnetic moment of the ferrite core and hydrogen nuclear spins (proton spins) in the organic material of the encapsulating shell. Thus, even though the chosen NMR probes do not sense each single Fe spin in the inorganic core on a true local level, the dynamic magnetic behavior of the nanoparticle as a whole can still be observed. The importance of the proposed investigation resides in its novelty, since a complete study of magnetic nanoparticles encompassing AC susceptibility, DC magnetometry, NMR solid-state spectroscopy, NMR relaxometry and Mössbauer spectroscopy has never been attempted. This multi-technique approach allows access to key parameters such as the saturation magnetization, the average magnetic anisotropy energy and its distribution, the characteristic time for the electronic magnetization relaxation, and to information about interparticle interactions. Additionally, NMR relaxometry has been exploited to obtain the frequency dependence of the longitudinal and transverse relaxivities, and an estimation of the diffusional correlation time, three quantities which are tightly related to the MRI efficiencies of the investigated materials. The interplay of these and other parameters have been evaluated and correlated with structural parameters, such as the magnetic ion species, the particle size and the particle topology. The work carried out in Pavia represents the very first attempt at studying the spin dynamics of magnetic nanocrystals as a function of temperature with NMR: an important goal was showing that an original NMR approach to the study of the dynamic properties of fine superparamagnetic particle is possible and that the NMR approach deserves the same consideration as other experimental techniques usually selected for this kind of investigation, e.g. Mössbauer spectroscopy, Ferromagnetic spectroscopy, and AC/DC magnetometry. The fundamental physics involved in the phenomenology of magnetic nanoparticles is of great interest for the application of iron-oxide based nanoparticles as functionalizable MRI negative contrast agents. Indeed, the magnetic properties and the spin dynamics have to be investigated in order to reach a better understanding of the underlying physical mechanisms that cause the decrease in the relaxation time of water proton spins. In particular, the role of the magnetic anisotropy in determining the contrasting efficiency as a function of the static magnetic field needs to be defined. In order to study these aspect, relaxivity curves on a wide variety of samples were analyzed: the longitudinal relaxivity has been measured to validate a descriptive physical model upon which formulate practical considerations about the selection of a certain material and particle size to be used for synthesizing a superparamagnetic nanoparticle-based contrast agent; complementary transverse relaxivity measurements have been carried out to actually quantify the nanoparticle systems as negative contrast agents. Relying on the good results obtained in the fundamental research, and considering how the topology and the magnetic properties come together to confer good contrasting efficiency to a magnetic nanoparticle system, a candidate material has been envisioned, created and ultimately selected for preliminary in vivo tests in mice

    Garweeye inaad ka gubataayoo

    No full text
    "Garweeye inaad ka gubataayoo" waa heello. Francesco Giannattasio ayaa 15/01/85 ka duubay Cabdullaahi Qarshe heelladan isagoo adeegsana kaban iyo cod, waxaana la socday codkii Guduudo Carwo iyo muusikadii 3 fannaaniin oo adeegnayeen 3 qalab muusikeed. Duubistaas waxaa waxaa kacan ku siiyay Awees Maxamed Waasuge, oo markaas ka ahaa soosaare Golaha Murtida iyo madaddaallada._-_"Garweeye inaad ka gubataayoo" (E' giusto che tu ti ribelli), heello. Registrazione effettuata da Francesco Giannattasio il 15 gennaio 1985 a Mogadiscio presso l'abitazione di Cabdillaahi Maxamuud "Qarshi". Repertori del belwo e dell'heello (nuova musica somala) eseguiti da Cabdillaahi Maxamuud "Qarshi", kaban (liuto) e voce; Guduudo Carwo, voce femminile; percussioni (bongos; tamburello daf); violino; flauto, suonati da tre musicisti del TNS. Partecipa alla registrazione Aweys Maxamed Waasuge, allora regista del Teatro Nazionale Somalo e, dal 1984 al 1989, collaboratore di Giannattasio alla ricerca sulla musica somala._-_"Garweeye inaad ka gubataayoo" (It is right that you rise up), heello. Recorded by Francesco Giannattasio on January 15th, 1985 in Mogadishu at Cabdillaahi Maxamuud's "Qarshi" place. Repertoires of belwo and heello (new Somali music) performed by Cabdillaahi Maxamuud "Qarshi" at kaban (lute) and vocals; Guduudo Carwo, female voice; percussions (bongo drums, tambourine); violin, flute, played by three musicians of SNT. In the presence of Aweys Maxamed Waasuge, director of the Somali National Theatre and Giannattasio's collaborator in his research on Somali music from 1984 to 1989

    75

    full texts

    5,899

    metadata records
    Updated in last 30 days.
    Archivio Aperto di Ateneo
    Access Repository Dashboard
    Do you manage Open Research Online? Become a CORE Member to access insider analytics, issue reports and manage access to outputs from your repository in the CORE Repository Dashboard! 👇