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Motivational Factors and Performance of Women Entrepreneurs in Somalia
The objectives of this study is to examines the motivational factors of women entrepreneurs in Banadir region and their impact, and to analyze the performance of women entrepreneurs.Hadafka daraasaadkani wuxuu yahay in uu baaro sababaha keenay in haweenka Banadir ay ku xoogaystaan hawsha ganacsiga waaween iyo saamayntooda, wuxuuna baarayaa waxqabadka iyo kartida haweenkaas.Gli obiettivi di questo studio sono esaminare i fattori motivazionali e relativo impatto per le donne imprenditrici del Benadir (Somalia), e analizzare la prestazione delle stesse imprenditrici
Contributo alla teoria della validità del provvedimento amministrativo
La tesi affronta alcune delle questioni fondamentali in tema di validità del provvedimento
amministrativo.
Il primo capitolo è dedicato all’introduzione della categoria della validità sul piano della
teoria generale. Posta la distinzione tra norme primarie e secondarie, si affronta la questione della
giustificazione della trasmissione normativa della validità per poi accennare all’ulteriore
distinzione tra validità formale e validità sostanziale. In seguito, si delinea l’ambito di operatività
della categoria alla luce della classificazione dei fatti giuridici secondo lo schema eventicomportamenti.
Il secondo capitolo si apre con l’esame della questione pregiudiziale (posta dalla dottrina
recente) circa l’ammissibilità e l’opportunità di una teoria della validità del provvedimento
amministrativo; questione che viene risolta positivamente alla luce di considerazioni teoriche e
pratiche. Il lavoro prosegue con l’analisi delle norme che disciplinano l’attività amministrativa
autoritativa (il c.d. paradigma normativo della validità). Viene in primo luogo posta la distinzione
tra vizi sostanziali e vizi formali, criticando la tesi secondo cui il provvedimento irregolare
andrebbe considerato valido. Irregolare è considerato l’atto invalido nei cui confronti
l’ordinamento non appresta alcun rimedio privativo dell’efficacia. Successivamente, si fa oggetto
di critica la diffusa tesi – gravida di conseguenze, sia sul piano dell’assetto della giurisdizione
amministrativa, sia sul piano della qualificazione dei poteri di riesame dell’amministrazione –
secondo cui il paradigma di validità del provvedimento sarebbe composto tanto da norme di
legittimità (giuridiche) quanto da norme di opportunità (non giuridiche), sostenendo che la
validità costituisce sempre la relazione tra due entità giuridicamente qualificate. Si esamina poi la
distinzione tra principi e regole sul piano della teoria generale, per verificare in seguito il modo di
operare degli uni e delle altre all’interno del paradigma di validità del provvedimento
amministrativo. Con riferimento al vincolo di validità discendente dai principi si sostiene in
particolare che esso opera tramite la mediazione della clausola generale della ragionevolezza, che
consente la composizione sul piano concreto delle diverse eccedenze assio-deontologiche in
campo. Il capitolo prosegue con l’approfondimento del tema dell’autovincolo amministrativo.
Dal punto di vista della teoria della validità, il fenomeno in questione pone il problema dell’
esistenza di condizioni di validità del provvedimento poste da atti precettivi che non occupano
una posizione ad esso sovraordinata nel sistema delle fonti. Si cerca di dimostrare nel testo che
questa non è condizione necessaria affinché la regola sulla produzione condizioni la validità della
prescrizione regolata. Il capitolo si conclude con la critica della tesi secondo cui il
provvedimento vincolato non costituisce esercizio del potere amministrativo. Si sostiene in
particolare che la differenza con il provvedimento discrezionale è da apprezzare integralmente sul
piano della validità, e non dell’efficacia, vincolato essendo il potere il cui esercizio può dar luogo
ad una sola soluzione valida.
Il terzo capitolo ripercorre il dibattito dottrinale relativo ai nessi che intercorrono tra la
validità del provvedimento, da una parte, e l’interesse pubblico e le situazioni giuridiche
soggettive, dall’altra. Viene in particolare affrontata la questione se l’invalidità del
provvedimento sia da apprezzare essenzialmente, come ritiene la dottrina tradizionale, in termini
di dis-funzionalità, ovvero in termini di lesione delle situazioni giuridiche del cittadino. Dopo
aver affermato l’impossibilità di espungere integralmente la dimensione della funzione (e quindi
dell’interesse pubblico) dalla teoria del provvedimento amministrativo, si esamina la consistenza
delle situazioni giuridiche soggettive che derivano dalla disciplina normativa del potere,
tracciando sotto quest’angolo visuale la distinzione tra interesse legittimo e diritto soggettivo.
Nel quarto capitolo è avviata la trattazione dei rapporti tra l’invalidità e l’efficacia del
provvedimento. Oggetto di esame critico sono in particolare le giustificazioni teoriche offerte nel
tempo dalla dottrina con riferimento alla capacità del provvedimento di produrre effetti malgrado
l’imperatività. Si rileva infine come questo fenomeno trovi una agevole spiegazione in precise
scelte di diritto positivo, ossia nella conformazione del sistema italiano di giustizia
amministrativa. Il capitolo prosegue con l’esame dell’ambito di operatività del rimedio
dell’annullabilità alla luce della tripartizione dei vizi di legittimità. Si sostiene in particolare
l’impossibilità di tracciare una distinzione rigorosa tra di essi, rilevando come, in ultima analisi,
ciò che differenzia la violazione di legge (e l’incompetenza) dall’eccesso di potere è la struttura
del sindacato operato dal giudice per l’accertamento dell’invalidità. Si affronta poi la tematica
dell’ “annullamento non pronunciabile” ex art 21 octies l. 241/1990, analizzando i principali
profili applicativi della norma e sostenendone la natura sostanziale.
Il quinto capitolo è dedicato alla controversa figura del provvedimento inefficace in quanto
invalido. Si osserva come, malgrado la recente previsione della nullità (art. 21 septies l. 241/1990,
introdotto dalla l. 15/2005), sia tuttora attuale l’ impostazione tradizionale della giurisprudenza e
della dottrina amministrativistica, secondo cui la patologia del provvedimento si risolve
nell’alternativa tra invalidità-annullabilità ed inesistenza-inefficacia. La nullità è in seguito
concepita come rimedio all’invalidità del provvedimento; rimedio finalizzato, in alcune delle
ipotesi previste dall’art. 21 septies l. 241/1990, a dissipare l’incertezza (anche solo potenziale)
circa l’idoneità dello stesso a produrre effetti ed, in altre ipotesi, a rimuovere gli effetti prodotti
dal provvedimento invalido (annullabilità “rinforzata”). La pluralità di funzioni del rimedio è
infine tenuta in considerazione allo scopo di tentare una composizione della frammentata e
disorganica disciplina in materia di nullità
Stochastic Bass diffusion : model properties, exact simulation and statistical inference
The need for modeling diffusion of innovation among individuals of a social system has motivated relevant research both from theoretical and applied perspective since the 1960s. Modeling diffusion of new products, services, or social behaviors can be useful in marketing strategies in the private sector, as well as in decision making processes by public authorities in social or health fields.
Among pioneering works, a preeminent role is played by the aggregate model proposed by Bass (1969).
According to this deterministic model, the diffusion dynamics is represented by an ordinary differential equation (ODE) of logistic-type, where, at a given time, the instantaneous rate of individuals adopting the innovation (adopters) is a quadratic function of the number of individuals who at that time have already adopted it.
The logistic dynamics is suitable for the modeling of diffusion phenomena since it captures the two elements most influencing the adopter behavior: 1) the individual propensity to adopt (self-adoption) due to external factors (e.g., advertisement), 2) influence exerted by “already adopter” via imitation or “word by mouth”. In some applications it is also useful to include a further term to take into account the possibility of receding from adopting the innovation (disadoption).
In this thesis, a stochastic extension of the classical Bass model is studied. The extension is a diffusion process defined as a solution of a stochastic differential equation (SDE) obtained by the classical equation by adding a suitable diffusion term. The diffusion coefficient used to introduce randomness in the model is defined so that the resulting stochastic process satisfies some “natural” properties which allow to interpret it as diffusion of an innovation. In particular, the trajectories of the process are a.s. non-negative and bounded by the constant K representing the number of potential adopters (regularity with respect to the interval [0,K]). In this thesis the result on regularity is extended to include the case where the number of potential adopters is a deterministic (non-increasing) function of time. This extension can be useful in situations where effects of the population dynamics are to be included into the model.
Part of the thesis is devoted to the study of the process invariant distribution and to the analysis of the ergodicity properties for different values of the model parameters. More over, explicit expressions for the stationary distributions have been derived. The theoretical part of the thesis also includes the analysis of stochastic stability of singular stationary solutions based on use of appropriate Lyapunov functions.
The last part of the thesis is devoted to numerical applications. Problems concerning simulation and inference for the stochastic Bass model are considered. To this regard, major difficulties arise from the fact that the analytic expression of process transition density is not available and cannot be directly used for simulation of process sample paths and in inferential approaches based on likelihood. In particular, in case of Bass model without self-innovation, it is illustrated how to draw realizations from the “true” law of the process using an exact simulation method recently introduced by Beskos et al. (2006), based on retrospective sampling. A version of this method allows to obtain realizations also from the law of the process conditioned on taking given values at the extremal points of a time interval (diffusion bridge). This is of particular interest because simulation of conditioned diffusions is often needed in some inferential approaches for incomplete data (EM algorithm, data augmentation) and it is not easy to obtain with traditional methods like the Eulerian scheme.
Exact simulation method is based on the Girsanov Theorem and involves change of measure in infinite dimensional spaces. In the same framework, approximations of the transition density via Monte Carlo averages of certain Brownian functionals are derived. An approximate likelihood function and approximate maximum likelihood (aml) estimators of the model parameters can be obtained on the basis of the approximate transition density.
In this thesis, aml estimators are evaluated through a Monte Carlo study where they are compared with classical estimators based on Gaussian approximation. It results that, especially for low sampling frequency, the aml estimators perform better than the competing Gaussian estimators
Relationship between curved thrust belts, rift inversion, oblique convergence and strike-slip faulting : an example of eastern cordillera in Colombia
The northern Andes mountain belt in Colombia is a complex tectonic region close to the triple junction of the continental plate of South America with the Caribbean and the Nazca oceanic plates. In this complex region, the South Caribbean tectonic evolution reflects the interaction between the Caribbean plate and the Northwestern border of South America since Late Cretaceous times (Cortes et al, 2005). The Mesozoic tectonic evolution of the NW Andes has been related to the accretion of several tectonostratigraphic terranes of both oceanic and continental origin (Barrero, D; 1979, Etayo, F; 1983, Toussaint, F y Restrepo, J; 1989). The Eastern Cordillera (EC) is a Mesozoic rift inverted since Miocene; as well as the EC is a regional curved thrust belt with regional change in the strike of local structures (faults and folds). By considering the regional strike of EC, this thrust belt can be defined by three domains. (1) In the southern zone the NS strike domain, (2) the central zone the NE strike domain and (3) to the north the NW strike domain. Those changes in strike could be related to rotations of blocks in the younger phases of shortening or to accommodation of the deformation in the shortening phases, controlled by faults in the Jurassic and early Cretaceous basement, likely related to the rift phase. At least two hypotheses can explain the curved shape of the EC: (1) orocline hypothesis or (2) nonrotational chain with rift structures controlling the subsurface to surface geometry.
In order to gain insights in some of these problems, a detail structural, paleomagnetism, anisotropy of magnetic susceptibility (AMS) and analog modeling study will be carried out. Paleomagnetism and AMS technics were focus on the EC, Bucaramanga Fan, Santa Marta Massif. Analog modeling technic was used to explore the tectonic inversion into the brittle and ductile regimens under oblique convergence.
The paleomagnetism is the main technique allowing a quantification of rotation and translation of blocks. Ferromagnetic minerals record the ancient direction of the earth’s magnetic field. The anisotropy of magnetic susceptibility (AMS) is considered an important proxy for the strain characterizing a rock. Sediments have a magnetic foliation sub-parallel to bedding. Deformation phases modify primary fabrics developing magnetic lineation, and this lineation can be related with strain ellipsoids and major tectonic structures. AMS is
very sensitive to the pristine tectonic phases occurring early after diagenesis. Therefore the AMS study of sediments of different age may provide the evidence for different tectonic episodes developing synchronous with the geologic history of an orogen. A model - either analog or numerical - is a simplified scaled representation of nature, though on a more convenient geometric and temporal scale (smaller and faster). The purpose of models is not simply to reproduce natural observation, but primary to test by controlled experiments hypotheses as to the driving mechanisms of tectonic processes. The main advantage of analogue modeling lies in the fact that a correctly constructed model passes through an evolution, which is the physical response of the system to the applied experimental conditions. These advantages of laboratory models make this methodology a valid tool for the advancement of our understanding of structural and geodynamic processes.
This work was focus in four topics: the spatial evolution of the EC, the Bucaramanga Fault, Santa Marta Fault and rift inversion. Each topic is presented in the next chapters. Chapter 2 shows the paleomagnetic and AMS results of Cretaceous to Cenozoic units of the EC and Cucuta zone. 23 sites reveal no rotation of the EC range with respect to stable South America. Magnetic lineations from AMS analysis do not trend parallel to the chain, but are oblique to the main orogenic trend. By also considering GPS evidence of a ~1 cm/yr ENE displacement of central-western Colombia accommodated by the EC, we suggest that the Miocene-recent deformation event of this belt arises from ENE oblique convergence reactivating a NNE rift zone. Oblique shortening was likely partitioned in pure dip-slip shear characterizing thick-skinned frontal thrust sheets. Finally, the 35°±9° clockwise rotation observed in four post-Miocene magnetically overprinted sites from the Cucuta zone reflects late Cenozoic and ongoing right-lateral strike-slip displacement occurring along buried faults parallel to the Boconó fault system.
Chapter 3 shows a paleomagnetic investigation of a continental alluvial, Bucaramanga fan juxtaposed to the Bucaramanga Fault, and horizontally displaced by 2.5 km with respect to its feeding river. Nine reliable paleomagnetic directions define a succession of six different magnetic polarity zones that, lacking additional age constraints, can be correlated with several tracks of the Plio-Pleistocene magnetic polarity time scale. The Bucaramanga Fan can be reasonably dated at 0.8 Ma (Brunhes-Matuyama chron transition), translating into a maximum 3 mm/yr slip rate for the Bucaramanga Fault. Older age models would obviously yield smaller slip rates. Paleomagnetic sites, located at 4-10 km from the fault, do not show significant rotations, implying weak fault coupling and/or ductile upper crust behavior adjacent to the Bucaramanga Fault.
Chapter 4 shows structural and AMS results of Cretaceous metamorphic and Paleogene intrusive rocks. Foliations, lineations, faults and AMS reveal ductile and brittle regimens. Foliations and lineations in Metamorphic and granitic rocks shows ductile deformation related to NE extension during the Paleogene. Brittle deformation is related to regional wrench faults as the Santa Marta and Oca faults. AMS and faults kinematic solutions show a NW-SE (aprox) compression vector. Finally, chapter 5 shows the results for experiment in sand box for brittle and ductile-brittle regimens. Rift inversion mechanism was evaluated in 3D for brittle and ductile regimen in oblique convergence for 0º, 15º, 30º and 45º. The brittle experiments show a rift inversion located in the principal normal fault plane. During the 45º experiment, rift inversion reveals strike-slip component.
On the other hand the ductile-brittle experiments reveal a positive flower for all experiments, as well as, in 30º and 45º convergence develop a strike-slip component. Overall the results of the four chapters highlight the importance of the basin geometry, structures related and dextral strike-slip component to explain the non-rotational curved thrust belt. Deformation related to the strike-slip Bucaramanga Fault occurs with low slip rate during the last 0.8 ma. The Cretaceous metamorphic rocks in the Santa Marta Massif, records NE-SW extensional structures related to Paleogene intrusions. The strike-slip Santa Marta Fault deforms the intrusive rocks in brittle regimens with a normal component. Finally ductile layers in normal to oblique convergence develop a positive flower during rift inversion
The origin of mesetas in the Iberian Chain (Spain)
Topography results from the interaction of tectonics that moves rock masses and
surface processes that shape and lower them. In this study we investigated the recent
evolution of the Iberian Chain landscape, an intraplate orogen located in the centraleastern
Spain. It originated during the alpine orogeny in Upper Cretaceous-Middle
Miocene. In the whole Iberia, the Iberian Chain represents a unique case of domeshaped
topography. Its central sector is dominated by an extensive planation surface
which lies at an altitude of 1300 m. This surface records a period of tectonic quiescence
(Upper Neogene?) during which most of previous compressive structures were almost
completely eroded creating a wide peneplain. In Late Pliocene (?)-Quaternary, this
denudation episode was interrupted by the onset of an uplift that controlled the
organization of the present fluvial network. The origin and evolution of the highstanding
plateau in a relatively tectonically stable region is still a controversial issue.
To quantitatively characterize the influence of surface and tectonic processes, we
studied the morphometry of the Iberian Chain. In detail, we analyzed the topography
(map of local relief, swath profiles) and the hydrography (basin hypsometric curve and
integral, basin asymmetry factor, river longitudinal profiles and relative geomorphic
indices) of the Iberian Chain using the SRTM DEM as a main data source. Our results
have been coupled with the incision rates of the High Tagus R. and Martin R. areas,
calculated using fill terraces dated by the Uranium-series (230Th/U) method carried out
on calcareous tufa deposits.
Our morphometric results indicate that rock-type erodibility is the main factors ruling
landscape (topography and drainage pattern) evolution of the study area as well as tectonic uplift. Its dominance is confirmed by the values of incision rate that are very
similar throughout the central sector of the range. Nevertheless, the accentuated low
values of local relief and intrinsic concavity of the stream longitudinal profiles as well
as hypsometric convex curves and relatively high integrals indicate the Iberian Chain
landscape is in a transient state in response to a recent uplift. Indeed, the fluvial
processes that so weakly incised this landscape are still far from counterbalancing the
tectonics input. These results depict the Iberian Chain as a well distinct topographic unit
with respect to the rest of Iberia.
To simulate the evolution of a landscape characterized by the same tectonic and
erosion inputs of the Iberian Chain area, we performed 3-D numerical experiments. We
tested the models combining process laws (hillslope diffusion, fluvial incision,
sedimentation) and physical parameters calibrated on the field, radiometric, and
morphometric data. For our purposes, we used SIGNUM (Simple Integrated
Geomorphological Numerical Model), a Matlab TIN-based landscape evolution model
able to simulate tectonic uplift, hillslope diffusion and river incision.
A validation of the parameters obtained from 3-D numerical simulations was
performed by the inversion of synthetic 2-D longitudinal profiles.
The comparison between real and simulated 3-D landscapes provide us a quantitative
view on the origin of present topographic features of the Iberian Chain. In detail, 3-D
models show that the onset of the tectonic uplift occurs at ~3.2 Myr with non-uniform
rates that range between 0.5 mm/yr in the interior sector to 0.25 mm/yr. The inversion
of the drainage network, starting at around 2 Ma, occurs after the onset of the uplift,
through the topographic barriers that preserve the landscape in the inner Iberian Chain
at high elevation
Schema innovativo per la gestione multilivello di modelli approssimati in ottimizzazione globale
Genetic analysis of the antivirulence loci involved in the biosynthesis of nicotinamide adenine dinucleotide in enteroinvasive Escherichia coli and Shigella
Shigella species are the primary etiologic agents of bacillary dysentery or
shigellosis, which remains a significant threat to public health, particularly in
less developed countries where sanitation is poor. There are an estimated 160
million shigellosis episodes worldwide yearly, with 1.1 million deaths,
predominantly in children younger than 5 years of age. The genus Shigella is
divided into four species: S. dysenteriae, S. flexneri, S. boydii, and S. sonnei.
However, Shigella has been known for a long time to be closely related to E.
coli. There are very few characteristics that can distinguish Shigella strains
from enteroinvasive E. coli (EIEC), which also cause dysentery. Furthermore,
recent phylogenetic studies have suggested that Shigella and EIEC form a
single pathotype of E. coli. My PhD work will be mainly focused on the study
of evolution of the Shigella/EIEC pathotype from an ancestor commensal E.
coli. The critical event in the transition toward a pathogenic life-style has
probably relied on the acquisition, likely through horizontal transfer, of the
virulence plasmid (pINV), which encodes all the genes required for invasion
and for intra- and intercellular spreading, including their positive activators.
Together with the acquisition of the pINV, the Shigella/EIEC pathotype had
lost some traits that were important for survival in the environment, but
redundant for the life inside the host. The loss of these specific functions has
been hypothesized to be functional to the pathogenetic lifestyle of the
Shigella/EIEC because the expression of these genes, defined antivirulence
loci (AVL), might have been detrimental for the expression of the newly
acquired virulence genes or because might have been redundant in the new
niches. Unlike most E. coli strains, Shigella strains require nicotinic acid
supplementation for growth on minimal medium. The nicotinic acid
requirement is due to mutation in two unlinked loci, nadA and nadB,
encoding the enzyme complex that converts L-aspartate to quinolinate
(QUIN), a precursor of the pathway leading to de novo synthesis of NAD.
Recently has been reported that QUIN is a strong and specific inhibitor of
several virulence phenotypes of Shigella. In this study, has been used a
combination of genetic, molecular, and genomic approaches to analyse if the
requirement for nicotinic acid may be selected during the evolution toward a
pathogenic lifestyle in both Shigella and EIEC strains.
Genetic analysis of the antivirulence loci involved in the biosynthesis of
NAD in enteroinvasive Escherichia coli and Shigella. The analysis of the
evolutionary relationship among Shigella and E. coli indicates that Shigella
strains have been derived repeatedly from different branches of the E. coli
tree by convergent evolution involving both, gain and loss of genes. Shigella
appears to have diverged from commensal E.coli more than enteroinvasive E.
coli, a group of diarrhogenic E .coli which shares with Shigella the same pathogenicity process. A characteristic of Shigella is their strict requirement
for an exogenous source of nicotinic acid to bypass defect in NAD synthesis.
Nicotinamine adenine dinucleotide (NAD) is an essential cofactor in many
cellular oxidation/reduction reactions and the maintenance of an optimal
intracellular concentration of this nucleotide is of paramount importance. In
Escherichia coli NAD derives from quinolate (QUIN) which is synthesized
from L-aspartate in the so-called de novo pathway. QUIN is the result of the
concerted action of two enzymes, the L-aspartate oxidase (nadB), and the
quinolate synthase (nadA). The QUIN is converted by quinolinate
phosforibosyl transferase (nadC) to nicotinic acid mononucleotide, which
enters the pathway for NAD synthesis. In the absence of functional nadA
and/or nadB, exogenous nicotinic acid can be used instead of QUIN to
produce nicotinic acid mononucleotide. Loss of the function of any of the
three genes nadB, nadA can render NAD auxotrophy.
Requirement of nicotinic acid in enteroinvasive Escherichia coli.
Enteroinvasive Escherichia coli (EIEC) represent a midpoint in the evolution
between E. coli and Shigella species. The infection of EIEC is similar to that
of Shigella, with an intracellular stage of replication and cell-to-cell spread.
Based on phenotypic and biochemical evidence EIEC are more similar to E.
coli than Shigella. Moreover EIEC are not a homogenous group respect to
serotype, plasmid content, and biochemical features. Recent studies of the
genetic relationships between pathogenic and commensal E. coli strains, by
multilocus enzyme electrophoresis, ribosomal DNA restriction fragment
length polymorphism or genome sequencing projects confirm the presence of
EIEC among different clusters of E. coli species.
Even though E. coli can be grouped in the same genus with Shigella because
of genetic similarities, nicotinamide auxotrophy is observed less frequently in
E.coli than in Shigella. Unlike Shigella, the EIEC strains serotype O135
isolated during a study on diarrheal diseases in children in Somalia, were able
to grow as prototroph in minimal medium. To verify the nicotinic acid
requirement in other EIEC we analyzed several strains isolated in different
geographic areas, belong to different serotypes, and display different plasmid
contents, but they are all positive in invasivity assay. Among the 15 EIEC
strains studied, only four required nicotinic acid supplementation for grown in
minimal medium. In these strains the nicotinic acid auxotrophy is due to
alterations in nadB gene (L-aspartate oxidase), since the introduction of
plasmid containing the nadB from E. coli K-12 restored the nicotinic
independence. In addition nadA gene of these strains was able to complement
E. coli nadA mutant. Sequence data of nadB from these four strains and site
direct mutagenesis showed nadB disruption by insertion of an IS600 element
after codon 52 (three strains) or inactivation of L-aspartate oxidase through a
change of glycine74 in glutamate (one strain). Requirement of nicotinic acid in Shigella. There are several well known
auxotrophic requirements of Shigella that are not found among most isolates
of E. coli. Among these the nicotinic acid supplementation for growth on
minimal medium is due to mutation in one or both unlinked loci nadA and
nadB, encoding the enzyme complex that converts L-aspartate to quinolate.
Recently as been reported that QUIN is a strong and specific inhibitor of
Type three secretion system (TTSS) apparatus. An in silico analysis
performed on genome sequences currently available on public databases
highlights that nadB and/or nadA are always defective in Shigella and that its
inactivation has been obtained by diverse strategies. We analyzed a collection
of Shigella strains isolated over several years in different geographic areas to
respect the acid nicotinic requirement. All Shigella strains examined required
nicotinic acid or the intermediate quinolinic acid suggesting a deficiency in
nadA or nadB locus. Than to analyze the molecular changes responsible of
nadB or nadA silencing we cloned and sequenced the nadB or nadA loci of
Shigella (12 S flexneri serotype 1-6, one S dysenteriae 1 and two S sonnei)
and tested their ability to restore the nicotinic acid prototrophy in E. coli nadA
or nadB mutant. All Shigella, except S. flexneri serotype 3a and S. dysenteriae
1, contained alterations in the nadB gene encoding for L-aspartate oxidase,
the first enzyme steps in the pathway for de novo synthesis of NAD. This is
an event that occurs through two strategies: point mutations leading to the
replacement of an aminoacid by a stop codon, (S. flexneri serotype 1b, 2a, 4a
and 5a) or a significant disruption by insertion of IS600 element (S. flexneri
serotype 6 and S. sonnei). Inactivation of quinolate synthase (NadA) occurs
through a change of cysteine 128 in tyrosine (S. flexneri serotype 1b, 2a and
4a), and change of prolyne 219 in leucine (S. dysenteriae 1) or by insertion of
IS21 element (S. sonnei). S. flexneri serotype 3a, 5 and 6 contains a functional
nadA gene able to complement E. coli nadA mutant. Since the introduction of
a functional nadB restore the nicotinic acid independence only in S. flexneri
serotype 5 the most likely explanation for the absence of quinolate synthase
activity in S. flexneri serotype 3a and serotype 6 includes the possibility of
mutations mapping outside the nadA gene that impair the functionality of
quinolate synthase in these specific serotype.
All together, our observations confirm and extend the concept that Shigella
evolution proceeds through convergent evolution toward removal or
inactivation of AVL by whatever alteration (IS or point mutation) leads to a
more virulent phenotype. Although EIEC strains may be developing the full
Shigella phenotype, they do not have the full set of characters that define
Shigella strains. The majority of the EIEC analyzed in this study are nicotinic
acid independent and since EIEC retained more characteristics of commensal
E. coli than Shigella spp., these strains might reflect an earlier stage of the
evolutionary process undergone by Shigella
Nullità del contratto a termine : fattispecie ed effetti
Il presente lavoro di ricerca ha ad oggetto l'analisi delle conseguenze derivanti dalla
declaratoria della nullità della clausola temporale apposta al contratto di lavoro subordinato a tempo
determinato.
La fattispecie contrattuale in parola, oggi, nell'ordinamento italiano, disciplinata dal D.Lgs.
n. 368/2001, attuativo della Direttiva Comunitaria 1999/70/CE (relativa all'accordo quadro sul
lavoro a tempo determinato concluso dall'UNICE, dal CEEP e dal CES, che stabilisce ai primi due
commi: "1. E' consentita l'apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro subordinato
a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo. 2. L'apposizione del
termine è priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto nel quale
sono specificate le ragioni di cui al comma 1"), ha risentito, tanto prima dell'entrata in vigore del
predetto decreto, quanto successivamente, della evoluzione del contesto economico-sociale e dello
stato delle relazioni sindacali ed industriali che hanno interessato il nostro Paese, con inevitabili
adattamenti operati dal Legislatore, nel corso degli anni, rivelatisi, talvolta, privi di pregio giuridico
e fattuale ovvero insufficienti a soddisfare la intentio originale.
Per tale ragione, si è proceduto ad effettuare una attenta ricostruzione e sistemazione della
normativa in esame, attraverso un excursus storico-giuridico della disciplina del contratto a termine
(dal Codice Civile del 1985 alla Riforma Fornero) procedendo, poi, alla trattazione dell'effetto
sanzionatorio della illegittimità della causale giustificativa dell'apposizione del termine, con l'analisi
dei diversi orientamenti dottrinali e giurisprudenziali formatisi e relativi all'applicazione della
normativa di cui all'art. 1419 c.c., nella versione del primo ovvero del secondo comma.
Si conclude, infine, il presente lavoro di ricerca ed approfondimento sulla disciplina del
contratto a termine, con l’analisi dell’esperienza della società Poste Italiane Spa che ha offerto
l’occasione di numerosi interventi legislativi e per il consolidamento di importanti principi giuridici
La Sicilia e il "milazzismo" : regionalizzazione politica e dinamiche centro-periferia negli anni della difficile transizione italiana (1955-59)
Nell’ottobre 1958 la Sicilia divenne teatro di un insolito caso che sembrava all’improvviso
rovesciare i consueti schemi ed equilibri della politica nazionale. Venne definito “milazzismo”, dal
nome del presidente della Regione (Silvio Milazzo) eletto da una coalizione di forze che andava
dalla destra monarchica e missina alla sinistra socialista e comunista includendo un gruppo di
democristiani dissidenti. La singolare convergenza venne giustificata con la volontà di reagire alla
pretesa arrogante del partito di maggioranza, e in particolare della corrente fanfaniana al potere sia a
Roma che a Palermo, di imporre un proprio candidato senza rispettare la volontà degli eletti e la
libertà delle istituzioni regionali. L’“operazione Milazzo” assunse per questo i toni di una accesa
polemica antipartitocratica e antifanfaniana, ma si tinse ben presto con i colori del sicilianismo che
ridestava gli antichi ed irrisolti nodi del rapporto tra il centralismo statale e una speciale periferia,
caratterizzata da un ampia autonomia istituzionale e una marcata identità territoriale.
Il fenomeno del milazzismo in realtà si presentava come il risultato dell’incrocio di diverse
spinte e faceva venire al pettine importanti nodi: il rapporto tra i partiti e gli organi elettivi, la
relazione tra dimensione politica regionale e nazionale, l’intreccio centro-periferia nella retorica e
nella strategia dei partiti, la risposta della società siciliana e delle sue forze economiche agli stimoli
innescati dal miracolo economico.
La tesi si è posta l’obiettivo di analizzare le premesse e i motivi che provocarono questo
fenomeno, oltre alle principali dinamiche politiche innescate durante l’“operazione Milazzo”, le
principali iniziative adottate dal governo autonomista, distinguendo le diverse fasi, dipanando i fili
dell’intreccio regionale/nazionale e quelli delle strategie dei principali attori in campo, prestando
attenzione in particolare alla Dc e al Pci e delineando infine un profilo del movimento dell’Unione
siciliana cristiano-sociale che ruppe l’unità politica dei cattolici in Sicilia e sfidò il monopolio della
Dc.
Per giungere a una ricostruzione originale dei processi e degli eventi studiati, oltre allo
spoglio di numerosi periodici, è stata consultata una vasta e ricca documentazione a stampa, in gran
parte inedita, conservata presso archivi statali nazionali e regionali (Archivio Centrale dello Stato,
Archivio di Stato di Palermo, Archivio di Stato di Catania, Archivio storico dell’Assemblea
regionale siciliana), archivi di partito (Istituto Sturzo, Fondazione Gramsci, Istituto Gramsci
siciliano, Fondazione Ugo Spirito) ed enti (Archivio storico dell’Eni, Archivio di Confindustria,
Archivio storico dell’Azione cattolica italiana), carte di soggetti privati (Silvio Milazzo, Amintore
Fanfani, Aldo Moro, Pietro Nenni, Gerardo Bruni, Annibale Bianco)
La politica di sicurezza della Repubblica Federale Tedesca negli anni della distensione,1967-1975
Questa ricerca si propone di ricostruire l’evoluzione della politica di
sicurezza della Repubblica Federale Tedesca durante il periodo generalmente
definito di “distensione internazionale” (o détente). Si è deciso di condurre
l’analisi intorno ad alcune questioni che sono state individuate come centrali per
lo sviluppo della politica di sicurezza dell’Alleanza Atlantica, nelle quali la
Germania occidentale ha avuto un ruolo significativo cercando di avanzare propri
specifici interessi nazionali. Le tematiche scelte sono: il cambiamento strategico
avvenuto nell’ambito del sistema di sicurezza transatlantico, il dibattito intorno al
Trattato di Non Proliferazione Nucleare, i negoziati per la Conferenza di Helsinki e
quelli per la riduzione di armamenti convenzionali nel continente europeo
(MBFR).
Attraverso una ricostruzione della posizione tedesco‐occidentale nei
dibattiti sopra citati si cercheranno di delineare le caratteristiche della politica di
sicurezza che la classe politica di Bonn elaborò e portò avanti durante gli anni
della distensione. Nella tesi verrà dato particolare risalto ai tentativi della
Germania occidentale di cominciare a porsi nella comunità internazionale – a
partire dalla metà degli anni ’60 – come un attore ormai maturo e indipendente.
Pur mantenendo uno stretto rapporto con gli alleati occidentali ed evitando
accuratamente un rischioso isolamento internazionale, la Bundesrepublik Deutschland (BRD) manifestava infatti in quel periodo un’insofferenza piuttosto
esplicita nei confronti di una gestione del contesto internazionale che essa
giudicava eccessivamente improntata alle esigenze delle due superpotenze. Tale
considerazione fu determinante nella decisione della Germania occidentale di
voler partecipare attivamente alla distensione, senza subirla. Una manifestazione
evidente di quest’approccio nella politica estera dei governi di Bonn fu senza
dubbio la Neue Ostpolitik, ovvero l’innovativa politica portata avanti dalla
Repubblica Federale Tedesca nei confronti degli stati del Patto di Varsavia. Negli
stessi anni della nuova Ostpolitik (tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del decennio
successivo) la BRD cercò di modificare ‐ almeno in parte ‐ anche il rapporto con gli
alleati occidentali e dunque la propria Westpolitik, con l’intenzione di
intraprendere una politica estera che fosse in ogni campo (dunque anche nel
delicato settore della sicurezza) maggiormente in linea con i propri specifici
interessi.
Contesto temporale
L’arco temporale che viene preso in esame nella tesi va dal 1967 al 1975. Si
è scelto come termine iniziale il 1967, considerandolo un anno cruciale sia per le
evoluzioni del sistema internazionale, sia per le novità che si presentarono nel
contesto politico interno della Repubblica Federale Tedesca. Per quanto riguarda
lo scenario internazionale, nel 1967 ebbero luogo due eventi che a nostro avviso
permettono di ritenere tale anno uno spartiacque nella storia della Guerra
Fredda, ovvero l’adozione da parte della NATO del “Rapporto Harmel” e il
cambiamento di dottrina strategica della stessa alleanza occidentale. Mentre con
il Rapporto Harmel gli stati membri del campo occidentale prendevano in
considerazione il perseguimento di una politica – possibilmente comune e coordinata ‐ di distensione con il blocco comunista, con l’adozione della dottrina
di “Risposta Flessibile” l’Alleanza Atlantica di fatto riconosceva il raggiungimento
sovietico di una parità nucleare strategica con gli USA e cercava di adattare la
propria strategia ai mutati equilibri internazionali.
Anche dal punto di vista della storia della Germania occidentale il 1967 è
una data che si può giudicare particolarmente rilevante al fine di stabilire un’utile
periodizzazione. Nel dicembre del 1966 infatti ‐ a seguito della caduta del governo
Erhard (CDU/CSU‐FDP) – nella Repubblica Federale Tedesca venne costituito un
governo di Große Koalition, ovvero basato sull’alleanza dei partiti conservatori
con i socialdemocratici dell’SPD. Tale coalizione di governo rappresentava una
novità del tutto inedita nella storia politica della Germania occidentale. Sebbene
infatti il Cancelliere ‐ nella persona di Kurt Kiesinger ‐ fosse ancora una volta
espressione delle forze conservatrici della CDU, i socialdemocratici arrivavano per
la prima volta al potere (con la nomina di Willy Brandt a capo dell’importante
Ministero degli Esteri). L’azione politica di questa nuova alleanza di governo fu
funzionale all’avvio di un “processo di emancipazione” della Repubblica Federale
Tedesca, che la vedeva definire i suoi interessi in modo più autonomo dai propri
alleati rispetto alla prima fase della propria esistenza politica. L’analisi della
politica di sicurezza tedesco‐occidentale rappresenta dunque un interessante
banco di prova per riscontrare i segni di tale evoluzione e individuare le
caratteristiche di continuità e discontinuità rispetto agli anni precedenti.
Come termine finale della ricerca si è scelto invece l’anno 1975, data
comunemente considerata dagli storici come l’apice della distensione, a causa
della conclusione della Conferenza di Helsinki e dell’emanazione del relativo Atto
Finale. La seconda metà degli anni ’70 rappresenta infatti una fase
significativamente diversa dal periodo precedente, in cui i presupposti della
distensione entrarono progressivamente in crisi e – con il cambiamento sia delle problematiche del contesto internazionale sia dei suoi principali protagonisti – si
è ritenuto dunque opportuno non inserirla nella stessa trattazione.
Fonti della ricerca
Le fonti su cui si basa questa ricerca comprendono sia pubblicazioni di
carattere storiografico e memorialistico, sia documenti d’archivio. Per quanto
riguarda la letteratura, ci si è concentrati sulle opere fondamentali di storiografia
relative alla Guerra Fredda e in particolare alla fase di distensione e su volumi e
saggi sulla storia e l’analisi della politica estera e di sicurezza della Germania
occidentale, tanto nel contesto generale del conflitto Est‐Ovest quanto nel
periodo specifico che va dalla fine degli anni ’60 alla metà del decennio
successivo. Per l’approfondimento del tema specifico ci si è poi serviti ‐ oltre che
di volumi storiografici, memorialistica e saggi in libri collettanei ‐ anche di articoli
scientifici pubblicati in importanti riviste internazionali quali Cold War History,
Diplomatic History, History & Memory, War in History, Contemporary European
History, Bulletin of German Historical Institute (Washington D.C.), Journal of Cold
War Studies e Journal of Transatlantic Studies, e alcune pubblicazioni tedesche tra
cui Europa Archiv (edita dalla Deutsche Gesellschaft für Auswärtige Politik ‐
DGAP), Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte (pubblicata dall’Institut für
Zeitgeschichte di Monaco‐Berlino) e Archiv für Sozialgeschichte. Per quanto
riguarda poi i protagonisti degli eventi discussi, oltre alla lettura delle relative
memorie e autobiografie, sono state di grande utilità le raccolte pubblicate di loro
scritti, interviste e discorsi.
Dal punto di vista dei documenti, una fonte particolarmente utile sono
stati i documenti diplomatici tedeschi pubblicati nelle raccolte ufficiali degli
“Akten zur Auswärtigen Politik der Bundesrepublik Deutschland” (AAPD), editi per il Ministero degli Esteri dall’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco‐Berlino.
Sempre nell’ambito dei documenti pubblicati ‐ tra le altre utili raccolte ‐ sono
state fondamentali per questa ricerca soprattutto le trascrizioni delle sessioni di
lavoro della Commissione Esteri del Bundestag (“Der Auswärtige Ausschuss des
Deutschen Bundestages; Sitzungsprotokolle”), attraverso le quali si è potuto
ricostruire con una certa precisione il dibattito parlamentare relativo ai temi
affrontati.
Il lavoro di ricerca in archivio si è focalizzato esclusivamente sulle fonti
tedesco‐occidentali. Per quanto riguarda le fonti provenienti dal Ministero degli
Esteri si è fatto ampio uso dei fondi reperiti presso il “Politisches Archiv des
Auswärtigen Amts” (PA AA) situato a Berlino. Un altro archivio fondamentale per
realizzare questa ricerca è stato l’Archivio del Partito Socialdemocratico che si
trova a Bonn‐Bad Godesberg, all’interno della “Friedrich Ebert Stiftung”
(Fondazione politica dell’SPD). Nella Fondazione sono consultabili gli archivi
personali dei principali protagonisti della classe politica socialdemocratica della
BRD, tra cui l’Archivio Willy Brandt, il Deposito Egon Bahr e l’Archivio Helmut
Schmidt. Un terzo archivio consultato è stato il “Bundesarchiv” (Archivio Federale)
di Koblenz, presso il quale si è potuto analizzare il fondo dei documenti relativi
all’Ufficio della Cancelleria. Un’altra fonte d’archivio – seppure d’importanza
minore per questa ricerca (a causa dell’arco temporale solo in parte coincidente
con il tema scelto) ‐ è stata poi rappresentata dal materiale del “Nuclear History
Program” (NHP), una collezione di documenti declassificati provenienti dal
Ministero della Difesa della Repubblica Federale Tedesca e di altre fonti raccolte
sempre nell’ambito del NHP (quali atti di convegni e produzioni di storia orale). Il
fondo relativo al progetto NHP è conservato attualmente al
“Militärgeschichtliches Forschnungsamt” (Istituto di ricerca per la storia militare)
di Potsdam. Poiché la tesi privilegia lo studio degli aspetti politici della sicurezza rispetto alla dimensione più propriamente militare, non sono state invece
consultate le fonti primarie del Ministero della Difesa tedesco, salvo il suddetto
fondo “NHP”.
Stato dell’arte, metodologia e obiettivi
Nella tesi ci si propone di analizzare l’evoluzione della politica di sicurezza
della Repubblica Federale Tedesca durante il periodo della distensione, ponendo
una particolare attenzione all’istanza di emancipazione della stessa BRD nei
confronti dei propri alleati. Una domanda alla quale si è cercato di rispondere è
pertanto in che misura si possa per quel periodo parlare da una parte di una
continuità della politica tedesco‐occidentale rispetto al passato e dall’altra parte
di un progressivo scostamento, anche radicale, dallo stallo politico interno e
internazionale in cui Bonn aveva finito per trovarsi a metà degli anni ’60. L’analisi
del periodo 1967‐1975 si pone anche come un imprescindibile punto di partenza
per tentare di individuare la formazione di un’autonoma identità di sicurezza
tedesca, il cui impatto divenne poi più evidente tra la metà degli anni ’70 e la fine
della Guerra Fredda. Tale aspetto ci sembra particolarmente utile anche ai fini di
poter ampliare un quadro interpretativo storiografico circa le più generali
relazioni transatlantiche nell’ultima fase del conflitto Est‐Ovest, in cui si può
registrare una certa divergenza politico‐strategica tra l’Europa occidentale e
l’alleato statunitense, derivante in larga misura da diverse valutazioni e percezioni
delle minacce presentate dal contesto internazionale.
Per quanto riguarda la storiografia disponibile sul tema di questa ricerca, si
deve constatare come sia pressoché ancora assente uno studio completo sulla
politica di sicurezza della Repubblica Federale Tedesca durante gli anni della
distensione. Se infatti non mancano pubblicazioni “generali” degne di nota,
7
relative alla storia politica della BRD durante tutto il periodo della sua esistenza
(di Helga Haftendorn, Timothy Garton Ash e Wolfram Hanrieder),1 o studi che si
focalizzano su aspetti specifici della politica estera di Bonn (come quelli di Mary
Elise Sarotte sulla Ostpolitik, William Glenn Gray sulla Dottrina Hallstein e la sua
crisi, Petri Hakkarainen sulla CSCE e Arne Hofmann sul pensiero politico di
Brandt)2, il panorama relativo alla politica di sicurezza appare più lacunoso e
frammentario. Alcuni contributi – seppure utili – appaiono inoltre piuttosto datati
e pertanto non si sono potuti avvalere delle fonti primarie d’archivio resesi nel
frattempo disponibili. Tra essi si devono ad esempio menzionare il volume di
Martin Müller sui negoziati MBFR e quello di Catherine Kelleher sul nucleare.3
Vi è poi un altro gruppo di autori che ha affrontato – in modo rigoroso e
utilizzando anche fonti primarie – temi di politica di sicurezza tedescooccidentale,
concentrandosi tuttavia su un arco temporale precedente a quello
che si è scelto in questa ricerca. Le loro analisi sono estremamente interessanti e
offrono importanti spunti per approfondire il campo di ricerca in questione.
Fanno parte di questa serie le ricerche pubblicate nell’ambito del “Nuclear History
Program” (NHP), progetto di ricerca internazionale attivo soprattutto negli anni
’90, tra cui spiccano i volumi di Axel Gablik, Christoph Hoppe e Christian Tuschhoff, tutti focalizzati sul periodo compreso tra gli anni ’50 e la metà degli anni ’60.4 Il tentativo di Barry Blechman e Cathleen Fisher (dello statunitense
Institute for Defense Analyses) di indagare le diverse attitudini dei vari partiti
politici tedesco‐occidentali relativamente al tema del controllo degli armamenti ‐
nonostante sia privo di un solido inquadramento storico (avvalendosi
esclusivamente del contributo di analisti politici) e risulti spesso frammentario ‐
suggerisce altresì interessanti piste di ricerca.5 Utili elementi relativi alla politica di
sicurezza tedesca si trovano anche in due pubblicazioni in cui l’analisi della storia
della Germania è affiancata a quella di Gran Bretagna e Francia, al fine di
metterne in luce similitudini e divergenze, ovvero il volume di Beatrice Heuser
sulle strategie nucleari europee6 e quello di Daniel Möckli sul tentativo di politica
estera comune sperimentato dall’Europa occidentale tra la fine degli anni ’60 e
l’inizio degli anni ’70.7
Le pubblicazioni più autorevoli nell’ambito della politica di sicurezza della
BRD sono probabilmente quelle risultanti dalle molteplici ricerche compiute da
Christoph Bluth e da Helga Haftendorn. Bluth ha dedicato un libro all’analisi della
strategia nucleare della BRD e della Gran Bretagna durante tutta la Guerra Fredda
e un altro volume invece alla dimensione convenzionale della sicurezza, analizzata dalla prospettiva di Bonn.8 Se si esclude il volume della Haftendorn9, peraltro
datato e con un orizzonte temporale limitato al 1955‐1973, avente ad oggetto
l’analisi della politica tedesco‐occidentale nel processo di disarmo e controllo
degli armamenti in tutte le sue diverse sfaccettature, si deve constatare come
manchi ancora ad oggi una ricerca sulla politica di sicurezza della Repubblica
Federale Tedesca che riesca (esaminando in modo soddisfacente le singole
tematiche comprese) a coprire tutto il periodo della détente. Vanno a colmare –
almeno parzialmente – le lacune presenti nella storiografia sulla politica di
sicurezza di Bonn, numerosi articoli dedicati alla Germania presenti in volumi
collettanei di più ampio respiro, tra i quali si devono ricordare quelli di Oliver
Bange e Gottfried Niedhart, e di Andreas Wenger, Vojtech Mastny e Christian
Neunlist sulla CSCE;10 quelli di Wilfried Loth e Georges‐Henri Soutou, e di Piers
Ludlow dedicati alla dimensione europea11 e quello di Carole Fink e Bernd
Schaefer sulla Ostpolitik.12 A questi si devono aggiungere infine alcuni volumi
relativi alle relazioni di Bonn con i propri alleati occidentali, tra cui si ricordano qui
quello curato da Detlef Junker sui rapporti con gli USA e quello edito da Thomas Schwartz e Matthias Schulz più in generale sulle relazioni tra Europa e Stati
Uniti.14
Se dunque la storiografia relativa alla politica estera della Germania
occidentale è piuttosto ricca, si deve tuttavia notare come – in tale ambito ‐
l’analisi specifica della politica di sicurezza tedesco‐occidentale sia un campo
ancora relativamente inesplorato dalla ricerca storica. La letteratura che prende
in esame la storia della Repubblica Federale Tedesca durante gli anni della
distensione si è infatti prevalentemente concentrata sulla Nuova Ostpolitik di
Willy Brandt e sul suo impatto nel contesto internazionale, trascurando invece lo
studio della politica di sicurezza e della posizione tedesco‐occidentale all’interno
del contemporaneo vivace dibattito transatlantico su difesa, sicurezza e controllo
degli armamenti. La maggior parte della storiografia (tedesca e internazionale)
esistente sulla politica della BRD durante la distensione ha preso infatti in esame
la straordinaria azione diplomatica dei governi tedesco‐occidentali nei confronti
degli stati del blocco comunista e – nei casi in cui la storia tedesca è stata
affrontata in un contesto più ampio – si è scelto di indagare principalmente come
gli alleati di Bonn (e in primo luogo gli Stati Uniti) reagissero alla Ostpolitik attuata
soprattutto a partire dal 1969 dal governo social‐liberale Brandt‐Scheel.
Da quanto si riscontra nell’analisi del materiale bibliografico disponibile, la
grande attenzione della storiografia nei confronti degli sviluppi della Ostpolitik
non si è pertanto accompagnata ad una parallela analisi approfondita della
Westpolitik tedesco‐occidentale dello stesso periodo. Si è deciso dunque di porre
proprio tale tematica al centro di questa tesi, ritendendo che – negli stessi anni
della celebre Ostpolitik – la politica estera della BRD presenti un’evoluzione particolarmente interessante anche a proposito delle relazioni con i propri alleati,
soprattutto dal punto di vista dell’elaborazione strategica e della gestione della
propria politica di sicurezza.
Da un punto di vista concettuale la presente ricerca si colloca innanzitutto
in quella tendenza storiografia che approfondisce lo studio della Guerra Fredda
aggiungendo i punti di vista specifici di “junior partner”, che consentano pertanto
un superamento della tradizionale (e ormai decisamente in via di superamento)
interpretazione strettamente bipolare del conflitto Est‐Ovest. Questo studio si
prefigge dunque l’obiettivo di approfondire la conoscenza della politica di
sicurezza della BRD tra gli anni ’60 e ’70 al fine sia di contribuire ad una migliore
comprensione della specifica declinazione tedesco‐occidentale della strategia di
distensione, sia di aggiungere al contempo un tassello alla storia dei rapporti
transatlantici e in generale della politica occidentale durante tale fase della
Guerra Fredda. Questo secondo obiettivo deriva dalla considerazione che la
Repubblica Federale Tedesca tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del decennio
successivo rappresentasse un attore chiave del contesto internazionale, passando
rapidamente dall’essere il maggiore ostacolo per una distensione Est‐Ovest al
rappresentarne il suo motore fondamentale. Tale cambio di approccio di Bonn nei
confronti della propria questione nazionale e del più generale scenario europeo
metteva in moto dinamiche per certi aspetti problematiche dal punto di vista
degli stati del Patto di Varsavia e degli stessi alleati della BRD nel campo
occidentale. La “questione tedesca” ‐ al centro della Guerra Fredda fin dalle
origini del conflitto Est‐Ovest ‐ continuò probabilmente anche negli anni della
distensione a rappresentare il fulcro degli sviluppi politici internazionali.
Tutto ciò evidenzia pertanto come un’analisi critica della politica estera e di
sicurezza della Repubblica Federale Tedesca possa contribuire in modo
significativo ad un miglioramento della comprensione delle generali dinamiche di trasformazione in atto nel contesto storico della détente. In questa ricerca si è
cercato di affrontare l’argomento scelto tenendo presente – oltre che il contesto
tedesco – anche un quadro d’analisi d'insieme, che comprenda ad esempio il
processo di elaborazione politico‐strategica dell’Alleanza Atlantica e le relazioni di
Bonn con gli alleati europei e con la superpotenza egemone del campo
occidentale. La politica del blocco occidentale è stata pertanto indagata da un
punto vista sia multilaterale (dunque essenzialmente nel processo di integrazione
europea e soprattutto nel contesto della NATO) sia – seppure in misura minore ‐
bilaterale (ovvero dei rapporti della Germania con i singoli alleati). L’obiettivo che
ci si è posti è stato pertanto quello di contribuire ad un approfondimento della
conoscenza della politica estera della BRD durante gli anni della distensione,
collocando le strategie di Bonn nell’ambito delle politiche del campo occidentale
e dei principali dibattiti in corso in quel periodo nel contesto delle relazioni
transatlantiche.
La scelta di prendere in esame un arco temporale piuttosto esteso (nove
anni) e una molteplicità di tematiche – decisione peraltro necessaria per
individuare i tratti di continuità e d’innovazione della politica di sicurezza della
BRD rispetto al periodo precedente – non ha consentito tuttavia una ricostruzione
esauriente e con un alto grado di dettaglio per ognuno degli argomenti affrontati
(ciascuno dei quali sarebbe in se stesso degno e passibile di essere oggetto di una
specifica tesi di dottorato). Se l’assenza di una trattazione più approfondita
talvolta può apparire grave nella ricostruzione degli eventi, tuttavia l’obiettivo di
ricostruire lo sviluppo della politica tedesco‐occidentale non avrebbe consentito
altra scelta se non quella di analizzare appunto in modo congiunto alcuni snodi
fondamentali di quel periodo e le principali questioni che – nell’ambito della
sicurezza – impegnarono i governi di Bonn in tali anni, a discapito di un possibile
maggiore approfondimento Struttura della tesi
La tesi si compone di cinque capitoli e delle conclusioni. I primi due capitoli
sono di carattere introduttivo per la trattazione dell’argomento centrale e sono
serviti come strumenti per affrontare in modo rigoroso e documentato il tema
scelto, inserendolo in un appropriato contesto storico e storiografico. Si è scelto
infatti di dedicare un primo capitolo alla ricostruzione delle caratteristiche di
quella fase della Guerra Fr