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Pubblico quotidiano : beni collettivi a Gela tra azione dal basso e regolazione statale
La crisi del paradigma moderno ha messo in discussione la definizione di ruoli e attori nell'ambito dell'azione
pubblica. L'indebolimento dell'intervento statale ha aperto la stagione del pluralismo all'interno del quale la
relazione pubblico/privato sperimenta nuovi modi di organizzazione per la gestione dei beni collettivi.
Tuttavia, le soluzioni messe in campo si sono spesso rivelate inefficaci, non permettendo una fruizione
ottimale del bene da parte della collettività. Solo recentemente si constata un interesse verso le strategie dei
cittadini nel gestire i problemi legati alla sfera pubblica della propria vita quotidiana, come possibile
contributo nella gestione dei beni collettivi.
La presente ricerca parte dalla convinzione che proprio la potenzialità di queste strategie possa, non solo
contribuire alla cura dei beni collettivi, ma anche a ricontestualizzare il ruolo dello Stato e delle sue
istituzioni nella vita pubblica della città contemporanea. La realtà urbana è, infatti, disseminata di azioni
pubbliche, non riconducibili all'attore statale, che possiamo rintracciare in situazioni saltuarie, circoscritte,
effimere e che molto spesso fanno riferimento a uno spazio e un universo di relazioni quotidiano.
Per poter cogliere l'azione pubblica e la capacità dei cittadini nel "farsi attori" (Crosta 19981) intorno alle
questioni collettive, ci serviremo dunque della definizione di pubblico quotidiano inteso come pubblico
prodotto dalle azioni dei cittadini nella loro realtà quotidiana urbana, all'interno del quale possiamo auspicare
alla collaborazione tra cittadini e istituzioni pubbliche, spesso tutta da progettare.
In questa tesi dunque abbiamo affrontato un percorso concettuale nel definire il pubblico quotidiano e il ruolo dei beni collettivi e delle relazioni all'interno della città contemporanea. La problematica che abbiamo preso
in esame è come migliorare l'azione pubblica, andando a intervenire e facilitare la partecipazione dal basso
partendo dai processi di attivazione e organizzazione che si sono sviluppati nell'ambiente quotidiano di un
determinato contesto. In quanto policies maker, ci siamo chiesti come riconoscere e favorire
l'autorganizzazione degli abitanti senza assecondare i processi che portano al privatismo e al comunitarismo,
o a sentimenti di sfiducia che indeboliscono la partecipazione attiva alla vita urbana. E' risultato di
sostanziale importanza riflettere sull'azione di mediazione che le istituzioni devono potere, e sapere,
esercitare per favorire nuovi ed esistenti processi di organizzazione intorno alla cura dei beni collettivi che
vadano a colmare il ritrarsi dell'intervento statale senza tuttavia lasciare vacante il ruolo che le istituzioni
statali rivestono, o per lo meno dovrebbero, nel garantire la democrazia dei processi.
Questo tipo di riflessione non può arrivare a conclusioni univoche, essendo il contesto socio - economico e
istituzionale fondamentale nella formulazione del problema e delle sue risposte. Per questo ci è sembrato
necessario la trattazione di un caso studio che è stato individuato nella città di Gela.
Gela è una realtà molto difficile, per molte caratteristiche si potrebbe definirla estrema della “condizione
meridionale”. Al suo interno ci si misura con tutti i mali di cui soffre il Mezzogiorno, prima tra tutte la
tragedia dei beni comuni che a Gela prende la forma (anche) di un enorme problema ambientale e di salute
per la presenza del petrolchimico, figlio di una prima generazione di politiche di sviluppo. Prendiamo quindi
il rischio di imbatterci in un territorio le cui dinamiche sembrano perpetuarsi in circoli viziosi, la cui path
dependence sembra ormai cronica. Tuttavia, inserendoci all'interno di un rinnovato dibattito sul Mezzogiorno,
è proprio questa percezione che vorremmo mettere in discussione attraverso la nostra ricerca: mettere alla
prova territori e funzionamenti che, se tradizionalmente venivano lasciati al margine, attualmente vengono
effettivamente riscoperti da parte della letteratura. Le molteplici visite a Gela hanno lasciato la percezione
(che comunque si riscontra nella più recente letteratura sul meridione) che esista un capitale umano molto
ricco che non si riesce a coinvolgere in sentieri di sviluppo. E che, comunque, esista una certa dinamicità che
non è facile riuscire a classificare, soprattutto non sembra mai sortire gli effetti aspettati.
Nel corso del caso studio saranno analizzati degli spazi quotidiani usati collettivamente per poter cogliere
mutamenti, potenzialità e processi di capacitazione intorno alla gestione dei beni collettivi all'interno di una
società, che viene classificata troppo spesso come statica, ma di cui bisogna ammettere che si è riflettuto
ancora troppo poco, in materia sia di lettura dei fenomeni e delle pratiche, sia per quel che riguarda gli
interventi. I carotaggi su diverse vicende di attivazione da parte dei cittadini gelesi metteranno in luce una
parte della società civile propositiva, in aperto dialogo con l'istituzione statale il cui immobilismo, tuttavia,
sembra frenare e indebolire l'azione pubblica dal basso.
Proprio dalle osservazioni sui casi partiremo per una riflessione, in forma di conclusioni, sulle politiche
urbane di sviluppo e rigenerazione, all'interno del progetto urbano
Strategie urbane di rigenerazione : real estate e rigenerazione urbana attraverso le esperienze inglesi
Negli ultimi venti anni, la creazione di valore all'interno della città, si è modificata in maniera
repentina e la difficile sfida della competitività sui mercati globali si è giocata spesso sull'offerta
immobiliare dei grandi progetti urbani.
L'evoluzione del settore Real Estate ha avuto ricadute nella disciplina della progettazione
urbana non sempre positive, in Italia muovendosi verso modelli basati per lo più su un offerta
quantitativa e con connotazioni per di più comunicative, come dimostrano i recenti casi delle
centralità romane (previste all'interno del P.R.G. 2008) e alcuni interventi in aree industriali
dismesse nel territorio milanese (City Life, Santa Giulia), e non trovando preparato il settore
pubblico a queste nuove sfide sia a livello pianificatorio che gestionale.
La grave crisi finanziaria che ha coinvolto anche il settore immobiliare, impone il
ripensamento di un modello che ha funzionato in un periodo espansivo, di crescita ritenuta
erroneamente illimitata e basata per lo più sulla rendita differenziale dei suoli agricoli, verso
approcci di progettazione strategica e multidisciplinari e verso nuovi modi di valorizzazione da
parte del settore privato.
È necessario intraprendere nuovi approcci inquadranti in una ottica integrata e
multidimensionale, ovvero di valorizzazione economica di lungo periodo (long term
regeneration), e di qualità del disegno urbano con modelli compatti, densi ad alta accessibilità, e
che integrano più complessi mix anche dal punto di vista sociale, ed in aree degradate e dismesse
che possono offrire nuovi elementi attrattivi.
La rinascita delle città inglesi (non solo Londra, ma anche le core cities Birminghan,
Liverpool, Manchester, Leeds, Sheffield) si è posta, già alla fine degli anni 90, su un modello di
crescita basato sulla rigenerazione di ampie porzioni urbane dismesse o degradate e
conseguentemente attraverso la riduzione del consumo di suolo.
In questo contesto il ruolo degli attori privati (developer) è risultato cruciale poiché il
prodotto-città e il prodotto sviluppo immobiliare sono sempre più legati e interdipendenti nella
prospettiva di creare le condizioni migliori per attrarre capitali e personale qualificato, di
migliorare l'immagine e la qualità della vita dei sistemi urbani, di generare sviluppo.
Le operazioni di rigenerazione urbana rappresentano lo strumento principale per generare queste
opportunità, ma richiedono approcci specialistici a tre differenti scale di intervento attraverso:
strategie organizzative e di processo, ovvero una pianificazione strategica, tramite vision e
obiettivi condivisi e la capacità di realizzare partnership pubblico private su temi specifici e
stimolare ulteriori investimenti;
strategie di urban design, ovvero la qualità nel progetto urbano come asset di valorizzazione
economica e nel definire regole insediative e su cui convergono i diversi interessi degli
stakeholder,
strategie di marketing, ovvero azioni di marketing orientate non solo a fattori comunicativi ma
anche alla domanda reale e sociale;
e portando innovazione sia nel processo che nel prodotto, come dimostrano alcuni dei casi
esaminati nella trattazione
Diritto alla casa e forme dell'abitare
L’abitare è nella natura umana. Gli individui che abitano uno spazio sono coloro che consentono ad una città di esistere. Chi abita un luogo occupa uno spazio fisico e, da sempre, nella storia dell’umanità, gli individui hanno creato case in grado di accoglierli e di proteggerli.
La città è un sistema complesso, una molteplicità di eventi tra di loro interconnessi. Per studiare un fenomeno così articolato è consigliabile l’utilizzo di un approccio olistico, in grado di mettere in relazione tutti gli elementi che concorrono a fare di un territorio una struttura stabile.
A Roma è emergenza casa: l’elevato costo degli immobili e le difficoltà economiche di molte famiglie, condannano ad abbandonare la città.
Le politiche sociali non hanno proposto idonei interventi di sostegno, e le poche misure esistenti sono di tipo assistenziale. Insufficienti a rispondere a tutti gli individui in condizione di disagio ed esclusione.
La situazione appena descritta ha stimolato alcuni cittadini a sviluppare forme di resistenza all’espulsione, occupando edifici pubblici e privati a scopo abitativo. Azione, questa, che pur distinguendosi per il carattere illegale, realizza partecipazione, e sviluppa nuove capacità e competenze personali
Approccio ad una pedagogia del dono : la persona, le relazioni e i legami sociali
Lo
studio
condotto
studio
si
è
posto
l’obiettivo
di
esplorare
le
ambiguità
delle
forme
del
dono,
con
la
convinzione
che
fosse
possibile
trovare
significative
intersezioni
tra
le
strutture
proprie
della
relazione
educativa
e
i
fondamenti
di
un
legame
donante.
La
motivazione
che
ha
spinto
alla
ricerca
concerne,
dunque,
la
volontà
di
indagare
nell’ambito
di
una
prospettiva
umanista
che
s’apre
al
sapere
pedagogico
e
tiene
sullo
sfondo
caratterizzazioni
provenienti
dalle
correnti
fenomenologiche
e
dalle
filosofie
dialogiche
–personalista
ed
ermeneutica-‐
esistenzialiste,
origini,
significati
e
i
fini,
per
il
singolo
soggetto
e
per
la
società,
di
un
dar
forma
all’umano
che
parta
da
un
principio
relazionale
fondato
su
un
legame
donante.
La
tesi
è
un
contributo
che
s’inserisce
nel
panorama
scientifico
problematizzando
quanto
attiene
alla
definizione
di
una
postura
relazionale
che
parta
dal
principio
di
uno
scambio
umano
tra
due
individui
posti
in
una
dinamica
formativa.
Da
qui
le
difficoltà
più
importanti
della
ricerca
nel
definire
l’ambito
di
interesse
e
gli
autori
che
potevano
dare
un
riferimento
importante
per
il
raggiungimento
degli
obiettivi
del
lavoro.
La
metodologia
utilizzata
è
inscrivibile
nell’ambito
della
ricerca
filosofica
–morale
che
si
pone
la
domanda
sulle
origini
e
i
significati
dell’agire
umano,
collettivo
e
individuale,
cercando,
attraverso
il
metodo
deduttivo,
di
problematizzare
quanto
intuito
al
fine
di
dar
risposta
alla
questione
aperta.
Nel
lavoro
sviluppato
si
è
riscontrato
come,
a
partire
da
una
visione
umanista,
fenomenologico/
dialogica,
del
discorso
pedagogico,
sia
possibile
porre
le
basi
per
giustificare
l’effettiva
presenza
del
dono
nel
movimento
che
porta
l’uomo
in
direzione
dell’
educativo
e
si
è
data
costituzione
ad
un
impianto
capace
di
sostenere
la
dimensione
oblativa
come
principio
della
relazionalità
umana
Ars cledonii romani senatoris constantinopolitani grammatici : nuova edizione critica
Nell’ambito della produzione grammaticale tardo-antica dedicata all’esegesi delle Artes di
Elio Donato spicca l’insolito trattato di Cledonio, senatore insignito del titolo di grammaticus che
opera nella Costantinopoli del V secolo; l’opera, che si distingue nel panorama delle trattazioni
dedicate a questo tipo di esegesi sia per la forma (si tratta infatti di un commento di tipo lemmatico)
che per la sostanza (Cledonio attinge talora a fonti erudite non comuni, e conserva tra l’altro sezioni
che documentano in maniera originale i collegamenti tra insegnamento del latino e formazione della
burocrazia orientale), è tramandata da un codex unicus in onciale, il Bernense 380, risalente alla fine
del VI secolo.
Nella prima parte, dopo una rapida ricognizione sulle tipologie di grammatica e, più in
particolare, sulle tipologie dell’esegesi donatiana, sono state messe in luce le principali
caratteristiche dottrinali del ‘commento a Donato’ attraverso l’esame di una serie di trattati in
riferimento a un periodo cronologico che va dal V secolo (in cui campeggia l’imprescindibile
produzione di Servio, al quale si riconduce una ricca e diversificata tradizione) al VII, a cui
risalgono le opere cristianizzate di Giuliano di Toledo e l’Ars Ambrosiana; derivata da ciò è
l’analisi dei singoli capitoli dell’Ars Donati così come risultano illustrati dai commentatori.
La seconda parte dell’introduzione è dedicata all’argomento centrale della ricerca, ovvero
Cledonio e il manoscritto Bernense 380; al fine di delineare con la massima chiarezza gli aspetti
caratteristici del codice, descritto in maniera particolarmente accurata, sono stati raccolti in apposite
tabelle le principali tipologie di errori, il complesso degli scambi ortografici, i lemmi donatiani così
come vengono citati da Cledonio (affiancati ai rispettivi lemmi dell’Ars Donati), infine la
distribuzione del testo del Bernense fascicolo per fascicolo. Riguardo poi alla struttura dell’Ars
Cledonii, richiamando anche qui alcuni aspetti peculiari del codice, si introduce l’ipotesi di
costituzione del testo, in base alla quale il presente trattato è il frutto dello sviluppo incontrollato di
un’originaria copia di lavoro, elaborata nell’ambiente del maestro di grammatica orientale e via via
accresciuta da aggiunte e inserti di allievi e fruitori ancora tardoantichi, ad un certo punto trascritti
in un contesto occidentale (proto-longobardo), non più in grado di comprenderne a fondo la
complessa stratificazione e, in molti casi, la grafia.
Nella terza parte viene presentato il testo critico, di cui si è cercato di curare particolarmente
il lay-out: in tal senso, contrariamente al continuum testuale riscontrabile nelle precedenti edizioni
del Keil e del Bertsch, la presente edizione mette in evidenza una sequenza di glosse e di stralci per
lo più ma non sempre forniti di lemma, al fine di mostrare tangibilmente che l’Ars Grammatica di
Cledonio deve essere ritenuta un’opera del tutto estranea alla consequenzialità e organicità
tradizionali: la trattazione a noi giunta vive di stralci teoricamente autonomi, l’unica base di
partenza per essa è l’Ars Donati, volontariamente spezzettata e divisa in funzione di quelli che
potevano essere gli obiettivi didattici.
Oltre che da un apparato critico il testo è corredato da un apparato di loci similes provenienti
dalle opere degli esegeti di Donato, grazie ai quali in più casi è stato possibile chiarire taluni passi
del testo di Cledonio, evidentemente lacunosi e di per sé poco intellegibili. Il presente lavoro è
completato infine da un indice delle citazioni e da un indice delle forme trattate
Synthesis and structure/antioxidant activity relationship of lipophilic hydroxytyrosyl esters and their analogues
The olive tree (Olea Europea) is widely studied for its alimentary use: the fruits and the oil are essential components in the mediterranean diet of a large part of european’s population, whereas fruits and leaves are important for their secondary metabolites, known for their protective (antioxidant) properties. These properties are attributed to the phenolic compounds of olive tree. Hydroxytyrosol (here named 3,4-DHE) is a small hydrosoluble molecule (log P = 0.08), which is present in the leaves, fruits and, in small amount, in olive oil (113.7 381.2 mg/kg). It acts as an efficient scavenger of peroxyl radicals, preventing oil oxidation and therefore contributing to improve its shelf life. Previous studies on hydroxytyrosol’s biological properties gave information about its bioavailability in humans, its nontoxicity in vivo, its antiatherogenic properties (mainly by protecting LDL from oxidation damage), its antiplatelet aggregation ability and its anti-inflammatory effects. All these properties can be related to the ability of 3,4-DHE to interact with redox sensitive cellular elements, such as by inactivating NF-κB pathways. As for the radical scavenging and biological properties mentioned above, 3,4-DHE seems to be a good antioxidant, safe enough for industry preparation. Nevertheless, easy incorporation of 3,4-DHE as an additive in food and cosmetics, as oil matrices, is still a challenge. The hydrophilic character stands as a serious disadvantage, first of all for the difficulties in extracting it from aqueous solutions, then for the reduction of its effectiveness in stabilizing fats and oils. Therefore, more lipophilic 3,4-DHE derivatives could promote hydroxytyrosol’s properties with respect to the dispersion medium. Derivatization of 3,4-DHE demonstrated to be a promising tool to increase its solubility in lipophilic preparations. Several studies have highlighted that 3,4-DHE derivatives possess antioxidant properties. However a systematic study of the structure-activity relationships, required for a fine tuning of the lipophilicity that maximizes its antioxidant properties, is still lacking. An accurate analysis of the influence of structural rearrangements on the antioxidant activity of 3,4-DHE may help to better understand the basic aspects of the behavior of lipophilic phenolic antioxidants. Furthermore, it may bring worthy information in order to build up efficient antioxidants for industrial employment.
The aim of the present PhD project has been to explore the structure -
activity relat ionship of four complete series of lipophifilic hydroxytyrosyl
derivatives, obtained by:
esterification of the alcoholic moiety with fatty acids of
increasing acyl chain length
small structural modifications of hydroxytyrosol main
scaffold.
The project was divided into three parts:
Preparation of (Figure 1):
1. hydroxytyrosyl esters of fatty acids by chemical synthesis;
2. a new hydroxytyrosol superior homologue (named 3,4-DHP) having a
propyl alcoholic chain and the complete series its fatty acid esters (C2-
C18);
3. a new hydroxytyrosol isomer (named 2,3-DHE) having the catecholic
hydroxyls in 2,3 position with respect to the alcoholic chain and the
complete series of its fatty acid esters (C2-C18);
4. a new catechol obtained by pooling together the two previous
rearrangements (named 2,3-DHP) and the complete series of its fatty acid
esters (C2-C18).
Evaluation of antioxidant activity of all the compounds obtained,
by in vitro ABTS assay and by H2DCF assay in cultured L6
myoblasts.
Study of the interaction between a representative series of
hydroxytyrosyl esters derivatives and lipid bilayer by using lipid
vesicles (liposomes), representing the simplest membrane model.
Figure1. Molecules under study in this thesis
The results obtained indicate that the derivatization of hydrophilic
catechols, by regio-selective esterification with linear fatty acid on the
alkylic alcohol, can effectively maintain or even enhance their antioxidant
properties. Lipophilicity can be modulated, by the choice of an adequate
acyl chain length, to cooperate with antioxidant activity. It emerged that the dependence between hydrophobicity and the antioxidant capacity is nonlinear, but characterized by a clear cut-off effect for longer chain esters. We investigated the reasons of the decreased activity for longer alkyl chains. In ethanol (used for ABTS assay), it was found that esters having chains longer than C12-C14 can in part assume folded structures, thus interfering with the catechol moiety’s radical scavenging ability. Comparative analysis of the four sets of molecules under study suggested that shifting the hydroxyl to ortho-meta position with respect to the alcoholic chain can successfully affect the stability and the antioxidant activity of lipophilic phenols, by creating an intramolecular hydrogen bond that in compounds with meta-para catechols is not allowed. The formation of this new bond is particularly facilitated by elongating the alcoholic side chain from C2 to C3. Viability assessment of 24h-preincubated myoblasts with all the compounds confirmed the nontoxicity of these substances, as already reported in literature for hydroxytyrosol. ROS production assay in cells described a similar activity pattern for the four sets of compounds (higher antioxidant activities for short-medium size esters, and a drop for longer chains), demonstrating that in a biological environment rearrangements of hydroxytyrosol structure have minor influence in the activity, instead, the only involved parameter is lipophilicity (that is related to the length of the ester chain). The determination of the size-dependence on the critical aggregation concentrations reveled that these amphiphilic catechols self-associate in aqueous solutions, like classical surfactants, and - interestingly – that the 50% of 10 μM stearate ester (the concentration used for our experiments) forms supramolecular structures in aqueous solution. However, this could only partially explain the drop of activity for long chain esters in cells. Activity assays performed with liposomes clarified that medium-long esters are unable to protect the intravesicular environment from induced oxidation giving low values of DCF assay. Notwithstanding, medium-long esters strongly interact with the membrane where they are soluble, and they can efficiently protect it from oxidative damage as shown by measures of antioxidant activity with DPH probe.
In conclusion, the performed studies demonstrate that it is possible to modulate the length of the acyl chain in order to maximizes the defense from oxidative injure either in the intravesicular environment or in the bilayer, supposing for analogy, that the results obtained with liposomes
could fit for cells. Moreover, rational design of hydroxytyrosol structure brought new information about improving its efficiency, which may be useful in the market of food preservants
Malattie mitocondriali dovute a mutazioni in SDHAF1 e TMEM70 : fattori di assemblaggio del Complesso II e Complesso V della Catena Respiaratoria mitocondriale umana
Mitochondrial disorders are clinical syndromes associated with abnormalities of the oxidative phosphorylation (OXPHOS) system, the main responsible for the production of energy in the cell. The subunits constituting these multimeric complexes have a dual genetic origin, mitochondrial or nuclear. Hence, mitochondrial syndromes can be due to mutations of mitochondrial DNA or to abnormalities in nuclear genes. The biogenesis of the mitochondrial respiratory chain complexes (MRC) is an intricate and finely tuned process. The majority of the inherited mitochondrial disorders are due to nuclear genes, and many of them encode ancillary factors: proteins necessary for the proper assembly/stability of the MRC even if they are not incorporated in the final complexes. The detailed mechanisms of these processes are not fully understood and the exact function of many such factors remains obscure.
During the period of my PhD I focused my attention on the role of two new nuclear genes SDHAF1 and TMEM70 necessary for the correct assembly of Complex II and Complex V, respectively.
Succinate dehydrogenase or Complex II participates in the electron transfer, in the respiratory chain and in succinate catabolism in the Krebs cycle where it functions as a succinate dehydrogenase (SDH), catalyzing the oxidation and dehydration of succinate to fumarate. CII takes part in the MRC by coupling this reaction to the reduction of ubiquinone to ubiquinol, that in turn funnels electrons to CIII (Ernster and Dallner 1995). Succinate dehydrogenase consists of four subunits, all encoded by the nuclear genome (Bugiani M. et al., 2006). The two larger subunits, SDHA and SDHB, are catalytic. and are linked to tSDHC and SDHD, two small hydrophobic polypeptides that contain a heme b moiety and anchor the complex to the inner mitochondrial membrane (Sun F. et al. 2005).
Isolated complex II deficiency is a relatively rare cause of mitochondrial disease encompassing 2–8% of OXPHOS defective cases (Munnich and Rustin, 2001; Ghezzi D.et al., 2009). Fenotipically two main clinical presentations are known: mitochondrial encephalomyopathy and familial paragangliomas (tumors of chromaffin cells). Several proteins assisting assembly of CII have been described (Rutter et al., 2010), but only the two recently discovered factors SDHAF1 (Ghezzi D. et al., 2009) and SDHAF2 ( Hao HX et al., 2009) directly and specifically promote CII assembly.
In the last year of my PhD I studied the biochemical and molecular features of a 7 years old girl born from an inbred family originating from Bangladeshi who manifested clinical aspects of leukencephalopathy similar to the ones described for patients with mutations in SDHAF1. This girl was born at term without complications. Developmental milestones were normal until 13-months of age, when she was referred to medical evaluation for a 10 days history of acute psychomotor regression, clumsy crawling, partial loss of voluntary sitting, and hypotonia. Histochemical studies of a muscle biopsy performed at age 13 months showed a markedly-diffuse reduction of SDH in all muscle fibers. At the age of 7 years, the patient showed a severe spastic-dystonic tetraparesis, moderate mental retardation, mild dysphagia, poor growth and showed clonic, myoclonic and tonic-clonic seizures several times a day, scarcely responsive to antiepileptic drugs. Therapy with Riboflavine led to improved vigilance and alertness, lower frequency of epileptic seizures and some developmental progess.
We performed a spectrophotometric determination of respiratory chain enzymes activity and we observe a profound, isolated defect of complex II (residual activity was 30% of the lowest control value after normalization with citrate synthase), and a severe impairment (<70% of normal values) of complex V activity in the direction of ATP synsthesis when succinate was used as substrate; whereas, normal values in the presence of malate. After Western blotting analysis we noticed that the reduced complex II activity in muscle and fibroblasts mitochondria was associated with a decreased amount of complex II subunits SDH70 and SDH30; whereas, complex I, IV, and V subunits were normally expressed. Moreover, BN-PAGE in the first dimension and Tricine/SDS-PAGE in the second dimension followed by Western blotting revealed a drastic decrease of the holocomplex II with normal amount of holocomplexes I and IV.
So after these results we decided to perform a genetically screening of CII structural and assemblatory factors and we identified a novel, homozygous c.103G>T mutation in SDHAF1, predicting a premature protein truncation at amino acid residue 35 (p.E35X). The mutation was heterozygous in the parents and it was not found in 200 control chromosomes. Several lines of evidence support the pathogenic role of the new c.103G>T variant. First, the mutation segregates with disease in the family being heterozygous in the healthy father and mother and homozygous in the affected child. Second, the mutation was not detected in 200 control alleles and affects a highly conserved residue of the protein (p.E35) transformed in a premature stop codon, that generate a truncated polypeptide of only 35 amminoacids.
Finally, the reduced complex II activity in muscle and fibroblasts mitochondria and the drastic decrease of the holocomplex II amount support the idea that SDHAF1 could be necessary for the correct assembly of SDH complex.
In fact SDHAF1, stands for SDH Assembly Factor 1, is a small protein containing a tripeptide sequence LYR, a proposed signature for proteins involved in Fe–S metabolism. Hence, SDHAF1 could play a role in the insertion or retention of the Fe–S clusters within the protein backbone of CII.
So overall our studies contribute to expand the array of mutational spectrum of SDHAF1and also corroborate the idea that although SDHAF1 resides in the mitochondrial matrix while CII is membrane bound, mutation in this protein cause a drastic decrease of CII activity and the corrispond amount in human muscles and fibroblast. Furthermore, we underline how mutations in this assembly factor could bear, together with SDHA genetic defects, to a clinical presentation of mitochondrial encephalomyopathy. In fact, to date no mutation in SDHAF1 has been reported in patients with paragaglioma.
Among the huge number of cases I’ve analyzed during my Phd work , I’ve also collected two patients displaing peculiar clinical features characterized by hypertrophyc cardiomiopathy, 3-methyl glutaconic aciduria, ipotonia and isolated complex V defect. Both patients resulted mutated in TMEM70 gene, with patient Pt1 being homozygote for the widely described c.317-2A>G splice site mutation and patient Pt2 compound heterozygote for c.317-2A>G and a new c.628A>C missense mutation. Several lines of evidence support the pathogenic role of the new p.209T>R variant. First, the mutation segregates with disease in the family being heterozygous in the healthy father and in combination with the c.317-2A>G in the two affected siblings. Second, the mutation was not detected in 200 control alleles and affects a highly conserved residue of the protein (p.209Thr>Arg). Third, the amount of TMEM70 was undetectable in patient Pt1 and decreased up to 90% in patient Pt2. Finally, in patient Pt2 the level of several complex V subunits was decreased as well as the total amount of complex V. My studies further support the essential role that TMEM70 has in the assembly/stability of ATPsynthase. Both patients, in fact, show a reduction in the amount of fully assembled complex V and accumulation of F1 subcomplexes, as shown by BNGE analysis. In order to confirm these results I decided to analyze the effect of oligomycin or conditions altering the sensitivity to oligomycin, like sonication, towards complex V activity. In fact, it is well known that oligomycin inhibits ATP synthesis and hydrolysis by different mechanisms. Oligomycin binds to the ATPase 6 subunit by blocking proton translocation. Isolated F1 does not make ATP, it is not sensitive to oligomycin, and shows a higher ATP hydrolysis than the F1F0 complex. The hydrolytic activity of complex V without or with oligomycin [namely ATPase and oligomycin sensitive-ATPase (OS-ATPase), respectively] was 30% reduced in patient 1 in both conditions; whereas, in patient 2 was similar to the controls mean values. When mitochondria of both patients were submitted to sonication, a rapid and significant loss of the sensitivity to oligomycin was evident at 20 seconds of sonications. Contrariwise, cells of controls displayed no significant changes.
Therefore, the reduction in the amount of fully assembled complex V and the accumulation of F1 subcomplexes shown by BNGE analysis is further supported by hydrolysis experiments in which both patients lose earlier the sensitivity to oligomycin than controls when subjected to mechanical stress, underling a weak bound of the F1 sector to the membrane.
In previous studies TMEM70 has been described as a chaperon directing the assembly of complex V, but any attempt to show a direct interaction of this protein with the complex has failed (Houstek J., 2010). We show, for the first time, the presence of TMEM70 in high molecular complexes of about 470 and 550 kDa when Hela cells, expressing a HA tagged form of the protein, were when subjected to BNGE. The immunoprecipitation of complex V clearly demonstrates that the interaction of the protein with ATP synthase is specific, although any attempt to identify the specific interacting protein was unsuccessful. Previous studies have shown that mutations in the mitochondrially encoded subunits (a, A6L) cause reduction of ATP synthase holoenzyme and accumulation of subcomplexes (Jonckheere A.I, 2011). Our patients display a pattern of subassemblies overlapping with the one observed in rho zero cells. In this light is tempting to speculate that TMEM70 may stabilize F1 sector by binding it and assisting the insertion of the mitochondrially encoded subunits. Nevertheless many questions remain to be answered for example why this protein is present only in the higher Eukaryotes, how it can affect complex V activity/assembly, whether it can affect the lipid milieu since it is hydrophobic protein. Further studies are needed to clarify the functional role of this protein
Le vendite a distanza ai consumatori : disciplina vigente e prospettive di riforma
La stipulazione dei contratti a distanza, negoziati e conclusi tra un
professionista ed un consumatore mediante tecniche di comunicazione a
distanza, offre grandi opportunità di crescita degli scambi nel mercato
interno.
Tuttavia, la disciplina elaborata verso la fine degli anni Novanta in
ambito europeo, e recepita nei singoli Stati membri, non ha consentito
agli operatori economici di sfruttare pienamente tutte le potenzialità di
questa modalità di vendita, il cui impiego è rimasto contenuto rispetto
agli intenti e alle aspettative.
Ciò è imputabile anche al fatto che la direttiva 97/7/CE sulla
“protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza”
prevedeva un grado di armonizzazione minimo, determinando così una
frammentazione normativa che ha pesantemente inciso sulla possibilità,
per gli operatori economici, di effettuare agevolmente scambi
commerciali a livello transfrontaliero.
Le istituzioni comunitarie – per favorire l’incremento degli scambi
nel mercato unico, per agevolare la concorrenza tra le imprese nonché
per offrire ai consumatori una più vasta gamma di prodotti a prezzi più
competitivi - hanno dato impulso al (e diretto il) percorso volto alla
revisione dell’acquis communautaire sulle vendite nell’Unione Europea,
nell’ambito delle quali rientrano le vendite a distanza.
Espressione di tale obiettivo è stata, in primo luogo, l’adozione
della direttiva 2005/29/CE sulle pratiche commerciali scorrette e,
successivamente, della direttiva sui diritti dei consumatori 2011/83/UE –
direttiva ad armonizzazione “mista” che ha riformato la disciplina sui contratti negoziati al di fuori dei locali commerciali e sui contratti a
distanza.
Inoltre, in tale contesto assume rilievo fondamentale la
presentazione, nel mese di ottobre del 2011, della proposta di
regolamento relativo a un diritto comune europeo della vendita (o CESL
- Common European Sales Law).
Nell’ambito della CESL, la disciplina delle vendite a distanza è
stata particolarmente valorizzata ed è compresa nel più ampio progetto di
riforma del diritto contrattuale europeo, volto alla uniformazione del
diritto e alla rimozione degli ostacoli, di carattere giuridico, agli scambi
transfrontalieri nel mercato unico.
L’attività di ricerca svolta è stata, quindi, prevalentemente
incentrata sull’individuazione dei problemi posti dalla attuale disciplina
delle vendite a distanza e dalle soluzioni che sono state proposte dalla
disciplina recentemente definita a livello comunitario mediante gli
appena citati interventi.
Nel primo capitolo, infatti, si indicano i problemi posti dalla
disciplina sui contratti a distanza dal punto di vista pratico, rappresentati
principalmente dalla disomogeneità normativa esistente a livello
europeo, dalla necessità di contenere i costi transattivi per le imprese,
dagli ostacoli incontrati dal consumatore alla prestazione di un consenso
libero e consapevole all’acquisto, dall’esigenza di prevedere modalità
semplici e gratuite di scioglimento dal vincolo contrattuale e di usufruire
di rimedi più efficaci in caso di inadempimento.
Nel secondo capitolo, le questioni poste dalla disciplina sulle
vendite a distanza vengono analizzate dal punto di vista giuridico,
partendo dalle norme contenute nell’ordinamento italiano agli artt. 50 e
ss. del codice del consumo, seguite dalle nuove regole introdotte con l’applicazione della direttiva 2011/83/UE e quelle in corso di
elaborazione contenute nella CESL - dedicando ad ognuna di esse una
apposita sezione.
Nel terzo capitolo, infine, si formulano le conclusioni: ossia, si
valuta l’efficacia delle soluzioni - proposte in sede comunitaria - alle
questioni individuate nel primo capitolo. Specificamente, si segnalano i
problemi risolti, le questioni ancora aperte e le prospettive di riforma
The 2011 Famine in Somalia: lessons learnt from a failed response?
The 2011 famine in Somalia was predicted and could have been mitigated or prevented if the humanitarian response had been timely and more effective. To improve responsiveness to early warnings, action is required to better insulate the humanitarian system from political agendas.Abaarta ka dhacday Soomaaliya 2011 waxay ahayd mid horay loo saadaaliyay, waana laga tabaabasheysan karay ama laga hortegi karay haddii falgalka samafalku uu ahaan lahaa mid degdeg ah oo waxtar leh. Si loo hagaajiyo falgalka habka qayladhaanta, waxaa loo baahanyahay in samafalka, gebi ahaan, laga saaro siyaasadda.La carestia del 2011 in Somalia era stata prevista e avrebbe potuto essere attenuata o evitata se la risposta umanitaria fosse stata tempestiva ed efficace. Per migliorare la risposta ai sistemi di preallarme, è necessario isolare maggiormente il sistema umanitario dall'agenda politica
Aeroacoustic, acoustic and fluid dynamic characterization of rectangular partial enclosures
Wall pressure fluctuations generated by interaction of turbulent jets with
the wall of rectangular partial enclosures (RPEs) are studied experimentally
over a broad range of parameters. The scope of the present work is
to characterize the propagation of the pressure perturbations in the RPEs
by means of wall pressure auto-spectra, cross-spectra and cross-correlations
measured through microphones located along the wall. In order to interpret
the pressure measurement, the acoustic and fluid dynamic behaviours are
investigated analytically, numerically and experimentally for several cavityneck
section ratios. The flow structures as the vortex formed in the cavity
and the recirculation zone in the neck are studied in details. The acoustic
behaviour of this geometry is investigated with particular emphasis on the
first dominant mode analysis. It is pointed out that the first mode frequency
scales as an Helmholtz resonator frequency. Taking into account this scaling
a reduced form of the Strouhal number, that leads the spectra to collapse,
is proposed. Furthermore it is found that the mechanism characterizing the
pressure propagation at high frequency close to the bottom wall is strongly
affected by the adverse pressure gradient that modifies the jet-wall interaction.
The fluid dynamic contribution of the pressure fluctuations at high
frequency is accompanied by a relevant acoustic effect characterized by a convection
velocity close to the speed of sound at low frequency. The dynamic
of the recirculation zone, characterized using the Proper Orthogonal Decomposition
technique, plays an important role from the aeroacoustic viewpoint
that produces in some conditions an increase of the wall pressure fluctuations
at low frequency