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Observations on White Grubs Affecting Sugar Cane at the Juba Sugar Project, South-Western Somalia, in the 1980s, and Implications for Their Management
The article reports some observations on white grubs affecting sugarcane at the Juba Sugar Project, in South-Western Somalia, in the 1980s, and the implications for their management.Maqaalku wuxuu ka hadlayaa arrimo la xiriira dixiriyaha cad ee waxyeeleeyo qasabka sonkorta ee mashruuca sonkorta ee Jubba. Baaritaankaas waxaa lagu sameeyey koofur-galbeed ee Soomaaliya sannadka 1980.L'articolo riporta alcune osservazioni su larve bianche che colpiscono la canna da zucchero nell'ambito del Juba Sugar Project, svoltosi nel sud-ovest della Somalia negli anni 1980, e le relative implicazioni per la loro gestione
System methodologies for situation awareness and risk management for critical infrastructure protection
The Mixed Holistic Reductionist Approach is a methodology that
merges the holistic and the reductionist techniques trying to conserve
the pros. The aim is the modelling of critical infrastructure interdependencies
and the assessment of impact due to physical failures and
to cyber threats. This approach can be applied both in distributed and
in centralised contexts. The distributed framework is mandatory if the
communication among control centres is peer-to-peer.
In order to manage also cyber threats, Situation Awareness models
and techniques help in order to classify faults and failures. In fact,
Data Fusion methodologies, as Evidence Theory, can detect the most
probable cause of faults happened in facilities and, therefore, we uses
the other information, coming from Evidence Theory results, as another
input for the MHR approach.
The state estimation is one of the key functions of SCADA systems
for grids. In order to identify the state of the system, state estimation
helps in accurate and efficient monitoring of operational constraints.
The ability to provide a reliable state can also help in contingency
analyses and in the required corrective actions. The smart grid context
is quite different respect to traditional distribution grid, starting from
different topology features, so a new approach to state estimation is
mandatory
Genetic and functional basis of Acinetobacter baumannii virulence
Acinetobacter baumannii is an opportunistic nosocomial pathogen and many strains are multior
pan-drug resistant. Although this bacterium has long been regarded as a low-grade pathogen, it
can cause a broad range of severe infections, including pneumonia and bacteraemia, but also
secondary meningitis, skin and soft-tissue, wound and urinary tract infections, and attributable
mortality rates can reach 35%. However, the virulence traits and pathogenic potential of A. baumannii
remain elusive.
The aim of this PhD thesis was to study the factors and mechanisms responsible for A.
baumannii pathogenicity. The following main questions were asked:
1) is there a core set of conserved A. baumannii virulence factors?
2) did epidemic strains acquire new virulence determinants?
3) did a co-evolution between drug resistance and virulence occur?
4) is it possible to differentiate strains on the basis of their virulence factor profile?
5) is it possible to gain advantage from basic knowledge of A. baumannii metabolism to develop
alternative therapeutic strategies against multidrug-resistant A. baumannii?
To address these questions, the genomes of epidemiologically diverse A. baumannii strains
were compared, and genomic information was used as a guidance tool for phenotypic analyses
(Chapters 2 and 3). As the second step, the distribution of a particular group of virulence
determinants, i.e. iron uptake systems, was explored in more depth using a wide, representative
collection of clinical, MDR A. baumannii strains (Chapters 4 and 5). Thirdly, the expression of
putative A. baumannii virulence-associated traits identified in Chapters 2 and 3 was studied in a
collection of epidemic strains (Chapter 6). Lastly, a new antimicrobial strategy based on the
disruption of iron metabolism was investigated (Chapter 7).
It was shown that A. baumannii has the potential to express a wide repertoire of putative
virulence factors that are common to the genomes of most strains, but that these factors can be
differentially expressed according to the strain. Additionally, it was found that epidemic strains had not
acquired any new specific virulence determinants in addition to antibiotic resistance genes. Thirdly, a
multiplicity of iron uptake capabilities was identified, consistent with the importance of iron for A.
baumannii metabolism. This evidence ultimately prompted the assessment of a novel anti-A.
baumannii strategy based on the disruption of iron metabolism by gallium, an iron-mimetic metal.
The results presented in this thesis revealed that A. baumannii is a very adaptable pathogen,
possessing many diverse virulence attributes, and that it has an extraordinary ability to acquire new
genetic material. Thus, although A. baumannii has long been considered a low-grade pathogen, in the
future it could acquire new virulence genes in addition to antibiotic resistance genes, and become a
more significant threat to human health. Hence, novel therapeutic strategies will continue to be
needed to combat such a rapidly evolving pathogen, which already has an uncertain clinical outcome
La recente direttiva sui diritti dei consumatori e l'impatto sui settori concernenti i servizi di interesse economico generale
La recente adozione della Direttiva sui diritti dei diritti
consumatori e il suo prossimo ingresso nell’ordinamento italiano
conducono ad interrogarsi sull’impatto che la nuova disciplina a tutela
dei consumatori sortirà sui settori concernenti i servizi di interesse
economico generale ove, in particolare, esistono già specifiche
discipline settoriali a tutela degli utenti.
La nuova disciplina europea appare difatti idonea ad incidere,
oltre che sulla disciplina a carattere generale a tutela dei consumatori,
sulla disciplina esistente nei settori “regolati” – quali ad esempio le
telecomunicazioni e l’energia elettrica e il gas – ove le misure a tutela
dell’utenza risultano già, anche grazie ai numerosi interventi delle
Autorità di regolazione, particolarmente sviluppate.
Le Autorità di regolazione hanno difatti, nel corso del tempo,
in considerazione delle peculiarità dei settori a cui sono preposte e
delle esigenze di volta in volta emerse dalla prassi, introdotto una
regolamentazione comportante un elevato grado di tutela per i
destinatari dei relativi servizi.
La tesi di dottorato intende analizzare, per l’appunto,
l’impatto che avrà, una volta trasposta nell’ordinamento italiano, la
disciplina contenuta nella nuova Direttiva sui consumatori sui settori
regolati in cui esiste già un livello elevato di tutela degli utenti.
A tal fine, vengono essenzialmente presi in esame due aspetti,
ossia l’ambito di applicazione della Direttiva sui diritti dei
consumatori e il grado di incidenza di essa sulle discipline vigenti nei
diversi settori regolati.
Per quanto riguarda il primo aspetto, nel presente lavoro, ci si
sofferma innanzitutto a verificare se la disciplina ivi contenuta sia idonea a ricomprendere tutti i rapporti contrattuali già oggetto di
specifici interventi regolamentari, ovvero se essa presenti un ambito di
applicazione “soggettivo” più ristretto e, dunque, risulti idonea ad
incidere soltanto parzialmente su detti settori.
Si passa, quindi, ad esaminare le disposizioni regolamentari
vigenti nei settori d’interesse – con particolare riferimento alle
telecomunicazioni e all’energia elettrica e il gas – al fine di
individuare quelle che presentino profili differenti rispetto alla
disciplina contenuta nella recente Direttiva sui diritti dei consumatori
e che quindi potrebbero, a seguito della trasposizione
nell’ordinamento italiano della nuova Direttiva, dover essere oggetto
di modifica e/o integrazione.
Una volta individuati i suddetti profili, particolate attenzione è
dedicata all’aspetto concernente il potere regolamentare delle
Authorities e alla sua estensione, e ciò al fine di verificare la
possibilità per detti organismi di prevedere eventualmente e/o
mantenere disposizioni “maggiormente garantiste” per gli utenti
rispetto a quelle contenute nella nuova disciplina europea a tutela dei
consumatori; detto aspetto risulta, a ben vedere, di particolare
interesse al fine di verificare l’entità dell’impatto che la nuova
disciplina europea è in grado di sortire sui settori in esame.
In secondo luogo, nel corso del lavoro, si approfondisce un
altro aspetto, connesso al primo sotto il profilo della idoneità della
normativa europea in esame ad incidere – direttamente o meno – sui
settori regolati, ossia il potere di un’Autorità di regolazione di dare
diretta attuazione ad essa anche in assenza di un atto formale di
recepimento.
Questo profilo viene esaminato sia con riferimento all’ipotesi
in cui sia ancora pendente il termine assegnato al legislatore nazionale per il recepimento della direttiva europea, prendendo in
considerazione quindi l’eventuale possibilità per l’Autorità di
regolazione di dare ad essa attuazione sia con riferimento al caso in
cui il suddetto periodo sia infruttuosamente trascorso, senza cioè che il
legislatore nazionale abbia provveduto a dare ad essa attuazione.
Nel lavoro, quindi, si focalizza l’attenzione sull’impatto che
avrà la neointrodotta disciplina europea a tutela dei consumatori
nell’ordinamento italiano e, in particolare, sui settori in cui sussiste già
una dettagliata disciplina regolamentare a tutela degli utenti. Volendo quindi ripercorrere, se pur brevemente, l’iter seguito
nel presente lavoro, suddiviso in quattro Capitoli, si fa presente che
nel primo Capitolo si è scelto innanzitutto di approfondire la nozione
di servizi di interesse economico generale per poi passare alla
ricostruzione delle tappe che hanno determinato la loro “attrazione”
nell’area del mercato e alla conseguente trasformazione del ruolo
dell’utente, divenuto oramai “parte” (debole) in un articolato rapporto
di tipo contrattuale con il fornitore del servizio.
Si è quindi rappresentato come proprio i suddetti mutamenti
abbiano reso necessaria la previsione di specifiche misure di tutela nei
confronti dei destinatari dei servizi, con la conseguente trasformazione
della tradizionale concezione di utente da destinatario (passivo) di un
servizio pubblico a “titolare di diritti”. In tale contesto un ruolo
centrale hanno svolto le Autorità indipendenti – istituite a seguito dei
processi di liberalizzazione che hanno interessato i settori in esame –
che, nel corso degli anni, hanno contribuito, con i propri provvedimenti, ad apprestare una tutela specifica e particolarmente
avanzata in favore degli utenti.
In tale scenario si inserisce la nuova disciplina europea a tutela
dei consumatori all’approfondimento della quale è dedicato il secondo
Capitolo. In tale parte del lavoro ci si concentra, per l’appunto, sulle
novità contenute nella nuova Direttiva in materia di consumatori e
vengono affrontati specifici aspetti quali: l’ambito di applicazione, le
modalità e le tempistiche per il suo recepimento e il livello di
armonizzazione prescelto. Attenzione particolare è dedicata
all’impatto che la nuova disciplina europea è in grado di sortire,
ancora prima che sulla disciplina regolamentare, sulla disciplina
contenuta nel Codice del consumo ove, con tutta probabilità, confluirà
la nuova disciplina europea sui diritti dei consumatori.
Il terzo Capitolo affronta uno degli aspetti centrali nel presente
lavoro, ossia l’impatto che avrà la nuova disciplina europea
concernente i diritti dei consumatori sui settori regolati. A tal scopo,
vengono innanzitutto individuate le disposizioni regolamentari dei
settori presi in esame che presentano profili differenti rispetto alla
disciplina contenuta nella recente Direttiva sui diritti dei consumatori
e che, quindi, potrebbero, a seguito del recepimento della Direttiva in
esame, dover essere oggetto di modifica e/o integrazione;
esemplificative, in tal senso, sono le disposizioni regolamentari in
materia fornitura di energia elettrica e gas, nella parte in cui
prevedono un regime di decorrenze per l’esercizio del cosiddetto
“diritto di ripensamento” più favorevole al consumatore rispetto a
quello previsto dalla nuova disciplina europea.
Viene quindi approfondito il profilo concernente l’ampiezza e
la portata del potere regolamentare delle Authorities in materia di
tutela degli utenti, guardando sia a come esso si è concretamente atteggiato in passato sia alle recenti statuizioni giurisprudenziali sul
punto.
Il quarto Capitolo affronta l’altro aspetto centrale nel presente
lavoro, ossia l’eventuale potere di un’Autorità di regolazione di dare
diretta attuazione alla Direttiva sui diritti dei consumatori. Tale
questione viene affrontata sia in relazione all’ipotesi in cui sia ancora
pendente il termine assegnato al legislatore nazionale per il
recepimento, sia con riferimento al caso in cui il suddetto periodo sia
trascorso senza però che il legislatore nazionale abbia provveduto a
dare ad essa attuazione.
CONCLUSIONI
A conclusione dell’indagine svolta si ritiene di affermare, in
estrema sintesi, che l’ambito di applicazione soggettivo della recente
disciplina europea – limitato, come accennato, ai soli consumatori –
possa dare luogo ad una “diversificazione della tutela” nei settori
regolati a seconda della qualificazione soggettiva – di consumatori o
meno – dei relativi destinatari dei servizi e ciò, si precisa, in settori nei
quali i destinatari dei servizi – riconducibili o meno alla nozione di
consumatore – sono oramai, invece, essenzialmente assimilati in
relazione al grado di tutela.
Le tutele previste dalla neointrodotta disciplina europea
potrebbero difatti essere estese ai soli “consumatori”, con un
conseguente minus di tutela per i soggetti non qualificabili come tali
(è il caso, ad esempio, degli utenti persone giuridiche).
Tuttavia, tale stato di cose potrebbe essere superato mediante
l’adozione di interventi ad hoc da parte delle stesse Authorities volti
ad estendere le tutele e le garanzie ivi previste anche agli utenti finali (come del resto già fatto in passato in taluni ambiti), giungendo così
anche ad una ricomposizione del quadro regolamentare che,
altrimenti, potrebbe risultarne estremamente frammentato.
Per quanto concerne l’impatto che è in grado di sortire la
neointrodotta Direttiva europea sulle regole vigenti nei settori in
esame, si evidenzia che, nel corso del lavoro, si è riscontrata la
idoneità della nuova disciplina a tutela dei consumatori ad incidere, in
diversi punti, sulla disciplina vigente nei settori regolati e ciò, non già
soltanto in maniera maggiormente favorevole per i consumatori, ma
anche, sotto alcuni profili, in maniera per essi meno garantista atteso
l’elevato livello di tutela già esistente in detti settori.
Tuttavia, come si è rilevato nel corso dello studio, appare
configurabile in capo alle Authorities un potere di prevedere e/o
mantenere regole differenti (maggiormente garantiste per gli utenti)
rispetto a quelle contenute nella recente disciplina europea in materia
di tutela dei consumatori e ciò, in considerazione dei loro ampi
margini di azione – come statuito in diverse occasioni dalla
giurisprudenza – nel perseguimento degli obiettivi e finalità ad esse
attribuiti tra i quali rientra, per l’appunto, anche la tutela dei
consumatori e degli utenti.
Si può affermare, quindi, che la nuova disciplina europea avrà
un impatto circoscritto sulla disciplina vigente nei settori regolati, nei
limiti di un innalzamento della tutela esistente (si pensi ad esempio
all’introduzione di un termine maggiormente ampio per esercitare il
diritto di ripensamento, pari a 14 giorni), fermo restando la possibilità
per le Autorità di regolazione di mantenere ovvero introdurre misure
maggiormente garantiste per gli utenti.
Per quanto riguarda poi l’ulteriore quesito oggetto di indagine,
ossia l’eventuale potere di un’Autorità di regolazione di dare attuazione alla Direttiva sui diritti dei consumatori in assenza di un
atto formale di recepimento – indagine questa che ha comportato un
approfondimento, più in generale, sul potere di dare attuazione alle
direttive europee da parte delle Authorities – si è giunti ad escludere
tale potere con riferimento alla direttiva in esame attesa la sua
inidoneità, come si è avuto modo di illustrare nel presente lavoro, a
produrre “effetti diretti” nell’ordinamento interno, anche allorché sia
eventualmente già scaduto il termine di recepimento.
Soltanto, difatti, qualora una direttiva europea risulti idonea –
in base ai requisiti fissati oramai da tempo dalla giurisprudenza
europea – a produrre “effetti diretti” nell’ordinamento interno, si può
ritenere ipotizzabile la configurabilità di un potere in capo ad
un’Autorità di regolazione di dare, con propri provvedimenti,
specifica attuazione ad essa avendo, soltanto in tal caso, le relative
norme e i correlativi diritti e obblighi, fatto già ingresso
nell’ordinamento
Le pratiche commericiali scorrette
La normativa europea e quella nazionale sulle pratiche commerciali scorrette si caratterizza per gli aspetti fortemente innovativi che essa presenta.
Innanzitutto la direttiva 2005/29 detta una sorta di regola aurea per il funzionamento del mercato: l’obbligo per gli operatori di comportarsi correttamente al fine di evitare di distorcere la capacità e la libertà decisionale del consumatore medio, ossia di una categoria con portata normativa tramite la quale l’ordinamento identifica un modello umano ricettore di pratiche commerciali e lo pone come parametro di valutazione della lealtà/slealtà di queste.
L’“obbligo di lealtà” prescritto permea ogni rapporto commerciale, anche quelli eventuali e che potrebbero crearsi dal solo contatto tra professionisti e consumatori. Il precetto contenuto nella norma riguarda, infatti, non gli atti posti in essere a seguito delle pratiche commerciali, ma l’attività commerciale stessa intesa come qualsiasi atto, comportamento, contegno, ecc., che possa influenzare in maniera determinante le scelte commerciali compiute dall’agente regolatore del mercato, ossia il consumatore medio.
L’altro aspetto innovativo della normativa va ravvisato nell’aver ridisegnato la categoria del consumatore medio e del professionista, nonché nell’aver esteso la tutela consumeristica alle “microimprese”, rinfocolando il dibattito acceso intorno al contratto con asimmetria di potere contrattuale e al c.d. terzo contratto.
Di particolare interesse è anche il dibattito sviluppato in tema di rimedi nei confronti delle pratiche commerciali scorrette, sia per quanto riguarda l’aspetto pubblicistico sia per quello privatistico. Sui rimedi civilistici, peraltro, si ravvisa il punctum dolens della disciplina europea e dell’armonizzazione massima a cui tende la direttiva. I Paesi membri, in sede di recepimento, hanno adottato soluzioni radicalmente diverse. L’indagine non può prescindere, dunque, dalla valutazione dei singoli rimedi e della loro applicabilità in via generale.
La disciplina sulle pratiche commerciali scorrette offre, dunque, molti spunti di indagine e di riflessione attraverso un’analisi sempre attuale anche in considerazione dei continui interventi legislativi e dell’interpretazione delle norme fornita sia dalla giurisprudenza europea e nazionale, sia dai provvedimenti delle Autorità indipendenti
La pericolosità sociale
Il presente lavoro si prefigge il delicato compito di analizzare, sul piano filosofico nonché dogmatico-giuridico, il concetto di “pericolosità sociale”, elaborato e sviluppato dalla Scuola Positiva.
Suddiviso in cinque capitoli, il presente contributo muove “i suoi passi” focalizzando l’analisi sulla struttura e sulla funzione della peculiare prognosi di pericolo.
Il secondo capitolo, invece, è dedicato ai capisaldi della Scuola Positiva ed alla loro applicazione alla materia penale: antropologia e sociologia criminale, responsabilità legale e pericolosità sociale.
Il terzo capitolo tenta, in particolare, una sistemazione delle varie posizioni dottrinali espresse sul concetto di “pericolosità sociale”.
Il quarto capitolo ricostruisce, all’interno dell’architettura di un “sistema penale integrato”, la disciplina del “tipo” sospetto e di quello straniero, delineandone i tratti essenziali afferenti alle discipline normative di polizia, a quella penale, processuale penale ed infine a quella penitenziaria.
Nella parte conclusiva del lavoro, i risultati maturati dalle precedenti indagini forniranno alcuni spunti di riflessione circa la consistenza dogmatica dei concetti di “prevenzione criminale” e di “diritto penale d’autore”, nonché i profili di compatibilità degli stessi col dettato costituzionale
La funzione sanzionatoria delle autorità creditizie
Obiettivo del presente lavoro è l’analisi delle finalità perseguite dalla funzione
amministrativa di vigilanza del mercato bancario e delle caratteristiche di una particolare tipologia
di attività che ne costituisce manifestazione, cioè la funzione sanzionatoria corrispondente alle
violazioni della normativa di settore.
L’interesse per tale tema risiede nell’osservazione che la predisposizione di un adeguato
impianto sanzionatorio applicabile da parte delle autorità di settore è una condizione essenziale
perché la vigilanza sul mercato bancario e finanziario sia efficace. E’ per tale ragione infatti,
dimostrata anche dalla letteratura economica, che l’ordinamento ha attribuito alle autorità di settore
il compito di accertare le violazioni della disciplina di riferimento e, a certe condizioni, di irrogare
sanzioni amministrative pecuniarie.
Per assicurare uno svolgimento approfondito, l’analisi è preceduta dalla ricostruzione delle
forme organizzative utilizzate dal legislatore per vigilare sul mercato bancario, caratterizzate per
l’indipendenza dall’apparato politico-burocratico e per l’utilizzo di provvedimenti autoritativi di
vario genere, inclusi quelli sanzionatori. Dopo aver ricostruito il tradizionale triangolo disegnato dal
Tub intorno al Cicr, al Mef e alla Banca d’Italia, prestando attenzione all’intersezione che le
attribuzioni di queste autorità hanno con i poteri esercitati dalla Consob in relazione alla prestazione
dei servizi di investimento, il lavoro descrive le nuove figure istituzionali cui recentemente il diritto
comunitario ha affidato compiti in materia di vigilanza prudenziale. Si sono pertanto approfondite le
novità introdotte dal legislatore comunitario per reagire alla crisi finanziaria del 2007-2008, e
specificamente le previsioni concernenti l’istituzione dell’EBA, avvenuta col Regolamento
comunitario 1093/2010, e le iniziative dirette a coinvolgere nella vigilanza prudenziale anche la
BCE, cui una proposta di regolamento della Commissione approvata dall’Ecofin del 14 dicembre
del 2012 intende attribuire “specific tasks (…) relating to prudential supervision of credit
institution”.
Svolta l’indispensabile premessa sull’evoluzione dell’assetto organizzativo del settore
creditizio, il lavoro analizza i poteri sanzionatori in tale ambito esercitati dalle autorità di vigilanza.
L’analisi parte dalla constatazione che il legislatore non ha tipizzato la maggior parte degli illeciti
amministrativi sanzionabili, avendone rimesso sostanzialmente la determinazione alla regolazione
delle autorità di settore. Da un lato, la regolazione dell’autorità di settore contribuisce in maniera
determinante a definire le fattispecie sanzionatorie, integrando in modo estremamente pervasivo il
diritto bancario e finanziario di rango primario. Da un altro lato, il potere sanzionatorio dell’autorità
di vigilanza, operando in funzione di reazione a specifiche violazioni di disposizioni di legge o
regolamentari da parte dei soggetti sottoposti a controllo, è funzionale proprio a rendere effettiva ed
efficace l'implementazione di questa regolazione. Queste considerazioni spiegano perché l’analisi
del potere sanzionatorio esercitato dalle autorità creditizie, oltre a non poter perdere di vista le
peculiarità soggettive che caratterizzano queste ultime, presuppone un’adeguata consapevolezza
circa lo stretto collegamento esistente tra il potere sanzionatorio e gli altri poteri di vigilanza di cui
sono titolari le medesime autorità.
Per quanto esposto, si esamina in che modo le funzioni di regolazione e di controllo
condizionino l'esercizio dei poteri sanzionatori delle autorità di settore. Dopo aver ricostruito in
termini di strumentalità la relazione tra tali funzioni, l’elaborato esamina la disciplina nazionale
concernente i presupposti sostanziali per la configurazione degli illeciti amministrativi bancari e le
modalità procedurali per la loro repressione, anche facendo ampio riferimento ai recenti interventi
regolamentari della Banca d’Italia, entrati in vigore il 1 febbraio 2013. Tale analisi, peraltro, è stata
condotta mantenendo sullo sfondo l’interrogativo se il descritto rapporto di strumentalità giustifichi
la predisposizione, per gli illeciti amministrativi bancari, di una disciplina sostanziale e
procedimentale derogatoria rispetto a quella generale stabilita dalla L. 689/1981. A tale quesito si è
data risposta tendenzialmente negativa, per lo meno in riferimento ai principi generali stabiliti dalla
Costituzione e dalla L. 689/1981.
Compiuta l’analisi dell’assetto del sistema sanzionatorio previsto per gli illeciti
amministrativi bancari attualmente vigente, si sono analizzate le rilevantissime novità che saranno a
breve introdotte per effetto del diritto comunitario.
In particolare, si sono descritti gli effetti che l’intervento noto con l’espressione “pacchetto
CRD IV” avrà sulla configurazione delle fattispecie illecite di settore e sugli aspetti sostanziali del
sistema sanzionatorio previsto per la loro repressione. Tali novità rappresenteranno una vera
rivoluzione e importeranno grandissime innovazioni con riferimento ai destinatari delle sanzioni,
alle fattispecie sanzionate e agli strumenti di intervento a disposizione delle autorità di settore.
Non meno significative per il tema esposto risultano le iniziative legislative della
Commissione approvate dall’Ecofin del 14 dicembre 2012. Esse propongono la creazione,
nell’ambito dei paesi aderenti alla moneta unica, di un meccanismo di supervisione unico sulle
istituzioni finanziarie, con a capo la BCE, che tuteli specificamente la stabilità del mercato bancario
e finanziario europeo. Il lavoro approfondirà anche gli aspetti fondamentali di questa iniziativa della
Commissione perché, oltre ad intersecarsi con le novità proposte dal pacchetto CRD IV, propone
l’attribuzione alla BCE di poteri sanzionatori funzionali a garantire il rispetto della normativa di
supervisione comunitaria
Ana-logica
L’espressione “ana-logica” è la sintesi di questo lavoro, incentrato sul rapporto fra
analogia e logica nel discorso giuridico. Lo scarto fra le due dimensioni è anche il
principale carattere metodologico, che si fonda sulla centralità del diritto come discorso da
cui partire per sviluppare una riflessione filosofica sull’analogia che punti a riformulare
alcuni interrogativi pregnanti del diritto e della filosofia: viene prima la logica o
l’analogia? In che rapporto stanno analogia e razionalità?
Data la difficoltà che s’incontra nel definire analiticamente cosa sia l’analogia, si procede a
una ricostruzione di una teoria dei suoi usi nel diritto, che sono rilevabili nel ricorso al
precedente, all’esempio, al tipo, allo standard, e più in genere a modelli e schemi; e anche
in veri e propri meccanismi finalizzati alla commisurazione e alla valutazione della
compatibilità fra quadri disomogenei, come l’equivalenza, l’omogeneità, la proporzione e
la simmetria. Emerge una presenza forte dell’ana-logica nel diritto, che ha non solo
carattere argomentativo ma anche cognitivo e predicativo.
La struttura tripartita del lavoro riproduce l’inclusione della dicotomia logica-analogia nel
discorso ana-logico: si parte dalla storia del concetto di analogia, che è legata alla
spiegazione logica, si passa alla ricognizione negli usi pratici dell’ana-logica nel diritto, per
concludere con le riflessioni teoriche sul ruolo della paradigmaticità nella normatività
giuridica. L’ana-logica vuole attribuire un senso della complementarità fra logica e
analogia nel discorso giuridico
Transizione e consolidamento sub-statale : il ruolo della Sicilia nella costruzione della Repubblica
L’intento
del
presente
lavoro
è
analizzare
se
ed
in
che
misura
la
relazione
tra
politica
e
territorio
possa
influire
su
un
macro-processo
come
quello
del
mutamento
che
interviene
nella
costruzione
di
uno
Stato
democratico,
circoscrivendo
l’analisi
entro
i
confini
italiani.
Tale
scelta
è
dovuta
alle
circostanze
per
cui
il
fattore
territorio
ha
sempre
mantenuto
un
impatto
significativo
nell’evoluzione
politica
del
paese,
particolarmente
evidente
nel
riprodursi
costante
di
“due
Italie”,
data
la
discrepanza
in
termini
culturali,
sociali
ed
economici
tra
il
Nord
e
il
Sud.
Da
un
lato,
quindi,
si
evoca
la
presenza
di
“fratture
originarie”,
regionali
e
locali,
congenite
al
processo
di
unificazione
territoriale,
che
furono
al
contempo
causa
ed
effetto
di
una
mancata
corrispondenza
tra
il
processo
di
state-building
e
quello
di
nation-building;
dall’altro,
la
permanenza
di
queste
fratture,
che
fecero
della
disomogeneità
un
elemento
caratterizzante
della
fisionomia
dello
Stato
italiano,
ri-connotandosi
sistematicamente
a
seconda
del
periodo
storico
e
delle
contingenze
politiche.
La
nostra
attenzione
si
concentrerà
pertanto
nell’indagare
i
meccanismi
che
hanno
permesso
la
riproduzione
di
tale
dualismo,
osservandone
le
dinamiche
lungo
il
processo
di
transizione
dal
regime
fascista
a
quello
repubblicano,
nel
tentativo
di
analizzare
come
il
fattore
territorio
sia
stato
rielaborato
nella
costruzione
della
democrazia
e
quale
peso
abbia
esercitato
sulle
prospettive
di
consolidamento
democratico.
Tale
analisi
verrà
in
particolar
modo
“localizzata”
in
Sicilia
per
due
ordini
di
motivi:
sia
perché
l’Isola
rappresenta
un
luogo
di
sedimentazione
e
diffusione
della
cronica
disparità
nello
sviluppo
socio-politico
ed
economico
tra
Nord
e
Sud
del
paese;
sia
in
quanto
il
riconoscimento
del
regime
autonomistico
speciale,
coevo
alla
nascita
di
quello
repubblicano,
ha
differenziato
la
Regione
anche
dal
punto
di
vista
ordinamentale,
permettendo
l’apertura
di
uno
spazio
politico
locale,
come
sottoinsieme
di
quello
nazionale.
In
merito,
è
possibile
considerare
la
Sicilia
un’unità
territoriale
contraddistinta,
oltre
che
dalla
condizione
geografica,
da
elementi
sia
storico-culturali,
che
politico-istituzionali,
inserendo
nel
panorama
italiano
una
dimensione
sub-statale
della
politica,
che
per
altre
Regioni
avrebbe
avuto
un
rilievo
istituzionale
solo
dopo
l’effettiva
implementazione
dell’ordinamento
regionale,
costituzionalmente
previsto
fin
dal
1948,
ma
applicato
solo
nel
1970.
In
prospettiva
diacronica,
verrà
pertanto
fornita
una
ricostruzione
degli
eventi
e
delle
processualità
che
hanno
contribuito
alla
definizione
degli
elementi
costitutivi
del
sistema
politico
nella
Sicilia
repubblicana,
quali
l’assetto
istituzionale,
i
meccanismi
della
rappresentanza
elettorale,
i
dispositivi
di
aggregazione
degli
interessi
territoriali
e
le
pratiche
di
partecipazione
dei
cittadini.
Nello
specifico,
ci
si
concentrerà
dapprima
sulle
modalità
di
transizione
e
di
instaurazione
democratica
in
Sicilia,
rilevando
l’influenza
delle
caratteristiche
socio-politiche
ed
economiche
endogene
nel
costituire
un
vero
e
proprio
imprinting
che
vincolerà
l’evoluzione
della
politica
regionale;
in
secondo
luogo,
verrà
distinta
la
fase
di
consolidamento
di
breve
periodo
–
che
può
considerarsi
conclusa
alla
fine
anni
Cinquanta
–
nel
corso
della
quale
si
generarono
quegli
elementi
di
equilibrio
e
di
squilibrio
che,
proiettandosi
su
un
orizzonte
temporale
più
ampio,
avrebbero
caratterizzato
la
vita
politica
siciliana
quasi
fino
ai
tempi
più
recenti,
con
ampie
ricadute
anche
su
quella
nazionale. Pertanto,
si
sottolineeranno
gli
elementi
di
analogia
e
di
differenziazione
rispetto
al
contesto
italiano,
cercando
di
delineare
il
modello
evolutivo
del
processo
di
mutamento
politico-istituzionale,
alla
luce
dell’interdipendenza
tra
dimensione
locale
e
nazionale
La diaspora transnazionale palestinese in europa : studio comparato tra la comunità palestinese in Italia e in Svezia
Il presente lavoro di ricerca intende analizzare, attraverso gli approcci del transnazionalismo e dei diaspora studies, le famiglie palestinesi che vivono in Italia ed in Svezia.
L’analisi è stata condotta nelle comunità di Uppsala, Stoccolma e Göteborg per la Svezia, mentre in Italia le comunità studiate sono state Pavia, Roma e Napoli.
Un primo livello di indagine ha riguardato le ragioni che hanno spinto i palestinesi a scegliere questi due Paesi europei. Il nucleo della ricerca ha riguardato il ruolo della famiglia palestinese quale luogo di riproduzione di valori, norme e tradizioni acquisite, nelle forme e secondo modalità tradizionali, anche nei contesti di accoglienza esteri.
Il lavoro di ricerca ha permesso di analizzare le due comunità proposte e indagarne le modalità, ove presenti, di azione e organizzazione transnazionale. L'utilizzo degli studi sulle diaspore ha consentito, invece, di metterne in evidenza, anche mediante una metodologia qualitativa, le differenze, sia con riferimento alle ragioni della loro formazione, sia relativamente alle loro motivazioni e obiettivi.
A partire da questa premessa si sono formulate due diverse tipologie distinte di palestinesi presenti nei due contesti.
In Svezia, è presente un palestinese “profugo o rifugiato” che si è stabilito con l'obiettivo originario di sopravvivere. Nel suo progetto di vita è viva la speranza di tornare, una volta raggiunto un benessere considerato soddisfacente per lui e per la sua famiglia, nella terra natia, anche se si tratta di “zone in bilico” ovvero campi profughi, dove la vita è scandita da difficoltà quotidiane.
In Italia possiamo definire, invece, la tipologia di palestinese presente come propria di un’élite di giovani giunti con lo scopo di laurearsi, professionalizzarsi e ambire ad un futuro migliore. Ciò ai fini di apportare dei vantaggi concreti anche alla famiglia di origine rimasta a vivere in una condizione di disagio nel Paese di nascita, con la quale essi, tuttavia, hanno mantenuto continui contatti, nonostante la permanenza all’estero per alcuni anche trentennale.
Attraverso l’indagine sul campo si sono individuati tre idealtipi di famiglia presenti in entrambi i Paesi:
a) Nostalgica–ortodossa si caratterizza per la composizione di entrambi i coniugi di origine palestinese. La speranza di poter ritornare una volta risolto il conflitto, o una volta conclusa la carriera lavorativa, nella propria terra di origine è predominante in questa tipologia di famiglia. La paura che i propri figli possano perdere una parte della identità palestinese è fortemente presente in questo idealtipo, perciò ogni anno la famiglia organizza periodi di permanenza di almeno un mese, nel proprio Paese di origine.
b) Ibrida–mista, composta da un membro di origine italiana o straniera. Il genitore palestinese è legato alla terra natia, anche se incluso nella società d’accoglienza, vivendo ed elaborando un sentimento di una “doppia presenza”. I figli si sentono un ibrido; da una parte c’è un forte legame con il Paese in cui sono nati, vivono e hanno instaurato i propri rapporti, dall’altra parte si sentono collegati, soprattutto a livello emotivo, alle origini del genitore che si porta dietro un vissuto drammatico che hanno inevitabilmente acquisito attraverso la continua celebrazione, commemorazione della storia della diaspora palestinese.
c) Disembedded, alcuni di loro hanno contratto un primo matrimonio con una donna del luogo in cui si sono stabiliti, e successivamente aver ottenuto il divorzio si sono risposati con una donna araba o palestinese. L’elemento caratterizzante non è la ricomposizione del nucleo familiare, bensì, tipico in questo idealtipo, il loro sentirsi oramai lontani dall’idea di volersi trasferire nel proprio Paese di origine sino ad immaginare il loro futuro e quello dei propri figli nel Paese di accoglienza. Il loro coinvolgimento all’interno delle comunità è marginale, poco rilevante, soprattutto nelle varie forme dell’attivismo tipiche di questa comunità diasporica.
La ricerca è divisa in sei capitoli; il primo capitolo è impostato sul quadro teorico di riferimento per l'analisi proposta, approfondendo lo studio sulle varie teorie attinenti al transnazionalismo che sono state illustrate da specialisti in materia e focalizzando l’attenzione sui molteplici approcci sulla diaspora e i suoi relativi teorici.
Nel secondo capitolo vengono ripercorsi da un punto di vista storico gli eventi prodromici al conflitto israelo-palestinese. L’analisi, partendo dalla teoria sionista, prende in considerazione i rapporti tra gli esponenti del movimento e il Mandato britannico, la tragedia della Shoah fino alla dichiarazione dello Stato di Israele e la conseguente Nakba, l’espulsione dei palestinesi dalle proprie terre; viene poi esaminata l’evoluzione dei drammatici rapporti tra israeliani e palestinesi.
Il terzo capitolo è dedicato allo studio sulle famiglie, si analizzano le teorie sociologiche elaborate dagli autori classici e sviluppate poi successivamente anche all’interno del dibattito contemporaneo. Lo sguardo è stato rivolto alla famiglia migrante e, nel caso specifico, alle caratteristiche interne alla famiglia palestinese in diaspora in Europa.
Nel quarto capitolo si affronta l’analisi dettagliata delle famiglie che vivono in Svezia, come si relazionano all’interno del contesto in cui risiedono, il rapporto con la rete amicale in loco. Un’osservazione privilegiata è rivolta alle ambizioni dei migranti per il futuro all’interno della coppia e soprattutto una particolare attenzione è stata dedicata alle prospettive del futuro dei loro figli, i quali vivono proiettati in una dimensione duplice; divisi tra il desiderio di ritornare nei luoghi di origine e dall’altro la volontà di costruirsi una propria vita in un qualsiasi altro posto nel mondo.
Nel quinto capitolo si affronta l’analisi della comunità palestinese in Italia, approfondendo le ragioni che hanno spinto questa comunità ad approdare in Italia ed il ruolo che svolgono all’interno del Paese, visto la professionalità raggiunta e il forte senso di inclusione all’interno della propria città. Si affronta il rapporto tra la prima e la seconda generazione ed il relativo network con la madrepatria che risulta in continua comunicazione tra i due contesti, società d’accoglienza e società di provenienza.
Nel sesto capitolo, infine, si descrive la metodologia avvalsa ai fini della raccolta dei dati, di tipo qualitativo. Le tecniche utilizzate sono state le interviste semi-strutturate con risposta aperta, raccolta di storie di vita, partecipazione attiva all’interno delle comunità prese in analisi. Nel caso della Svezia è stato condotto, in lingua araba, anche un focus group, con le famiglie ed i rispettivi figli. Quest’occasione ha permesso di raccogliere i sentimenti e le emozioni, successive all’esperienza dei ragazzi, i quali erano rientrati da pochi giorni dal loro primo viaggio in Palestina.
In Italia, invece, la maggior parte delle interviste sono state condotte con i capi famiglia, utilizzando entrambe le lingue; arabo ed italiano, sia nella propria abitazione che in ambienti pubblici.
In conclusione, la tesi si è avvalsa delle interviste, per poter dimostrare come la comunità presente in Italia si senta inclusa nel nostro Paese, senza però rinunciare o dimenticare la madrepatria, mentre la comunità palestinese in Svezia è rimasta legata ad una immagine di transizione tra i due Paesi; in questo caso, la voglia di rientrare nel proprio Paese, anche se in campi profughi, è predominante