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La crisi del debito pubblico : il caso greco nel contesto europeo
La nostra ricerca prende avvio da un’analisi critica dell’interpretazione più diffusa della crisi greca. A partire dal suo particolare incipit, la spirale nei tassi dell’interesse sul debito pubblico del paese, quella crisi viene immediatamente interpretata come il risultato di una sconsiderata conduzione della politica fiscale: la continua ripetizione di disavanzi pubblici si sarebbe risolta nell’accumulazione di un debito pubblico insostenibile.
L’analisi neoclassica tradizionale disegna il perimetro della sostenibilità del debito pubblico intorno alla condizione di trasversalità, la quale impone al governo la realizzazione di avanzi primari su di un orizzonte temporale indefinito, e dunque appare scarsamente significativa sul piano normativo. Le moderne formulazioni della nozione di sostenibilità – sintetizzabili nella ‘condizione di stabilità’ – spostano l’attenzione dal livello assoluto del debito pubblico al suo rapporto con il prodotto complessivo, e associano la sostenibilità del debito pubblico ad una politica fiscale capace di garantire la stabilità di quel rapporto. Poiché un qualsiasi incremento del rapporto tra debito pubblico e reddito rappresenta una violazione della condizione di stabilità, quella particolare nozione di sostenibilità finisce per richiedere alla politica fiscale, sotto particolari ipotesi, l’improrogabile realizzazione di avanzi primari di bilancio. Il carattere della improrogabilità, associato in questa maniera alla prescrizione di politica fiscale definita dalla teoria, libera l’analisi della sostenibilità dall’indefinitezza che ne caratterizzava il contenuto normativo nell’originale formulazione. Il nostro studio ha quindi messo in evidenza la perfetta continuità che sussiste tra la nozione tradizionale di sostenibilità del debito pubblico e le sue più moderne formulazioni: la condizione di stabilità non costituisce un concetto di sostenibilità distinto da quello tradizionale, ma risulta intrecciata all’imposizione della condizione di trasversalità al settore pubblico dell’economia, e dunque rappresenta semplicemente una evoluzione dell’analisi neoclassica della sostenibilità. Studiando le origini teoriche della condizione di stabilità, abbiamo tentato di mostrare che essa non rappresenta altro che una ipotesi, introdotta nell’analisi neoclassica della sostenibilità con lo scopo di superarne le contraddizioni di fondo. Se si ipotizza che il tasso di crescita del debito pubblico sia vincolato dal tasso di crescita del reddito, e che quest’ultimo sia stabilmente inferiore al tasso dell’interesse, si giunge infatti necessariamente alla conclusione che la condizione di trasversalità può essere soddisfatta solamente attraverso la realizzazione immediata di avanzi primari di bilancio. La natura di questa conclusione, apparentemente all’origine del carattere di urgenza che, a partire dal caso greco, ha accompagnato l’attuazione dell’austerità fiscale, è però strettamente connessa alle particolari ipotesi introdotte, le quali sembrano prive di una solida base logica. In questo senso, abbiamo potuto concludere che non esistono solide fondamenta teoriche per argomentare la necessità improrogabile di procedere, come avvenuto in Grecia, verso la realizzazione di consistenti avanzi primari di bilancio.
In ragione delle difficoltà incontrate dall’analisi neoclassica, abbiamo deciso di impostare la nostra indagine a partire da un approccio teorico alternativo, quello caratteristico dell’economia politica classica. Entro quel contesto analitico, la spirale nei tassi di interesse sul debito pubblico, l’incipit della crisi greca, deve essere studiata ad un livello di astrazione sensibilmente inferiore a quello imposto dalla teoria neoclassica: seguendo la particolare formulazione dell’analisi del tasso d’interesse elaborata da Marx entro lo schema classico, possiamo infatti concepire quella grandezza come una variabile di natura storico-istituzionale, definita all’interno della sfera distributiva. L’analisi tradizionale, concentrata sull’insostenibilità del livello del debito pubblico, dimostra così tutta la sua inadeguatezza, dal momento che astrae dalle particolari circostanze storico-istituzionali entro cui quel debito è contratto, e dunque ignora proprio i fattori che, dal punto di vista classico, devono essere posti al centro dell’indagine. Coerentemente con questo approccio, abbiamo individuato le circostanze che preludono alla determinazione del tasso di interesse in quei fattori istituzionali che caratterizzano il funzionamento dei mercati finanziari, laddove flussi di domanda e offerta di liquidità si confrontano entro rapporti definiti dall’autorità monetaria. L’approccio teorico adottato pone al centro della nostra indagine sulla crisi greca il ruolo della politica monetaria che, in quegli anni, ha orientato i movimenti di fondo dei mercati finanziari, plasmando l’ambiente entro cui si è manifestato l’incipit della crisi greca.
La nostra interpretazione della crisi greca muove dallo studio del contesto di politica monetaria del debito pubblico che l’Eurosistema ha progressivamente affermato, differente dal precedente assetto istituzionale, definito per semplicità modello standard. Nel modello standard la banca centrale finanzia in maniera sistematica – seppur indiretta – il debito pubblico, dal momento che orienta le sue operazioni di mercato aperto prevalentemente all’acquisto di titoli pubblici: per questa via, l’autorità monetaria può esercitare un’azione di sostegno della domanda di quelle particolari attività finanziare, e dunque di stabilizzarne il corso. Il modello europeo si caratterizza proprio per il venir meno della natura sistematica – in quanto legata al regolare rifinanziamento del settore creditizio – di questo sostegno alla domanda di titoli pubblici: l’Eurosistema accetta come contropartita delle sue operazioni di mercato aperto una gamma di attività finanziarie che va molto al di là del perimetro dei titoli pubblici, e dunque disarticola il suo ruolo di prestatore di ultima istanza del settore finanziario privato dal suo compito storico di sostenere il processo di indebitamento pubblico. Se nel modello standard i titoli pubblici erano associati ad un rischio di deprezzamento trascurabile, in ragione del sostegno che gli era accordato dall’autorità monetaria nell’assetto istituzionale vigente, la posizione del debito pubblico all’interno dei mercati finanziari muta profondamente con l’affermazione del modello europeo. Sappiamo che la domanda di una attività finanziaria dipende, fondamentalmente, dal rischio di deprezzamento che incorpora e dal rendimento che offre, ed è importante notare che l’impostazione teorica da noi adottata ci permette di considerare il rischio di deprezzamento non tanto come una qualità intrinseca di quella attività ma, piuttosto, come il riflesso della posizione che quel titolo assume all’interno del contesto istituzionale che governa i mercati finanziari in cui è contrattato. Nel modello europeo, il sostegno dell’autorità monetaria al corso dei titoli pubblici perde qualsiasi automatismo, e deve essere praticato caso per caso. Questa configurazione della politica monetaria del debito pubblico consente all’Eurosistema di articolare interventi a sostegno del processo di indebitamento pubblico di singoli paesi dell’area euro, senza che ciò implichi un simultaneo sostegno alla generalità dei debiti pubblici europei. All’interno del modello europeo, l’incipit della crisi greca – ovvero l’ ampliamento del differenziale tra i rendimenti dei titoli pubblici tedeschi e greci – può dunque essere interpretato come il risultato della discrezionalità della politica monetaria europea del debito pubblico, che avrebbe accordato alla Germania quel sostegno al processo di indebitamento pubblico negato, invece, alla Grecia.
Abbiamo così mostrato che in Germania la banca centrale coordina il suo operato con il governo, ricorrendo ad una pratica operativa che le consente di contenere i costi dell’indebitamento pubblico: l’autorità monetaria tedesca fa coincidere le sue immissioni di liquidità nel settore creditizio con il collocamento dei titoli pubblici di nuova emissione, inducendo per questa via significativi flussi di domanda sui mercati finanziari che spingono al ribasso il tasso dell’interesse proprio mentre i titoli pubblici vengono offerti. In aggiunta, abbiamo rilevato che le aste dei titoli pubblici tedeschi di nuova emissione possono contare sulla partecipazione di un nutrito gruppo di investitori sempre disposti a sottoscrivere quei titoli a tassi contenuti. Queste operazioni di contenimento dei tassi di interesse sul debito pubblico inducono la stabilità del prezzo di quelle attività finanziarie, cosicché gli assetti istituzionali vigenti in Europa conferiscono ai titoli pubblici tedeschi un rischio di deprezzamento pressoché nullo.
Dai medesimi assetti istituzionali scaturisce una diversa disposizione dell’autorità monetaria europea nei confronti del processo di indebitamento pubblico dei paesi periferici. Tramite la Banca di Grecia, l’Eurosistema ha infatti rinunciato a qualsiasi intervento diretto al contenimento del costo del debito pubblico greco. Tuttavia, perché il modello europeo venisse recepito come una istituzione, ossia perché i mercati finanziari associassero ai titoli pubblici greci il rischio di deprezzamento che era implicito nella nuova politica monetaria europea del debito pubblico, vi è stato bisogno di un segnale preciso da parte dell’autorità monetaria. La nostra tesi è che un simile segnale sia stato lanciato proprio a partire dalla Grecia. Abbiamo mostrato che nel novembre 2009 la Banca di Grecia ha modificato le regole che governano il mercato dei titoli pubblici del paese, imponendovi un vero e proprio stato di eccezione che ha favorito, per sei mesi consecutivi, la speculazione al ribasso su quelle attività finanziarie che rappresentano, per così dire, il precipitato delle relazioni istituzionali tra governo ed autorità monetaria. Quel drastico incremento nei tassi di interesse sui titoli pubblici greci ha trasmesso ai mercati finanziari il rischio di deprezzamento associato ai titoli pubblici europei. È bene osservare che questo rischio proviene, nella nostra interpretazione, dall’atteggiamento dell’autorità monetaria nei confronti dei singoli governi europei, ed è dunque un rischio di natura eminentemente istituzionale: per questa ragione, viene associato al rendimento del debito pubblico di alcuni paesi, detti periferici, ma non alla Germania, il cui processo di indebitamento pubblico si svolge, come abbiamo mostrato, sotto la custodia della banca centrale nazionale. Se accettiamo l’idea, suggerita dall’analisi classica, che il tasso di interesse sia una variabile distributiva determinata da circostanze istituzionali, possiamo dunque spiegare lo spread tra i titoli pubblici greci e quelli tedeschi in funzione della diversa disposizione dimostrata dall’Eurosistema nel sostenere il processo di indebitamento pubblico dei rispettivi governi.
Abbiamo infine allargato lo sguardo oltre lo specifico modello di politica monetaria affermato dall’Eurosistema, fino al più vasto orizzonte evolutivo dell’assetto istituzionale europeo: prima che esplodesse la crisi, la Commissione Europea ha promosso, con il progetto Europa 2020, un significativo potenziamento dell’influenza delle autorità comunitarie sulle politiche economiche nazionali. Definendo un tessuto di regole capace di trasmettere precisi indirizzi di politica economica, la Commissione ha incorporato nella sfera decisionale delle autorità europee tutti i campi fondamentali del governo dell’economia. Questa struttura di regole è stata disegnata con un livello di dettaglio tale da consentire un esatto monitoraggio del grado di adesione di ogni singolo paese agli orientamenti definiti dalla Commissione, creando così i presupposti per sviluppare una qualche forma di controllo delle politiche nazionali disallineate rispetto agli indirizzi comunitari. Alla luce della nostra analisi del caso greco, riteniamo di poter affermare che la politica monetaria ha agito in Europa, negli anni della crisi, come dispositivo disciplinante delle politiche economiche nazionali rispetto alle regole definite dalla Commissione. Siamo giunti a questa conclusione dopo aver interpretato l’ampliamento degli spread come il risultato di un vero e proprio meccanismo istituzionale capace di indurre, a discrezione dell’autorità monetaria europea, instabilità finanziaria in singoli paesi dell’area euro; subordinando poi il proprio intervento di sostengo finanziario al principio della condizionalità, le autorità europee hanno di fatto posto l’austerità fiscale e salariale come condizioni della stabilità finanziaria. Nella nostra tesi, i diversi meccanismi istituzionali introdotti dalle autorità europee per fronteggiare la crisi, e culminati nel Meccanismo Europeo di Stabilità e nelle Operazioni Monetarie Definitive, non rappresentano altro che un continuo perfezionamento degli strumenti necessari ad amministrare, con sempre maggiore precisione, il meccanismo di instabilità finanziaria, in modo tale da calibrare puntualmente il grado di pressione esercitato sui responsabili della politica economica nazionale, e tradurre sistematicamente quella instabilità all’interno del dispositivo disciplinante del sostegno condizionato fornito dal prestatore di ultima istanza.
In conclusione, abbiamo interpretato la crisi greca come il caso esemplare di un complesso meccanismo di disciplina della politica economica che si è andato perfezionando, in Europa, proprio negli anni della crisi. Gli stessi fenomeni che hanno caratterizzato la disordinata evoluzione della crisi greca sono stati, progressivamente, resi sistematici da un disegno istituzionale capace di orientare il governo delle economie europee in funzione dei vincoli imposti dall’autorità monetaria al processo di indebitamento pubblico dei paesi dell’area euro. Infine, poiché la crisi greca si è risolta in una straordinaria redistribuzione del reddito dai salari ai profitti, possiamo individuare le forze che hanno mosso, nelle maniere illustrate, quella crisi nelle tensioni distributive che, in accordo con la teoria classica, animano il funzionamento delle economie capitalistiche
Espacio fronterizo : confini, migrazione e conflitti tra Arizona e Sonora
La ricerca si propone di indagare la frontiera tra Stati Uniti e Messico, in particolare
l'"espacio fronterizo" tra Arizona e Sonora nella seconda metà del Novecento.
Le trasformazioni attuali hanno imposto all'attenzione degli studiosi la ridefinizione dello
spazio globale, i suoi confini e i processi di formazione delle identità culturali. La frontiera
tra Messico e Stati Uniti è un punto di vista privilegiato per comprendere come le forme di
appropriazione dei territori si intreccino con i confini, materiali e immateriali, che agiscono
sui corpi dei migranti.
Gli storici nordamericanisti e sudamericanisti individuano diverse tipologie di frontiere
che hanno formato il continente americano attraverso un movimento di occupazione delle
terre, dispiegatosi in molteplici "cicli di produzione" del capitale, l'applicazione di strategie
difensive e offensive per il controllo del territorio e l'integrazione dei soggetti "altriʺ che lo
vivono. L'incontro tra due colonialismi differenti sulla frontiera mette al centro delle
trasformazioni storiche la popolazione e i processi di razializzazione che definiscono la
formazione dell'identità nazionale. Nel panorama tardo novecentesco degli studi sulla
frontiera, le ricerche dei Border e Cultural Studies focalizzano la loro attenzione sulle
proprietà simboliche del confine e i processi di separazione e gerarchizzazione dei
migranti da entrambi i lati della linea.
Tale apparato critico è la cornice teorica all'interno della quale è possibile leggere le
trasformazioni storiche occorse dalla guerra tra Messico e U.S.A. (1848) fino alla firma del
trattato del NAFTA/TLCAN (1994). Tale arco temporale è l'oggetto di studio della prima
parte della ricerca, utile a dar conto dei più importanti processi storici che legano il
Messico e gli Stati Uniti d'America: la colonizzazione e la rivoluzione messicana, le diverse
politiche migratorie che si impongono sui migranti, fino alle deportazioni a seguito della
Grande Depressione e i reimpatri a opera del governo messicano. La Seconda Guerra
Mondiale è l'occasione in cui viene avviato un programma di importazione della forza‑
lavoro negli U.S.A., il Programa Bracero, che comporta numerosi attriti tra i migranti e i
messico-americani, spesso contrapposti nei conflitti sul lavoro. L'imponente operazione di
deportazione nel 1954 (Operation Wetback) segna la possibilità di una nuova coesione tra il
movimento dei chicano per i diritti civili e le associazioni in sostegno dei migranti.
L'installazione delle maquiladora lungo il confine dal 1964 segna irreversibilmente lo spazio
della frontiera mutandone la geografia, mentre la firma del trattato NAFTA/TLCAN
sancisce la libera circolazione delle merci e l'Operation Gatekeeper istituisce la completa
militarizzazione del confine.
La seconda parte della ricerca si concentra sullo studio della frontiera tra Arizona e
Sonora, in particolare dei diversi cicli produttivi (miniere, terra e lavoro migrante nelle
maquiladoras) con particolare attenzione agli effetti del capitalismo desertico nella border town
di Nogales. Ad ognuna di queste "frontiere viveʺ si associa una particolare
rappresentazione dei corpi migranti, cifra delle violente discriminazioni a cui sono
sottoposti in uno spazio in cui i soggetti vivono continuamente in-between.
Sin dagli anni Ottanta, l'imposizione di un confine militarizzato e di una guerra a bassa
intensità stravolge le reti affettive dei migranti, le loro pratiche di vita quotidiana e segna
irreversibilmente la frontiera. Le strategie di resistenza dei migranti e la loro capacità di
alimentare un tessuto culturale permettono di mantenere vivo questo spazio nonostante le
linee militarizzate, le tratte dello sfruttamento e i corridoi della produzione. Questo
paesaggio migratorio compone una complessa regione transnazionale che non si esaurisce
mai nella linea o in due nazionalità distinte, ma vive in un espacio fronterizo dove corpi
differenti sono tradotti in una storia comune
Le strade nel paesaggio metropolitano : strategie di progetto per la riqualificazione delle infrastrutture viarie nelle aree metropolitane europee
La fonte di ispirazione di questo lavoro può essere rintracciata nell’esperienza svolta presso il DIPSA (Dipartimento di Progettazione e studio dell’architettura) durante il primo anno del dottorato Progetto Urbano Sostenibile: ai neo iscritti del XXIV ciclo si richiedeva di analizzare una delle centralità metropolitane sorte nella cintura periferica romana con il PRG del 2008. Rispetto alla tesi dottorale qui presentata, tale ricerca, durata un anno, è servita come base di dati soprattutto per lo sviluppo dell’ultimo capitolo, ed ha costituito nel suo insieme un importante suggerimento, un’occasione per ragionare sui problemi della città contemporanea, ma anche sulle opportunità che questa offre. In parallelo, i viaggi di studio verso vari Paesi europei a partire dall’inizio del dottorato e l’osservazione “dal vero” dei fenomeni urbani, oltre ad essere un’importante occasione per verificare le analisi svolte presso il DIPSA, hanno costituito un motivo di ulteriore curiosità verso i temi affrontati, tanto da poter essere considerati uno dei fattori che maggiormente influenzano i risultati raggiunti, da quelli di carattere generale fino alle implicazioni più specifiche relative alla fase applicativa. È inoltre importante ricordare che il percorso evolutivo della ricerca e i suoi aspetti metodologici sono stati messi a punto con il costante aiuto del tutor, Prof. Arch. Lucia Martincigh, e del co-tutor, Arch. Daniel Modigliani.
La ricerca si colloca nell’ambito disciplinare della progettazione architettonica, ma accoglie suggerimenti e contributi sia dalla progettazione urbana, per ciò che riguarda la lettura dei sistemi urbani metropolitani, sia dalla progettazione ambientale, inserita nell’ambito della cultura tecnologica della progettazione: si ritiene che tale “contaminazione” costituisca un elemento di ricchezza di questo lavoro, poiché permette di trattare la problematicità dei temi affrontati con il grado di complessità che questi richiedono.
Il testo è strutturato in modo tale da consentire anche soltanto una lettura veloce, che può essere fatta seguendo l’Abstract, il Quadro d’insieme e i paragrafi denominati “Contenuti del capitolo” all’inizio di ciascuno di questi.
I principali momenti di elaborazione della ricerca, che hanno portato ai relativi risultati raggiunti, possono essere semplificati secondo i seguenti passaggi.
Ambito
La ricerca si colloca nell’ambito delle recenti trasformazioni urbane europee, che hanno apportato cambiamenti di struttura, forma, densità alle città esistenti, mettendo in discussione i loro caratteri di identità e riconoscibilità, la loro immagine: i tratti distintivi di questa “nebulosa”, citando Corboz, sono piuttosto rintracciabili oggi nella contiguità di aree urbane e rurali, dai confini non più netti e precisi; nella messa in discussione della tradizionale configurazione centripeta delle città, per cui la normale distinzione tra centro e periferia perde in parte di significato; nella vocazione isotropa delle reti infrastrutturali e di comunicazione.
Tema
L’assetto teoricamente omogeneo ed a-territoriale, garantito appunto dalle infrastrutture e dai sistemi a rete, intercetta nella realtà sistemi complessi di preesistenze e frammenti, nuclei significativi all’interno della conurbazione; le connessioni tra questi sono fondamentali per assicurare la continuità e il funzionamento del sistema urbano europeo. Le infrastrutture viarie ai margini delle aree metropolitane europee hanno assunto di recente un significato nuovo, confermato dai numerosi contributi critici sul tema ma soprattutto dai progetti e dalle esperienze concrete: non solo infatti queste possono connettere i punti significativi dislocati ai bordi delle nostre città, mettendoli in rete; se opportunamente riqualificate dal punto di vista paesaggistico, ambientale e funzionale, grazie al loro rapporto immediato con l’intorno, possono migliorare sotto vari punti di vista le aree che attraversano.
Tesi
La scelta di un argomento apparentemente distante dalla cultura “canonica” del progetto architettonico inteso come progetto dei manufatti dell’abitare è sostenuta dalla necessità di riportare su quelli infrastrutturali la riflessione progettuale, che spesso le pratiche contemporanee di costruzione della città mettono in secondo piano. Infatti si ritiene che proprio la caratterizzazione architettonica e paesaggistica, conferita attraverso il progetto dei vuoti ai manufatti stradali che insistono nelle aree infra metropolitane, possa sfruttare le loro ampie potenzialità, ridando definizione e qualità urbana alle aree attraversate: ampliandone cioè le possibilità di uso e riqualificandone il carattere e l’identità.
Obiettivi
La ricerca aspira a produrre tre risultati di natura diversa. In primo luogo vengono raccolti in una base di dati tredici casi di studio, organizzati in schede monografiche, che riguardano progetti realizzati di riqualificazione di infrastrutture viarie in alcune aree metropolitane europee; i casi riportati sono illustrati da un apparato iconografico che costituisce un racconto parallelo a quello del testo scritto. La sistematizzazione dei dati raccolti e la loro analisi comparativa danno luogo al secondo risultato: l’individuazione delle strategie messe in atto per riqualificare le strade considerate. Infine, il terzo ed ultimo risultato consiste nella stesura di un bando di concorso di idee, in cui si immagina di utilizzare le strategie emerse per scrivere un Documento Preliminare alla Progettazione che ha per oggetto la riqualificazione di una strada esistente di recente costruzione, spina di un nuovo insediamento residenziale alle porte di Roma.
Metodo
L’ipotesi che struttura l’intero lavoro di ricerca è che la caratterizzazione architettonica e paesaggistica dei vuoti infrastrutturali nelle aree metropolitane europee prenda come riferimento la strada urbana storica, con l’insieme delle sue
caratteristiche; che questa cioè si sia consolidata in epoca recente come idea, divenendo un punto di partenza per tutti i progetti contemporanei di riqualificazione delle infrastrutture viarie. A partire da questa ipotesi, le caratteristiche della strada urbana configurata nella storia, che nel testo vengono chiamate “Invarianti”, sono rintracciate nei casi di studio raccolti: oltre all’individuazione delle problematiche comuni alla base dei progetti e di alcune finalità ricorrenti, emerge che le Invarianti sono state recuperate e adattate alla condizione della città contemporanea. Per ripristinare tali caratteristiche, che sono quindi divenute dei veri e propri obiettivi di progetto, sono state adottate varie strategie di intervento, che hanno dato luogo a loro volta a diverse misure progettuali, a seconda del contesto di ciascun caso di studio. La parte conclusiva della ricerca, la stesura del bando di concorso per la riqualificazione di una strada che struttura un insediamento di recente costruzione nella fascia periferica a nord di Roma, nasce proprio dalla necessità di raccogliere, ipoteticamente, il maggior numero di idee tese all’applicazione delle varie strategie progettuali ed alla definizione delle misure di progetto più idonee al caso considerato.
Strumenti
Come detto, uno strumento indispensabile alla stesura del presente lavoro è costituito dalle analisi svolte all’interno del dottorato del XXIV ciclo durante il primo anno, che studiavano criticamente la centralità di Cinquina Bufalotta evidenziandone gli aspetti problematici, emersi soprattutto dal confronto con altre realtà simili in Europa; tale lavoro è a sua volta debitore delle analisi svolte dai colleghi del XXIII ciclo durante l’anno precedente.
Un altro importante strumento di indagine è stato costituito dai numerosi viaggi di studio in Europa: mentre però i viaggi iniziali sono serviti innanzi tutto per osservare le città europee contemporanee, l’ultimo, svoltosi in Francia tra Parigi e Lione nel 2012, è risultato fondamentale anche per la raccolta del materiale sulle Entrées de Ville e per la sistematizzazione dello Stato dell’Arte e la messa a punto della Metodologia (Parti I e II). Tali viaggi hanno anche aiutato la costruzione della
bibliografia, con alcuni testi relativi più che altro ai casi di studio raccolti nella Parte III.
Per la stesura dell’ultima parte della ricerca è stata di grande aiuto la partecipazione alla definizione del bando di concorso PASS, svolta con il DIPSA e in collaborazione con Ater Roma, nel 2010: sebbene i contenuti di PASS fossero completamente diversi da quelli del bando qui presentato, il lavoro dei dottorandi, relativo alla definizione delle tematiche di progetto ed alla messa a punto del materiale grafico e coordinato dal Professor Andrea Vidotto, è servito come esperienza di riferimento.
Risultati raggiunti e possibili destinatari
I risultati del presente lavoro sono indirizzati a soggetti diversi. Per quanto concerne il primo risultato, vale a dire la messa a punto di una base di dati che raccoglie le esperienze recenti di ridefinizione delle infrastrutture viarie nelle cinture metropolitane europee, questo è da intendersi come una raccolta compilativa aperta, aggiornabile mano a mano che nuove realizzazioni si aggiungeranno a quelle esistenti; è quindi uno strumento dinamico, ad uso principalmente dei progettisti dello spazio urbano. Il secondo risultato, la definizione delle strategie di progetto, è invece destinato sia ai progettisti, come possibile guida di lavoro, sia alle pubbliche amministrazioni ed agli altri soggetti decisori, a livello europeo, che si occupano attraverso varie modalità di ridefinire e migliorare la città contemporanea. Infine l’ultimo risultato, il Documento Preliminare alla Progettazione parte integrante di un ipotetico concorso di idee per una strada della cintura metropolitana a nord di Roma, è pensato come uno strumento destinato in primo luogo al Comune di Roma, quindi al Municipio IV. Mentre i primi due risultati sono di tipo globale, il terzo ha un carattere prevalentemente locale; ma non si esclude che possa servire come format per eventuali futuri concorsi di idee o di progettazione, non solo in Italia
La scolarizzazione dei minori rom nel quadro italiano ed europeo : osservazione sociologica del contesto, individuazione di criticità e buone pratiche
Il presente studio parte dalla constatazione, largamente condivisa in letteratura, che
le popolazioni rom siano entrate anche nel terzo millennio rinchiuse in un cerchio della
marginalità da cui è assai difficile uscire. Un circuito perverso fatto di povertà,
emarginazione, rassegnazione e fatalismo, di mancanza di speranza nel cambiamento,
di dipendenza dal sostegno altrui, di un senso di inferiorità latente. In particolare, la
ricerca ha tentato di indagare l’ipotesi dell’esistenza di una relazione tra la scarsa
scolarizzazione e la condizione di esclusione dalla vita sociale, economica e politica in
cui le comunità rom sembrano persistere, nonostante gli indubbi sforzi attuati
dall’Unione Europea e dai singoli Stati membri. Dalla condizione di marginalità e
stigmatizzazione (economica, abitativa, scolastica, sanitaria, ecc…) prende le mosse
infatti una confusione identitaria operata dalla comunità maggioritaria (gagé) in
riferimento alle comunità rom (i rom non si vogliono scolarizzare, non vogliono
migliorare la loro condizione, ecc..). E mentre la maggioranza classifica e reifica
l’identità delle comunità rom, queste ultime, impegnate nella lotta per la
sopravvivenza quotidiana, restano ai margini della discussione, ignorandola e
subendola. L’analfabetismo generalizzato ha impedito loro nel passato, come nel
presente, di partecipare attivamente alla loro definizione identitaria e tale esclusione
non è rimasta senza conseguenze. Infatti, come molti autori hanno giustamente
sostenuto, lo scarso potere di partecipare al discorso ha condotto le comunità rom
lungo la stretta via della rivendicazione su base etnica. Le comunità rom hanno, in
altri termini, accettato su di sé, loro malgrado, l’idea di un gruppo etnico in estinzione
e da preservare dall’incontro-scontro con la civiltà maggioritaria. Le conseguenze di
tale accettazione e reificazione identitaria sono scritte in secoli di marginalità, povertà
e sofferenza. Dalla mappatura dei progetti di scolarizzazione dei rom e dalle interviste
emerge tuttavia un quadro composito in cui risultano chiari gli ostacoli e i pregiudizi
da superare affinché si avvii un nuovo approccio alla scolarizzazione dei rom che veda
in questi ultimi gli unici protagonisti accreditati a spezzare, con gli strumenti forniti
dall’istruzione, il cerchio della marginalità, scrivendo nel contempo la propria storia ed
il proprio presente
La condizione ebraica nel novecento letterario in Italia e in Romania : da Italo Svevo a Giorgio Bassani e da Mihail Sebastian a Nicu Steinhardt
Il presente lavoro di ricerca analizza la condizione dello scrittore ebreo dalla sua
emancipazione - in Italia tra il 1848 e il 1870 e, più tardi, dopo la Grande Guerra, in
Romania - fino al secondo dopoguerra in due contesti dove l’esperienza ebraica è stata
diversa per molti aspetti. Ciò nonostante, i temi individuati nelle due letterature offrono
una visione comparativa e trasversale, assicurano il legame tra opere, periodi e paesi
diversi e delineano due mondi che a volte si sovrappongono illuminando i reciproci punti
di contatto, ma anche, inevitabilmente, le reciproche contraddizioni. La condizione
ebraica è, nelle scansioni storiche e geografiche individuate, oggetto di una indagine e di
una riflessione storica e, al contempo, letteraria.
La tesi si articola in due sezioni. Nella prima parte, La condizione ebraica dello
scrittore dopo l’emancipazione in Italia e in Romania, si illustra come l’integrazione degli
ebrei nella società della maggioranza, anche se si è manifestata in tempi differenti e in
modo disuguale, ha avuto per lo più gli stessi effetti sia in Italia che in Romania. Ciò
viene confermato dalle tematiche approfondite nei tre capitoli di questa prima parte, che
accomunano gli scrittori presi in considerazione: Italo Svevo, Primo Levi, Mihail
Sebastian e Nicu Steinhardt. Nella loro opera, i temi letterari che rispecchiano la loro
condizione dopo l’emancipazione - la doppia identità, la conversione, l’antisemitismo - si
manifestano, secondo le vicende storiche, in tempi differenti.
Con l’emancipazione, la condizione ebraica cambia notevolmente: gli scrittori
tendono ad allontanarsi dalla tradizione e dalla religione ebraiche e a rinunciare in
apparenza alla loro identità per essere semplicemente letterati che scrivono per il mondo
intero e non solo per il pubblico ristretto del ghetto, come in precedenza. Il bisogno di
anonimato mediante la proiezione di sé sul piano universale si traduce, in ambito
letterario, nella scelta del silenzio sulla propria condizione di ebrei. Questo spiega anche il
ricorso a pseudonimi. Il gusto del segreto sulla propria condizione ebraica è una
caratteristica importante, ad esempio, dell’opera, ed anche dell’esistenza, di Italo Svevo:
nella vita e nell’opera di Ettore Schmitz alias Italo Svevo l’ebraicità si percepisce, dietro
le apparenze, con una inaspettata vitalità. Testimonianza di ciò sono le lettere dello
scrittore alla moglie e agli amici, i romanzi, i racconti, le favole in cui emergono alcune
caratteristiche e tematiche tipicamente ebraiche. Lo scrittore triestino era un ebreo
emancipato e integrato nella società a tal punto da trascurare, a prima vista, la sua origine ebraica. Infatti, il suo ebraismo “nascosto” è stato argomento di polemica tra vari critici
dell’opera sveviana. La personalità di Svevo è più in ombra rispetto agli altri autori presi
in esame, ma la sua reticenza sulla propria condizione ebraica è certamente un connotato
distintivo dell’ebreo occidentale del periodo post-emancipazione, una caratteristica che,
negli scrittori romeni, e in particolare in Mihail Sebastian, si manifesta soprattutto di
fronte alle manifestazioni antisemitiche come strumento di protezione della propria
individualità. Ciò che accomuna questi scrittori è un fenomeno che si è manifestato dopo
l’emancipazione - in Italia molto prima rispetto alla Romania: nel caso di Italo Svevo e di
Primo Levi, come in quello di Mihail Sebastian, l’integrazione ha portato alla formazione
di una doppia o multipla identità - tematica presente nel capitolo iniziale della prima
parte. Svevo era italiano per lingua e fede politica, austriaco per cittadinanza, ebreo per
religione, mitteleuropeo per cultura e formazione, commerciante di professione e scrittore
per passione. Invece Primo Levi era ebreo, piemontese e italiano, chimico di professione.
E non è stato solo un testimone della Shoah, ma anche scrittore, autore realistico e
fantastico. Il suo ibridismo viene a manifestarsi soprattutto dopo il periodo vissuto ad
Auschwitz, momento in cui inizia a raccontare, a testimoniare e a scrivere le sue
esperienze, per poi meditare sul significato della Shoah nei giorni nostri. Come per altri
ebrei italiani, la dimensione antisemita ha portato lo scrittore alla coscienza della propria
ebraicità. Per altro verso, Iosef Hecter alias Mihail Sebastian era ebreo, romeno e uomo
del Danubio, europeo per formazione, avvocato e scrittore, testimone della Shoah: nel
romanzo autobiografico De două mii de ani egli ha affermato e vissuto la propria identità
multipla, ma questo modello identitario che si è manifestato per la prima volta nel periodo
interbellico, ha provocato dubbi e ha subito negazioni nella cultura romena. Se in una
società moderna, basata sui principi liberali, le identità non si escludono ma si completano
a vicenda, come è il caso dell’Italia risorgimentale, nella Romania degli anni Venti e
Trenta, dominata dalla xenofobia, dall’antisemitismo e dalle correnti politiche
dell’estrema destra, la creazione di questo tipo identitario è respinta in quanto l’identità
nazionale romena si concentrava sull’aspetto etnico invece che su quello civile.
Con l’assimilazione nel tessuto sociale della maggioranza, gli ebrei optano non
solo per una sorta d’indifferenza religiosa o per l’affermazione del loro ibridismo, ma
scelgono, nelle manifestazioni più “estreme” di integrazione, la conversione - argomento
trattato nel secondo capitolo della prima parte. Se Ettore Schmitz si è fatto battezzare
cattolico per pura formalità, Nicu Steinhardt ha abbracciato la fede ortodossa cristiana,
scegliendo in seguito la vita monacale. Se la conversione dello scrittore triestino ha creato
perplessità da parte della critica letteraria, il battesimo dell’autore romeno, proprio per le ragioni che hanno determinato questo atto, ha suscitato una forte polemica nel milieu della
cultura romena. Il suo “caso” si è dimostrato difficile e le fonti orali utilizzate nel corso
della ricerca sono state un prezioso strumento di comprensione. Le interviste da me
realizzate ad alcuni prestigiosi critici, infatti, hanno contribuito a chiarire gli atteggiamenti
controversi dello scrittore, tra cui, paradossalmente, la sua ammirazione per i legionari, gli
esponenti dell’ortodossia e dell’estrema destra romena.
L’emancipazione è stata accompagnata, in Italia come in Romania, da nuove
forme di antisemitismo, che hanno coinciso con l’affermazione degli ideali nazionali -
problematica dedicata al terzo capitolo della prima parte. La presenza dell’antisemitismo
nella società triestina può essere, per esempio, una delle spiegazioni del riserbo di Italo
Svevo sulla propria condizione ebraica e sulla presenza dei temi ebraici nella sua opera
narrativa. In ambito romeno, durante il periodo interbellico segnato da manifestazioni di
un forte nazionalismo e di un esuberante antisemitismo, Mihail Sebastian, violentemente
attaccato per aver scritto un libro “irritante” sulla sofferta condizione dell’intellettuale
ebreo nel contesto antiebraico romeno fra le due guerre mondiali, ritornerà sui temi
ebraici solo in modo allusivo. Così si è cercato di spiegare la polemica creata intorno al
romanzo De două mii de ani: la più dura controversia del periodo interbellico che rivela la
presenza di un’élite intellettuale in preda all’antisemitismo e al nazionalismo estremista.
Si precisa che diversamente dall’Italia risorgimentale dove l’antisemitismo era quasi
assente, in Romania esisteva una tradizione antisemita sin dalla metà dell’Ottocento.
La presenza dell’antisemitismo nella società di accoglienza è la prova che, ancor
prima delle leggi razziali e delle deportazioni, l’assimilazione sia stata un’utopia.
Nonostante l’integrazione, l’antisemitismo continuava ad esistere e a manifestarsi nella
società della maggioranza fino a concludersi nel genocidio nazista. Così la
“emancipazione” ebraica può essere vista come un momento di passaggio dall’età dei
ghetti alla Shoah, come un ponte che, pur credendosi essere solido, ha portato a La
distruzione degli Ebrei d’Europa.
Nella seconda parte della ricerca, La condizione ebraica dello scrittore negli anni
della guerra e della Shoah in Italia e in Romania, si mostra come, dopo il processo di
emancipazione e di integrazione, per gli ebrei si apre, con il fascismo e il nazismo, un
nuovo “capitolo” di esclusione dalla società che determina il loro reingresso non nel
tradizionale ghetto imposto, ma in quello concentrazionario. Il tragico evento della Shoah
ha cambiato totalmente la condizione ebraica e il modo di esprimersi degli scrittori ebrei.
La persecuzione ebraica ha reso possibile il recupero dell’ebraismo rimosso con la
riscoperta e l’affermazione del loro essere ebreo. L’immenso trauma subito determina gli scrittori ebrei a scrivere, come mai è avvenuto in precedenza, opere con una forte
impronta autobiografica che aiutassero, per quanto possibile, a liberarsi dall’ossessione
dell’esperienza vissuta e che permettessero di testimoniare gli eventi in cui sono stati
coinvolti, affinché si sapesse di cosa fosse stato capace di compiere l’uomo in una società
civile e moderna e si capisse che una simile tragedia non sarebbe mai più dovuta accadere
in alcun luogo o tempo, perché la vera pace dipende dalla profondità con cui sono stati
esplorati gli abissi di ieri. Queste sono le premesse per creare una società migliore e per
educare meglio le nuove generazioni.
Da queste riflessioni, è evidente che gli scrittori vedano nella loro testimonianza
una missione utile alla collettività, perché convinti che si debba ricordare e capire gli
eventi tragici della Shoah per evitare, in futuro, la ripetizione dell’orrore:
Quando l’ebreo […] ha narrato le sofferenze che lui o lei che fosse avevano
sopportato, non lo ha fatto semplicemente come ebreo, ma come qualcuno che
stesse dando testimonianza a nome di tutte le vittime dell’oppressione, di
qualsiasi paese e confessione religiosa essi fossero1.
Qui vengono analizzati tre tipi diversi di testimonianza - romanzo, memoriale,
diario - che appartengono agli scrittori presi in esame: Giorgio Bassani, Primo Levi e
Mihail Sebastian. Ognuno di loro ha un proprio modo di dare testimonianza
dell’esperienza vissuta. Bassani abbina realtà e finzione per raccontare la condizione di
esclusione dell’ebreo dalla società italiana in seguito alla promulgazione delle leggi
razziali. Invece, Primo Levi usa un linguaggio chiaro e preciso, trasparente e obiettivo per
testimoniare la situazione-limite vissuta nel Lager, per cercare di far comprendere al
lettore quest’unico evento della storia, la Shoah. Per canto suo, Mihail Sebastian
testimonia in tono neutro, senza essere ambiguo o retorico, gli eventi del decennio 1935-
1944, con particolare riferimento alla Romania.
Inoltre, gli scrittori offrono testimonianze diverse, secondo la propria esperienza
vissuta. Così, diversamente da Primo Levi o da Mihail Sebastian, Giorgio Bassani non
presenta mai la Shoah, ma consacra tante pagine dei suoi racconti e dei suoi romanzi agli
anni ‘37 e ‘38, al periodo di discriminazioni precedenti alla guerra, e indaga
minuziosamente il disadattamento posteriore del superstite. Lo scrittore ferrarese non si
sofferma quasi mai sugli eventi bellici stessi. È questa una differenza importante fra lui e
Primo Levi, differenza di esperienza poiché lo scrittore piemontese è stato deportato e,
invece, Bassani no. Nella sua opera memorialistica Primo Levi racconta la propria
esperienza vissuta ad Auschwitz per poi trarne riflessioni utili per il lettore d’oggi. Invece, Mihail Sebastian, nel suo Jurnal 1935-1944, testimonia l’adesione degli intellettuali,
anche quelli di spicco, al movimento legionario, l’emanazione delle leggi razziali in
Romania, i pogrom di Bucarest e di Iași, la deportazione in Transnistria2 degli ebrei della
Bessarabia3 e della Bucovina4. Il Jurnal 1935-1944 di Sebastian che non è stato tradotto
nella lingua italiana, è uno dei documenti storici, umani e letterari più importanti del
clima del periodo interbellico romeno e delle condizioni che hanno portato alla Shoah.
E, infine, tra gli scrittori è diversa anche la concezione di ciò che vuol dire
testimoniare, diverso modo di interpretare la responsabilità storica dell’artista, diversa
visione di quella realtà su cui deve essere portata testimonianza.
Nonostante queste differenze, le testimonianze che appartengono alle vittime,
accanto al loro valore di documento storico, esprimono soprattutto lo stato d’animo degli
ebrei. I documenti ufficiali, infatti, non hanno mai reso nota l’esperienza vissuta dagli
oppressi: senza i testimoni-vittime non avremmo avuto accesso alla dimensione morale e
all’immensa sofferenza subita dagli ebrei, a una più profonda comprensione della natura e
dell’evoluzione della condizione ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale.
Per concludere, l’analisi dell’opera narrativa degli scrittori ebrei, italiani e romeni,
e le tematiche individuate, oggetto di questa ricerca, sottolineano pur tenendo conto delle
diverse sfumature, una comune condizione dell’essere ebreo in due contesti diversi:
condizione indispensabile per la comprensione dei cambiamenti esistenziali, culturali e
sociali che rispecchiano il destino storico della diaspora dall’emancipazione fino al
secondo dopoguerra. Queste trasformazioni e, successivamente, quelle tragiche della
Shoah hanno determinato gli atteggiamenti letterari dell’ebraismo italiano e di quello
romeno
Testo e immagine al museo : un’analisi dei documenti degli Archivi del Centro di didattica museale
La sfida del museo del novecentesco è aprirsi a un vasto pubblico. Gli allestimenti e l’architettura dell’edificio contenitore delle collezioni, sempre più attenti agli aspetti comunicativi, sono sostenuti nel loro compito dai testi, scritti sotto forma di didascalie, pannelli e supporti didattici e orali sotto forma di audioguide, che accompagnano l’esposizione, creando un gioco di rimandi tra sguardo e parola, i due linguaggi si accompagnano e sovrappongono in cui in un continuo processo analitico fino a fondersi in un unico messaggio. Appare evidente che in tale contesto un ruolo estremamente importante è ricoperto dalla corretta individuazione del destinatario di tale messaggio. Se ad adeguato destinatario deve corrispondere adeguato messaggio, scopo di questa ricerca è analizzare e valutare rispetto al destinatario di riferimento l’efficacia di un gruppo testi museali a carattere mobile, ovvero pieghevoli, supporti didattici e guide, servendosi di un corpus di documenti relativi a musei d’archeologia e arte italiani conservato presso gli Archivi del Centro di didattica museale dell’Università Roma Tre
Sareedo
Gabyaagu wuxuu saarkan ka sameeyey doorashooyin guud ee ka dhacay dalka Kenya, sanadkii 2013, gaar ahaanna wuxuu la hadlayaa soomaalida NFD. Saarkan wuxuu gabyaagu ugu talaggalay hanuuninta shacabka iyo ka wacyiggalinta arrimaha siyaasadda, isagoo sharraxay sifooyinka ciddii hoggaannimo isu soo sharaxda lagu kala dooran karo.In questo Saar (genere poetico), il cantautore parla delle elezioni avvenute in Kenya nel 2013, rivolgendosi ai Somali del Kenya settentrionale. Con questa canzone il poeta descrive il candidato ideale da scegliere a guida del paese.In this Saar (poetical genre), the singer-songwriter talks about the elections held in Kenya in 2013, addressing to the Somalis of Northern Kenya. In this song, the poet describes the ideal candidate that should be elected guide of the country.https://www.youtube.com/watch?v=_IcxMKjPobM&feature=youtu.b
Modellazione aeroelastica e progettazione ottimizzata di rotori di elicottero innovativi a basso livello vibratorio
The present research activities is aimed to the development of aeroelastic
models of advanced helicopter rotor blades and theirs application to opti-
mal design of low-vibration rotors. To this purpose, two di erent solvers,
for composite advanced geometry rotor blades, characterized by arbitrary
curved/swept elastic axis, have been developed. The rst one is numeri-
cally integrated through implementation within the COMSOL Multiphysics
Finite-Element-Method (FEM) software code, while the second one is based
on a Galerkin spectral approach for numerical integration. The FEM model
is based on a nonlinear beam-like formulation already developed in the past
for a straight rotor blade, and it has been extended to rotor blades with arbi-
trary elastic axis shape, while for the implementation of the Galerkin-based
solver having similar capabilities of the FEM-based one, the development of
an original curved beam formulation has been necessary. Several numerical
results concerning comparisons with numerical and experimental data avail-
able in the literature are presented to validate both solvers developed. Then,
an optimization procedure for the design of helicopter main rotors that gen-
erate low vibratory hub loads in advancing ight is implemented where blade
shape and structural properties are the design parameters to be identi ed
within a binary genetic optimization algorithm, under aeroelastic stability
constraint. The Galerkin-based solver is adopted within the optimization
process for the evaluation of the objective function, with the inclusion of
a non-conventional, computationally e cient, surrogate wake in ow model
for the analysis of sectional aerodynamic loads. Numerical results are pre-
sented to demonstrate the capability of the proposed approach to identify
low vibratory hub loads rotor blades
Individuazione e calibrazione del modello di sintesi per la gestione della manutenzione stradale
Le reti di sovrastrutture non dovrebbero essere manutenute ma amministrate. Obiettivo del presente studio è stato quello di sviluppare un protocollo per la gestione delle pavimentazioni basato sulle loro condizioni strutturali al fine di prevederne la vita utile in modo quantitativo e valutare gli idonei interventi manutentivi nel tempo.
E’ noto come le sovrastrutture stradali, all’aumentare del traffico e del tempo, perdano le loro principali caratteristiche di aderenza, regolarità e portanza. Al fine di permettere il transito dei veicoli in adeguate condizioni di sicurezza e confort i piani di manutenzione sviluppati fino ad oggi hanno avuto come obiettivo quello di determinare le caratteristiche superficiali delle sovrastrutture. Tale approccio tuttavia si è dimostrato essere non sufficiente, in quanto se da un lato dà la possibilità di conoscere le caratteristiche attuali di viabilità della via, dall’altro permette di predirne le condizioni future soltanto in modo qualitativo.
Con l’avvento delle strumentazione deflettometriche a massa battente è nata la possibilità di valutare in modo puntuale lo stato di conservazione di una sovrastruttura stradale in tempi relativamente brevi permettendo l’acquisizione di informazioni relative alle caratteristiche meccaniche sia dei singoli strati costituenti sia del sottofondo. Per tale motivo gli enti gestori hanno ora la possibilità di svolgere campagne di prove che interessano intere reti viarie ottenendo informazioni dettagliate sulla vita utile che sarà lecito aspettarsi e sugli appropriati interventi che potranno svolgere a seconda del budget disponibile per i diversi intervalli temporali.
Lo studio presenta un protocollo manutentivo, basato sulle misure defletto metriche, che implementa il metodo di Odemark, per la valutazione delle caratteristiche meccaniche dei materiali, attraverso un modello meccanicistico, e valuta il degrado della sovrastruttura attraverso le leggi di fatica, permettendo la previsione degli interventi più opportuni e l’ottimizzazione a livello di rete attraverso la Life Cicle Cost Analysis.
Infine è stato oggetto di studio un metodo innovativo per la redazione del catasto stradale attraverso la strumentazione Laserscanner 3d, valutando anche l’utilizzo dei dati acquisiti come indicatori della regolarità della superficie viabile. The present study is aimed to develop a pavement management system
based on the analysis of the structural conditions, to the purpose of
imagining its life expectancy and considering appropriate maintenance
works.
It’s well-known that road superstructures lose their traction, roughness
and bearing characteristics due to the increase of traffic in the course of
time.
In order to have vehicles in safe transit conditions and comfort the
pavement management system developed until now have the goal of
define road surface characteristics. But this method has a limit because it
allows to know the road viability at the present moment, obtaining only
qualitative information about its future conditions.
With the coming of falling weight deflectometer instrument there was the
chance to evaluate the conditions of a road structures soon enough to get
information about mechanical characteristics both of single layer and of
foundation.
For this reason now managing authorities can make campaign tests on
whole hub networks getting detailed information about road life
expectancy. Moreover they are able to arrange maintenance works based
on budget availability.
This study presents a pavement management system for the evaluation of
materials mechanical characteristics by a mechanistic model. The system,
based on deflection measures, implements Odemark method and
considers structure decay through fatigue law, allowing to arrange
suitable maintenance works and to get networks optimization through
Life Cicle Cost Analysis.
In the end, aim of the study was also to analyse an innovative method for
developing road registry using Laserscanner 3d and considering obtained
data as roughness index of pavement surface