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Integrated analysis for intermontane basins studies:tectono-stratigraphic and paleoclimatic evolution of the L'Aquila Basin
Although the L’Aquila Basin is one of the central Apennines most seismically active intermontane basins, its long-term geological evolution has long been poorly understood even if, especially after the 6th April 2009 earthquake, several studies were carried out in this area. Particularly problematic in intermontane basins studies are the uncertainties associated with the onset of the extensional tectonic and the age of the older continental deposits, as well as the subsurface bedrock geometries and the stratigraphical relationships of the continental deposits within the basin.
A multidisciplinary approach that integrates stratigraphical, geomorphological and structural field surveys with paleontological analyses, geochronological (OSL; 14C) dating, well log analyses and geophysical data interpretation (seismic reflection profile; HVSR), was used in order to reconstruct the L’Aquila Basin tectono-stratigraphic evolution, the regional tectonics and the climate forcing that controlled sedimentation processes within the basin. Our results allowed to review the L’Aquila Basin stratigraphy and to define seven synthems, partly matching stratigraphic units or synthems already described in previous works. In addition the comparison between the tectono-stratigraphic evolution of L’Aquila Basin and other intermontane basins (i.e., Tiberino, Rieti, Leonessa basins), together with the stratigraphy of the Plio-Quaternary succession of the Roman area, allowed to identify some similarities that help to constrain the major regional events that controlled the L’Aquila Basin geological history.
The occurrence of a Caspiocypris species flock at the base of the sedimentary fill of the eastern part of L’Aquila Basin (San Demetrio-Colle Cantaro Synthem), which possibly correlate the late Piacenzian-Gelasian ostracod fauna of the Fosso Bianco Formation of the Tiberino Basin, points to a late Piacenzian age for the onset of the extension in the L’Aquila Basin. Interpretation of a seismic reflection profile (Pettino1) shows the occurrence, above the Meso-Cenozoic bedrock, of a wedge shaped seismic unit corresponding to the basal deposits of the western L’Aquila Basin (San Demetrio-Colle Cantaro Synthem), pointing to a late Piacenzian-Gelasian syn-rift stage during the first phase of basin filling. As a result of the correlation among the stratigraphies of L’Aquila Basin and the stratigraphy of Plio-Quaternary successions of the central Italy, the main tectonic phase responsible for the increase of the accommodation space of the L’Aquila Basin ended close to the Gelasian/Calabrian transition with a regional uplift event. Indeed, the second phase of basin fill, which occurred mainly during the Calabrian (Madonna della Strada Synthem), happened in a post-rift stage and was mainly characterized by the development of a fluvial environment, with floodplains and extensive swamp areas close to meandering fluvial channels. After these two major phases of basin filling, the L’Aquila intermontane basin was affected by five shorter tectono-sedimentary events that gave rise to the formation of Middle and Upper Pleistocene unconformity-
bounded stratigraphic units, with the younger units carved into the previous ones or even into the pre- or syn-orogenic successions.
The Late Pleistocene evolution of the L’Aquila Basin was mainly characterized by the development of three order of fluvial terraces, two of which are strath terraces (T2 and T3). The second order fluvial terrace, belonging to the Campo di Pile Synthem, correlates MIS 3, since it shows a 14C 2σ age of 41,854-40,464 yr cal BP. From this data, a late Quaternary river incision rate between 0.24 to 0.32 mm/yr can be estimated.
Our results showing an onset of the L’Aquila Basin that is synchronous with the onset of the Tiberino Basin call into question the notion that these extensional intermontane basins become younger from the Tyrrhenian towards the Adriatic side of the central Apennines
La validacìon de competencias profesionales en Espana e Italia
L’argomento della validazione delle competenze ha avuto un’importanza crescente negli ultimi 15 anni. Italia e Spagna sono due paesi che hanno iniziato il loro percorso nell’ambito della validazione di competenze con un certo ritardo rispetto ad altri paesi dell’Unione Europea. La ricerca presenta uno studio comparato tra la Spagna e l’Italia, centrato sullo sviluppo e l’applicazione del dispositivo di validazione e certificazione delle competenze professionali acquisite attraverso l’esperienza. La ricerca stabilisce delle similitudini e differenze fra i sistemi di validazione di questi due paesi, presentando uno studio approfondito dei dispositivi di Castilla y León (Spagna) e dell’Emilia-Roma (Italia). Per lo svolgimento dello studio abbiamo preso come referimento le linee guida pubblicate dall’Unione Europea, e abbiamo utilizzato delle fonti documentali e viventi. La comparazione segue il paradigma metodologico olistico. Il lavoro può aiutare per il miglioramento delle pratiche dei sistemi di validazione, ofrendo un’analisi approfondita di queste due prospettive europee
Prossima fermata: adattamento : trasporti pubblici urbani e cambiamenti climatici a Roma: il caso del trasporto di superficie
I cambiamenti climatici sono una certezza: nel suo quinto rapporto, pubblicato tra il
2013 e il 2014, l’IPCC ha confermato che i cambiamenti climatici sono in atto e ha
indicato che le attività umane influiscono su questi mutamenti. In questo contesto,
l’insieme delle discipline che si occupa della città e del territorio ha un ruolo molto
importante nel contrastare i cambiamenti climatici. Da una parte deve promuovere
modelli di sviluppo territoriale ed energetico che minimizzino le azioni e le emissioni
che contribuiscono al riscaldamento globale. D’altro canto deve pianificare e gestire
città e territori che possano continuare ad esistere e funzionare in condizioni
climatiche mutate. È su quest’ultimo tema, l’adattamento ai cambiamenti climatici,
che questa tesi si concentra. Tra le tante declinazioni dell’azione degli umani sul
territorio, la gestione degli spostamenti è una funzione fondamentale. I trasporti
contribuiscono ai cambiamenti climatici perché spesso funzionano direttamente o
indirettamente grazie ai combustibili fossili, ma allo stesso tempo li subiscono
quando avvengono fenomeni come l’allagamento di una strada, il cedimento di un
ponte, e via dicendo. Per questo è fondamentale agire su questo settore per
adattarsi al clima futuro.
Data la vastità e la complessità del tema dei trasporti pubblici urbani, si è ritenuto
opportuno scegliere un’area in particolare: la città di Roma. Oltre a essere la sede del
dottorato e il luogo di residenza di chi scrive, si tratta di una città molto vasta, con
numerosi dislivelli oltre agli storici sette colli, e una capitale di stato, capoluogo di
regione e città metropolitana. Bisogna aggiungere che Roma ha un sistema dei
trasporti pubblici poco adeguato alle sue dimensioni e alle sue funzioni e un
rapporto complesso con la pioggia. Inoltre negli ultimi anni anche le ondate di calore
hanno generato diversi problemi alla popolazione.
Dopo aver individuato il contesto sono stati scelti i modi di trasporto da analizzare: in
questo caso il trasporto pubblico di superficie, a Roma rappresentato da centinaia di
linee di autobus, sei di tram e una di filobus. Si è deciso di analizzare questi modi di
trasporto perché rappresentano la maggioranza – le linee di metropolitana e le
ferrovie locali sono in tutto sei – e perché sono disponibili dati sugli effetti degli
eventi meteorologici estremi a riguardo. Dopo aver studiato, nei modi che saranno
spiegati in dettaglio nella tesi, gli effetti degli eventi meteorologici sulla rete di
trasporto pubblico di superficie, lo scopo finale è identificare quali azioni di
adattamento è possibile attuare nel contesto capitolino e comprendere dove è
necessario intervenire.
La tesi è strutturata in sei capitoli che affrontano i diversi argomenti del lavoro di
ricerca. Il primo capitolo illustra l’introduzione al lavoro di ricerca e le motivazioni
della scelta. All’ultimo capitolo sono dedicate le riflessioni conclusive, con cui si
ragiona sull’argomento della ricerca, cioè il legame tra i trasporti e l’adattamento ai
cambiamenti climatici, e si accenna alle questioni rimaste aperte. Il secondo capitolo
contiene la cosiddetta cassetta degli attrezzi della ricerca, vale a dire gli strumenti e
la base teorica su cui si fonda la tesi: prima di tutto si illustra lo sfondo tematico su
cui si basa lo studio dottorale; segue l’enunciazione della domanda di ricerca e la
presentazione della griglia interpretativa; la sezione successiva contiene una
rassegna ragionata della letteratura; chiude il capitolo l’illustrazione della
metodologia e dei metodi di ricerca. Con il terzo capitolo si descrive in generale la
questione climatica a Roma, illustrando il lavoro che ha prodotto la Carta della
Vulnerabilità Climatica di Roma 1.0. svolto dal gruppo di ricerca “Politiche e strategie
urbane per l’adattamento climatico” di cui chi scrive fa parte. Il quarto capitolo
costituisce il cuore analitico della tesi: dopo aver descritto nel suo complesso il
sistema dei trasporti pubblici capitolino (stato di fatto e sviluppi futuri), illustra lo
studio degli effetti degli eventi riconducibili ai cambiamenti climatici sulla rete del
trasporto pubblico di superficie di Roma. Infine il quinto capitolo – che rappresenta
la dimensione operativa della tesi, fondamentale nell’adattamento – contiene
proposte ed esempi di adattamento, che abbiano la funzione di indicazioni per
rendere il sistema dei trasporti meno vulnerabile rispetto agli inevitabili
cambiamenti climatici
Effetti dello stress ossidativo sulla struttura del telomero e sulle modificazioni epigenetiche telomeriche : conseguenze sull’ instabilità cromosomica
Telomeres are nucleoprotein structures organised into heterochromatin domain and located at the end of linear chromosomes, which primary role is to maintain chromosome and genome stability. They consist of non-coding repetitive DNA sequences, such as TTAGGG in human, telomeres binding proteins and histone modifications marks. Telomeres getting shorter at each cell division, furthermore there are two different mechanisms able to maintain telomere length: I) telomerase, a ribonucleoprotein complex that regulates telomere-length maintenance by adding telomeric repeats to the chromosome 3’-end using an RNA template, II) Alternative Lengthening of Telomeres (ALT) that is a mechanism of telomere length maintenance based on recombination. Telomerase is inactive in somatic cells; however, it is active in 85% of cancer cells, instead ALT mechanism is active in the remaining 15% of cases.
Oxidative DNA damage, in particular 8-oxoguanine (8-oxoG), represents the most frequent DNA damage in human cells. The high incidence of guanine residues in telomeric DNA sequences and the telomeric low efficiency in DNA damage repair, make telomere the preferential target for the accumulation of the oxidised bases. Furthermore the presence of 8-oxoG can interfere with the replication fork at telomeres; aborted replication may lead to strand breaks and the loss of telomere repeats. Previous studies stated that telomere shortening could be accelerated significantly by chemical and physical environmental agents. In order to confirm the effect of oxidative stress on telomere shortening in our experimental conditions, we treated human primary fibroblasts (MRC-5 cells) with two doses of hydrogen peroxide, 100 and 200 μM, for 1 hr. We performed the Q-FISH analysis to measure telomere length and our results confirmed a significant telomere shortening 48 hrs after treatment. At 72 and 96 hrs after treatment we observed a restoring of telomere length, indicating a transient effect of acute oxidative stress on telomere shortening. To evaluate the possibility of the activation of one of the two mechanisms of telomere maintaining, we performed the telomerase activity assay that resulted negative at each time post treatment for both doses of hydrogen peroxide, excluding that oxidative stress activated telomerase in this cells. Furthermore we performed the CO-FISH analysis to analyse the sister chromatid exchanges (T-SCE), a marker of ALT mechanism, but also in this case the results were negative indicating that hydrogen peroxide did not induced ALT activation. Therefore we speculated that there was a mechanism of cell selection that led to telomere length restoring. We performed the cell growth and the cell viability assay observing a significant growth delay starting at 48 hrs and persisting up to 96 hrs, indicating that H2O2 significantly reduced the MRC-5 proliferation rate. For all times analysed, cell viability was not different
between treated and untreated cells, allowing us to exclude an effect on this end point in treated samples. The idea is that oxidative damage determines telomere shortening that in turn induces decreased growth rate and then cells with longer telomere are positively selected causing the observed telomere restoring.
To evaluate and compare the genomic and telomeric DNA damage after oxidative stress we used FPG-enzyme to detect 8-oxoG base modifications by cutting the DNA in proximity of these lesions and creating SSBs. We performed two different analysis, on the whole genome and specifically at telomeric level. Results obtained by comet assay immediately after treatment, evidenced a significant increase of the genomic damage after oxidative stress, but 24 hrs later the genomic damage was completely repaired. On the other hand the analysis of the oxidative telomeric damage by quantitative PCR with telomere-specific primers demonstrated a significant increase of telomeric damage immediately after treatment whit both doses of hydrogen peroxide, and 24 hrs after treatment, conversely to the data obtained for genomic damage, we observed a significant persistent telomeric damage, leading us to hypothesise that it could be responsible of telomere shortening observed. Then we evaluated the activation of the genomic DNA damage response (DDR) by the analysis of 53BP1 foci, related with the presence of DSBs, and the phosphorylation of H2AX (ƴH2AX foci), that occurs after a DSBs but also with the block of the replication fork. We observed a significant increase of 53BP1 and ƴH2AX foci 24 hrs after treatment with both doses of hydrogen peroxide, moreover a significant increase of both foci was observed 48 hrs after 200 μM treatment. The activation of the DDR was also analysed at telomere by the immunoFISH staining that detects the telomere-dysfunction induced foci (TIFs); they correspond to the colocalisation between DNA damage markers (53BP1 and ƴH2AX) and telomeric sequences. Data demonstrated that the frequency of 53BP1 foci at telomeric level did not change at the different times post treatment; on the contrary, the frequency of ƴH2AX TIFs increased, in statistically significant manner, 48 hrs after treatment with both doses of H2O2 and after 72 hrs for the higher dose. The difference observed between the two DNA damage repair markers leads us to suppose that the principal effect of oxidative damage that occurs at telomeric level is the replication fork arrest rather than a DSBs.
It is known from literature that the deletion in MEFs of TRF1 and TRF2, the most important proteins of telomeric loop, activated the DDR at telomere inducing the raise of TIFs. One other study showed that 8-oxoG in modified telomeric oligonucleotides may interfere with the recognition by TRF1 and TRF2 to telomere. Trying to elucidate the effects of oxidative
stress at telomere level, we analysed telomere structure, in particular if TRF1 and TRF2 still bind telomeric sequences after oxidative stress. We performed the ChIP assay and our results demonstrated a significant decrease of both proteins 48 hrs after treatment for the two doses of hydrogen peroxide. These data allow us to hypothesise the mechanism by which oxidative stress influence telomere structure supposing that the persistent 8-oxoG at telomere could determine both the direct detachment of TRF1 and TRF2 and the stall of replication fork that in turn induce telomere shortening.
The loss of telomeric repeats and the loss of protection by telomere-associated proteins could lead to dysfunctional telomeres that may give rise to chromosomes instability. Recently telomere-dysfunction dependent chromosomal instability was associated mainly by the formation of nuclear abnormalities such as micronuclei (MN), nucleoplasmic bridges (NPBs) and nuclear buds (NBUDs) and Pampalona et al., 2010 proposed NPBs as an aberration specifically linked to critically short telomeres. NPBs can break during mitosis giving rise to NBUDs and MN.
For this reason we studied chromosome instability by the analysis of these abnormal nuclear morphologies at different times post treatment. The results showed an increase of NPBs 48 hrs after treatment for both doses of hydrogen peroxide that decrease in a time-dependent manner. For NBUDs and MN we observed, a fluctuating trend at 100 μM, instead at 200 μM there was a time dependent increase. These data indicate that there is an inverse relation between telomere length and NPBs indicating that this biomarker represents a good readout for telomere defects and confirming that oxidative stress is able to induce chromosome instability, in our idea through preferential telomeric damage.
In the last part of this work we analysed the telomeric epigenetic modifications, in particular the density of a marker of heterochromatin, H3K9me3. We observed an increase of this marks for both doses of hydrogen peroxide, a new and unexplored effect of oxidative stress on this mark at telomere. This result could indicated more condensed status of telomeric region; in fact exist a phenomenon known as Telomere Position Effect (TPE), that is the ability of telomere to silence nearby genes. We could speculate that the observed higher chromatin condensation could
influence the subtelomeric gene expression but this aspect should be deeper investigated.
In conclusion, telomeric 8-oxoG not repaired that persist 24 hrs after treatment can induce telomere shortening, replication fork arrest and TRF1 and TRF2 detachment. All these in turn increase the telomere-dysfunction induced foci that lead to chromosome instability.
Furthermore, oxidative stress could also be able to induce an alteration of near telomere gene expression, by inducing telomeric chromatin condensation
Exosomes in the pathogenesis of HIV-1
Cells secrete various membrane-enclosed microvesicles from their cell surface (shedding microvesicles) and from internal, endosome-derived membranes (exosomes). Intriguingly, these vesicles have many characteristics in common with viruses, including biophysical properties, biogenesis, and uptake by cells. Recent discoveries describing the microvesicle-mediated intercellular transfer of functional cellular proteins, RNAs, and mRNAs have revealed additional similarities between viruses and cellular microvesicles. Apparent differences include the complexity of viral entry, temporally regulated viral expression, and self-replication proceeding to infection of new cells. Interestingly, many virally infected cells secrete microvesicles that differ in content from their virion counterparts but may contain various viral proteins and RNAs.
Accumulative findings have demonstrated that exosomes highly resembled HIV-1 particles in many aspects, from their physical properties to composition. The similarity of the composition (i.e., lipids, proteins, carbohydrates, and RNAs) between viral particles and exosomes suggests that exosomes may play an indispensable role in HIV-1 pathogenesis. Infact, HIV-1 infected cells release exosomes associating viral proteins, such as Nef and Gag, and RNA. Their potential functions during HIV-1 infection are just beginning to emerge.
The main aim of this PhD thesis is the analysis of possible influence of exosomes released from HIV-1 infected cells on different stages of viral infection: in the primary infection, in HIV-1 infection during the cART (combination anti-retroviral therapy) and in HIV-1 latency, the major hurdle toward HIV-1 eradication.
As CD4+ T lymphocytes are the major target of HIV-1 infection and replicate HIV-1 when activated, but resist HIV-1 replication when they are in a quiescent/resting state, the first aim of the PhD project has been the analysis in primary infection and under cART of the effects of exosomes from HIV-1 infected cells on activation state of quiescent CD4+ T lymphocytes and their susceptibility to HIV-1 infection. However, it has been reported that exosomes from cells expressing Nef upload activated ADAM17, a disintegrin and metalloprotease, which converts the pro-TNF-α in its mature form, and induce release of TNF-α from unstimulated peripheral blood mononuclear cells (PBMCs). We investigated whether a similar mechanism occurs in resting CD4+ T lymphocytes challenged with exosomes from HIV-1 infected cells and the possible consequences in terms of HIV-1 replication.
First, we confirmed that cells infected with either replication-competent or defective HIV-1 release exosomes, uploading activated ADAM17. Next, we demonstrated that in HIV-1 primary infection
and during cART these "armed” nanovesicles induce cell activation and render resting human primary CD4+ T lymphocytes permissive to HIV-1 replication. We found that the expression of HIV-1 Nef in exosome-producing cells is both necessary and sufficient for cell activation as well as HIV-1 replication in target CD4+ T lymphocytes. We also identified a Nef protein domain important for the effects we observed, i.e., the 62EEEE65 acidic cluster domain. The data presented here are consistent with a model where Nef induces intercellular communication through exosomes to activate bystander quiescent CD4+ T lymphocytes, thus stimulating viral spread. Overall, our findings support the idea that HIV-1 in primary infection and under cART infection evolved to usurp the exosome-based intercellular communication network to favor its spread in infected hosts.
In the second part of this thesis we analyzed the effects of exosomes release from HIV-1 infected cells on viral latency. HIV-1 latency is the major hurdle toward HIV-1 eradication. Infact, HIV-1 infection is efficiently counteracted by cART which, despite preventing disease progression, does not eradicate virus infection which persists in a latent form. The latent reservoir is generated by virus entry in activated CD4+ T lymphocytes committed to return to a resting state, even though also resting CD4+ T lymphocytes can be latently infected. Thus, we may assume that HIV-1 reservoir is prevalently composed by memory CD4+ T lymphocytes.
We asked whether exosomes from cells infected with either replication-competent or defective HIV-1 can activate latent HIV-1 in CD4+ T lymphocytes.
Our results demonstrated that latent HIV-1 can be activated by TNFα released by cells upon ingestion of exosomes released by infected cells, and that this effect depends on the activity of exosome-associated ADAM17. These pieces of evidence shed new light on the mechanism of HIV-1 reactivation in latent reservoirs, and might also be relevant to design new therapeutic interventions focused on HIV-1 eradication.Le cellule eucariotiche rilasciano nello spazio extracellulare differenti tipologie di vescicole: le vescicole rilasciate dalla membrana plasmatica, “shedding microvesicles”, e gli esosomi, derivanti dalle membrane endosomiali interne. E’ interessante notare che le microvescicole rilasciate dalle cellule hanno molte caratteristiche in comune con le particelle virali: alcune proprietà biofisiche, la biogenesi e l'uptake da parte delle cellule target. Recenti evidenze sperimentali che descrivono il trasferimento intercellulare di proteine funzionali, RNA e mRNA mediante microvescicole, hanno evidenziato altre numerose analogie tra le particelle virali e microvescicole cellulari. Le differenze principali comprendono la complessità del meccanismo di uptake virale, l’espressione regolata di prodotti virali, il budding e l’infezione di cellule bystander. È di notevole importanza evidenziare che molte cellule infettate da virus rilasciano esosomi che differiscono nel complesso dagli omologhi virioni, ma possono contenere numerose proteine e RNA virali.
Numerosi studi hanno dimostrato che esosomi cellulari hanno molte caratteristiche in comune con le particelle dell’HIV-1. Quest’analogia, soprattutto per quanto riguarda la composizione (ad esempio, lipidi, proteine, carboidrati, e RNA) suggerisce che esosomi cellulari potrebbero svolgere un ruolo indispensabile nella patogenesi del retrovirus. Infatti, le cellule infettate dall’HIV-1 rilasciano esosomi che contengono alcune proteine, come Nef e Gag, e RNA virali e negli ultimi anni sta emergendo la loro funzione durante l'infezione.
Lo scopo principale di questo lavoro di dottorato è quello di analizzare l’influenza del rilascio esosomiale da parte di cellule infettate in diverse fasi dell’infezione virale: nell’infezione primaria, nell’infezione durante la terapia combinata anti-retrovirale (cART) e durante la fase di latenza del retrovirus, il maggiore ostacolo verso l'eradicazione dell'HIV-1.
Dal momento che i linfociti T CD4+ sono le principale cellule bersaglio per l’HIV-1, ma resistono alla replicazione virale quando sono in uno stato quiescente, il primo obiettivo del lavoro è stato l'analisi degli effetti degli esosomi rilasciati da cellule infette sull’attivazione dei linfociti quiescenti T CD4+ e la loro suscettibilità all’infezione. Gli effetti degli esosomi rilasciati sono analizzati con modelli differenti per l’infezione primaria e durante la terapia cART. Inoltre, dal momento che è stato riportato che gli esosomi rilasciati da cellule esprimenti Nef contengono la forma attiva della disintegrina e metalloproteasi ADAM17, la cui funzione principale è quella di convertire il pro-TNF-α nella sua forma matura, nel nostro lavoro abbiamo analizzato se un meccanismo simile si verifichi nei linfociti T CD4+ quiescenti trattati con esosomi e le possibili conseguenze in termini di replicazione virale.
Dopo aver confermato che gli esosomi rilasciati da cellule infettate con l’HIV-1, contengono la forma attiva di ADAM17, abbiamo dimostrato che nell’infezione primaria e durante cART le nanovescicole inducono uno stato di attivazione e rendono i linfociti T CD4+ quiescenti permissivi alla replicazione virale. Inoltre, è stato evidenziato che l'espressione della proteina virale Nef nelle cellule producenti esosomi è necessaria e sufficiente per l'attivazione delle cellule così come per la replicazione dell'HIV-1 nei linfociti T CD4+. Per di più, è stato anche identificato un dominio della proteina Nef, il cluster acido 62EEEE65, importante per gli effetti che abbiamo osservato.I risultati qui presentati, quindi, suggeriscono che Nef induce un rilascio di esosomi a livello intercellulare per attivare i linfociti T CD4+ quiescenti, stimolando così la replicazione del retrovirus.
Nel complesso, i nostri dati supportano l'idea che l'HIV-1 sia nell’infezione primaria e sia nell’infezione sotto terapia abbia evoluto un sistema per usurpare la rete di comunicazione intercellulare basata sul trasporto esosomiale per favorire la sua diffusione.
Il secondo obiettivo di questo lavoro è stato l’analisi degli effetti degli esosomi rilasciati da cellule infette nel riattivare i serbatoi dell’infezione. La latenza virale è il principale ostacolo verso l'eradicazione di numerose malattie infettive. Infatti, l'infezione da HIV-1 pur essendo efficacemente contrastata dalla terapia anti-retrovirale che, ritarda la progressione della malattia, non eradica l'infezione che persiste in forma latente. I serbatoi dell’infezione si generano quando il virus infetta i linfociti T CD4+ attivati che tornano in uno stato di quiescenza. Per questo motivo, si può assumere che il serbatoio dell’HIV-1 è composto prevalentemente linfociti T CD4+ della memoria.
Nel dettaglio, nell’ultimo lavoro descritto, abbiamo investigato se gli esosomi prodotti da cellule infette da virus competenti per la replicazione o difettivi possano riattivare i linfociti T CD4+ latentemente infetti.
I risultati ottenuti hanno dimostrato che l’HIV-1 che latentemente infetta i linfociti T CD4+ può essere attivato dal TNFα rilasciato in seguito all’ingestione di esosomi prodotti da cellule infette vicine, e che questo fenomeno dipende principalmente dall'attività della metalloproteasi ADAM17 associata agli esosomi.
Questi dati rivelano un nuovo meccanismo di riattivazione dell'HIV-1 in serbatoi latenti dell’infezione, rilevante per la progettazione di nuovi interventi terapeutici per l’eradicazione del virus
Virtual screening for protein function annotation and drug discovery
Molecular docking is a computational procedure that attempts to efficiently predict non-covalent binding of macromolecules or, more frequently, of a macromolecule (receptor) and a small molecule (ligand), starting with their unbound structures. This approach is widely used in virtual screening, an in silico procedure that has become increasingly popular in the pharmaceutical research for lead identification. The basic goal of the virtual screening is the reduction of the massive virtual chemical space of small organic molecules, to be screened against a specific target protein, to a manageable number of compounds that have the highest chance to lead to a drug candidate. Virtual screening applied to the discovery of new drugs involves docking, computational fitting of structures of compounds to the active site of a protein and scoring and ranking of each compound. In this context, databases of chemical and drug-like compounds are very helpful because, in most cases, contain many compounds in ready-to-dock formats (three-dimensional structures).
The present work was aimed at studying molecular docking protocols, and specifically protein-ligand docking, and its application to biological systems of biomedical relevance, such as human serum albumin (HSA), to provide complementary and supporting evidence to experimental studies. For this purpose was used the program AutoDock Vina, an open-source program for drug discovery, molecular docking and virtual screening, offering multi-core capability (or, in other words, the possibility to use at the same time all the processors of the computer used), high performance, enhanced accuracy, and ease of use. Docking simulations on HSA were carried out to investigate the interaction of this protein with the drug imatinib and with retinoids. Results obtained in these simulations are in agreement with available experimental data and allowed both to identify the preferential binding sites of the ligand/drug, and to investigate the interaction at atomic level.
In addition, a user-friendly procedure was developed, which allows to perform automatic molecular docking simulations and virtual screening analyses. This method was tested on experimental structures of potential Pseudomonas aeruginosa protein targets for the identification of novel lead compounds with potential antibacterial activity. In fact, bacterial resistance is a growing threat and, at present, very few new antibiotics active against multi-resistant bacteria are available. A combination of falling profits, regulatory mechanisms and irrational and injudicious use of antibiotics has led to an alarming situation where some infections have no cure. Finding novel targets, possibly with no cross-resistance, and/or identification of novel compounds that could reduce or inhibit bacterial virulence, has elements of uncertainty but successful outcomes may translate into significant results.
Given the huge number of compounds to be screened (1466 FDA-approved compounds from DrugBank), an automated procedure for docking studies was developed, using the Python programming language, which allows to calculate the input parameters to perform the docking phase, to rank the compounds according to their predicted binding energy and to visualize the predicted drug binding site on the protein of interest. This procedure has been incorporated in an application named “DockingApp”. DockingApp allows to perform this kind of analyses also to users without any expertise in bioinformatics. In fact, a Java graphical user interface (GUI) was developed to guide the user through all the steps required to perform the docking simulations and analyze the results. In particular, the input of the virtual screening/docking application is a protein with still unknown function or a target of interest from a pharmaceutical viewpoint. The user needs only the three-dimensional structure of the target (i.e. the PDB file); the input is then processed to obtain a structure with all the information needed by the docking algorithm (hydrogen atoms, atomic charges). The core of the algorithm is an automatic protein-ligand docking procedure or a virtual screening analysis against a library of compounds, in particular the subset of FDA-approved compounds retrieved from DrugBank, provided in the download folder. In addition, the user can customize the library, or use his own, simply indicating the relative folder in the GUI. The output is a list (stored in a text file) containing the best hits resulting from the screening, based on the binding affinity calculated. This file also contains some details, such as residues in contact with the ligand at different distance thresholds and details about the compounds. Obviously, in the output are stored also the complexes between the input protein and the best hit compounds with their respective atomic coordinates.
To run the application the user must install MGLtools (ADT) and download Autodock Vina. In particular, MGLtools is quite useful in receptor and ligand preparation. In fact, PDB files of the receptor and the ligand must be converted in PDBQT file format, required by Vina to run
docking simulations. Through the ADT graphical user interface, it is possible to obtain this conversion as well as to set the desired search space; however, for a user without any (or low) expertise in bioinformatics these steps could be difficult. To overcome this limitation, some Python scripts provided by Vina developers were used in this work, allowing the automatic preparation of PDBQT files. Regarding the search space (docking grid), that is the portion of the receptor that Vina will explore to place the ligand, a specific function was developed to allow to automatically set the search space, either local, relative to a limited number of residues, or extended to cover the entire structure of the receptor.
Although tests are still in progress, the virtual screening version of the application was already tested on five protein targets from Pseudomonas aeruginosa that are involved in bacterial virulence or are essential for bacterial growth (PqsE, PqsR, LasR, WspR, MurG), with the aim to identify FDA-approved compounds with potential antibacterial activity.
The results obtained are still under investigation but they are promising because in most cases the best poses of each compound are placed in the target's binding site with a better affinity if compared with the co-crystallized ligand.
Summarizing, with this application it should be possible to achieve two objectives.
First, starting from the information derived from docking results it may be possible to predict protein function. For enzymes of unknown function, substrate prediction based on structural complementarity becomes attractive when the target enzyme has little relationship to orthologues of known activity, making inference unreliable. From this viewpoint, the identification of few compounds that bind the target with the highest probability, that is the identification of potential substrate/inhibitor candidates, could lead to protein function annotation.
Then, drug discovery and/or repositioning, that is the main goal of the present project, could be achieved. In fact, the automated virtual screening against a library of FDA-approved compounds reduces the cost of the initial experimental screening and accelerates lead compounds discovery. Moreover, this analysis can lead to drug repositioning, which aims to identify new therapeutic indications for existing drugs
Modellistica elettromagnetica di nanoparticelle per le comunicazioni molecolari
L’attività di ricerca affrontata nel dottorato, nell’ambito del tema assegnato, ha riguardato lo studio dell’interazione della radiazione elettromagnetica con nanoparticelle di geometrie e materiali non convenzionali per lo sviluppo di piattaforme di biorilevamento per diversi strutture organiche.
L’obiettivo di tali ricerche è stato quello di elaborare soluzioni tecnologiche di avanguardia che consentano future tecniche diagnostiche-terapeutiche o che si affianchino a quelle già esistenti con elevato valore aggiunto in termine di diagnosi precoce e/o una terapia selettiva ed efficace.
Seguendo questo scenario e tenendo conto sia degli aspetti innovativi, e delle difficoltà che insorgono a livello di fabbricazione e di impatto ambientale, inteso sia come inquinamento che come compatibilità biologica. Nel triennio di dottorato è stata condotta attività di ricerca scientifica di particolari strutture nanometriche volte alla ricognizione delle comunicazioni molecolari, mediante fenomeni fisici elettromagnetici, di differenti tessuti e fluidi biologici.
In particolare è stato proposto l’utilizzo di nanoparticelle, adatte alle comunicazioni molecolari, dalle proprietà multi-risonanti per applicazioni diagnostiche ultrasensibili e il multi-rilevamento di tessuti biologici; l’utilizzo di nanoparticelle multi-strato e in grafene anche per comunicazioni wireless e l’utilizzo di nanoreti elettromagnetiche per il trasporto di farmaco, nonché per il progetto di biosensori basati su misure di indice di rifrazione del campione biologico.
Inoltre l’attività di ricerca si è occupata della teoria classica dell’elettromagnetismo. In particolare, della descrizione del fenomeno della Risonanza Plasmonica di Superficie (SPR) mediante l’uso della funzione diadica spettrale di Green. Inoltre, è stato prodotto un lavoro sulla propagazione elettromagnetica del segnale di neurostimolazione in una rete neurale multistrato per migliorare l’efficienza della tecnica DBS (Deep Brain Stimulation). L’attività di ricerca, nel triennio di dottorato, ha portato alla produzione di diciannove elaborati scientifici tra riviste (6), congressi (12) e capitoli di libri (1)
La giustizia di transizione: tra memoria e oblio
Il tema della memoria e del suo problematico rapporto con l’oblio si è imposto con forza, dal Secondo Dopoguerra in poi, all’attenzione di tutte le società che hanno vissuto una transizione democratica. Si tratta di collettività profondamente segnate dal loro passato, con una lunga storia di abusi, ingiustizie e violazioni dei diritti umani alle spalle: nel momento stesso in cui il precedente regime autocratico implode si trovano a percorrere la strada verso la democrazia e ad interrogarsi sul significato e sul ruolo da attribuire agli eventi del passato. Per questo motivo, la giustizia di transizione, definita da Jon Elster come “l’insieme dei procedimenti giudiziari, delle epurazioni e dei risarcimenti cui si procede dopo la transizione da un sistema politico ad un altro” è ora al centro di un rinnovato interesse da parte dei giuristi: la Transitional Justice rappresenta ormai un filone di studi consolidato, caratterizzato da un approccio multidisciplinare e da una grande apertura verso le scienze sociali.
Se, secondo Pier Paolo Portinaro, di norma nella storia erano apparse percorribili solo due strade opposte: la brutale resa dei conti oppure l’oblio e l’amnistia, negli ultimi anni il ventaglio di soluzioni si è notevolmente arricchito con la celebrazione di processi nei confronti dei maggiori responsabili di crimini e violenze, nonché con l’istituzione di Commissioni per la Verità e la Riconciliazione e la previsione di risarcimenti, materiali e simbolici, in favore delle vittime. In ogni transizione simili soluzioni possono variamente succedersi, intersecarsi, perfino sovrapporsi: i paradigmi di governo della transizione rappresentano altrettante forme di politica della memoria e dell’oblio.
In definitiva, al ricordo o al suo complice e rivale, la dimenticanza, viene assegnato da intere collettività un ruolo fondamentale nei processi di democratizzazione in corso. Così la memoria, da sempre oggetto privilegiato della speculazione filosofica e del dibattito storiografico, è oggi sottoposta a un inevitabile processo di giuridificazione: tale tendenza offre finalmente a tutti noi la possibilità concreta di considerare l’esperienza umana e giuridica del ricordo il luogo di una dialettica temporale irrisolta, dove presente, passato e futuro intrecciano i loro legami attraverso il filo delle generazioni, soprattutto laddove si sono verificati traumi e abusi. Unicamente in questo modo l’ennesimo tentativo da parte del diritto di regolare un fenomeno tanto vasto e complesso quanto possono esserlo solo i percorsi mnestici individuali e collettivi, di incidere sulla “nuda vita”, potrà essere compreso fino in fondo.
La nostra ricerca si propone, da una parte, di fornire gli strumenti per rileggere in chiave critica i meccanismi legislativi e giudiziari utilizzati nell’ambito della giustizia di transizione, dall’altra, di far riflettere sulla necessità di costruire un’etica della memoria anche in simili contesti. La volontà di indagare a fondo il ruolo svolto nelle transizioni politiche dalla memoria e dall’oblio, tanto nella loro dimensione individuale quanto nella loro dimensione collettiva, ha portato all’individuazione di due casi paradigmatici di democratizzazione, la transizione argentina e la transizione sudafricana, in cui ricordo e dimenticanza sono stati variamente declinati, anche in forma giuridica. In particolare, si tratta di due Paesi molto diversi tra loro, anche nelle scelte adottate: l’Argentina ha purtroppo visto garantita l’impunità dei militari, colpevoli della feroce repressione degli anni della dittatura, tramite provvedimenti di amnistia e indulti individualizzati, almeno fino alla stagione de los juicios por la verdad; il Sudafrica, invece, ha optato per la concessione di un’amnistia, condizionata alla piena ammissione della propria responsabilità e destinata ad entrambe le parti in lotta durante l’apartheid. Entrambi, però, sono stati accomunati dalla richiesta di verità e giustizia, che ha dato luogo ad un fenomeno del tutto inedito per la giustizia transizionale, la nomina di Commissioni per la Verità incaricate di indagare sugli abusi e le violazioni avvenuti in precedenza. Per la prima volta le vittime hanno avuto la possibilità di raccontare il loro dramma e di confrontarsi con i loro carnefici: l’esperienza delle Commissioni ha costituito un mirabile esperimento di produzione di storia dal basso, nonché di narrazione corale degli avvenimenti all’insegna della costruzione di una memoria condivisa e finalmente pacificata
La derogabilità della disciplina societaria sulla perdita di capitale
L’istituto del capitale sociale è il punto di partenza della presente trattazione perché, ripercorrendo il dibattito sulla relativa funzione, se ne può carpire l’attuale valore nel mutato contesto normativo; da ciò sarà possibile procedere all’analisi delle regole sulla gestione delle perdite, cioè quelle regole che, in materia di capitale, più sono state toccate dai recenti interventi del legislatore. Una volta premessi questi elementi, ricostruita in maniera sistematica il fenomeno della perdita del capitale nominale, si potrà avere contezza delle relative conseguenze applicative e, dunque, della ricerca sulla prassi dell’aumento di capitale in presenza di perdite. Dell’ammissibilità di tale operazione si può trattare in modo più consapevole solo una volta opportunamente inquadrati la ratio e gli interessi protetti dalla tipica operazione a cui essa si surroga, cioè la riduzione del capitale ex artt. 2446 e 2447 c.c..
Il problema non è limitato ai soli risvolti tecnici dell’operazione. Esistono, infatti, delle ragioni “storiche” che rendono opportuno trattare oggi di questo tema: a seguito della profonda crisi economica, negli ultimi anni sono state apportate delle novità normative inerenti al capitale sociale e, in particolare, alle regole sulla riduzione del capitale per perdite.
Il lavoro lambisce il dibattito sul c.d. “diritto societario della crisi”, categoria elaborata dalla dottrina per indicare la zona grigia di interferenza tra il diritto fallimentare e il diritto societario comune, quando la società registra delle perdite che non la rendono ancora insolvente. La fase di pre-crisi (c.d. twilight zone) è un campo d’indagine che suscita interesse tra gli studiosi del diritto societario, soprattutto nell’ottica della responsabilità degli amministratori: nella presente ricerca, invece, l’attenzione si focalizza sugli aspetti sostanziali delle operazioni sul capitale della società in perdita.
Ambito dell’analisi è quello delle società capitalistiche, sia s.p.a. che s.r.l., studiate in parallelo perché fondate, pur con le proprie diversità, sull’applicazione del medesimo criterio del capitale sociale. Esula, invece, dal campo di ricerca lo studio del capitale con riguardo a quelle imprese il cui equilibrio patrimoniale si basa anche su ratios di natura finanziaria.
1.
Nell’affrontare questo tema, in primo luogo, si è resa necessaria l’analisi dell’attuale ruolo del capitale sociale, del quale sono state poste in discussione sia la funzionalità che, addirittura, la stessa funzione nell’ambito della disciplina della società.
Negli ultimi quindici anni una parte minoritaria della dottrina ha posto in dubbio l’opportunità di mantenere il sistema del capitale sociale, tacciandolo d’inutilità (quale immobilizzazione statica e costo ingiustificato per gli operatori), soprattutto sulla base di indagini comparatistiche con il diritto statunitense. L’attenzione verso l’istituto in esame si è rinnovata sia a seguito di questi impulsi, che con l’introduzione in molti Stati europei di forme di società con capitale marginale (cc.dd. light vehicles) volte ad agevolare la nascita e crescita di nuove imprese. Il fenomeno è quello della concorrenza al ribasso di norme, di fatto introdotta dalla Corte di Giustizia UE: in questa competizione tra ordinamenti in tema di private companies, il legislatore italiano è intervenuto abbassando le soglie del capitale minimo di s.p.a. e di s.r.l., e operando una destrutturazione di quest’ultimo tipo sociale. Il che suscita il sospetto che si sia voluto risolvere il problema della sottocapitalizzazione nominale della società direttamente con la sua de-capitalizzazione, cioè incentivando l’utilizzo di apporti fuori capitale da parte dei soci e, quindi, legittimando quella “fuga” dal capitale sociale che già si riscontra nell’esperienza applicativa. Dunque, il senso di quella che viene definita “crisi” del capitale sociale si ritrova non tanto nel ridimensionamento quantitativo del minimo legale, quanto nella presa d’atto che il capitale sociale di per sé non è strumento idoneo a risolvere i problemi di patrimonializzazione della società e a segnalare o a prevenire l’insolvenza.
2
Ciò induce, in maniera definitiva, a svalutare la visione dell’istituto quale mezzo di garanzia in senso stretto dei creditori sociali. Piuttosto, il capitale è un istituto che tocca i creditori in maniera indiretta. Esso costituisce una regola di conflitto per distinguere i creditori dai soci, quindi le rispettive pretese sul patrimonio netto; e anche una regola di valori, tecnica artificiale per quantificare utili e perdite sulla base della misura temporale dell’esercizio. Secondo la dottrina più moderna, il capitale è la disciplina dell’investimento che riguarda il rischio della restituzione dei conferimenti dei soci, e quindi, una modalità di organizzazione del finanziamento d’impresa (tra soci e tra soci e terzi). Del resto, sin dalla riforma societaria del 2003, è stato accentuato il carattere finanziario della società di capitali, cioè ampliando la capacità di raccolta di patrimonio con mezzi anche sofisticati e diversi dal capitale di rischio. Inoltre, nel nostro stesso ordinamento, esistono delle norme che a livello embrionale fissano regole di rapporto tra patrimonio netto e indebitamento.
Ma questo cambio di paradigma non è stato portato avanti dal legislatore in modo netto e coerente. Perciò, è stato proposto da più parti di dare rilievo, non solo al profilo strettamente patrimoniale dell’impresa, ma anche a quello finanziario e prospettico (della sostenibilità dell’indebitamento): e, quindi, di imporre agli amministratori degli standards, doveri gestori qualificati e più incisivi, in luogo o accanto alle regole sul capitale al fine di meglio tutelare la posizione dei creditori sociali, il cui interesse non riesce ad essere protetto appieno mediante valutazioni che attengono a grandezze solo patrimoniali. Il tutto tenendo presente che non è possibile accogliere supinamente tecniche, svincolate dalla regola del capitale, che basino la distribuzione dell’utile su giudizi prognostici e valutazioni discrezionali sulle prospettive dei flussi di cassa: queste soluzioni, infatti, risultano coerenti in ordinamenti nei quali, a differenza del nostro, la competenza della distribuzione degli utili spetta agli amministratori, e non all’assemblea dei soci.
Nel quadro d’insieme, si inseriscono altre rilevanti novità normative. Solo negli ultimi quattro anni, sono state introdotte due deroghe agli obblighi di riduzione per perdite ed è stata proposta la modifica dell’art. 2447 c.c. proprio nel senso dell’interpretazione della norma che ritengo preferibile. Inoltre, nella prassi si sono registrate diverse operazioni sul capitale analoghe a quelle della cui ammissibilità tratterò, effettuate da società quotate e avallate dalla stessa autorità di controllo del mercato di borsa.
Con riguardo alle novità già in essere, queste sono introdotte in maniera strutturale negli ambiti del diritto concorsuale (art. 182-sexies l.fall.) e delle società start-up innovative (art. 26, d.l. 179/2012). Nel primo caso viene stabilita la disapplicazione delle regole sulla riduzione obbligatoria per un tempo determinabile per relationem tra la domanda di concordato preventivo (o accordo di ristrutturazione dei debiti) e la relativa omologa; mentre, nel secondo caso (per 5 anni dalla costituzione della società o per il tempo in cui sussistono i requisiti di “PMI innovativa”), quando emerga una perdita rilevante, si posticipa di un esercizio l’operatività di dette norme. Comunque, in entrambi i casi viene fatto salvo l’obbligo informativo degli amministratori sulla situazione patrimoniale in cui versa la società. I due sistemi derogatori operano su piani regolamentari diversi. Nella prima ipotesi si rientra nel contesto fallimentare, perché si fa riferimento a una fase della società in cui rileva di più l’aspetto finanziario della solvibilità e, quindi, l’interesse dei creditori sociali. Invece, nel caso delle start-up innovative, in virtù del peculiare scopo sociale perseguito, è esclusa a monte la fallibilità, quindi si resta nel campo del diritto societario comune.
Da una prima analisi di queste norme, si è diffusa in dottrina la sensazione che vi sia stato un ulteriore passo verso la svalutazione del ruolo del capitale sociale, specie in società che, proprio perché in stato di crisi, dovrebbero, al contrario, essere più vincolate al rispetto delle regole sul capitale. In realtà, questi interventi normativi – pur sconnessi e disomogenei – sono volti a preservare quanto più possibile la continuità aziendale dell’impresa in crisi, tenuto conto che il capitale sociale non può essere considerato, se non indirettamente, un istituto a tutela dei creditori sociali. Più in generale, i nuovi (e più bassi) requisiti minimi di capitalizzazione nonché le deroghe legali all’operatività delle norme sulla riduzione per perdite sono inequivoci segnali della tendenza ad agevolare la patrimonializzazione delle società, specie quando si approssima uno stato di crisi; questo favor esi può concretizzare non solo mediante apporti diversi dai conferimenti, ma anche grazie ad aumenti di capitale onerosi in grado di ristabilire l’equilibrio patrimoniale – e pure quello finanziario – nella prospettiva della salvaguardia dei valori dell’impresa.
Il fulcro della ricerca è la constatazione che le regole sul capitale non sono venute meno, ma esigono una riconsiderazione alla luce delle cennate modifiche, quelle derogatorie e quelle sul minimo legale. Queste novità hanno aperto il tema della funzionalità delle regole sulla conservazione del capitale sociale e, quindi, del loro valore imperativo al di fuori degli esoneri espressamente disposti dal legislatore.
Pertanto, in un contesto in cui è mutato il ruolo del capitale sociale, più orientato verso l’interesse dei soci (che non dei terzi), e in cui sono previste espresse deroghe legali alle regole sulle perdite di capitale, è ammissibile una deroga volontaria a queste regole? una deroga che consenta la capitalizzazione delle società in crisi, senza l’integrale copertura delle perdite?
In primo luogo, il codice civile stabilisce la soglia di rilevanza delle perdite del patrimonio effettivo rispetto al capitale nominale. E poi individua le modalità con cui intervenire sulle perdite rilevanti. Sotto il profilo tecnico, emergono diverse ipotesi nelle quali si può discutere di aumento in presenza di perdite, a seconda dell’entità della perdita rispetto al capitale. Nei casi in cui la riduzione è facoltativa si può abbastanza agevolmente argomentare l’ammissibilità dell’operazione di aumento. Invece, la questione assume connotati più problematici nei casi in cui sorge l’obbligo di riduzione, o quando si scende sotto il minimo legale e si deve ricapitalizzare, se non si vuole trasformare o liquidare la società.
L’aumento in presenza di perdite è una tecnica “atipica” di reintegrazione del capitale in quanto esclude il previo ripianamento della perdita, in contrasto con il consolidato orientamento di dottrina e giurisprudenza. Tuttavia, dopo le modifiche normative che hanno inciso sul sistema del capitale sociale, sembrano diversi gli argomenti favorevoli a questa soluzione. Effettuare un aumento “sanante” che diluisca la perdita, anziché eliminarla, costituisce un’utile alternativa alle operazioni ordinarie. Ciò, a mio avviso, si evince sotto diversi profili:
1) si ottiene un rafforzamento patrimoniale, per effetto del quale le perdite sono riassorbite nella soglia di tolleranza del terzo del capitale. Proprio perché si tratta di società che si trovano quanto meno in uno stato di “crisi patrimoniale”, è ragionevole che le nuove risorse economiche siano fornite sotto forma di conferimenti di capitale di rischio, data la “regola di corretto finanziamento dell’impresa in crisi” di cui all’art. 2467 c.c., ormai ritenuto applicabile anche alle s.p.a. chiuse (Cass. 14056/2015).
2) non viene eluso il valore segnaletico delle norme sulla riduzione perché l’incremento di capitale emerge subito a livello pubblicitario (con l’iscrizione della delibera nel registro delle imprese) e poi avrà riscontro nel bilancio: ciò rende l’operazione più trasparente rispetto a prassi atipiche quali i versamenti a fondo perduto con cui si coprano solo parzialmente le perdite. Non si contravviene a regole inderogabili perché la situazione patrimoniale negativa resta comunque oggetto dei doveri informativi dell’organo amministrativo; per questa ragione non si riscontra alcun surrettizia violazione dell’obbligo di accertare la perdita rilevante;
3) in caso di perdite “azzeranti”, seguendo le regole ordinarie si dovrebbe azzerare il capitale, cosicché sarebbero di fatto estromessi i soci di minoranza che non abbiano la disponibilità economica per esercitare l’opzione e partecipare alla ricapitalizzazione. Invece, l’aumento, partendo dal capitale nominale originario, consente almeno di mantenere integre le partecipazioni preesistenti;
3-bis) questa modalità operativa, se da un lato realizza la diluizione delle partecipazioni dei soci di minoranza (modalità ammessa, peraltro, dalla recente normativa sul bail-in), però offre loro il sicuro beneficio di partecipare ancora a quelle plusvalenze patrimoniali latenti che non sono espresse in bilancio a causa delle distorsioni dovute, a seconda dei casi, all’adozione del sistema contabile tradizionale (basato sul criterio del costo storico) ovvero dei principi contabili internazionali IAS. È una modalità che consente di evitare la liquidazione di una società ancora in grado di generare valori positivi e che si pone quale sicura alternativa a dubbie soluzioni avanzate in questa ipotesi, quali l’emissione di azioni di godimento o warrants, o la ricapitalizzazione non proporzionale in favore di chi non abbia sottoscritto l’aumento del capitale.
4) Infine, accogliendo la soluzione dell’aumento “sanante” si consente di superare alcune discusse questioni in tema di diritto di opzione in caso di ricapitalizzazione quando il capitale è azzerato: la tutela del socio assente, l’esclusione o limitazione dell’opzione in favore di terzi, la tutela dei titolari di obbligazioni convertibili.
L’interpretazione proposta coinvolge norme (artt. 2446 e 2447) e tipi (Spa ed Srl) diversi ma si ritiene opportuno accomunare le discipline. Da un lato, le norme sulla riduzione per perdite superiori al terzo e quelle superiori al terzo che incidono sul minimo legale forniscono entrambe ai soci un segnale delle passività in una lata “profilassi del dissesto”, e sono strumentali a rilevare la soglia per la remunerazione delle pretese delle diverse “classi di finanziatori” della società (soci e terzi). Dall’altro lato, le discipline di Spa ed Srl, nelle rispettive diversità, non abdicano all’istituto del capitale quale parametro di valutazione del sovraindebitamento e di distribuibilità degli utili, tenuto conto, inoltre, che le recenti deroghe legali hanno una sicura applicazione transtipica.
Esiste un margine di spazio per l’autonomia privata nella scelta dell’opzione di gestione delle perdite. La regola definita “ricapitalizza o liquida” – nei limiti di ogni formula semplificativa – oggi può essere declinata “riorganizza o liquida” perché esiste una pluralità di tecniche alternative al fine della salvaguardia del valore aziendale, tenuto conto della possibilità della continuazione dell’impresa anche a capitale perso mediante strumenti che sterilizzano le ordinarie regole sul capitale. Dunque, in presenza di una crisi che si manifesti anche con la perdita di capitale è possibile evitare la liquidazione dell’impresa, sia con una soluzione concorsuale, sia con la soluzione societaria dell’aumento diretto del capitale.
Si condivide l’opinione di chi ritiene la disciplina della riduzione del capitale per perdite quale espressione della libera valutazione dei soci sullo stato del proprio investimento. La soluzione che si accoglie consente di apportare nuova ricchezza; inoltre, il fattore, apparentemente negativo, della non integrale eliminazione delle perdite evita l’indebita distribuzione degli utili di esercizio e impone un’operazione trasparente che emerge dal deposito nel registro delle imprese. Del resto, se il crescente interesse per il diritto del mercato dei capitali spinge il diritto europeo a basarsi sulla “trasparenza del finanziamento”, non può negarsi la superiore efficacia della tecnica dell’investimento di rischio mediante i meccanismi propri della disciplina del capitale sociale.
Conclusione.
È ormai diffusa la consapevolezza che il capitale sociale è un indice che non rappresenta in modo corretto l’effettiva situazione economica in cui versa la società, perché nell’attuale disciplina codicistica è sottovalutato l’aspetto della sostenibilità finanziaria dell’indebitamento. Inoltre, l’interesse alla continuità aziendale (c.d. going concern) costituisce un profilo immanente al sistema societario perché risponde all’interesse non solo della società, ma anche dei creditori sociali e degli altri soggetti coinvolti nell’attività societaria (stakeholders) i quali difficilmente sarebbero tutelati da una liquidazione immediata dell’impresa. Pertanto, stante l’interesse generale a non disperdere prematuramente il valore effettivo dell’impresa a causa di una crisi comunque rimediabile, un’interpretazione evolutiva delle regole sulla riduzione del capitale per perdite si mostra coerente alle più recenti misure in tema di start-up, laddove si ravvisa un incentivo a soluzioni societarie di rilancio dell’impresa che abbia subito fisiologiche perdite nella fase di avvio.
Alla luce di quanto detto, non si vuole eludere, né sminuire le norme sul capitale, ma dare atto di una necessaria revisione delle stesse proprio per non vanificarne la funzione di vincolo per i comportamenti economici della società. Se, come penso, nel nostro sistema societario il capitale sociale è istituto ancora essenziale – benché da alcuni definito “rozzo” –, allora la tradizionale struttura regolatoria andrebbe adeguata al fine di agevolare il ricorso alla capitalizzazione delle società.
L’interpretazione che propongo potrebbe essere negata solo ancorandosi a una rigorosa lettura delle ordinarie regole sul sovraindebitamento. Ma, così ragionando, si perderebbe l’opportunità di contribuire al rinnovato ruolo del diritto societario per la crescita e l’innovazione dell’impresa
Decreto-legge e legge di conversione alla luce della più recente elaborazione giurisprudenziale
La ricerca è finalizzata a tracciare un resoconto storico dell’evoluzione delle fonti legislative
decreto-legge e legge di conversione, anche e soprattutto alla luce delle ultime sentenze della
Corte costituzionale sul tema.
Come noto, la formulazione dell’art. 77 Cost. e la mancata regolamentazione legislativa della
legge di conversione hanno prestato il fianco a numerosi abusi da parte del Governo,
specificamente in tema di elevata produzione e di reiterazione, nonostante i vari rimedi
esperiti: l’art. 15 della legge n. 400/88, che enucleò limiti funzionali e contenutistici; l’art. 78
Reg. Sen., che ampliava il parametro della verifica preliminare della legittimità da parte della
Commissione Affari Costituzionali del Senato facendo riferimento ai “limiti stabiliti dalla
legislazione vigente” (rectius, a quanto disposto dalla L. n. 400/88); le numerose sentenze della
Corte costituzionale sul tema.
Nello specifico, il primo intervento di rilievo si registrò con la sentenza n. 360/1996, che
decretò la illegittimità costituzionale della prassi della reiterazione del decreto-legge.
Si devono altresì citare le sentenze nn. 171/2007 e, più recentemente, 32/2014, che segnano
l’evoluzione di un lungo percorso giurisprudenziale finalizzate a dar vita allo statuto della
legge di conversione. La Consulta ha infatti stabilito alcune linee guida del rapporto fra
decreto-legge e legge di conversione, tracciando in particolar modo la fondamentale
importanza della omogeneità fra le due fonti normative.
Di grande interesse è altresì la sentenza n. 220/2013 con cui è stata dichiarata l’illegittimità
costituzionale del decreto-legge abolitivo delle Province. La pronuncia apre un nuovo fronte
di dibattito intorno alla decretazione di urgenza poiché stabilisce che lo strumento del
decreto-legge non è idoneo per addivenire a riforme organiche dell’ordinamento. In altre
parole, non è possibile porre in essere interventi radicali di riforma e duraturi nel tempo con
una fonte che è di per sé provvisoria e legata a situazioni circostanziali ed attuali.
La ricerca ha quindi l’obiettivo di ricostruire questa evoluzione, soprattutto giurisprudenziale,
e di dar conto dello “stato dell’arte” attuale, che si caratterizza per un forte restringimento
degli ambiti di intervento del Governo con la decretazione di urgenza