Archivio Aperto di Ateneo
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La sanità tra tendenze federaliste e coerenze di sistema : l'analisi dei livelli essenziali di assistenza
L’obiettivo del presente lavoro è lo sviluppo in senso federalista del sistema sanitario italiano, con particolare riferimento ai “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” di cui all’art. 117, co. 2 lett. m) della Costituzione che, nell’ambito della tutela della salute, assumono una veste del tutto nuova e rilevante sia perché assunti ad un livello più alto dell’ordinamento giuridico sia perché costituiscono l’elemento di unitarietà in un sistema che assume la differenziazione dei modelli organizzativi come elemento positivo in quanto più rispondente alle esigenze dei cittadini nei singoli territori.
Il lavoro si presenta strutturato in cinque Capitoli preceduti da una breve introduzione. Nello specifico, nel Capitolo I, in primo luogo, viene tracciata in maniera sistematica l’evoluzione storica dell’assistenza sanitaria, dalla concezione arcaica della salute pubblica alle origini del problema della sua protezione da parte dello Stato, nonché i passaggi che hanno portato all’attuale fisionomia del diritto alla salute e della sua tutela nell’assetto giuridico del sistema sanitario italiano. In secondo luogo, vengono analizzate, seppur brevemente, le principali riforme che hanno interessato il settore sanitario e gli snodi istituzionali che le hanno caratterizzate; il Capitolo II, dopo aver tracciato il fondamentale e necessario riferimento ai cambiamenti dell’assetto istituzionale avvenuti nel 2001 con la riforma del Titolo V, Parte II, della Costituzione nell’equilibrio delle competenze legislative, regolamentari ed amministrative di Stato, Regioni ed enti locali che hanno portato all’avvio del processo di federalismo, analizza la nozione e il contenuto dei livelli essenziali delle prestazioni nel sistema del diritto costituzionale e amministrativo alla luce della riforma costituzionale del 2001; il Capitolo III affronta la nascita e l’evoluzione dei livelli essenziali di assistenza in riferimento al diritto costituzionale alla salute, in quanto essi trovano la loro origine proprio nella normativa riguardante le prestazioni di assistenza sanitaria e si collocano come un vero e proprio strumento di politica sanitaria; il Capitolo IV è dedicato alla delicata questione della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni sanitarie e del loro finanziamento che costituisce un punto cruciale del diritto sanitario, tenuto conto della stretta correlazione che sussiste tra l’effettività del diritto alla salute e le risorse disponibili; il Capitolo V, infine, analizza le istituzioni e i modelli deputati al monitoraggio dei livelli essenziali di assistenza per verificare il raggiungimento degli obiettivi di tutela della salute perseguiti dal Servizio sanitario nelle singole Regioni
Da Sentinum a Sassoferrato : vita e morte di un'area sacra
Si affronta lo studio dell’area sacra della città romana di Sentinum (Sassoferrato, AN), indagata archeologicamente negli anni 2005-2009. Tale area sacra è costituita da un tempio ad alae e da un tempio tetrastilo inserito entro un portico; entrambi gli edifici, adiacenti, si trovano in corrispondenza dell’incrocio tra cardine massimo e decumano massimo, dunque in posizione rilevante nell’organizzazione urbanistica della città antica. Dell’area sacra viene condotta l’analisi stratigrafica delle singole fasi, accompagnate sempre da una discussione dei risultati che, guardando al di fuori di Sentinum vogliono calare la città romana in un contesto territoriale più ampio.
La situazione particolarmente compromessa del deposito archeologico, dovuta in massima parte alle spoliazioni postantiche che hanno interessato l’area, ha orientato fin dall’inizio la ricerca verso l’approfondimento di un fenomeno comune a gran parte dei centri romani abbandonati: questi, infatti, nelle epoche successive al loro decadimento divennero spesso oggetto di depredazione di materiali architettonici e da costruzione da destinare a nuovi cantieri in città nelle quali invece si verificava una spinta all’urbanizzazione. Tale fenomeno, che nel corso della ricerca verrà definito come Archeologia della Distruzione, riguarda il cantiere o i cantieri di distruzione che dall’età tardoantica in avanti si installarono sui centri romani abbandonati o distrutti. Nel caso di Sentinum tale cantiere, che dovette interessare tutta la città romana, si installò in età bassomedievale, presumibilmente in concomitanza e in diretta conseguenza con il sorgere del castello e del borgo di Sassoferrato, dell’abbazia di Santa Croce dei Conti e di altri centri limitrofi.
È stato condotto uno studio volto a cogliere i caratteri del cantiere di distruzione dell’area sacra di Sentinum i cui monumenti, in rovina, dovevano costituire un’abbondante occasione di approvvigionamento di materiali edilizi e architettonici. Si nota sul cantiere un’attività razionalizzata e organizzata su larga scala volta al reperimento, alla selezione mirata di materiali e allo scarto di ciò che non può essere riutilizzato.
La situazione di grande distruzione in cui versa l’area sacra a causa delle spoliazioni non ha impedito però, ovviamente, di poter risalire alle principali fasi di vita dei due complessi sacri. Così, attraverso lo studio dell’area sacra di Sentinum, che dovette essere punto nevralgico della vita cittadina in età romana, si vuole ricostruire la storia dell’intera città, dalla fondazione in età sillana al grande rinnovamento urbanistico di età augustea e giulio-claudia, fino al lento periodo dell’abbandono e infine alle spoliazioni e distruzioni che hanno comportato, però, il reimpiego di molti materiali negli edifici della Sassoferrato medievale
Jacopino del Conte nel contesto artistico romano tra gli anni trenta e gli anni cinquanta del Cinquecento
L’idea della ricerca, avente per oggetto la giovinezza e la prima maturità di Jacopino del Conte, è nata dalla convinzione che fosse necessaria una revisione del suo percorso, anche alla luce delle più recenti riflessioni in merito allo stato degli studi sul manierismo e sui suoi maggiori protagonisti, a un secolo ormai dalla prima moderna rivalutazione. L’artista, infatti, può essere considerato come un caso emblematico dei movimenti della storiografia critica del Novecento, che da una parte ha avviato le prime importanti ricognizioni sul suo conto, riabilitandolo appunto agli studi, dall’altra lo ha di fatto osservato come un fenomeno sostanzialmente secondario nel panorama della produzione artistica cinquecentesca, con un giudizio che ha impedito di comprenderne il valore e la posizione nel contesto storico.
Alla luce delle ricerche svolte, lo sviluppo stilistico di Jacopino del Conte è venuto via via liberandosi da quella condizione di molteplice subalternità – a Michelangelo, a Perino, a Salviati – in cui il Novecento lo aveva relegato; il profilo dell’artista ha così acquisito finalmente il peso e l’importanza cardinale che merita, anzitutto per la comprensione dell’evoluzione stilistica della pittura tra Firenze e Roma nel quarto e quinto decennio del Cinquecento. I risultati più interessanti delle indagini hanno permesso di chiarire non solo quanto Jacopino debba confermarsi figura di primo piano di questi scambi, ruolo già riconosciutogli dalla critica, ma anche quanto lo sviluppo del suo linguaggio figurativo possa divenire uno strumento privilegiato per indagare il capitolo delle relazioni artistiche tra Firenze e Roma che prende forma in questi decenni evidentemente decisivi per la storia della maniera. Il suo percorso in questo passaggio costituisce anzitutto quasi una lente di ingrandimento attraverso la quale osservare e sciogliere alcuni nodi che la storiografia più recente sta ora mettendo a fuoco, come ad esempio i tempi e i modi dell’assimilazione, negli anni ’30, delle novità delle ricerche compiute da Michelangelo tra Firenze e Roma e dell’eredità di Raffaello o
la centralità di Perino del Vaga nella cultura artistica della prima metà del Cinquecento e oltre,
ma anche un luogo di osservazione privilegiato per riconsiderare aspetti già noti, come la
capillare ramificazione di rapporti tra committenti ed artisti nella Roma farnesiana o
l’evoluzione della ritrattistica cinquecentesca in ambito tosco-romano.
Nel corso delle ricerche, si è potuto precisare chiaramente quanto i legami che il Del Conte
coltivò con Michelangelo, Perino e Salviati, solitamente interpretati soltanto in relazione alla
possibilità di individuare di volta in volta i vari prestiti formali di cui Jacopino (considerato un
pittore di scarsa originalità) si sarebbe avvalso, in realtà siano stati occasioni feconde ed
originali di aggiornamento per il nostro, costituendo spesso il motore del suo successo
professionale: basti l’esempio del Buonarroti, al quale sin dagli anni fiorentini Jacopino ebbe
l’opportunità di avvicinarsi, e che verosimilmente lo favorì al momento dell’ingresso nel
contesto artistico romano. Qui Jacopino del Conte fu in rapporti di grande familiarità con
Perino del Vaga, la cui imponenza al momento del ritorno da Genova per la generazione del
nostro sta venendo fuori con sempre maggiore nitidezza. L’importanza degli scambi con
Perino, già in parte adombrata dagli studi più avvertiti sull’Oratorio di San Giovanni
Decollato, viene qui ribadita anche alla luce di ulteriori nessi, come il fatto che, alla sua morte,
avvenuta nel 1547, il del Conte sia stato significativamente riconosciuto come suo erede
naturale, subentrando al Bonaccorsi come capo cantiere nella cappella Dupré in San Luigi dei
Francesi.
Tale dimestichezza con Perino fu condivisa con Francesco Salviati, del quale peraltro è stato
possibile attestare un soggiorno genovese grazie alla scoperta e all’analisi di un nuovo
documento d’archivio. Dalle ricerche compiute emerge come il de Rossi sia stato un punto di
riferimento ineludibile per Jacopino del Conte, in una dinamica di reciproco scambio che ora
affiora con evidenza, differentemente da quanto solitamente rilevato dagli studi, inclini ad
accogliere senza indugi la notizia tramandata da Vasari di una accesa rivalità stabilitasi tra i due
sin dal tempo della contemporanea attività presso l’Oratorio di San Giovanni Decollato allo
scadere del quarto decennio del Cinquecento.
Inoltre, la rilettura dell’opera di Jacopino del Conte e l’analisi del suo sviluppo stilistico hanno
permesso di identificare il posto di grande rilievo occupato dall’artista, soprattutto in veste di
ritrattista, a partire dalla fine degli anni trenta a Roma entro una cerchia di committenza molto
coerente dal punto di vista culturale, politico e sociale, questione dirimente e fino ad ora del
tutto sfuggita alla individuazione degli studi
Potenza e impotenza di un governo centrale. I Borboni e il problema del banditismo nel Regno di Napoli del Settecento
L’argomento di questo studio rientra nel campo della storia del banditismo o brigantaggio negli Stati italiani della prima età moderna. Il periodo esaminato comprende grosso modo gli anni dalla presa del potere di Carlo di Borbone (re delle Due Sicilie 1735-1759) nel 1734 fino ai primi mesi dopo la caduta dell’effimera Repubblica Partenopea, fondata nel gennaio del 1799. Lo studio ruota attorno alla domanda fondamentale sul perché la dinastia borbonica, già prima degli avvenimenti politici, sociali e militari degli anni 1798 e 1799, avesse costantemente dei problemi a controllare in maniera efficace le province del Regno di Napoli e a placare la criminalità banditesca, particolarmente in aumento nella prima fase del regno di Ferdinando IV, disponendo, almeno in teoria, con l’esercito regolare, con le forze di sicurezza nelle province e soprattutto con l’apparato giudiziario, di tutti gli strumenti necessari per imporre l’esercizio del potere e per provvedere all’ordine e alla sicurezza pubblici. Gli aspetti essenziali sui quali si concentra questo studio sono: 1. gli sviluppi nel campo della delinquenza banditesca nel Regno di Napoli del Settecento; 2. le cause strutturali della nascita e della permanenza del banditismo; 3. la persecuzione delle comitive di malviventi; 4. la lotta al banditismo al di là dei confini del Regno di Napoli; 5. i procedimenti legali contro i banditi; 6. il problema dell’asilo ecclesiastico e le sue conseguenze; e, infine, 7. le comitive di malviventi e la società provinciale. In merito a questi aspetti questo studio giunge ai risultati, che seguono, riassunti in sette tesi: (1) Gli sviluppi nel campo della delinquenza banditesca nel Regno di Napoli del Settecento: Dopo l’intervento massiccio dell’allora viceré spagnolo Gaspar de Haro y Guzmán (viceré 1683-1687), marchese del Carpio, contro il banditismo molto diffuso sul territorio del Regno di Napoli, soprattutto nelle province abruzzesi, il regno visse per alcuni decenni un periodo di relativa tranquillità. Questo periodo di tranquillità era già terminato nella seconda fase del regno di Carlo di Borbone, a partire dal 1744, senza che se ne conoscano le cause precise, poiché durante la prima metà dell’Ottocento andarono persi importanti documenti inerenti a quell’epoca. Nella prima fase del regno del figlio e successore di Carlo di Borbone, Ferdinando IV, (re 1759-1825), ci fu una recrudescenza ancora più massiccia della piaga del banditismo, dovuta anzittutto al fatto che nel decennio fra il 1770 e il 1780 si ebbe una crescita demografica di carattere quasi eruttivo con la quale, a quanto pare, la produzione agraria e le possibilità di lavoro in questo settore non poterono tenere il passo. Le conseguenze di questo sviluppo si fecero sentire soprattutto negli ultimi due decenni del Settecento e condussero ad un aumento considerevole di contese fra i diversi ceti della società provinciale. Oltre a questa ripetuta sproporzione a livello demografico ed economico nel Regno di Napoli dell’ultimo terzo del Settecento, ci furono due avvenimenti straordinari, uno dei quali si era già verificato prima del decennio 1770-1780, che diedero nuova linfa alla criminalità banditesca. Il primo di questi fu la grande carestia dell’anno 1764, con la quale la crisi agraria, già avviatasi nel 1759, giunse al suo culmine; il secondo fu il terremoto del 1783 che, contrariamente alla grande carestia, riguardò solo la provincia di Calabria Ultra e la città di Messina e i suoi paraggi, ma i cui effetti disastrosi continuarono a farsi sentire ancora, negli anni successivi, sulla vita degli abitanti della Calabria meridionale e sulla delinquenza banditesca in quella regione. Per questo può essere considerata confutata la tesi ancora molto diffusa secondo la quale, dopo l’intervento del marchese del Carpio contro le numerose bande di malviventi che infestavano il Regno di Napoli nella prima metà degli anni Ottanti del Seicento, il banditismo, come serio problema nel campo dell’ordine pubblico e della sicurezza interna, sarebbe quasi scomparso del tutto dalla scena per più di un secolo e riesploso solo in concomitanza con gli avvenimenti politici, sociali e militari degli anni 1798 e 1799.
(2) Le cause strutturali della nascita e della permanenza del banditismo: Per il Regno di Napoli del primo periodo borbonico ci sono cinque cause principali che spiegherebbero abbastanza bene sia la nascita e la lunga permanenza di questa piaga, sia le continue difficoltà che le autorità provinciali e locali avevano nella persecuzione e liquidazione del banditismo: 1. la profonda miseria socio-economica nella quale viveva la maggior parte della popolazione nelle province e la cui vita era ancora influenzata in maniera massiccia, sia dall’agricoltura, come garanzia centrale della sua esistenza e sopravivvenza, che dai principi del feudalesimo; 2. il problema della permanente debolezza del governo centrale e delle sue istanze di controllo territoriale nelle province, le quali avevano difficoltà a imporsi nelle aree rurali e periferiche dei loro territori di giurisdizione; 3. le condizioni topografiche, come monti quasi inaccessibili, zone molto boscose oppure vaste pianure scarsamente popolate, le quali potevano servire alle bande di malviventi sia come area operativa che come area di rifugio e di raggruppamento; 4. pessime infrastrutture che potevano rendere assai difficile sia la comunicazione e il traffico fra le diverse località e province sia la persecuzione e l’arresto di delinquenti da parte delle forze di sicurezza facilitando di conseguenza le scorrerie delle comitive di malviventi e, infine, 5. la disponibilità, sia da parte della normale popolazione provinciale che da parte delle élites rappresentate dall’aristocrazia terriera, dal basso clero e dalla nuova e crescente borghesia provinciale, i cosiddetti “galantuomini”, a collaborare, più o meno apertamente, con le bande o almeno a coprirle dalla persecuzione delle autorità provinciali o locali.
(3) La persecuzione delle comitive di malviventi: Per venire a capo della criminalità banditesca, il governo centrale e le autorità provinciali, rappresentate dalle Regie Udienze e dal Tribunale di Campagna, responsabile della provincia di Terra di Lavoro e di una parte della provincia di Principato Citra, ricorrevano alle truppe provinciali, all’esercito regolare, che possedeva anche reparti di soldati stranieri, alle forze armate dei baroni, alle milizie e alle spie reclutate dalle fila della popolazione provinciale. Inoltre tutta la popolazione veniva ripetutamente incitata a prendere parte alla persecuzione e alla liquidazione delle comitive di malviventi. Un provvedimento speciale, di cui il governo centrale si serviva per debellare il banditismo in particolare nella prima fase del regno di Ferdinando IV e a cui si era già fatto ricorso nei due secoli del dominio spagnolo nel Mezzogiorno, era la nomina di “delegati straordinari” al di sopra dei confini e delle giurisdizioni provinciali, perlopiù funzionari giudiziari o militari provenienti dalla capitale o dai tribunali provinciali. Il fatto che tutti
questi tentativi di arginare il banditismo non portassero mai a durevoli risultati, è da ricondurre a diversi fattori, quali la mancanza di risorse personali e finanziarie delle autorità provinciali, la diffusa corruzione e negligenza e la disponibilità della popolazione provinciale a collaborare con le comitive di malviventi. Anche i funzionari delle Regie Udienze e del Tribunale di Campagna cooperavano con i banditi, inoltrando loro informazioni privilegiate su progettati rastrellamenti oppure partecipando, in modo diretto o indiretto, alle stesse comitive.
(4) La lotta al banditismo al di là dei confini del Regno di Napoli: Come nei secoli precedenti alla nuova presa del potere dei Borboni spagnoli nel 1734, anche nel Regno di Napoli di Carlo di Borbone e di Ferdinando IV banditi e altri delinquenti cercavano di continuo di sottrarsi alla persecuzione da parte delle autorità napoletane e pontificie, fuggendo o sul territorio dello Stato della Chiesa e delle sue due enclave di Benevento e di Pontecorvo, situate direttamente nel Napoletano, o su quello del regno borbonico. Lo stesso problema esisteva, ma in dimensioni più modeste, anche fra il territorio del Granducato di Toscana e la piccola enclave napoletana dello Stato dei Presidi nella Toscana meridionale. Sebbene nel corso del Settecento i rapporti fra lo Stato napoletano e lo Stato della Chiesa non siano mai stati completamente privi di tensioni, è da supporre che, in particolare per motivi di sicurezza interna, entrambe le parti nutrissero un forte interesse per una collaborazione fruttuosa nella lotta alla criminalità fuori dei propri confini.
(5) I procedimenti legali contro i banditi: Sebbene quasi tutta la documentazione dei processi contro membri delle comitive di malviventi, svoltisi nelle Regie Udienze e nel Tribunale di Campagna, sia effettivamente andata perduta, è da supporre che la maggior parte dei processi contro banditi avviati, sia nell’epoca di Carlo di Borbone che in quella di Ferdinando IV, siano finiti con una loro condanna a morte sulla forca. Con lo scopo di intimorire gli abitanti delle province e di tenerli lontani da comportamenti banditeschi, dopo l’esecuzione dei condannati venivano tagliate loro teste e membra, le quali erano poi esibite in luoghi visibili a tutti, in cui i condannati avevano commesso i loro crimini più gravi. Qualora i membri di comitive di malviventi non fossero destinati alla forca, di solito, come si è rilevato dai pochi documenti riguardanti i processi penali rimasti delle Regie Udienze, essi erano tenuti a pagare per i crimini commessi attraverso il servizio nelle regie galere che poteva durare da alcuni anni a tutta la vita. Inoltre l’avvio del proprio processo poteva richiedere tempi lunghi. L’inizio del processo poteva essere ostacolato considerevolmente se i banditi si erano rifugiati in luoghi che si trovavano sotto la giurisdizione della Chiesa e per i quali essa poteva accordargli una provvisaria immunità locale, sulla cui sospensione poteva decidere o un alto rappresentante del clero provinciale o in caso di controversia il Tribunale Misto a Napoli, in qualità di più alta istanza giuridica cui le autorità provinciali dovevano consegnare tutta la documentazione in merito. Per quanto riguarda i primi mesi dopo la caduta della Repubblica Partenopea nell’estate del 1799, si è potuto rilevare che, a causa dello stato di emergenza, i procedimenti legali contro membri di comitive di malviventi
poterono essere eseguiti abbastanza velocemente, eludendo le consuete norme processuali, e che i banditi vennero giustiziati in tempi molto ristretti.
(6) Il problema dell’asilo ecclesiastico e le sue conseguenze: Come nei due secoli del diretto dominio spagnolo, anche nella prima fase del dominio borbonico sul Mezzogiorno accadeva molto spesso che banditi in fuga dalla giustizia napoletana si recassero in luoghi, quali chiese, monasteri o cimiteri, che si trovavano sotto la giurisdizione della Chiesa e dai quali non potevano essere rimossi senza l’esplicito permesso di essa. Questi luoghi non servivano alle comitive solo come punto di rifugio, ma anche come base per compiere scorrerie. Un problema molto grave in merito a questo fenomeno consisteva nel fatto che i chierici, sotto la cui sorveglianza si trovavano questi luoghi sacri, normalmente non disponevano dei mezzi necessari per rimuovere i gruppi di delinquenti ivi annidati, motivo per cui si vedevano spesso costretti a rivolgersi alle autorità provincali, che disponevano di forze armate per lo sgombero. Neppure la stipulazione del concordato „Trattato di accomodamento tra la Santa Sede e la Corte di Napoli“ nel 1741, con un lungo elenco di delitti e luoghi per i quali l’immunità locale non poteva essere accordata e con l’istituzione di un Tribunale Misto composto in maniera paritaria da rappresentanti dello Stato napoletano e della Chiesa, il quale in caso di controversia doveva decidere sulla sospensione dell’immunità locale, portò a una soluzione veramente soddisfacente. Infatti anche dopo il 1741 continuò a esservi un gran numero di banditi e di altri delinquenti, che cercarono di sottrarsi all’inseguimento delle autorità napoletane fuggendo in luoghi sotto la giurisdizione della Chiesa, sperando di poter godere in modo durevole dell’asilo ecclesiastico. Come si può evincere dalla documentazione del Tribunale Misto, i suoi membri decidevano prevalentemente a favore degli interessi dello Stato napoletano, finché il privilegio dell’immunità locale non fu abolito completamente nel 1787.
(7) Le comitive di malviventi e la società provinciale: In merito ai rapporti fra le comitive e la popolazione provinciale si sono trovati sia esempi della più stretta cooperazione con le bande, sia esempi del fatto che la popolazione contadina partecipò in maniera attiva alla cattura dei banditi. Fra questi due estremi ci furono anche un diffuso atteggiamento di tolleranza verso le attività criminose delle bande e la scelta di evitare una collaborazione con le autorità provinciali per paura di conseguenze negative oppure per completa indifferenza. Gli sforzi delle autorità provinciali erano resi assai difficili anche per il sostegno più o meno aperto fornito dalle élites locali, rappresentate dall’aristocrazia terriera, il basso clero e la borghesia rurale, le quali si servivano dei banditi per imporre i propri interessi alla popolazione contadina o ad altri rappresentanti delle élites locali, con cui competevano per influenza politica ed economica a livello locale. Per questo, nel senso di un do ut des, venivano messi a disposizione dei banditi nascondigli, oltre che informazioni riguardo a rastrellamenti progettati da parte delle autorità provinciali. 5
Considerazioni conclusive: La debolezza permanente dello Stato nell’Italia del Sud della prima età moderna, che aveva favorito per secoli il fiorire della criminalità organizzata nella forma del banditismo non scomparve automaticamente in concomitanza con le forzate modernizzazioni istituzionali dell’Ottocento, anzi essa trova la sua continuazione fino ad oggi. In relazione a questo fenomeno, la popolazione, in particolare nel Mezzogiorno continentale e insulare, continua ad avere scarsa fiducia nella capacità d’azione dello Stato e dei suoi rappresentanti, la cui condotta è innegabilmente corresponsabile di questa sfiducia. Questo atteggiamento molto diffuso fa sì che gran parte della società meridionale seguiti a cercare di chiudersi all’influenza di uno Stato visto con scetticismo e a risolvere per conto suoi i problemi, molto spesso nel senso di un do ut des. Proprio questo mantenimento delle distanze e la poca fiducia nello Stato e nelle sue istituzioni, insieme ai gravi problemi socio-economici, del cui superamento lo Stato nazionale italiano si rivelò così incapace come l’olim dinastia borbonica rovesciata nel 1860/61 ad opera di Giuseppe Garibaldi e l’esercito sardo-piemontese di Vittorio Emanuele II, crearono i fondamenti della nascita di associazioni criminali esistenti fino ad oggi e basate su rapporti familiari molto stretti, quali la Camorra napoletana, la ‘Ndrangheta calabrese o la Mafia siciliana. Queste associazioni mafiose in molte aree non sostituiscono solo lo Stato, ma hanno sempre cercato e continuano a cercare di infiltrarlo, con lo scopo di influire durevolmente su importanti sviluppi politici, sociali e economici, facendo anche ricorso all’uso della forza
Predicting East African spring droughts using Pacific and Indian Ocean sea surface temperature indices
In southern Ethiopia, Eastern Kenya, and southern Somalia, poor boreal spring rains in the recent years contributed to severe food insecurity and high levels of malnutrition. Predicting rainfall deficits in this region on seasonal and decadal time frames can help decision makers implement disaster risk reduction measures.Itoobiyada koonfureed, bari Kenya iyo koofur Soomaaliya, waxaa dadkooda la soo gudboonaaday, roob yari darteed, sannadahan dambe, gaajo iyo nafaqadarro.Nell'Etiopia meridionale, nel Kenya orientale e in Somalia meridionale, le scarse piogge boreali degli ultimi anni hanno contribuito a una grave insicurezza alimentare e alti livelli di malnutrizione. Prevedere i deficit delle precipitazioni può aiutare gli attori interessati nell'attuare misure per la riduzione del rischio di catastrofi
Signal processing techniques for cognitive radio networks
In the last couple of decades, the telecommunications have experienced a drastic development. The increasing demand of added value services and the need of wide-band connections for supporting their diffusion is rapidly saturating the frequencies available for communications. With all the spectrum bands already exclusively allocated, it is becoming extremely hard to find unused frequency bands to deploy new services, or enhance the existing ones. The Cognitive Radio networks (CRNs) have been recently proposed as a possible solution to these inefficiency problems. CRNs introduce a more flexible and dynamic assignment of radio frequencies which promise to mitigate the ever increasing spectrum shortage problem. In a CRN there are two categories of user (and providers) usually referred to as the primary user (providers) and the secondary users (providers). The Primary User is the owner of the license for that frequency band and has always the right of using the radio resource. The Secondary User is an un-licensed user that can access the spectrum bands of a primary user without interfering with any primary communication. A CRN consists of two “sub-networks”: the primary network (PN), which is the network of primary transmitter and receivers, and the secondary network (SN), which conversely is the network of secondary receivers and transmitters. The PN has the license for accessing the spectrum bands, while the secondary networks does not. However, the SN can access the frequency bands left un-used by the PN.
In this doctorate thesis, the spectrum scarcity problem is addressed in the scenarios of cognitive radio network, both at the primary and secondary network side. The goal of the reaches activity has been proposing and implementing innovative methods for improving the spectrum utilization, mitigating the ever-increasing spectrum scarcity problem, supporting the diffusion of CRNs and sustaining the coexistence of primary and secondary users.
The research field dedicated to the primary networks has been mainly concentrated on 4G/5G systems for their inherit flexibility in managing the frequency resources. In such systems achieving and then maintaining time and frequency synchronization between the transmitter and the receiver is one the most critical issues. In this thesis two innovative synchronization methods for 4G networks are proposed, named the twin test and the rand test. In addition the Extended modified generalized Q function (EMGQ) are derived to express the system error probabilities in a closed form.
One of the more important operation of a SN is identifying the under-utilized frequency bands that can be used for secondary communications (i.e. the spectrum holes). The process of detecing the primary users and identifying spectrum holes is the spectrum sensing. The decision about the presence or absence the signal transmitted by the primary user can be obtained by comparing a decision metric against a fixed threshold. In this thesis, many innovative spectrum sensing methods are proposed. The main advantage of the devised solutions is that they require no information about the signal of interest, without dramatically growing up the system complexity. All the proposed algorithms have been applied for detecting primary communications in the 4G and 5G systems.
In a CRN, the possibility of trading the radio spectrum offers new business opportunities for both primary and secondary providers that share the radio resource according to fair regulations. Unfortunately, in this scenario an unfair user could hide its radio signal under the noise floor and avoid being charged for using the spectrum. This operating scenario is completely different from what has been studied in the literature about cognitive radio users. In this dissertation, the new scenario is described and a method for detecting the deceitful users hiding under the noise floor in the presence of fair user (ehiter primary or seconadary) is proposed
The role of routing policies in the internet : stability, security and load-balancing
In this thesis, we study the problem of computing a set
of routing paths within a computer network (e.g., the
Internet, and ISP network). In the first part of the thesis,
we study the convergence and security problems that
arise in real-world inter-domain routing protocols (i.e.,
the Border Gateway Protocol) from a computational
complexity perspective. We show that the most
interesting problems are computationally intractable,
unless several constraints on routing protocol
configuration languages and network topologies are
enforced. In the last part of the thesis, we show that
computing the best paths for achieving reasonable
network utilization is a computational expensive task
from an algorithmic perspective, unless the topology
must satisfy certain constraints
Gobolka gedo iyo ururka al-itixaad al-islaami: maxaa run ah? Maxaanse ahayn?
Qoraagu wuxuu maqaalkan si tifaftiran uga hadlayaa xaalada gobolka Gedo iyo xilligii Urur-diimeedka Al-Itixaad uu ka talinayay Gobolkaas.In questo articolo, l'autore descrive dettagliatamente la situazione della regione Gedo nel periodo in cui era governata dall'organizazione religiosa Al-Itixaad.In this paper, the author illustrates in detail the situation of Gedo region at the time of the religious organization Al-Itixaad rule
Waresi af-soomaali
Wareysigan oo BBC laanta Af-soomaaligu ay la yeelatay prof. Cabdalla Mansuur (2008) Wuxuu ku saabsan yahay falanqaynta waxa lagu garanayo lahjadaha Af-soomaaliga iyo dabeecadda abtirsiga qabaa'ilka soomaaliyeed.Intervista al prof. Abdalla Omar Mansur fatta dalla BBC somala (2008), in cui si illustrano le differenze fra i dialetti somali e la natura delle genealogie delle famiglie dei clan somali.Interview with prof. Abdalla Omar Mansur by BBC Somali (2008), dealing with the differences among Somali dialects and the nature of the genealogies of the Somali clans' families
Automatic transcription of Somali language
The paper presents the first steps of automatic speech recognition (ASR) of Djibouti languages, especially dedicated to Somali language in order to index the Djibouti cultural heritage.Maqaalku wuxuu muujinayaa tallaabooyinkii ugu horreeyay ee lagu taabbagelinayo in si otomatig ah lagu garto hadalka tiraabta ah (ASR)ee loogu hadlo Jabuuti, gaar ahaan Af-soomaaliga.L'articolo presenta i primi passi nella realizzazione di un sistema di riconoscimento vocale automatico (ASR) delle lingue parlate in Gibuti, in particolare del somalo, al fine di indicizzare il patrimonio culturale gibutiano