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Cleopatra, regina cortese : la visione positiva della "bruna" egiziana dalla riscrittura di Lucano alla Venere di Shakespeare
«Io non Enëa, io non Paulo sono» : il profetismo di Dante tra Isaia, Virgilio e Paolo
Dante in Inf. II, 32 sostituisce il parallelo Mosè-San Paolo invalso nella letteratura teologica medievale, come quelli che hanno avuto la massima esperienza del soprannaturale e del divino, con un’altra coppia di Veggenti: Enea-San Paolo. L'intera Tesi è un'analisi di questi due modelli sui quali Dante costruisce la propria identità di destinatario della Visione e di Profeta della salvezza del Mondo ad opera dell'inviato divino cui egli stesso apre la strada.
Il modello paolino serve a Dante a confermare l’autorevolezza della propria ‘visione’ e della propria missione: l’investitura “apostolica” di Dante da parte di san Pietro e poi di san Giacomo e san Giovanni nel Paradiso rende esplicita la continuità della sua Missione con quella di Paolo, che allo stesso modo ricevette l'investitura dai tre Apostoli.
La continuità della missione apostolico-profetica con quella di Paolo è intanto possibile in quanto Dante vive in un contesto storico e spirituale caratterizzato da forti spinte gioachimite, presenti anche in un settore del Francescanesimo ed elaborate da San Bonaventura, che portavano a valorizzare la Profezia come ancora operante nel contesto della storia cristiana, sul modello del Profetismo cristiano delle Origini, autorevolmente testimoniato e incoraggiato da Paolo. È in questa continuità storica che s’inserisce il profetismo di Dante: è in essa che egli mette a fuoco il messaggio che si sente chiamato a diffondere per la salvezza del Mondo e della Chiesa, offrendosi ai propri lettori, col suo «poema sacro/ al quale ha posto mano e cielo e terra» (Par. XXV, 1-2), come Profeta e scriba dei.
Dante opera una contaminatio tra le profezie di Virgilio (che ritiene profeta non soltanto nella IV Egloga, secondo l'allegoresi del tempo, ma anche nell'Eneide) e Isaia facendole confluire in diverse profezie della Comedìa e del macrotesto dantesco: si tratterebbe dunque di un caso di «risemantizzazione» di questi suoi auctores (procedimento tipico di Dante, soprattutto rispetto alle fonti classiche), dai quali desume, tra l'altro, un sistema metaforico “Virga”-“Virgo” in direzione funzionale al sistema ideologico della Comedìa, soprattutto per quel che riguarda la Provvidenzialità dell’Impero romano.
Vi è un filo diretto, per Dante, tra le vicende e i personaggi dell'Eneide e la profezia della virga di Isaia XI, 1, che Dante interpreta erroneamente (ma secondo un'esegesi consolidata al suo tempo) come profezia della "Virgo" Maria e che infatti traduce, nel quarto trattato del Convivio, nel seguente modo: «nascerà virga della radice di Iesse, e fiore della sua radice salirà». Questo filo diretto è da Dante stesso indicato nella sua lettura sinottica di tale profezia con quella di Giove del primo libro dell'Eneide. Dante infatti dichiara che Davide, figlio di Iesse, ed Enea erano contemporanei e che dalla stirpe di Davide sorse la virga-"Virgo Maria" che diede alla luce il flos nel regno di pace e di Giustizia (Giustizia, a sua volta, che Dante vede allegorizzata nella "Virgo" della IV Egloga) instaurato dai discendenti di Enea
La sperimentazione teatrale di Pier Paolo Pasolini nel panorama drammaturgico novecentesco
Il mio lavoro consiste anzitutto nella valorizzazione dell’esperienza drammaturgica di Pasolini,
non più considerata quale attività secondaria e accessoria del suo itinerario, ma indagata nei suoi
caratteri di originalità all’interno del panorama italiano, allargando anche il quadro al contesto
internazionale.
Persuasa e affascinata dall’importanza ascritta dallo stesso autore alla sua opera teatrale, ho
avviato la mia ricerca sin dagli scritti teatrali giovanili, per mettere in luce la continuità non solo
dell’interesse ma anche della riflessione drammaturgica nell’intero percorso pasoliniano, come
dimostrazione che la drammaturgia è sempre stata materia di studio per il poeta friulano.
Conducendo poi un’attenta analisi del corpus delle sei tragedie del 1966 (Orgia, Affabulazione,
Pilade, Calderòn e Bestia da stile), indagate nel loro interscambio tra antico e moderno, è stato
possibile individuare proprio nella dialettica fra recupero delle fonti classiche e volontà
avanguardistica la cifra innovativa del teatro di Pasolini. Nasce di qui il tentativo di
intraprendere un’originale riprospettazione in chiave moderna dei grandi miti, lungo una
sperimentazione che conduce anche alla contaminazione tra parola drammaturgica e visione
cinematografica, nella feconda dialettica che si instaura nell’attività pasoliniana tra cinema e
teatro.
Il cuore pulsante della ricerca è rappresentato dal tentativo di ricostruire un quadro di relazioni
nazionali ma soprattutto internazionali che intendono aprire prospettive del tutto nuove ed
originali sull’ottica drammaturgica di Pasolini e la sua capacità di dialogo con il panorama
contemporaneo. Particolare attenzione è stata dedicata alla tradizione del teatro novecentesco in
versi, ad iniziare dal nostro d’Annunzio, per procedere con il teatro in versi di Mario Luzi e
arrivare ad analizzare esperienze drammaturgiche come quelle di W. B. Yeast, T. S. Eliot e Peter
Weiss: l’azzardata scommessa teatrale di Pasolini ha infatti in questo filone uno dei suoi più
rilevanti punti di riferimento. Ma la tesi porta in luce anche la capillare volontà di fruizione da
parte di Pasolini di quanto di più nuovo e innovativo si muove nel panorama drammaturgico
internazionale: dal riconoscimento del magistero brechtiano alle suggestioni della rivoluzione
operata dal Living Theatre fino al fascino emanato dai membri della Beat Generation e, in
particolare, da Allen Ginsberg. Il tutto senza dimenticare le esperienze nazionali, affrontate, in
positivo o in negativo, da Eduardo De Filippo, Carmelo Bene e Giovanni Testori (considerati gli
esperimenti drammaturgici di più felice riuscita nel teatro moderno) fino alla polemica con il
Gruppo 63, in particolare con Edoardo Sanguineti.
La tesi ha dunque l’obiettivo di far emergere un nuovo volto di Pasolini, finora
misconosciuto, quello del drammaturgo impegnato in una difficile scommessa, sostanziata da un
recupero delle tematiche mitiche e classiche ma al contempo proiettata in un’azzardata proposta
di innovazione novecentesca, del tutto al passo con le contemporanee sperimentazioni a livello
internazionale.
La molteplicità di connessioni riscontrate e analizzate, garantiscono il dato,
sostanzialmente acquisito, dell’assunzione, ancora non del tutto proclamata e riconosciuta dalla
critica, di Pasolini come punto di riferimento per le innovazione teatrali più significative dagli
anni Settanta ad oggi
Sensi di Somalia
Il volume rappresenta allo stesso tempo un omaggio, una memoria e una riflessione sulla Somalia da parte dell'autrice, docente dell'Università Nazionale Somala alla fine degli anni '80.Buuggani oo uu muujinayo xusuus iyo aragtiyo ku saabsan Soomaaliya, waxaan soo diyaariyay, bare wax ka dhigi jiray Jaamacadda Ummadda Soomaaliyeed dhammaadka 80tameeyadii.The book is a tribute, a memory and a reflection on Somalia by the author, a professor at the Somali National University at the end of the 80s
Memoria : relazioni
tale divaricazione tra temi prettamente funzionali e temi legati agli aspetti percettivi, che tanto
incide sul governo delle trasformazioni, non è imputabile semplicemente ad una scarsa
sedimentazione della riflessione disciplinare e culturale, ma rinvia alla dicotomia
struttura/aspetto - ambiente/paesaggio - che ha radici filosofiche e spessore ontologico.
Le sperimentazioni progettuali più avanzate si interrogano sul ruolo attuale e sul senso dei beni
della natura e della storia, inevitabilmente alterati rispetto a un reale o ipotetico stato originario
non solo in termini di consistenza fisica, ma anche nelle condizioni di fruibilità e nelle modalità
delle relazioni istituite con l’intorno. In tali proposte operative si intende indagare, oltre che la
legittimità della modificazione fisica, la congruenza dei significati e degli usi proposti rispetto a
quelli stratificati.
Continuità è in definitiva paradigma complesso che presuppone un investimento culturale e
simbolico che va ben oltre il trattamento dei segni, tematizza il riuso e rielabora il paesaggio con
sovrascritture non neutrali.
MEMORIA
603
In quale modo si sta modificando il connotato più profondo del senso del luogo? in che modo
saperi esperti e sapere comune possono intervenire nel bilanciamento tra continuità e
innovazione?
Questo asse tematico è stato organizzato in quattro sessioni, con uno sguardo profondo sui
processi di connessione all’esperienza e alle pratiche materiali viste come forme di
riacquisizione di una coscienza storica dinamica da cui possono scaturire nuove geografie coagite
e consapevoli.
Sessioni:
IDENTITA’ DEI LUOGHI, CURA DEL TERRITORIO E CONSAPEVOLEZZA DEL RISCHIO
Paola Cannavò, Claudia Mattogno
IL FUTURO TECNOLOGICO DEI CENTRI STORICI
Mario Cerasoli, Biancamaria Rizzo
PAESAGGI CHE CAMBIANO. RIGENERARE, RIUTILIZZARE, REINVENTARE I NOSTRI
CONTESTI DI VITA
Rita Occhiuto, Anna L. Palazzo
NARRAZIONI DIGITALI DELLA STORIA URBANA
Keti Lelo, Eva Chodějovsk
[Fotografie della Somalia: Festa Nazionale Somala, 1 luglio 1964]
Fotografie appartenenti alla collezione privata del Prof. Giulio Querini.Sawirradani waxay ka mid yihiin sawirraddii sida gaarka ah ee uu u uruuriyay Prof. Giulio Querini.Photographs from the private collection of Prof. Giulio Querini
[Fotografie della Somalia: Oggetti tradizionali]
Fotografie appartenenti alla collezione privata del Prof. Giulio Querini.Sawirradaan waxay ka mid yihiin sawirradii uu ururiyay prof. Giulio Querini.Photographs from the private collection of Prof. Giulio Querini
Le donne in uniforme nella NATO tra integrazione di successo e mascolinizzazione di genere
Le Forze Armate dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica annoverano tra i loro ranghi, sebbene sovente con limitazioni di specialità o di categoria, personale femminile la cui integrazione, in un ambito lavorativo storicamente dominato da cultura e dinamiche mono-genere, è oggetto di questo studio.
Dopo oltre un decennio dall’apertura all’arruolamento femminile da parte delle ultime Forze Armate che erano ancora caratterizzate dalla presenza esclusivamente maschile, si ritiene che le fasi della resistenza al cambiamento e della conseguente conflittualità tra generi siano oramai superate e si debba rivolgere l’attenzione verso i fattori che possono ostacolare od agevolare un’equilibrata integrazione di genere.
Si è inteso dunque analizzare le politiche di genere che, poste in essere dalla NATO come Organizzazione sovranazionale, si riverberano su quelle attuate dalla NATO come alleanza di nazioni sovrane che, seppur indipendenti nella scelta della tipologia di Forze Armate da perseguire, devono adeguarsi ai requirement internazionali.
Questa scelta è però condizionata dalle esigenze operative conseguenti dagli impegni assunti dall’Alleanza che, nel corso della propria storia ultra sessantennale, si è trasformata da mero strumento di difesa militare comune ad attore che affronta la globalità delle tematiche inerenti la sicurezza sul proscenio internazionale.
Difatti, la fondazione della NATO prese le mosse dalla necessità dei Paesi europei di bilanciare lo strapotere numerico delle Forze Armate sovietiche che incutevano la paura di un’incombente invasione dei territori occidentali.
Tale minaccia poteva essere scongiurata solo facendo ricorso ad un patto di mutuo soccorso con l’altra superpotenza all’epoca presente sullo scacchiere geostrategico mondiale – gli Stati Uniti d’America – e creando un’Organizzazione per la difesa comune.
Le modalità con cui questo scopo è stato perseguito hanno conosciuto varie fasi di trasformazione, testimoniate dai diversi Concetti Strategici che sono oggetto – nel primo capitolo della ricerca – di un’analisi storico-politica.Il ricorso ad un approccio semantico e filologico nello studio dei prefati documenti, è significativo della multidisciplinarità cui si ispira questa ricerca che spazia dalla geopolitica alla geostrategia, dalla storia alla sociologia, attraverso l’analisi di documenti e la raccolta – di stampo giornalistico – di opinioni e testimonianze.
Nel corso dei decenni, le Forze Armate che individuavano nelle armi nucleari e nella costante deterrenza il fattore di equilibrio per evitare che la Terza Guerra Mondiale abbandonasse il suo aggettivo di Fredda e fosse combattuta sui campi di battaglia, si trasformarono in strumenti più flessibili capaci di fornire peso alle risposte politico-diplomatiche per la risoluzione delle crisi.
Questa nuova e necessaria flessibilità operativa ha richiesto anche all’interno degli strumenti militari una dimensione che non fosse esclusivamente votata al combattimento ma anche rivolta ad altre aree di conoscenza professionale che prefiguravano l’impiego di nuove professionalità.
In tal senso le donne in uniforme hanno cominciato a ritagliarsi uno spazio sempre crescente nell’ambito delle Organizzazioni militari, affrancandosi dai ruoli esclusivamente di supporto in cui erano state relegate per anni anche perché quegli stessi ruoli cominciavano ad assumere un’importanza fino all’epoca sconosciuta.
Questo processo è stato naturalmente reso possibile da differenti concause anche non direttamente afferenti al settore di studio come, ad esempio, l’emancipazione sociale raggiunta dalle donne in alcune nazioni che ha tracciato la strada per consentire l’impiego femminile in svariati contesti lavorativi.
Con la fine della contrapposizione dei blocchi Est-Ovest a causa dell’implosione del sistema politico economico sovietico, sembrava essere giunto il momento di scrivere l’epitaffio dell’Alleanza che, come una società disciolta per conseguimento dell’oggetto sociale, non doveva più garantire la sicurezza comune che rappresentava l’essenza della propria esistenza. Il corso della Storia ha però voluto che proprio il termine della Guerra Fredda, ed il conseguente passaggio ad un mondo unipolare dominato dall’egemonia statunitense, delineasse nuovi scenari in cui la NATO si sarebbe rivelata non solo utile ma addirittura indispensabile.
Infatti, lo smembramento e la trasformazione degli apparati militari –in quella parte di globo fino allora controllata dall’Unione Sovietica – provocò un aumento dell’instabilità e la moltiplicazione delle possibili minacce.
Lo scongelamento delle relazioni internazionali con molti dei Paesi prima gravitanti nell’orbita sovietica, e la contemporanea diminuzione del potere politico della Russia rispetto a quello della disciolta Unione, consentì un interventismo fino allora impedito dal precario equilibrio bipolare.
La risposta fornita da altre Organizzazioni Internazionali – quale l’intervento delle Nazioni Unite in Somalia – si rivelò inadeguata e la NATO, unica ad avere uno strumento militare integrato, assunse il ruolo di appaltatore monopolista della sicurezza globale attraverso le Crisis Response Operations che cominciarono con l’intervento in Bosnia Herzegovina.
Nell’ambito del secondo capitolo si analizzano quei fattori che hanno concorso a delineare uno scenario favorevole all’integrazione femminile nelle Forze Armate.
Nel corso degli anni la complessità delle Operazioni condotte dalla NATO – avvalendosi di solito di un mandato delle Nazioni Unite o appellandosi al principio d’ingerenza umanitaria – è andata crescendo in maniera esponenziale fino a raggiungere il suo picco con l’intervento militare in Afghanistan; grazie alle mutate esigenze operative le donne divenivano un fattore indispensabile per la riuscita delle Operazioni ed il loro ruolo era internazionalmente accreditato dall’adozione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite 1325.
Per la prima volta, infatti, le donne non erano solo oggetto passivo di protezione ma erano chiamate ad assumere un ruolo attivo nei processi di ricostruzione sociale nelle zone di intervento delle Organizzazioni Internazionali.La Risoluzione auspicava un numero crescente di donne coinvolte nelle fasi di ricostruzione – tra queste erano comprese le donne in uniforme che agivano sotto l’egida della NATO – in grado di imprimere un concreto gender mainstreaming alle stesse.
Le relazioni per niente idilliache tra ONU e NATO che erano andate avanti per decenni tra la diffidenza reciproca, si rasserenarono per necessità o per virtù fino a far divenire l’Alleanza uno degli Organismi più attivi nell’implementazione del disposto della Risoluzione 1325.
Le donne militari traggono dunque vantaggio da un momento storico particolarmente favorevole alla loro integrazione e che discende da fattori contingenti di natura sociale, politica, militare ed economica stratificatisi nel corso degli anni.
Lo status quo dell’integrazione, descritto nel terzo capitolo, evidenzia le variegate realtà delle Forze Armate dell’Alleanza che si diversificano a seconda dell’incidenza dei suddetti fattori, fino a delineare quattro tipologie di leadership con riferimento alle politiche di genere.
Nel corso della ricerca, specificatamente nel corso del quarto capitolo, si sono altresì individuati quegli aspetti che rappresentano, di contro, un freno al processo integrativo e che sono stati individuati nelle manchevoli politiche necessarie a garantire, in primo luogo, una sufficiente presenza e, in seguito, un ruolo adeguato delle donne nelle Forze Armate.
Le politiche di recruitment e retention applicate dalla maggior parte dei Paesi membri sono sovente tese alla pedissequa applicazione della normativa generica e non all’adattamento della stessa alla particolarità della professione militare.
Inoltre, proprio ciò che abbiamo indicato con il termine “militarità” si configura come fattore che limita l’attrattiva della professione a causa della prerogativa di totale abnegazione – in termini di mobilità, sacrifici personali e famigliari – richiesta a chi indossa l’uniforme. Tale specificità è stata suffragata dai dati concernenti la presenza di personale civile femminile nei dicasteri della Difesa nazionali e nella stessa NATO.Nonostante i notevoli progressi compiuti dalle Forze Armate nell’inclusione femminile, l’ancora insufficiente percentuale di donne ed il loro impiego secondo politiche che non ne favoriscono la progressione di carriera, impedisce il formarsi di una leadership femminile che possa apportare nuove e differenti dinamiche all’interno degli apparati militari.
Le donne militari si ritrovano invece a subire un inevitabile processo di omologazione, con un conseguente principio di mascolinizzazione di genere che non permette il raggiungimento di un’integrazione che, per essere soddisfacente, presuppone cifre professionali e comportamentali proprie e specifiche.
La mera presenza femminile ed il replicare senza innovare una professione che è da sempre ad appannaggio maschile, con la conseguenza di ottenere risultati spesso considerati inferiori, non sottendono ad un’integrazione di successo.
Tali considerazioni sono state corroborate anche dai risultati dell’indagine sociologica – condotta su un campione di cinquecento militari uomini e donne e di omologhi colleghi civili – dai quali emerge che l’assenza di riferimenti omogenere e la limitata applicazione dei fattori agevolanti non favoriscono il processo di integrazione delle donne in uniforme.
La situazione presenta dunque una duplice connotazione: da un lato il processo di integrazione è oramai al suo stadio finale giacché l’accesso alla professione e l’accettazione verso la componente femminile hanno raggiunto valori soddisfacenti, dall’altro vi è la necessità di completare il processo attraverso azioni che si sviluppino lungo quattro direttrici.
Impedire la mascolinizzazione di genere, garantire pari dignità d’impiego, costruire una cultura della professione, adottare politiche agevolanti, sono i pilastri per raggiungere un’integrazione piena e completa.
Il lungo processo storico che ha portato all’attuale situazione – che rappresenta un’eccezionale congiuntura di fattori favorevoli – potrebbe nei prossimi anni essere sprecato qualora le autorità politiche e militari non dovessero compiere l’ultimo e decisivo passo verso la definizione di un ruolo delle donne in uniforme che sia consono alle professionalità espresse ed ai sacrifici compiuti
Analisi delle prospettive tecnico-economiche di impianti di piccola potenza per l'utilizzazione energetica di biomassa
Il presente lavoro di Tesi di Dottorato prende spunto dal Bando ENAMA (Ente Nazionale per la Meccanizzazione Agricola) “Programma nel settore delle fonti energetiche rinnovabili da biomasse” e in particolare “biomassa e biogas derivanti da prodotti agricoli, di allevamento e forestali” finanziato dal MIPAAF con D.M. 11077 del 19 dicembre 2008.
Il CRA-ING ( Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura – Unità di Ricerca per l’Ingegneria Agraria) e alla cui Unità la sottoscritta è in forza, con alcuni dei suoi Ricercatori, ha preso parte sia alla Commissione valutatrice degli impianti sia alla Commissione incaricata per effettuare i collaudi di tali impianti. Inoltre, tenuto conto che il Bando Enama obbligava le aziende interessate al monitoraggio degli impianti finanziati con raccolta di dati e la costituzione di una vera e propria banca dati.
Il presente lavoro ha come obiettivo lo studio degli aspetti tecnico-economici di impianti di piccola potenza, inferiore a 300 kWe, alimentati a biomassa, prevalentemente di natura aziendale, per la produzione di Energia Elettrica (EE) con particolare riferimento all’analisi dei costi e dei ricavi degli impianti stessi e ha come obiettivo la formulazione di un quadro di riferimento per future realizzazioni.
Le attività si sono basate sulla analisi dello stato dell’arte e utilizzazione energetica delle biomasse e in 4 tipologie di impianti. In particolare è stata curata l’analisi tecnica degli impianti, la valutazione dei flussi economici ed è stato fatto, mediante una procedura di calcolo specificatamente messa a punto, il confronto della redditività degli impianti alla luce della passata normativa sugli incentivi e quella vigente introdotta con il D.M. n. 28 del 6 luglio 2012 e in base ad esso si sono cercate le prospettive più favorevoli per l’utilizzazione energetica delle biomasse.
Nel periodo di studi sono stati analizzati gli aspetti tecnico-economici di un ulteriore impianto avente la potenzialità di 500 kWe che risultava particolarmente redditizio alla luce del previgente sistema incentivante (D.M. Sviluppo Economico del 18/12/2008 “Decreto Rinnovabili) che si applicava a tutti gli impianti autorizzati fino al 31/12/2012.
Le quattro tipologie di impianto, sotto riportate, per ognuna delle quali è stata fatto lo studio di fattibilità tecnico-economico per l’inserimento dell’impianto in questione in una azienda agricola, considera sia il vecchio sistema incentivante che il nuovo. Le tipologie impiantistiche , sono state scelte in base allo loro diffusione sia sul territorio nazionale sia su quello estero. Inoltre la limitazione della taglia di potenza non superiore a 249 kWe. scaturisce, nel caso di impianti già marcianti alla data del 31/12/2012, dalla semplicità dell’iter autorizzativo, (presentazione di una semplice DIA) e dal fatto che molte Regioni
concedevano l’autorizzazione all’installazione dell’impianto solo per potenze fino a 250 kWe;
Nel caso di nuovi impianti installati dopo il 31/12/2012 oltre alle ragioni suddette di carattere
amministrativo si è tenuto conto della volontà del legislatore di favorire economicamente, con
un incentivo maggiore, gli impianti fino a 300 kWe e dal punto di vista amministrativo,
favorire gli impianti a biogas con potenza installata fino a 100 kWe e impianti a biomasse con
potenza installata fino a 200 kWe.
Si riporta, inoltre, l’analisi riguardante un innovativo impianto di digestione anaerobica a
doppio stadio per la produzione separata di CH2 e H2.
Questo impianto sperimentale è di rilevante interesse sia in termini produttivi perché si
dimezza il tempo di ritenzione idraulica e sia sotto gli aspetti agevolativi in quanto è
alimentato solo da sottoprodotti zootecnici e da residui da produzione di prodotti di caseificio
con una maggiore incentivazione (D.M. n. 28 del 6 luglio 2012).
Per gli impianti analizzati sono state individuate le principali criticità e si sono delineate per il
futuro le prospettive di sviluppo della filiera biogas alla luce del nuovo DM.
Le conclusioni tecnico-economiche tratte dallo studio effettuato possono essere di seguito
riassunte.
L’attuale sistema di incentivazione favorisce la realizzazione di impianti di potenza inferiore a
300 kWe alimentati da sottoprodotti di origine biologica, tra cui gli effluenti zootecnici, ma
per la particolarità dell’alimentazione questi impianti presentano esigenze tecnologiche
superiori a quelli di potenza maggiore.
Il decreto, grazie alla modulazione della tariffa incentivante (tabella 1 D.M. 28), ha
praticamente eliminato ogni interesse per gli impianti con potenza elettrica superiore a 600
kW. Inoltre, anche per quelli di potenza inferiore, la convenienza si ha solo se la biomassa
utilizzata (per almeno il 70% in peso) è classificabile come “sottoprodotto di origine
biologica” (tipologia compresa nell’elenco della tabella 1.A allegata al decreto). Gli unici
impianti che possono risultare interessanti sono quindi quelli che dispongono, almeno per la
maggior parte, di biomassa a costo zero. Ne deriva che, a meno di situazioni del tutto
particolari (ad esempio utilizzo di biomasse classificabili rifiuto), la diffusione futura degli
impianti è ipotizzabile sostanzialmente per il trattamento dei reflui prodotti all’interno di
singole aziende. Ciò porterà a un drastico ridimensionamento delle potenze elettriche dei
futuri impianti che saranno, di norma, all’interno del primo scaglione previsto per le tariffe
incentivanti, cioè al di sotto dei 300 kW