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How ethical are SRI funds offered to Italian retail investors? Unveiling greenwashing practices (if any)
Formazione di strutture spaziali su larga scala negli ecosistemi
La natura offre un’ampia gamma di esempi nei quali si possono riscontrare delle regolarità strutturali emergenti: esempi includono le simmetrie nei fiocchi di neve, l’alternanza di strisce in alcuni animali o le increspature delle dune nel deserto. Queste strutture regolari possono talvolta essere spiegate attraverso dei modelli matematici che ne colgono le caratteristiche più importanti. Per esempio, gli ecologi teorici si sono accorti che alcune strutture regolari spaziali sono il risultato di una auto-organizzazione, cioè di un processo che permette di far emergere su larga scala delle strutture ordinate attraverso delle interazioni locali. Nel 1952 Alan Turing propose un modello matematico in grado di spiegare la formazione di strutture spaziali regolari sulla base del meccanismo di attivazione e inibizione. In questo caso le strutture si formano perché uno stato stazionario e omogeneo del sistema risulta instabile a piccole perturbazioni. Questo meccanismo risulta essere tra i più importanti per capire come emergono strutture spaziali regolari su grande scala, partendo da interazioni e instabilità locali. Questa tesi si propone di spiegare in dettaglio la formulazione matematica e il meccanismo fisico proposti da Turing. Inoltre intende presentare un contributo presente in letteratura in cui tale modellizzazione viene utilizzata per spiegare la formazione di strutture in sistemi reali, con particolare riguardo a quelle presenti negli ecosistemi aridi
Corpi compatti nell'alone Galattico e materia oscura.
L’appiattimento dei profili di velocità delle galassia a grandi distanze dal centro ha proposto l’idea dell’esistenza di materia oscura nell’alone galattico. Essa si può dividere in due forme: calda e fredda. La prima si ipotizza essere formata da particelle relativistiche mentre la seconda da particelle più lente e da materia barionica, come gas freddo oppure resti di stelle degeneri come nane brune o nane bianche.
Assumendo valida l’esistenza dei MACHOs, l’unico modo per dimostrare la loro presenza nell’alone Galattico è quello di sfruttare una fondamentale conseguenza della Teoria della Relatività di Einstein secondo cui i raggi luminosi, in presenza di massa, vengono deflessi generando un effetto di lensing gravitazionale. Nel caso di corpi compatti con masse ridotte e distanze intergalattiche, il fenomeno prende il nome di microlensing a causa della piccola deflessione dei raggi dell’ordine di circa 1 milliarcosecondo.
Eventi di microlensing si traducono in variazioni del flusso misurato di una sorgente, quindi, in presenza di un corpo compatto nell’alone tra la Terra e una sorgente esterna alla Via Lattea, si deve misurare una variazione della luminosità della sorgente.
Utilizzando dei modelli di densità e velocità dell’alone galattico è possibile effettuare un’analisi statistica sfruttando il metodo di massima verosimigliana in funzione della frazione f dell’alone oscuro di MACHO e della massa M dei MACHO. La restante 1 − f è composta da particelle relativistiche e dalla componente non barionica. Per i 13 eventi osservati, la frazione di alone probabile è circa 20% e la tipica massa di un MACHO è tra 0.1 e 1 masse solari
Information flowon trees: phase transitions and reconstruction for the Ising Model
In this thesis we study the reconstruction problem in the context of
information flow on trees: in particular, we consider a tree-indexed Markov
chain equivalent to the Ising model in which the process of transmission of
the spin of the root takes place. Taking into account that information is propagated from the root to all the nodes of the tree with some probability of error, our aim is to reconstruct the configuration on the root given the configuration on the boundary. In the context of the Ising model, we also frame the phenomenon of phase transition and thus we prove sharp criteria for reconstruction and phase transitions for the Ising model in terms of a quantity introduced as "capacity", using a recursive technique called recursion for the log-likelihood
Zeroes of p-adic L-functions: the Ellenberg-Jain-Venkatesh conjecture
We introduce p-adic L-functions and their main properties using Mazur's contruction and p-adic measures; we also discuss what is known and what is expected about the distribution of zeroes for both complex and p-adic L-functions. After this, we focus on the study of the Elienberg-Jain-Venkatesh conjecture (2011) about the zeroes of family of p-adic L-functions corresponding to imaginary quadratic fields; we support this study also by doing some numerical experiments on the lambda invariants and on the order of these zeroes
Studio della stabilità con la forma normale di Birkhoff. Applicazioni alla meccanica celeste.
In questa tesi si discute la teoria della forma normale di Birkhoff per lo
studio della stabilità dei moti vicino ad un punto di equilibro linearmente
stabile in sistemi hamiltoniani quasi-integrabili. Si presentano le principali stime teoriche sulla maggiorazione del resto delle serie di Birkhoff e il loro uso per lo studio della stabilità. In conclusione si espone un'applicazione al modello di Hénon-Heiles e al problema della stabilità dei moti degli asteroidi troiani di Giove
Giochi stocastici ed analisi di un duopolio nel mercato delle emissioni di CO2
La tesi tratta di uno switching game stocastico a somma non zero, a tempo
discreto e con orizzonte temporale finito, inserito nel contesto del
mercato delle emissioni di CO2. I due giocatori sono due produttori di
energia e il loro obiettivo è quello di produrre e vendere la massima
quantità di energia, riducendo al minimo le conseguenti emissioni di gas.
Dopo aver introdotto il modello matematico del gioco e aver fatto alcuni
richiami sulla teoria dei giochi e sugli equilibri di Nash, approfondiamo
il concetto di equilibrio correlato. Il risultato centrale del lavoro
consiste nel dimostrare l’esistenza di questi equilibri nello switching
game e caratterizzarli in modo costruttivo, a partire dalla rappresentazione dello switching game in termini di una sequenza ricorsiva di giochi d’arresto ottimo
Gruppi dato il numero di sottogruppi
In questa tesi affronteremo la seguente domanda: quanti sono i gruppi
finiti tali che il numero di sottogruppi sia un assegnato k? Dopo aver definito opportunamente quando due gruppi vengono considerati simili, dimostreremo che per ogni intero positivo k, vi è solo un numero finito di gruppi che hanno esattamente k sottogruppi, a meno di similitudine. Andremo poi a determinare esplicitamente le classi di similitudine per valori di σ(G) ≤ 9, dove con σ(G) indichiamo il numero di sottogruppi di un gruppo G, ed in seguito faremo alcune considerazioni sui σ(G) tali che esiste un'unica classe di similitudine. Infine dimostreremo alcuni risultati riguardanti il numero di sottogruppi di gruppi finiti non risolubili, non nilpotenti e non supersolubili
Structural characterization of fault damage zones in carbonates (Central Apennines, Italy)
The Italian Central Apennines are one of the most seismically active areas in the Mediterranean, hit in the last few centuries by several destructive earthquakes (i.e. L’Aquila 2009, Mw 6.3 e L’Aquila 1703, Mw 6.7; Avezzano 1915, Mw 7.1; Maiella 1706, Mw 6.8). The mainshocks and the aftershocks of these earthquake sequences propagate and often nucleate in normal fault zones NNW-SSE oriented, cutting km-thick limestones and dolostones formations Jurassic - Cretaceous in age. These normal faults, expression of the extensional tectonics that developed since late Pliocene on the previous compressive structures, present at their footwall few meters to hundreds of meters thick damage zones, characterized by a dense network of fractures and secondary faults. Despite their peculiarity and their geological interest:
1. the mechanism of formation of these damage zones,
2. their role in the seismic cycle,
3. their relationship during nucleation and propagation of individual seismic ruptures,
4. factors controlling their thickness,
are still unknown. From these open questions and due to the absence of detailed studies about fault damage zones in carbonates, the necessity to investigate their structure arose.
Previous high-resolution field structural surveys were performed in the last few years on the Vado di Corno fault zone (Campo Imperatore, L’Aquila) and Monte Marine fault zone (Aterno Valley, L’Aquila).
Here we describe two minor carbonate-hosted faults located in the same area (Central Apennines): the Subequana Valley fault (Middle Aterno Valley, L’Aquila) and the Capo di Serre fault (Gran Sasso Massif, L’Aquila), both with the typical Apennine trend, and length (8-10 km) and displacement (200-300 m) smaller than the previous investigated cases (14-20 km in length, 1700-2000 m in displacement).
For the structural characterization of these two faults, I performed two weeks of fieldwork to map the fault zones at scale 1:1000, collecting:
- data relative to the main fault plane;
- data relative to secondary faults in the damage zone;
- joint sets in different structural stations;
- samples for the description of the structural domains.
I defined a fault zone rocks legend based on field observations and calibrated on the previous works (i.e. Vado di Corno and Monte Marine fault zone). From the collected data of each fault, a structural map and related geological cross-sections were realized. The description of the structural domains in the field was supported by the observations of polished hand-samples and thin sections at the optical microscope.
Based on these preliminary observations, faults with similar length and displacement have different damage zones (i.e., thickness, presence/absence of a high strain damage zone): the Subequana Valley damage zone is at least 230 m thick in the point of maximum thickness along strike and has extended high strain and a low strain damage zones; the Capo di Serre damage zone has a maximum thickness of 120 m, with a prevalent low strain damage zone.
The most relevant observations regard the damage zone thickness variations along strike; these variations, in terms of intensity and thickness of damage, are related to the presence of secondary structures and stepover zones between different segments of the main fault. As a consequence, the main factor controlling the thickness of damage zones is the presence of geometrical complexities such as inherited or secondary structures, rather than the depth of exhumation, the hosting lithology, and the accumulated displacement of the fault.
Possible other factors having a key role in the development of these volumes of intensely deformed rock can be:
- barrier effect on the rupture propagation in correspondence of the step-over zone;
- interference between secondary structures and seismic waves.
Data about damage zone thickness, length, and displacement of the two faults are finally compared to the previous investigated faults in the Apennines and to the other cases in the literature, with the aim to define possible scaling-relations