Marche Polytechnic University

ACUBO (Archivio Aperto di Ateneo)
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    Fattori di controllo della disponibilità alimentare per il benthos eterotrofo in ambienti costieri di interfaccia

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    Gli ecosistemi di interfaccia, sono rappresentati da tutti quegli habitat al confine tra terre emerse continentali e ambienti acquatici. Essi sono la fase dinamica di incontro tra ambienti largamente differenti (mare, terra, atmosfera) definita come “interfaccia”, nella quale è possibile riconoscere la transizione da un sistema all’altro per la presenza di marcati gradienti fisico-chimici, biologici ed ecologici. Nella fattispecie, questi ecosistemi sono rappresentati dagli ambienti costieri di basso fondale e da ambienti intertidali di substrato duro. Essi sono i principali fornitori di beni e servizi ecosistemici per le popolazioni costiere. In questa tesi si è studiato il ruolo della variabilità sistemica in ambienti intertidali di bassofondo su alcuni aspetti salienti del funzionamento ecosistemico, della biodiversità e in ultimis sulla relazione tra biodiversità e funzionamento ecosistemico. L’obiettivo è stato quello di studiare l’effetto della variabilità fisica e chimica come fattore di controllo nei due habitat modello (laguna e pozze intertidali) lungo le coste della Sicilia nord-occidentale, sulle caratteristiche del cibo disponibile - proveniente da produzione primaria e secondaria. I risultati di questo studio mettono in evidenza il ruolo determinante della variabilità spaziale e temporale, la quale controlla ampiamente le dinamiche chimico fisiche e trofiche in questi ambienti estremi. Ad esempio nello Stagnone di Marsala l’energia meccanica di attrito innescata dalla sinergia vento/marea gioca un ruolo importante sulla disponibilità di cibo, favorendo gli scambi tra il comparto sedimentario e la colonna d’acqua. La presenza di vegetazione smorza l’entità degli scambi che divengono massimi quando le fanerogame marine sono rade o assenti. I risultati degli esperimenti su gli ambienti di pozza, hanno dimostrato l’importanza di questi habitat sotto molti aspetti. Le pozze di scogliera del Mediterraneo, le cui dinamiche fisiche e chimiche sono azionate dalle escursioni mareali funzionano come veri e propri bio-reattori. In particolare, è stato dimostrato che, ogni sei ore, per effetto dell’isolamento in emersione, le pozze di scogliera triplicano il contenuto di materiale organico, il quale viene disperso nell’adiacente intertidale, al momento del collegamento con il mare nella successiva alta marea. Dato l’elevatissimo numero di pozze presenti lungo le coste rocciose, l’export di materia organica labile prodotta quotidianamente è quantitativamente rilevante. Questo sink di energia contribuisce indubbiamente a favorire il mantenimento degli elevati livelli di biodiversità tipici di questi ambienti del Mediterraneo. I risultati di questo studio forniscono nuove informazioni utili alla comprensione del funzionamento degli ecosistemi di interfaccia marino-costieri, che sono stati fino ad ora, la fonte più importante di approvvigionamento per le popolazioni rivierasche di tutto il pianeta

    Sviluppo del sistema hardware di un dispositivo biomedicale per sperimentazione medica contro l'epilessia

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    molto attivo. Ad oggi sono già note applicazioni di polimeri utilizzati per impianti “in vivo” nel breve e lungo periodo, come ad esempio protesi dentali, craniche ed ossee, che hanno sostituito materiali quali acciaio e ceramica. Il lavoro riportato di seguito, descrive invece lo sviluppo dell’ hardware per un nuovo sistema wireless per la sperimentazione medica contro l’epilessia, realizzato in collaborazione con A TLC s.r.l. e Plast 2000 s.r.l. Il sistema si compone di una scatola, e di una gabbia. La scatola viene impiantata nel corpo dell’animale e contiene un dispositivo elettronico i cui segnali vengono trasmessi ad un sistema di controllo esterno. La gabbia invece, deve ospitare l’animale su cui è stato effettuato l’impianto e deve contenere alcuni dispositivi elettronici necessari al corretto funzionamento del dispositivo impiantato. Inoltre, per non disturbare la comunicazione tra scatola e sistema esterno, deve essere realizzata in materiale non conduttivo. In entrambi i casi verranno descritti gli step dello sviluppo di questi due nuovi prodotti. Per quanto riguarda la scatola, lo studio inizia con la ricerca e scelta del materiale, che deve innanzitutto avere i requisiti di biocompatibilità previsti dalla ISO 10993 per impianti di lungo termine, ai quali devono essere aggiunte una buona resistenza meccanica che consentano ai particolari di resistere alle sollecitazioni meccaniche previste dal ciclo di produzione, e buone proprietà tecnologiche che ne consentano sia la lavorabilità alle macchine utensili (per la realizzazione dei prototipi) che la trasformazione mediante stampaggio ad iniezione (per produzioni di ampia scala). Lo sviluppo prosegue con la determinazione di alcune proprietà ottiche del materiale, in particolare la sua trasparenza alla radiazione visibile ed all’infrarosso in funzione dello spessore, con la scelta del collante più idoneo all’unione e alla sigillatura dei due particolari costituenti la scatola e parallelamente la determinazione delle sollecitazioni sopportabili dal sistema mediante uno studio FEM. I risultati ottenuti dalle analisi numeriche sono stati validati mediante prove sperimentali. Lo sviluppo termina con uno studio di fattibilità per l’industrializzazione del progetto per la produzione su larga scala. Sono stati studiati gli stampi e le attrezzature per la realizzazione dei particolari mediante stampaggio ad iniezione, tenendo conto dei vincoli imposti alle attrezzature dalle proprietà del materiale ed ottimizzando gli aspetti economici di gestione, dovuti principalmente al costo della materia prima.La gabbia invece, è un esempio di metal replacement per strutture di grande dimensioni. In questo caso, il PA ha consentito di realizzare una struttura non conduttiva, indispensabile ai fini dell’applicazione, mantenendo le stesse prestazioni del metallo in termini di resistenza meccanica e peso. L’utilizzo di PA inoltre, ha permesso di inglobare all’interno della struttura, alcuni dispositivi elettronici, isolandoli dall’acqua e rendendo il sistema idoneo al lavaggio ed alla sterilizzazione. Vengono inoltre descritte le principali caratteristiche per l’utilizzo della gabbia stessa

    Ruolo del sistema FASL/FAS nella biologia delle cellule mesenchimali staminali

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    Le cellule staminali mesemchimali (MSC) sono una popolazione eterogenea di cellule stromali multipotenti, possono essere isolate da diversi tessuti adulti e possono dare origine a diversi tipi cellulari(21). Nel midollo osseo (BM) differenziano principalmente in osteoblasti e adipociti, e l’ interazione con questo microambiente influenza da vicino il loro programma differenziativo. FasL è una citochina molto conosciuta per il suo ruolo pro-apoptotico, in associazione con il suo recettore specifico Fas, tuttavia diversi studi propongono che sia coinvolta anche in altri processi biologici. Questo lavoro dimostra per la prima volta che FasL può essere coinvolto nella proliferazione e nella differenziazione delle BM-MSC. Le BM-MSC trattate con una bassa dose di FasL (0.5 ng/ml) proliferano più rapidamente delle cellule non trattate, senza andare incontro ad apoptosi o a processi differenziativi, mentre dosi più alte (25 ng/ml) inducono il processo apoptotico nel 20% delle cellule, selezionando una popolazione con un fenotipo ancora staminale. A livello molecolare il trattamento con FasL 0.5 ng/ml induce la fosforilazione di ERK 1/2 e l’aumento dell’espressione della survivina mentre FasL 25 ng/ml determina l’attivazione delle caspasi 8 e 3. Inoltre FasL 25 ng/ml attraverso la modulazione di PPARγ e FABP4/aP2 inibisce reversibilmente la differenziazione delle BM-MSC in adipociti. I dati di inibizione dell’adipogenesi in vitro sono stati confermati su topi Fas lpr, mutati per Fas, che hanno mostrato una maggiore espressione dell’mRNA e delle proteine PPARγ e FABP4/aP2 rispetto ai controlli. I nostri dati suggeriscono che il sistema FasL/Fas è coivolto nella biologia delle BM-MSC, e può regolarne sia la proliferazione che il differenziamento adipogenico. Questi risultati possono avere una rilevanza clinica, chiarendo i meccanismi che determinano l’aumento dell’adipogenesi nel midollo durante l’invecchiamento o in alcune condizioni patologiche come l’osteoporosi

    Piano di emergenza interno per il massiccio afflusso di feriti (PEIMAF): dal terremoto dell'Aquila del 2009 all'evoluzione della pianificazione ospedaliera nella Regione Marche

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    Un incidente di grandi dimensioni o una calamità, di solito genera più pazienti delle risorse sanitarie disponibili in grado di gestire procedure di routine. Molti stati richiedono per legge che gli ospedali preparino un "Piano di Emergenze Interno per il Massiccio Afflusso Feriti" (PEIMAF). Questo piano dovrebbe aiutare l'ospedale ad affrontare l’inatteso aumento di volume di pazienti. Questa tesi indaga temi legati all’implementazione di un PEIMAF nel corso di un incidente di massa vero, come il terremoto dell'Aquila del 2009, e quindi analizzare i PEIMAF attuali degli ospedali della provincia di Ancona e della regione Marche. L'assunto di base è che, se questi piani di emergenza sono pronti a soddisfare solo i requisiti di legge, e non calibrati, testati e aggiornati alle mutevoli esigenze degli ospedali e del contesto circostante, sono inutili e destinati a fallire nel corso di un vera emergenza. Sono stati somministrati questionari ed interviste al personale dell'ospedale San Salvatore, ai responsabili delle Centrali Operative 118 dell’Abruzzo, ai coordinatori delle operazioni di evacuazione medica del DPC, e ai responsabili dei DEA degli ospedali dell’Abruzzo. Altri questionari e interviste sono state somministrate ad un campione del personale degli ospedali della Provincia di Ancona, e sono stati organizzati briefing con i coordinatori e direttori di questi ospedali confrontando le criticità con quelle dell’Aquila. Ad Ancona, sono state organizzate due simulazioni, una per posti di comando e una su scala reale di attivazione dei Piani. Un terzo caso studio ha comportato l'analisi e il confronto dei vari PEIMAF degli ospedali della Regione Marche. I risultati hanno mostrato che, nel caso l'Aquila il PEIMAF seppur presente, non era completamente realistico per la situazione di emergenza del terremoto del 2009, e mancava di verifica, aggiornamento e distribuzione tra il personale dell'ospedale. Il secondo caso, nella provincia di Ancona, ha evidenziato la mancanza di formazione del personale e i problemi principali sono stati in fase di allertamento, comunicazione, coordinamento, comunicato stampa. Tuttavia il personale degli ospedale della provincia di Ancona è apparso consapevole dell'importanza della pianificazione. Nel terzo caso studio, è emersa una mancanza di standardizzazione tra gli ospedale della Regione Marche. Sia la Protezione Civile Regione Marche e le amministrazioni degli ospedali hanno mostrato una forte determinazione a superare tale situazione di frammentazione e a sviluppare un approccio più standardizzato dei PEIMAF attraverso collaborazione e feedback tra tutti i componenti e i volontari di emergenza sanitaria dei disastri ( ARES-ITALIA)

    Assessment of the impact of water discharge from industrial plants on marine enviroments

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    Numerosi impianti industriali come petrolchimici, impianti chimici, raffinerie, centrali elettriche, nucleari e terminali di rigassificazione, sono localizzati in prossimità delle coste o in aree off-shore di tutto il mondo. Questo è strettamente legato sia alla posizione strategica, che agevola il rifornimento e la distribuzione via mare di materie prime e prodotti rispettivamente, sia alla necessità di impiegare acqua di mare al fine di cedere o sequestrare calore nei processi industriali associati agli impianti. Inoltre, nel caso di installazioni off-shore, la notevole distanza delle strutture antropiche dalle città e dagli ecosistemi costieri permette di minimizzare i potenziali impatti e i pericoli derivanti dalle relative attività industriali. Nei sistemi acqua-mare l’acqua salata è prelevata dall’ambiente e, in base alla tipologia di impianto industriale, pompata all’interno di sistemi di raffreddamento (CWS) o in circuiti di rigassificazione. Una volta utilizzata, l’acqua prelevata viene reimmessa in mare a temperatura notevolmente diversa da quella dell’ambiente marino circostante, più calda o più fredda nel caso di CWS e di circuiti di rigassificazione rispettivamente. Inoltre, l'acqua di mare sfruttata nei processi industriali è trattata con composti antifouling, come l'ipoclorito di sodio, al fine di evitare la proliferazione di organismi marini sulle superfici di condotte e scambiatori di calore e per garantire la massima efficienza dei processi industriali (Muller-Steinhagen, 2000). I residui dei biocidi impiegati ed i loro sottoprodotti (e.g. composti organoalogenati nel caso di clorazione) possono essere riscontrati allo scarico e nell’ambiente circostante. Tali composti possono determinare potenziali effetti negativi sugli ecosistemi marini anche a basse concentrazioni (Jenner et al., 1997). Gli effluenti degli impianti industriali con sistemi acqua-mare generano nell’ambiente ricevente sia gradienti termici che chimici i quali, potenzialmente, potrebbero interagire sinergicamente con gli organismi presenti nell’ambiente circostante lo scarico (Taylor, 2006). In Italia, gli effluenti di impianti industriali immessi in mare sono sottoposti a limiti ben definiti in termini di variazione termica e massima concentrazione consentita di biocida residuo (D.Lgs 152/2006). Tuttavia, tali limitazioni sono state fissate prendendo in considerazione soltanto variazioni termiche positive (e.g. effluenti di CWS), poiché l’installazione di terminali di rigassificazione, che scaricano in mare acqua più fredda 3 dell’ambiente circostante, sta interessando le acque territoriali italiane relativamente da pochi anni (Dorigoni et al., 2008) . Numerosi studi hanno dimostrato che il cloro residuo ed i sottoprodotti della clorazione presenti nelle acque di scarico di sistemi di raffreddamento industriali sono potenzialmente pericolosi per organismi marini appartenenti diversi livelli della catena trofica (Geraci et al., 1993;. Nebot et al., 2006; Taylor, 2006). Le informazioni disponibili in letteratura sugli effetti ecologici dovuti agli scarichi clorati freddi dei rigassificatori sono ancora limitate, come limitate risultano quelle inerenti ai effetti sul biota derivanti dalla potenziale sinergia tra le variazioni termiche ed il cloro residuo riscontrabili nei pressi degli scarichi, sia caldi che freddi (Fox e Moyer, 1975, Choi, 2002;. Poornima et al., 2005). Pertanto, al fine di minimizzare il potenziale impatto sugli ecosistemi marini, è importante che ogni effluente immesso in mare sia dettagliatamente monitorato in funzione delle caratteristiche chimiche, fisiche e dinamiche dello scarico stesso, nonché degli aspetti geografici, idrologici e dei contesti biologici ed ecologici del bacino ricevente. Il presente studio è stato focalizzato sulla valutazione degli effetti combinati, sul biota marino, di gradienti termochimici associati a sistemi acqua-mare industriali che adottano ipoclorito di sodio come agente antifouling. L’approccio di studio ha previsto la trattazione dei seguenti argomenti: i) analisi della cinetica di decadimento dell’ipoclorito in acqua di mare, ii) analisi degli effetti indotti da differenti condizioni termochimiche su specie target, iii) analisi delle risposte ecologiche in aree marine interessate da scarichi termochimici, iv) simulazioni dell’impatto termochimico di effluenti per mezzo di specifici modelli matematici. I test biologici utilizzati in questo studio, condotti su diverse specie target marine (Artemia sp., Paracentrotus lividus e Sparus aurata) e basati su end-point differenti, si sono dimostrati estrememente sensibili, fornendo early warning signals di potenziali criticità ambientali. I risultati ottenuti indicano che basse concentrazioni di cloro, comparabili o inferiori a quelle consentite dalla normativa comunitaria per gli scarichi industriali in acqua di mare, potrebbero avere effetti negativi sugli organismi marini di diversa entità, dall’alterazione di importanti processi cellulari alla morte nel peggiore dei casi. Inoltre è stato osservato che l’effetto del cloro residuo, in alcune condizioni sperimentali, risulta amplificato in caso di innalzamento della temperatura. 4 I test di laboratorio effettuati durante il lavoro di tesi costituiscono utili strumenti d’indagine, che potrebbero essere inclusi in futuri piani di monitoraggio finalizzati al controllo delle attività industriali che sfruttano l'acqua di mare nei loro processi di produzione. Dai risultati ottenuti attraverso gli studi sul campo, condotti in zone costiere interessate da scarichi clorati di sistemi di raffreddamento (Falconara Marittima e Brindisi, Mare Adriatico, Italia), non sono emersi evidenti effetti sullo stato trofico, sugli habitat o sulle biocenosi potenzialmente attribuibili ai gradienti termo-chimici generati, almeno ad alcune centinaia di metri dal punto di immissione. Tuttavia, il potenziale impatto sul biota non può essere escluso in prossimità dello scarico, dove la variazione termica e il biocida residuo potrebbero interagire determinando effetti negativi sugli organismi marini a vari livelli trofici. Il modello numerico MITgcm è stato utilizzato al fine di simulare la plume termochimica originata dallo scarico di un rigassificatore off-shore. Il pennacchio freddo ha presentato un’ampia diffusione sia in verticale che in orizzontale, con una notevole persistenza di acque fredde nello spazio e nel tempo. I risultati forniti dalle simulazioni costituiscono un importante supporto per una modulazione eco-sostenibile delle concentrazioni di cloro e per un’adeguata impostazione dei regimi termici di impianti industriali con sistemi acqua-mare. Considerando i risultati conseguiti attraverso le diverse attività sperimentali, si ritiene opportuno sottolineare come adeguati piani di monitoraggio, effettuati secondo l’approccio Before-After-Control-Impact (BACI) e che tengano conto in maniera integrata delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche degli ambienti marini interessati dalla presenza di impianti industriali, siano importanti per garantire e mantenere l’eco-sostenibilità delle attività antropiche nel tempo

    Valutazione delle correlazioni tra obesità, stile di vita e fattori psico sociali in individui adulti

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    Sovrappeso e Obesità sono condizioni in forte aumento in tutte le fasce d’età nelle popolazioni di tutto il mondo, e rappresentano uno dei più seri problemi di salute pubblica attuali. L’obesità si associa ad un aumento significativo di morbilità e mortalità per una lunga serie di patologie. Le complicanze principali sono rappresentate dalle patologie cardiovascolari, spesso associate a diabete, ipertensione e dislipidemie, nel quadro della così detta “Sindrome metabolica”. L’incremento mondiale del problema obesità si deve innanzi tutto ad abitudini alimentari scorrette e stili di vita divenuti troppo sedentari. Esistono però altri elementi, di natura psicologica o socioeconomica, che possono influenzare il normale rapporto con il cibo. Per queste ragioni abbiamo studiato l’obesità come patologia multifattoriale, rapportandola ai parametri fisici, psichici e socio economici. Abbiamo analizzato un campione di 100 individui italiani adulti di ambo i sessi, con età maggiore di 60 anni, dei quali sono stati registrati peso, altezza e BMI, ed è stata tracciata una valutazione complessiva degli aspetti riguardanti lo stile di vita, il benessere psico-sociale e le condizioni economico – demografiche, utilizzando appositi questionari autosomministrati. I risultati dimostrano come i soggetti obesi tendano ad avere profili psicologici più complessi, consumi alimentari più abbondanti, minor tempo dedicato all’attività fisica e più ore di sonno nelle ore diurne rispetto ai soggetti normopeso. Inoltre si è visto che il BMI risulta inversamente correlato al livello di istruzione ed al profilo socio-economico. In sintesi, abbiamo voluto confermare che sovrappeso e obesità sono condizioni multifattoriali. L’auspicio è che enti pubblici e privati, visti l’influenza ed i costi del problema sui sistemi sanitari nazionali, possano mettere in atto strategie pianificate di contrasto all’obesità, che prevedano un approccio multidisciplinare per la sua prevenzione e cura

    Randomised clinical trial of endoluminal loco-regional resection versus laparoscopic total mesorectal excision for T2 rectal cancer post neoadjuvant therapy

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    Introduzione: Nei tumori del retto non avanzato è possibile, in casi selezionati e dopo trattamento neoadiuvante, effettuare una terapia chirurgica alternativa alla Total Mesorectal Excision (TME) come l’escissione loco-regionale mediante TEM. Metodi: Il presente studio analizza i risultati a lungo termine di un trial prospettico randomizzato che confronta due diverse metodiche: l’escissione loco-regionale transanale mediante TEM (Transanal Endoscopic Microsurgery) e la TME (Total Mesorectal Excision) laparoscopica in pazienti con cancro del retto non avanzato. Sono stati selezionati solo pazienti con stadio cT2 N0 M0, G1-2, con un diametro massimo del tumore di 3 cm e a una distanza massima di 6 cm dalla linea pettinata. Tutti i pazienti inclusi sono stati sottoposti a radiochemioterapia neoadiuvante. Risultati: Il 51% dei pazienti ha avuto un downstaging del tumore dopo terapia neoadiuvante e il 26 % una riduzione significativa della massa. Tutti i pazienti hanno avuto un intervento R0 con margini di resezione liberi da malattia. Al follow-up si sono verificate 4 (8 %) recidive locali nel gruppo della TEM e 3 (6 %) in quello della TME (P = 0.972). In entrambi i gruppi 2 (4 %) pazienti hanno sviluppato metastasi a distanza. Nei due gruppi i pazienti liberi da malattia non hanno portato a differenze statisticamente significative. 4 4 Conclusioni: I due gruppi di pazienti trattati mediante TEM e TME laparoscopica dopo terapia neoadiuvante hanno ottenuto risultati oncologici simili

    Effetti dell'olio supplementato con vitamine D3, K1, B6 in diverse categorie di soggetti

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    Numerosi sono gli studi che indicano un effetto benefico delle vitamine D3, K1, B6 nel metabolismo osseo e nello stress ossidativo. Pertanto lo scopo della presente tesi è stato quello di valutare gli effetti di un olio contenente vitamine D3, K1, B6 (VitVOO) rispetto ad un olio usato come placebo (PlaVOO) in donne in età fertile, in menopausa e i bambini con scarso accrescimento corporeo. In donne in età fertile è emerso che l’ucOC, risultava diminuita dopo assunzione del VitVOO rispetto al PlaVOO, come pure l’UCR. Infatti, è stata osservata una diminuzione della produzione di radicali liberi, maggiore rispetto a quella osservata solo con PlaVOO (diminuzione dei TBARs, degli idroperossidi lipidici e i dieni coniugati); è stata inoltre dimostrata una fluidificazione delle membrane piastriniche. In donne in menopausa, dopo 1 anno di supplementazione orale con VitVOO, l’ucOC risultava diminuita come pure l’UCR. Questi dati sono stati confermati dalla indagine della MOC effettuata sulle pazienti, con diminuzione del valore di T score a valori meno negativi. Inoltre è emerso che tutti i marker di stress ossidativi (TBARs, idroperossidi lipidici e i dieni coniugati) mostravano una riduzione significativa dopo l'integrazione con VitVOO, mentre la capacità totale antiossidante risultava aumentata. Nei bambini con diagnosi di inappetenza e con scarso accrescimento corporeo si è valutato un marker biochimico specifico del riassorbimento osseo umano, che è l’escrezione urinaria di NTx. I risultati hanno mostrato una diminuzione del 25% nella escrezione NTx nei gruppi supplementati con VitVOO rispetto ai gruppi trattati con PlaVOO; quindi meno NTx nelle urine significa un migliore assorbimento del calcio nelle ossa. In conclusione, questi dati confermano l'ipotesi secondo la quale l'uso di VitVOO possa essere un utile trattamento per migliorare la densità ossea e la resistenza alle fratture, anche in età pediatrica, quando siamo di fronte ad uno scarso accrescimento corporeo

    Formal methods for semantic case management

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    Durante gli ultimi anni il Business Process Management (BPM) si è affermato come la metodologia principe per gestire attività di routine. Poiché caratterizzati da attività ripetibili, i processi aziendali possono essere strutturati e dunque automatizzati. Al contrario, il Case Management (CM) e, più recentemente, l’Adaptive Case Management (ACM) sono stati introdotti per affrontare tutte quelle situazioni in cui le attività da svolgere non possono essere definite a priori in quanto caratterizzate da un certo grado di incertezza. Anche se i principi del Taylorismo affermano che è possibile effettuare una netta distinzione tra il lavoro di routine e il lavoro della conoscenza, molto spesso le organizzazioni si trovano ad affrontare situazioni in cui le attività eseguite non appartengono ne all’uno ne all’altro: sono semplicemente un mix tra le due. In questo lavoro viene proposta una sistematizzazione degli aspetti utilizzati per rappresentare i cosiddetti processi knowledge-intensive, ossia processi basati sulla conoscenza. L’obiettivo è quello di integrare le caratteristiche del BPM e dell’(A)CM e formalizzare, attraverso aspetti procedurali e tecnologie semantiche, gli elementi utilizzati per modellare ed eseguire simili processi. La possibilità di rappresentare processi caratterizzati da percorsi di esecuzione già definiti assieme ad altri non definiti avviene grazie all’introduzione un nuovo linguaggio di modellazione basato su Business Process Modeling Notation (BPMN). A partire da una rappresentazione grafica del processo (il modello), ne viene fornita una semantica operazionale. Il risultato consiste in sistemi parametrici basati su transizioni di stato e annotati semanticamente che possono essere eseguiti all’interno di un qualsiasi motore di esecuzione. Tale rappresentazione permette di applicare metodi formali basati su Model Checking che consentono di introdurre due funzionalità principali: verifica e selezione. Mentre la prima permette di verificare e monitorare le proprietà di un sistema, la seconda favorisce il riuso dei processi aziendali e la collaborazione tra attori differenti. Entrambe possono essere impiegate sia in fase di modellazione che di esecuzione con l’obiettivo di fornire supporto agli utenti coinvolti nel processo. Per valutare l’approccio descritto in questa tesi è stato preso in esame un caso di studio relativo all’ambito sanitario. In particolare, considerando come le visite radiologiche vengono eseguite all’interno degli ospedali, è stato possibile analizzare i risultati ottenuti

    Smart surfaces for architectural heritage: self-cleaning titanium dioxide nano-coatings on travertine

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    Lo sviluppo e l'applicazione di trattamenti auto-pulenti su pietre di valore storico e architettonico possono portare a miglioramenti significativi nella conservazione, la protezione e il mantenimento dei Beni Architettonici. Il biossido di titanio (TiO2) può essere utilizzato per realizzare rivestimenti auto-pulenti trasparenti sulle pietre, limitando interventi di pulizia e manutenzione, l'insorgere di processi di degradazione e riducendo i costi di mantenimento. La capacità auto-pulente del biossido di titanio è dovuta alle sue due proprietà foto-indotte attivate dall'irraggiamento ultravioletto della luce solare: fotocatalisi e superidrofilia. Lo scopo di questa ricerca è quello di analizzare questo effetto. Due diversi prodotti a base di titania, ottenuti tramite due processi differenti, sono stati depositati sul travertino (una pietra calcarea porosa usata spesso in edifici storici e monumentali) tramite spray, ottenendo un trattamento a strato unico e uno a tre strati per ogni prodotto. Gli effetti del quantitativo depositato di titania sulle caratteristiche delle superfici trattate sono stati considerati nelle analisi seguenti. Per verificare l'uso del TiO2 nel campo dei Beni Culturali, la conservazione dell'aspetto delle superfici di travertino è stata monitorata analizzando colore e brillantezza. I possibili effetti dannosi dell'idrofilia foto-indotta e l'eventuale maggiore assorbimento d'acqua da parte della pietra trattata sono stati valutati mediante analisi dell'assorbimento d'acqua per capillarità, dell'angolo di contatto e dell'assorbimento superficiale prima e dopo la deposizione del TiO2. Test anti-inquinamento e di rimozione dello sporco sono stati effettuati sotto luce UV per stimare l'efficacia auto-pulente. I risultati sembrano consentire l'uso di trattamenti a base TiO2 su superfici storiche e architettoniche costituite da travertino. Ulteriori analisi sono necessarie per valutare le caratteristiche dei nano-rivestimenti di TiO2

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