1390 research outputs found
Sort by
Esposizione occupazionale a pesticidi ad azione anticrittogamica in viticoltura
Viene presentato un approccio metodologico alla valutazione dell’esposizione occupazionale a fungicidi in viticoltura, in particolare per l’attività di rientro in coltura poiché si ritiene che la sua pericolosità venga spesso sottovalutata.
Un questionario di rilevazione dati è stato somministrato a 146 soggetti operanti nei vigneti ed è servito a elaborare un’analisi descrittiva del fenomeno e, attraverso modelli di regressione logistica e uno studio di coorte retroprospettico, a individuarne i fattori di rischio.
Sono stati, inoltre, sviluppati e validati metodi analitici in GC-MS/MS per la determinazione simultanea di 25 principi attivi in varie matrici quali dischi fogliari, pads, acque di lavaggio delle mani, aria e urina, i quali sono stati utilizzati in una campagna di campionamento di cinque giornate consecutive che ha coinvolto sei lavoratori addetti alle attività di rientro in coltura dopo che le viti erano state trattate con Myclobutanil. Sono stati realizzati sia il monitoraggio ambientale, attraverso campionatori di tipo personale allo scopo di stimare la dose dermica e quella inalatoria, sia il monitoraggio biologico per la quantificazione della molecola tal quale nelle urine. Contemporaneamente, è stato eseguito uno studio di dissipazione dell’agrofarmaco sulle foglie trattate. Particolare attenzione è stata rivolta alla misura sperimentale del Dislodgeable Foliar Residue e del Transfer Factor, al fine di fornire valori reali da utilizzare nelle future valutazioni del rischio con l’ausilio di modelli predittivi.
L’assorbimento cutaneo è risultato la principale via di esposizione a Myclobutanil mentre l’esposizione inalatoria si è dimostrata trascurabile (0.93%±0,12 (media±SD) della dose totale).
La dose totale assorbita è risultata superiore all’Acceptable Daily Intake (0.025 mg/kg bw/day) a conferma che dovrebbero essere adottate ulteriori misure tecniche, organizzative e procedurali mirate al contenimento dell’esposizione, soprattutto di quella dermica
Nano-engineered brick surfaces for biofouling prevention: experimental results and analytical modelling
Le facciate degli edifici sono inevitabilmente soggette al deterioramento causato dalla colonizzazione di microorganismi quali batteri, alghe, cianobatteri, funghi, licheni, etc.
Oltre ai tradizionali metodi manutentivi, si stanno sviluppando rivestimenti innovativi con caratteristiche sfavorevoli allo sviluppo di macchie biologiche.
In questa direzione, si sta sviluppando l’applicazione di nanotecnologie, in particolare nano-rivestimenti fotocatalitici. Il materiale più diffuso in questo settore è il biossido di titanio (TiO2) grazie alla sua non-tossicità, stabilità foto-chimica e basso costo.
La ricerca ha l’obiettivo di studiare l’efficienza del TiO2 contro la bio-incrostazione algale su superfici in laterizio. La ricerca si concentra sull’abilità del TiO2 di limitare l’adesione delle cellule algali sotto l’azione dei raggi UV e in condizioni di luce visibile. Inoltre, vengono analizzate le relazioni tra il substrato e l’efficienza fotocatalitica, principalmente la rugosità e la porosità.
L’attività sperimentale consiste nel sottoporre campioni di laterizio a cicli di bagnatura/asciugatura con una sospensione algale, in condizioni climatiche controllate. La bio-incostrazione è stata valutata nel tempo attraverso l’analisi digitale dell’immagine e misure colorimetriche.
I risultati hanno evidenziato che il TiO2 ha l’abilità di inibire l’attecchimento delle cellule algali e in alcuni casi è in grado di arrestare del tutto la crescita dei microorganismi. L’efficienza è strettamente legata alla porosità e alla rugosità del substrato. Infine, l’addizione di nano-particelle di Ag e Cu alla soluzione di TiO2 non ha evidenziato miglioramenti significativi.
La ricerca, partendo dai dati sperimentali, ha sviluppato un modello analitico basato sulla legge di Avrami. Il modello ha dimostrato un’ottima accuratezza nel riprodurre i risultati sperimentali e può essere potenzialmente applicato per la predizione del processo di bio-incrostazione su reali facciate in laterizio
Interventi infrastrutturali e recenti scoperte di edilizia pubblica augustea lungo la via Flaminia nell’area medioadriatica
Il grande fervore edilizio che ha contrassegnato il principato di Augusto è ancora oggi notevolmente testimoniato lungo il tracciato dell’antica via consolare Flaminia. Specialmente il contesto medioadriatico lungo il quale avanza l’asse viario, compreso tra il versante orientale della dorsale appenninica e la costa adriatica, conserva tutt’oggi numerose testimonianze archeologiche infrastrutturali riconducibili alla diretta azione di Augusto. In questa regione si è notato come le città romane di Pisarum, Fanum Fortunae e Forum Sempronii, archeologicamente ben documentate e strettamente legate alla via Flaminia, presentino molteplici emergenze architettoniche, pertinenti a strutture di pubblica utilità, rapportabili a programmi edilizi di impronta augustea. La ricerca si è concentrata sulla ricognizione territoriale e sull’analisi delle emergenze infrastrutturali della via Flaminia, sull’indagine di carattere bibliografico dei complessi architettonici pesaresi e fanesi noti e riconducibili ad epoca augustea, sullo studio dell’inedita area forense e sulla coppia di edifici templari ad esso pertinenti dell’antica Fossombrone, riportati alla luce nell’ultimo biennio. Una sezione è stata dedicata al confronto tra i dati archeologici emersi e la prassi vitruviana, vista la documentata attività dell’architetto in questo territorio tra periodo tardo-repubblicano ed inizio del principato. Si è notato come l’intervento augusteo in area medioadriatica sia stato particolarmente incisivo, caratterizzato dalla riorganizzazione urbanistica delle città oggetto di indagine, alla quale si associa anche la documentata esistenza, in ognuno dei centri abitati, di strutture atte alla celebrazione della figura dell’imperatore. Il lavoro mira a dimostrare come l’azione augustea in area medioadriatica, a causa dell’antico sostegno fornito da questo territorio ad Antonio, sia stata tanto energica al fine di rimarcare, attraverso l’uso di stilemi architetturali in uso sotto il suo principato, l’autorità di Augusto
A Federated Cloud of Things for Emergency Management
La ricerca mostrata di seguito mira alla gestione delle emergenze attraverso un'architettura basata
sul Federated Cloud of Things dove le risorse dei cloud sono di computing, storage, networking e
oggetti fisici come sensori e attuatori, sia reali, sia virtuali. Tali risorse, virtualizzate, sono connesse
in una infrastruttura a supporto della gestione delle emergenze.
Infatti, come emerge da report e lavori di ricerca, occorre notare il fatto che, nei recenti anni, le
emergenze come alluvioni, epidemie e terremoti, oltre che emergenze artificiali come atti di
terrorismo, incidenti ferroviari, incidenti nucleari hanno interessato diverse aree sulla terra causando
perdite di vite, feriti e danni economici dei paesi. In questi scenari un sistema efficiente di gestione
delle emergenze e una risposta pronta quando un'emergenza si verifica, sono necessari al fine di
salvare vite umane e limitare i danni al verificarsi di un'emergenza. A tal fine il monitoraggio degli
eventi e delle persone è un'attività fondamentale; tale attività è inoltre necessaria per decidere di
compiere azioni durante le emergenze come, ad esempio, portare le persone in una situazione
sicura. Ciò conduce alla necessità di avere sensori e attuatori che permettono a un sistema di
Emergency Management di gestire opportunamente l'emergenza.S
Inoltre, dato il numero di organizzazioni coinvolte nell'emergenza, emergono alcuni problemi
riguardanti le capacità di collaborazione: spesso le organizzazioni usano sistemi legacy e le
comunicazioni con altri sistemi possono essere difficili, inoltre spesso non è consentito l'accesso
pieno ai sistemi delle organizzazioni ostacolando quindi la condivisione di risorse e/o dati.
Tenendo conto di questi aspetti che interessano le emergenze, questa ricerca propone un framework
che fornisce un infrastruttura per gli Emergency Management System (EMS)
Caratterizzazione delle cellule che esprimono GAT-1, il principale trasportatore del gaba, nella sostanza bianca sottocorticale del ratto
CARATTERIZZAZIONE DELLE CELLULE CHE ESPRIMONO GAT-1, IL PRINCIPALE TRASPORTATORE DEL GABA, NELLA SOSTANZA BIANCA SOTTOCORTICALE DEL RATTO.
Bassi S, Fattorini G, Melone M, Conti F
1Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica, Sezione di Neuroscienze e Biologia Cellulare; 2 Foundazione per la Medicina Molecolare, Università Politecnica delle Marche, Ancona
L’inibizione mediata dal GABA esercita un potente controllo sull’attività neuronale. I trasportatori del GABA, soprattutto GAT-1, che è il più importante, contribuiscono a modulare l'azione di questo neurotrasmettitore. L’alterazione dell’attività o dell’espressione dei trasportatori può avere un ruolo determinante nella fisiopatologia di alcune malattie. Sebbene gli elementi GAT-1 + nella sostanza bianca sottocorticale siano già stati descritti, non sono mai state studiate la distribuzione e la natura delle cellule che esprimono GAT-1. Abbiamo quindi studiato sistematicamente la distribuzione, il numero e la natura delle cellule GAT-1+ nella sostanza bianca sottocorticale attraverso microscopia ottica, elettronica e confocale.
L’analisi al microscopio ottico della sostanza bianca sottocorticale ha rivelato la presenza di numerose cellule GAT-1 +. Queste hanno mostrato diverse caratteristiche morfologiche: alcune assomigliavano a neuroni, altre ricordavano cellule gliali. La microscopia elettronica pre-embedding ha mostrato l’immunoreattività di GAT-1 in neuroni, astrociti, oligodendrociti (maturi e immaturi) e microglia. Per quantificare GAT-1 nei diversi tipi cellulari, abbiamo studiato una serie di doppie marcature all’immunofluorescenza per le quali sono stati utilizzati GAT-1/NeuN; GAT-1/GFAP; GAT-1/NG2; GAT-1/RIP e GAT-1/CD11b. I risultati hanno mostrato che il 30,65% di cellule GAT-1 + nella sostanza bianca sottocorticale esprime NeuN; il 32,22% esprime GFAP; il 11,75% esprime NG2; il 14,78% esprime RIP e il 20,48% esprime CD11b.
Considerando che tutti i tipi di cellule presenti nella sostanza bianca sottocorticale esprimono GAT-1, questa osservazione indica che la ri-captazione di GABA operata da GAT-1 potrebbe non limitarsi semplicemente alla regolazione dei livelli sinaptici di GABA
Approccio multidisciplinare nella valutazione della esposizione sinergica ad agenti chimici ototossici e rumore
La crescente complessità degli inquinanti che caratterizzano molti ambienti lavorativi ha reso sempre più articolata la caratterizzazione della esposizione, evidenziando la necessità di sviluppare nuovi approcci multidisciplinari in grado di fornire una migliore comprensione della relazione dose-effetto a livello individuale.
Il presente studio ha previsto la misura di indicatori di assorbimento e di effetto, attraverso il monitoraggio ambientale e biologico, e la misura delle emissioni otoacustiche per la stima del danno uditivo, con lo scopo di implementare le conoscenze nel caso di esposizione ad agenti ototossici. L’efficacia di nuove metodiche analitiche, complementari alle tradizionali misure di esposizione occupazionale, è stata valutata nel caso reale dell’esposizione sinergica a stirene e rumore dei lavoratori del comparto vetroresina. La misura della somma delle concentrazioni di MA e PGA urinari si conferma come un affidabile indicatore di dose per l’esposizione lavorativa a stirene: una buona correlazione è stata, infatti, osservata con i livelli di stirene aerodisperso. Lo studio ha mostrato anche tutte le potenzialità della determinazione dei solventi ototossici non metabolizzati in saliva, che si presenta quale valida alternativa alle matrici biologiche tradizionali.
Promettenti risultati si sono, inoltre, ottenuti dal test per la misurazione della soglia olfattiva come indicatore di effetto per l’esposizione occupazionale a solventi organici. I test basati su emissioni otoacustiche si sono confermati in grado di discriminare in modo statisticamente significativo gli esposti dai controlli, tanto nel caso in cui l’esposizione prevalente sia stata allo stirene, quanto nel caso in cui l’esposizione sia stata prevalentemente il rumore.
L’approccio multitasking utilizzato nel presente lavoro di tesi potrà essere vantaggiosamente utilizzato anche nella valutazione dell’efficacia delle misure specifiche di prevenzione, con particolare riferimento ai dispositivi di protezione individuale
Studio e sviluppo di tecnologie per applicazioni solari a concentrazione
Un modello energetico di sviluppo sostenibile passa per la razionalizzazione energetica combinata con l'utilizzo di fonti di energia rinnovabili, la cui diffusione contribuisce alla riduzione delle emissioni. Sono state studiati e sperimentati alcuni innovativi prototipi di solare a concentrazione di piccola taglia. E' stato sviluppato un prototipo di fotovoltaico ad alta concentrazione (>1000 soli) con celle TJ III-V, in moduli da 100W di potenza, ad inseguimento biassiale. Vengono presentate le scelte costruttive, la componentistica presa in esame e le prestazioni richieste. Successivamente sono allestiti due banchi prove, uno indoor ed uno outdoor per valutare le prestazioni di singoli componenti e dell'intero prototipo. L'efficienza massima raggiunta è del 30% in ambiente indoor e del 17% in ambiente outdoor, a causa della bassa efficienza delle lenti di fresnel (~50%). Nell'ambito del progetto di ricerca è stato monitorato un impianto HCPV da 7 kW installato presso l'Univpm. E' stato integrato il sistema di misurazione, con sensori di posizione e temperatura, e sono state analizzate le prestazioni, con potenze di picco superiori ai 5 kW. Nel contempo è stato sviluppato un prototipo di solare termico a concentrazione, del tipo solar tower, da 2,5 kWt; sono state sviluppate tre versioni, le prime due realizzate e testate, con 25 eliostati ognuna ed una superficie totale di 4.4m2 . Vengono analizzate le scelte che hanno portato all'evoluzione delle versioni, e presentato il sistema di controllo sviluppato ad hoc per l'impianto. Vengono quindi presentati i risultati delle prove effettuate. Le prestazioni dell'impianto sono in linea con i dati teorici, la potenza raggiunta è prossima ai 2,5 kWt con irraggiamento nell'ordine degli 800W/m2 e condizioni di fouling degli eliostati standard. Viene utilizzata una soluzione di acqua e glicole propilenico, le temperature raggiunte arrivano agli 80°C nei mesi estivi, e restano superiori ai 50°C anche in inverno, con portate variabili tra 100-200 l/h
Determinanti, contesti, ed elementi genetici associati alla resistenza ai macrolidi e ad altri antibiotici in streptococchi di gruppo viridans.
Determinanti, contesti, ed elementi genetici associati alla resistenza ai macrolidi e ad altri antibiotici in streptococchi di gruppo viridans.
Nell’uomo gli streptococchi di gruppo viridans (VGS) sono parte del microbiota delle vie aeree superiori, del tratto gastrointestinale e del tratto genitale femminile. I VGS, considerati a basso potenziale di patogenicità in soggetti sani, possono tuttavia rendersi responsabili, in particolari tipologie di paziente, di gravi malattie invasive.
Obiettivi di questo lavoro sono stati: analizzare la diffusione delle resistenze ad eritromicina, cloramfenicolo e tetraciclina, e chiarire i meccanismi, i determinanti di resistenza e i relativi contesti/elementi genetici in una collezione di VGS recentemente isolati da tamponi faringei da laboratori del centro Italia. Infatti le attuali conoscenze sul resistoma streptococcico riguardano principalmente le specie più patogene e risultano alquanto limitate sui VGS.
Dall'indagine svolta, sono stati rilevati: 98/263 VGS sensibili a tutti gli antibiotici testati, 148 isolati eritromicino-resistenti (56.3%), di cui 37 appartenenti al fenotipo cMLS e 111 appartenenti al fenotipo M; 72 isolati (27.4%) tetracyclino-resistenti e 7 (2.7%) cloramfenicolo-resistenti.
L'analisi dei determinanti di resistenza ha evidenziato che tutti gli isolati cMLS portavano il gene erm(B), da solo (n=28) o associato al gene d'efflusso mef(E) (n=9). Non sono stati rilevati altri geni erm. Quasi tutti i ceppi di fenotipo M avevano mef(E) (n=107), 2 avevano mef(A) e 2 ceppi rispettivamente mef(I) e mef(G). La resistenza alla tetraciclina è stata evidenziata in 72 isolati VGS, di cui 61 Ery-R e 11 eritromicino-sensibili (Ery-S). Tra tutti i determinanti tet saggiati, tet(M) era di gran lunga il più comune ed era individuato in 43 ceppi Ery-R e in 5 isolati Ery-S. Un isolato aveva il gene tet(O), mentre in 23 isolati non era possibile identificare il determinante di resistenza alla tetraciclina. tet(M) è stato rilevato anche in 2 ceppi di VGS erm(B)-positivi e tetraciclino-sensibili (Tet-S). La resistenza al cloramfenicolo è stata evidenziata in 7 isolati VGS: 6 Ery-R e di fenotipo M possedevano il gene catQ, mentre un isolato Ery-S aveva il determinante catpC194.
Per quanto concerne lo studio dei contesti/elementi genetici relativi ai determinanti di resistenza, accanto ad elementi genetici già descritti negli streptococchi (mega, Φ10394.4, Tn2009, Tn2010, elemento IQ, Tn917, Tn3872, Tn6002, Tn916, Tn5801, frammento contenente tet(O) di ICE2096-RD.2, e ICESp23FST81), sono state evidenziate nuove varianti di elementi già noti.
Questi risultati mettono nuova luce sulla distribuzione delle antibiotico resistenze, dei determinanti di resistenza e dei relativi contesti/elementi genetici nei VGS, per i quali ad oggi sono disponibili poche informazioni. L'alta frequenza e la varietà degli elementi genetici riscontrati, rafforzano l’ipotesi che i VGS possano rappresentare un importante serbatoio di geni di resistenza per gli streptococchi più patogeni
Post-turismo e identità urbana
Lo scopo del lavoro di ricerca è stato capire come l'identità urbana si costruisca e si rimodelli continuamente nel processo di pratiche sociali nell’epoca post-moderna. Particolare attenzione è stata rivolta alla ricerca della natura della città e del suo sviluppo dal punto di vista degli spazi pubblici. Gli spazi di questo genere formano un «sistema di coordinate urbane» e i confini di interazioni sociali complesse, giocando un ruolo importante nello sviluppo della identità urbana.
Prima dell'epoca delle informazioni post-moderna, l'identità ha sempre rappresentato un ordine della vita umana, che si effettuava in base a uno scenario chiaro e ben definito. Oggi, nello spazio dell'informazione globale creiamo le tecnologie che, a loro volta, determinano il nostro modo di vita. Questo continuo processo ciclico diventa un riflesso dell'identità del nostro ambiente sociale e fisico. Le conseguenze delle trasformazioni tecnologiche influenzano la transizione dallo spazio, sulla base dei confini e della separazione funzionale, allo spazio, la cui struttura è determinata dalle reti e dai flussi. Le interazioni sociali non sono più limitate ai termini spazio-temporali, diventando sempre più flessibili, il che ha un profondo impatto sulla pratica della progettazione architettonica e urbana.
Sulla base della ricerca teorica, in questo lavoro sono stati sviluppati gli scenari provocatori, che riflettono le possibili modalità di operare in un ambiente urbano. Questo vale sia per il caso della formazione di identità locale e spaziale, sia nel caso di costruzione dell'identità tramite l’informatizzazione delle pratiche sociali, che sono effettuate dai turisti e dai cittadini nell’ambiente urbano
Burglary risk assessment of buildings: a semi-quantitative method
Negli ultimi anni la questione della sicurezza urbana ha assunto una crescente importanza, mostrando una trasformazione le cui caratteristiche aiutano a definire la specificità di ogni città. La crescita dei reati, del tasso di criminalità e delle difficoltà economiche a livello globale, portano ad un incremento della domanda di sicurezza da parte dei cittadini, spesso rivolta ai diversi ambiti dell’amministrazione comunale, che hanno come obiettivo la tutela della vita quotidiana. Anche se le risorse spettanti alla sicurezza e alla polizia sono le prime ad essere tagliate in questa economia in continua contrazione, l'attuale turbolenza socio-economica richiede ancora maggiore concentrazione alle attività volte a garantire la sicurezza e l’applicazione della legge per mantenere la nostra proprietà, la popolazione, e le informazioni al sicuro. Data la situazione, la necessità di attuare nuove procedure basate su teorie innovative richiede un approccio diverso al problema della sicurezza urbana. In realtà, sulla base di una teoria chiamata "CPTED" (prevenzione del crimine attraverso la progettazione ambientale), è stato sviluppato un metodo di valutazione in grado di valutare il rischio della criminalità del quartiere urbano nella sua interezza. Il rischio di reato per un edificio è legato alla sua vulnerabilità (ossia presenza di punti deboli) e al pericolo (vale a dire il tasso di criminalità) di quel luogo. Il metodo proposto in questa ricerca mira a dare una valutazione oggettiva della vulnerabilità di effrazione di un edificio. Dopo una fase preliminare di impostazione del modello qualitativo basato sulla letteratura esistente e sulle ricerche svolte a livello internazionale, è stato affrontato uno studio statistico, analizzando dati raccolti tramite rilievi sul campo di pre-determinati parametri. Le aperture rappresentano l’elemento fondamentale di questa valutazione. Le loro caratteristiche, in particolar modo la loro relazione con ciò che sta loro di fronte, influenza la decisione di un potenziale ladro nel commettere o meno l’atto criminale. Tuttavia anche caratteristiche relative all’intera proprietà ed al quartiere devono essere prese in considerazione. Quindi, attraverso l’analisi qualitativa, è stata selezionata una lista di indicatori, divisi, poi, in tre gruppi differenti, sulla base della FEMA 452. Questi gruppi corrispondono a: caratteristiche legate al quartiere (contesto in cui l’edificio sorge), caratteristiche dell’intera proprietà (spazio immediatamente fuori l’edificio), e area all’interno dell’edificio (perimetro degli spazi interni). Lo studio quantitativo proposto è stato indirizzato sulla valutazione della terza linea di difesa, in cui le aperture rappresentano la parte più debole dell’involucro. Il modello di regressione logistica rivela come alcuni di questi indicatori hanno una maggiore influenza di altri nel risultato finale, estrapolando una relazione matematica tra l’apertura e la sua probabilità di essere effratta. Tuttavia, tale analisi rappresenta solo una parte di tutto il metodo di valutazione, ma necessaria per soppesare determinate voci. Di seguito, tutti gli edifici rilevati nell’indagine sono stati valutati con la procedura completa, cioè semi-quantitativa (valutazione qualitativa + coefficienti risultanti dall’analisi statistica), mostrando una buona relazione tra i risultati.
Complessivamente, il lavoro mira a sviluppare un metodo di valutazione applicabile ad edifici nuovi ed esistenti, e spazi urbani, sia nuovi che esistenti, focalizzandosi maggiormente sulla valutazione della vulnerabilità degli edifici, intesa come probabilità che gli stessi possano essere svaligiati, e fornendo un valore esatto di tale rischio. In primo luogo, crediamo che questo possa essere un valido strumento per trovare soluzioni di riqualificazione, sia a livello urbano che edilizio: un project manager ha la necessità di valutare gli spazi esistenti se essi presentano problemi di criminalità, così da pianificare un certo numero di azioni in grado di risolverli; poi, una mappatura generale della città che evidenzi le aree più vulnerabili, in cui a tutti i quartieri, e ai singoli edifici, viene assegnato un punteggio (valore di rischio), rappresenta il primo livello di conoscenza di un determinato contesto urbanistico su cui delle risorse dovranno essere razionalmente spese per far fronte a determinati problemi; inoltre, il fatto di stimare la probabilità di un edificio a subire un’effrazione, potrebbe essere una utile conoscenza da parte delle compagnie assicurative nella definizione del loro premio. Infine, se ne può prevedere l’utilizzo durante la fase di progettazione di un nuovo piano urbanistico od edilizio, a tutti i livelli, al fine di evidenziarne i punti deboli e risolverli prima dell’esecuzione del progetto, prendendo decisioni su come mitigare tali rischi; poi, seguendo gli esempi di Gran Bretagna e Olanda, per assegnare una sorta di certificazione di qualità agli edifici che possiedono buone caratteristiche di prevenzione