Marche Polytechnic University

ACUBO (Archivio Aperto di Ateneo)
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    1390 research outputs found

    Three essays on international trade and productivity

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    Strategie terapeutiche nelle malattie lisosomiali: attualità e prospettive

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    I nuovi accordi societari: il fenomeno spin-off

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    E’ opinione diffusa che i processi di costituzione di realtà spin-off rappresentino, ad oggi, una componente tutt’altro che secondaria del più ampio fenomeno di natalità imprenditoriale. Nonostante ciò, dal punto di vista giuridico, la tematica non ha mai suscitato rilevanti dibattiti né, del pari, sul punto si è sinora registrata una significativa produzione dottrinale, malgrado più d’una appaiano le problematiche ad essa sottese. Il presente studio, muovendo dalla consapevolezza che il fenomeno spin-off non può essere ricondotto a un unico modello interpretativo, è volto proprio all’analisi delle peculiarità delle principali tipologie di estrinsecazione della fattispecie: lo spin-off “da ricerca” e lo spin-off “aziendale”. Nella prima parte dell’elaborato, in tale chiave esegetica, si è ritenuto opportuno prendere in esame il processo di promozione e supporto del trasferimento tecnologico dal mondo universitario a quello produttivo attraverso la nascita di un’impresa spin-off, analizzando la scarna normativa di riferimento e osservando le dinamiche attraverso le quali l’ente universitario, ovvero taluni soggetti appartenenti a vario titolo all’universo accademico, possono direttamente trarre vantaggi e benefici dallo sfruttamento dei risultati della ricerca scientifica. Svolte brevi considerazioni sulla situazione italiana e, segnatamente, dell’Ateneo di Ancona, si è tentato di fornire una possibile soluzione interpretativa in relazione alle problematiche sottese al concetto di “imprenditorialità accademica”, nonché alle inevitabili distorsioni che si verrebbero a creare qualora l’attività di ricerca pubblica assumesse, quale parametro di riferimento esclusivo, il profitto. Esaminati, successivamente, i profili di criticità connessi alla potenziale insorgenza di conflitti di interessi fra ricercatore e università, in ipotesi di imprese non direttamente partecipate dall’ente, si è inteso analizzare lo spin-off aziendale. Nella seconda parte dell’elaborato, deputata all’esame delle prospettive applicative e dei risvolti giuridici connessi a tali processi di gemmazione, convenzionalmente riconducibili al procedimento di scissione societaria c.d. “parziale” ex artt. 2506 ss. c.c., sono difatti state svolte talune considerazioni in ordine al peculiare profilo oggettivo e causale assunto in tali casi dal contratto sociale, funzionalmente preordinato allo sviluppo del quid novi posto a fondamento dell’intera operazione. Infine, ma non da ultimo, nell’ottica di un progressivo superamento del binomio “crisi – cessazione” di impresa, peraltro inequivocabilmente recepita anche dal legislatore, è parso il caso di riflettere sulle eventuali venture applicazioni dello spin-off aziendale a guisa di rimedio solutorio, tanto in via giudiziale quanto stragiudiziale, per la crisi economica e gestionale di una realtà imprenditoriale

    Studio delle caratteristiche funzionali degli anticorpi anti-recettore PDGF presenti nel siero di pazienti affetti da sclerodermia

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    La Sclerodermia è una malattia sistemica caratterizzata da fibrosi cutanea e degli organi viscerali. I fibroblasti sono le cellule responsabili, anche in presenza di piccole quantità di siero, quindi di fattori di crescita, della produzione di notevoli quantità di proteine della matrice extracellulare, come collagene I e III. L’attivazione di tali cellule è sostenuta da una elevata produzione di radicali liberi in grado di aumentare la loro capacità sia di proliferare che di sintetizzare collageno. La produzione di radicali liberi dell’ossigeno avviene mediante un circuito intracellulare che si automantiene, indipendentemente da stimoli esterni, e che passa attraverso l’attivazione selettiva e sequenziale di Ha-ras, ERK 1-2, NADPH ossidasi, spiegando in tal modo la persistente attivazione di queste cellule in vitro e probabilmente anche in vivo. Il nostro gruppo di lavoro ha recentemente dimostrato nel siero di pazienti sclerodermici la presenza di autoanticorpi (immunoglobuline G purificate) diretti contro il Recettore del Platelet Derived Growth Factor (PDGFR), i quali hanno la capacità di convertire, in vitro, i fibroblasti normali in cellule sclerodermiche, caratterizzate da eccessiva produzione di Specie Reattive dell'Ossigeno (ROS), da danno del DNA e da aumento della trascrizione dei geni del collageno. Tali autoanticorpi non hanno alcun effetto biologico su fibroblasti privi del PDGFR e sono specifici della sclerodermia non essendo presenti nel siero di soggetti normali né in quello di pazienti affetti da fenomeno di Raynaud primario o da altre malattie del connettivo. Scopo del lavoro di questa tesi è stata la valutazione dell’ attività biologica, in vitro, degli autoanticorpi contro il PDGFR in una più ampia coorte di pazienti e di controlli sani, mediante un test funzionale basato sulla capacità delle IgG isolate da sangue periferico di stimolare la produzione di ROS in cellule embrionali murine che esprimono il PDGFRα (Fα), in presenza o assenza di specifici inibitori, e non in cellule knock down per tale recettore (F-/-). Mediante l’utilizzo di funzioni statistiche specifiche per saggi diagnostici abbiamo stabilito i criteri di sensibilità e di specificità da seguire per la corretta esecuzione del test. La nostra attenzione si è poi focalizzata sull’analisi degli eventi molecolari intracellulari chiave in seguito al legame IgG SSc-PDGFR. METODI: Abbiamo analizzato 82 soggetti affetti da sclerodermia e 60 controlli sani. Le IgG totali sono state purificate dal siero mediante cromatografia su colonna con proteina A/G, seguita da cromatografia ad esclusione molecolare. La purezza delle preparazione è stata poi valutata mediante colorazione con blu di Coomassie ed immunoblotting con anticorpi specifici. L’attività biologica delle IgG in termini di produzione di ROS intracellulari è stata determinata mediante saggio funzionale, sulle due linee cellulari Fα ed F-/-, dopo incubazione con 2’-7’-dichlorofluorescein diacetate (DCHF-DA). Il PDGF ricombinante è stato utilizzato come controllo positivo. È stata costruita una curva ROC, in base alla specificità e sensibilità del test, per determinare il valore di cut-off ideale in grado di discriminare i malati dai controlli sani. L’attivazione del recettore da parte del PDGF (ligando naturale) e delle IgG è stata monitorata immunoprecipitando il lisato cellulare con anticorpo specifico anti PDGFRα ed analizzato mediante western blot con anticorpo anti fosfotirosina. Lo studio dell’interazione tra recettore del PDGF e sistema della NADPH ossidasi è stata valutata con immunoprecipitazioni con anticorpi anti PDGFRa, gp91phox, e anti Ha-Ras. Per la localizzazione del complesso a livello di membrana abbiamo pretrattato le cellule con β-ciclodestrina, depletandole dal colesterolo, e valutata la fosforilazione della tirosina e l’attivazione del signalling con western blot. RISULTATI: I livelli di ROS indotti dalle immunoglobuline isolate dai pazienti è statisticamente maggiore rispetto a quelli indotti dalle Ig isolate da controlli normali (p<0.0001). La curva ROC ci ha permesso di stabilire un valore di cut-off ideale pari a 50.2 (corrispondente al 89% di sensibilità e il 91% di specificità). Livelli di ROS statisticamente maggiori sono risultati nella popolazione con variante diffusa della Sclerodermia rispetto a quelli con variante limitata. Le IgG SSC sono in grado di immunoprecipitare oltre al PDGFR anche la sub unità gp91phox del sistema della NADPH ossidasi. Gli anticorpi anti recettore del PDGF stabilizzano il legame recettore-gp91phox formando un complesso attivo a livello di membrana. L’interazione delle tre componenti avviene a livello dei lipids raft della membrana plasmatica. I lipidi lo proteggono dall’azione delle le fosfatasi favorendo una persistente produzione di ROS. CONCLUSIONI: La scoperta, nel siero di pazienti affetti da Sclerosi Sistemica, di anticorpi anti-PDGFR funzionalmente attivi ha fatto compiere enormi progressi nella comprensione dei meccanismi eziopatologici alla base della malattia, che restano tuttavia intenso oggetto di studio. Questi autoanticorpi rivestono un ruolo cruciale nella patogenesi della Sclerodermia e per questa ragione rappresentano un marker specifico ed un potenziale target terapeutico. Ad oggi il test biologico risulta essere il principale strumento attraverso cui poter determinare od escludere la presenza di questi autoanticorpi nel siero

    The impact of R&D offshoring in emerging countries on home knowledge creation of oecd investing regions

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    Questa tesi si propone di analizzare l’impatto degli investimenti offshoring in R&S nei paesi emergenti sulla creazione di conoscenza nelle regioni OCSE da cui l’investimento ha origine. Con il termine offshoring ci riferiamo alla localizzazione di attività all’estero e pertanto offshoring è sinonimo di internazionalizzazione. La conoscenza è un importante input alla creazione di valore economico. Le regioni sono la dimensione ideale nelle quali la conoscenza viene condivisa tra innovatori, stimolando così l'innovazione tecnologica e la crescita economica. Tuttavia, le organizzazioni cercano nuove conoscenze non solo localmente ma anche e sempre più all’estero. A tal fine, le imprese multinazionali fungono da veicolo di trasmissione della conoscenza da un luogo all'altro, in quanto disperdono geograficamente le loro attività per sfruttare i diversi vantaggi localizzativi che possono essere trasferiti dalle sussidiarie alla casa madre. La casa madre, essendo parte della rete innovativa locale nella regione dove ha la sede, diffonde la conoscenza acquisita all’estero nel sistema regionale d’innovazione. La letteratura esistente ha poco studiato gli effetti degli IDE di R&S sulla capacità di innovazione a casa e gli studi esistenti quasi esclusivamente si occupano di tali effetti a livello di impresa. Inoltre, la letteratura sull’approvvigionamento internazionale di conoscenza è quasi esclusivamente rivolta ai paesi avanzati, mentre i pochi investimenti in R&S nei paesi emergenti sono stati motivati con il sostegno alle strutture di produzione, con scarsa creazione di nuova conoscenza che le affiliate trasferiscono alla casa madre. Tuttavia, dai primi anni 2000, gli investimenti di R&S nelle economie emergenti da parte delle imprese multinazionali dei paesi avanzati sono aumentati drasticamente. Mentre le economie emergenti sviluppano capacità tecnologiche, esse diventano attraenti per le imprese estere. Pertanto, l’approvvigionamento internazionale di conoscenza può avvenire anche nei paesi emergenti. Questa tesi intende colmare l’attuale gap nella letteratura sull’approvvigionamento internazionale di conoscenza analizzando l’impatto degli investimenti R&S nei paesi emergenti sulla capacità innovativa nelle regioni da cui l’investimento ha origine. Le domande di ricerca a cui intende rispondere questa tesi sono: 1) come gli investimenti in R&S in diverse tecnologie nei paesi emergenti influenzano la creazione di conoscenza nelle regioni OCSE da cui l’investimento ha origine? 2) Quali attività di R&S a diverso valore aggiunto in diverse tecnologie nei paesi emergenti influenzano la creazione di conoscenza nelle regioni OCSE da cui l’investimento ha origine? Come la dispersione geografica delle attività di R&S nei paesi asiatici emergenti influenza la creazione di conoscenza nelle regioni OCSE da cui l’investimento ha origine? Questa tesi adotta un livello di analisi regionale poiché l’innovazione tecnologica è il risultato delle interazioni di diversi attori del territorio. I paesi destinatari sono economie emergenti che hanno ricevuto la maggior parte degli investimenti di R&S fra i paesi non OCSE dai primi anni 2000, ossia Brasile, Russia, India, Cina, Singapore e Taiwan. Si ipotizza che gli effetti di complementarietà delle attività di R&S sulla creazione di conoscenza a casa dipendono dalla natura della conoscenza della R&S estera e dalle capacità tecnologiche dei paesi ospitanti. In particolare, per quanto riguarda la prima domanda di ricerca, la nostra analisi mostra che la R&S nazionale e la R&S estera sono complementari nella creazione di conoscenza nelle regioni OCSE quando la conoscenza è semplice da trasferire geograficamente, cioè quando l’investimento di R&S avviene in tecnologie meno complesse (cioè a media intensità tecnologica) ed è relativo a tecnologie modulari (cioè i servizi ad alta intensità di conoscenza). Riguardo alla seconda domanda di ricerca, i nostri risultati mostrano che la R&S nazionale e la R&S estera sono complementari quando l’attività di R&S estera attiene allo sviluppo a media intensità tecnologica e all’adattamento nei servizi ad alta intensità di conoscenza. Per rispondere alla terza domanda di ricerca, l’analisi si focalizza su Cina, India, Singapore e Taiwan che sono i quattro maggiori destinatari non OCSE di investimenti R&S, hanno diversi livelli di sviluppo tecnologico e si trovano in un’area geografica delimitata. Al tal proposito, questa tesi mostra che le regioni OCSE beneficiano di sinergie d’innovazione quando gli investimenti esteri in R&S avvengono sia nelle tecnologie a media intensità tecnologica sia nei servizi ad alta intensità di conoscenza, e quando gli investimenti in R&S nelle tecnologie a media intensità tecnologica sono legate a conoscenze più complesse (ossia le alte tecnologie) se i paesi beneficiari hanno specifici vantaggi tecnologici. Questa tesi cerca di contribuire alla letteratura sull’approvvigionamento internazionale di conoscenza in quanto i paesi emergenti sono diventati mete preziose per investimenti in cerca di conoscenza nelle tecnologie che sono più facili da trasferire e per le quali i paesi emergenti hanno sviluppato determinate capacità tecnologiche. Questi risultati implicano che le politiche regionali dovrebbero favorire l'acquisizione di conoscenze nei paesi emergenti da parte delle proprie imprese multinazionali perché ciò può avere effetti positivi sulla creazione di nuova conoscenza nelle regioni. I governi regionali dovrebbero promuovere investimenti locali in capitale umano, infrastrutture e mezzi di comunicazione informatici e tecnologici che possano aiutare le regioni a far parte dell’economia globale per sfruttare i vantaggi di territori geograficamente dispersi

    Agent-based modeling for wealth and income distributions

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    Le distribuzioni empiriche di reddito e ricchezza vengono riprodotte per mezzo di modelli agent-based e vengono analizzate attraverso simulazioni al computer e metodi quantitativi presi dalla fisica statistica. La dissertazione è organizzata come segue. Nel primo capitolo viene presentata una rassegna sugli sviluppi degli studi empirici e teorici relativi alle distribuzioni di ricchezza e reddito, così come le interconnesioni tra economia ed econofisica, con speciale riferimento all'ascesa dell'approccio modellistico agent-based. Sulla scorta di queste in- formazioni, il nostro obiettivo è quello di spiegare la forma della distribuzione di reddito e ricchezza sulla base di forti interazioni fra agenti. Nel secondo capitolo si ipotizza che ricchezza e reddito possano essere misurati in termini monetari. Tenendo ciò a mente, vengono proposti due semplici modelli statistici ottenuti apportando delle modifiche ai modelli di scambio casuale con debito. Questi modelli presentano distribuzioni per la ricchezza che seguono leggi di Laplace o Subbotin, che potrebbero essere in grado di predire la forma della parte centrale della distribuzione della ricchezza empiricamente osservata. Il terzo capitolo indaga l'aspetto della distribuzione del reddito all'interno di un modello stocastico a due fattori. Questo semplice modello replica la particolare forma della distribuzione del reddito - una distribuzione esponen- ziale con coda iperbolica - che emerge dai dati empirici relativi al pagamento dell'imposta sul reddito; inoltre, esso mostra la caratteristica che ha il reddito della classe più ricca di essere altamente dinamico e di fuori equilibrio. Co- erente con i risultati delle simulazioni, la soluzione stazionaria dell'equazione di Fokker-Plank utilizzata per descrivere il processo dinamico implica, una volta corredata delle ipotesi additiva e moltiplicativa, la stesso tipo di dis- tribuzione. Nel quarto capitolo, per evitare assunzioni arbitrarie, viene proposto un modello complesso e adattivo (CAS) scegliendo regole di comportamento per gli agenti in linea con l'evidenza economica. Le distribuzioni di reddito e ricchezza, ottenute dalle simulazioni come caratteristiche emergenti di un sistema complesso e adattivo di agenti interagenti, mostrano una forma simile a quella delle loro controparti empiriche, le quali possono essere descritte dalla statistica ·-generalizzata come recentemente emerso da dati campionari relativi al reddito personale. Inoltre, una stima empirica della distribuzione ·-generalizzata viene effettuata sui risultati delle simulazioni, confermando la nostra intuizione sull'affidabilitµa del modello CAS proposto. Infine, nell'ultimo capitolo tiriamo le conclusioni, lasciando a studi futuri il compito di implementare questi meccanismi in un modello dinamico più realistico

    Innovative BFN architectures, array analysis and design methods for space and terrestrial applications

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    La presente Tesi, sviluppata in collaborazione con il Centro Europeo di Ricerca e Tecnologia Spaziale dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA/ESTEC, Noordwijk, Paesi Bassi), è incentrata sulla progettazione di innovative reti di beam-forming (BFN) e sullo sviluppo di efficienti strategie di analisi e sintesi di array di antenne per applicazioni spaziali e terrestri. In particolare, tre diverse aree di ricerca sono oggetto di analisi. La prima di queste riguarda la definizione di una procedura di design di BFN per applicazioni di tipo Limited Field of View (LFOV) e Multi-Beam (MB). Tipiche applicazioni di tipo LFOV sono quelle che richiedono la scansione di regioni limitate di spazio con fasci di radiazione ad elevato guadagno. Rientrano in queste applicazioni sistemi radar e di comunicazione satellitari, sistemi radar terrestri, sistemi di pilotaggio di armi, ecc… Tipiche applicazioni MB sono, invece, quelle che richiedono la generazione di un elevato numero di fasci di radiazione al fine di realizzare coperture che implementino schemi di riutilizzo della frequenza e che consentano di incrementare il throughput di sistemi a banda limitata. Classici esempi in questo senso sono rappresentati dai moderni sistemi di comunicazione satellitare. La BFN proposta, correntemente in fase di brevettazione, è impiegabile per l’alimentazione di array di antenne sia in configurazione Direct Radiating Array (DRA), sia in configurazione riflettore alimentato da array di antenne (Array-Fed Reflector - AFR) ed è implementabile in maniera analogica, digitale, o ibrida. L’architettura è basata sulla Tecnica dei Sub-Array Sovrapposti (Overlapped Sub-Array Technique) e consente una considerevole riduzione nel numero di controlli attivi (amplificatori, attenuatori variabili, phase shifter variabili - pensando ad una architettura analogica, o moltiplicatori complessi, convertitori analogico digitali, ecc… - facendo riferimento ad una implementazione digitale). Ne consegue una notevole riduzione in termini di costo, peso e complessità globale del sistema. Caratteristiche fondamentali di questa architettura sono rappresentate dall’elevata efficienza in potenza (requisito fondamentale per applicazioni satellitari di tipo on-board, data la scarsità di risorse di energia a bordo del satellite), dalla sua bassa complessità realizzativa e dalle sue elevate flessibilità e riconfigurabilità. In questa sezione della Tesi vengono illustrati anche miglioramenti apportati a BFN esistenti (e.g., Skobelev Network), a procedure di sintesi di array sovrapposti (e.g., ‘fasci di radiazione massimamente piatti’, introdotti da Ksienski) e viene infine introdotta una nuova classe di codici polifase (codici PAT). Tali sequenze sono usate come eccitazioni per i sub-array costituenti la BFN in fase di brevettazione, ma possono essere utilizzate anche come codici a sé stanti per tecniche di sincronizzazione e di Pulse Compression. La seconda area di ricerca trattata riguarda lo sviluppo di innovativi metodi di analisi e sintesi di array di antenne a slot di grandi dimensioni, sia di tipo slotted waveguide, sia alimentati da microstrisce/stripline. In particolare, viene sviluppata una procedura di segmentazione dell’array in due parti: una interna, costituita dalla circuiteria di alimentazione (in guida d’onda - considerando slotted waveguide, o in microstriscia/stripline - considerando array di slot alimentati in microstriscia/stripline) e una esterna, costituita dal piano metallico, dove sono presenti le slot, e dallo spazio sovrastante, dove avviene la radiazione. Le due parti sono connesse tra loro attraverso i modi accessibili di guide d’onda aventi lunghezza pari allo spessore del front-plate metallico dove sono adagiate le slot e sezione trasversale coincidente con quella delle slot stesse. Tale procedura, che utilizza rappresentazioni circuitali in termini di matrici di ammettenza generalizzata (Generalized Admittance Matrixes - GAMs), permette di combinare l’efficienza di simulatori elettromagnetici full-wave, utilizzati per l’analisi della parte interna, con l’efficienza di analisi basate sul Metodo dei Momenti, impiegate nella parte esterna. In tale maniera è possibile modellizzare in maniera accurata anche l’accoppiamento elettromagnetico radiativo tra le slot. Appropriate strategie per la riduzione dell’onere computazionale richiesto sono inoltre introdotte e analizzate in questa parte. La terza area di ricerca è incentrata sullo studio di efficienti metodi di alimentazione di array di antenne omnidirezionali per applicazioni di tipo Spatial Power Combining. E’ infatti noto che, ad elevate frequenze, la combinazione di più dispositivi in regime guidato (e.g., attraverso linee di trasmissione) al fine di ottenere sorgenti ad elevata potenza è fortemente limitata dalle perdite ohmiche delle strutture guidanti. Per questo motivo si ricorre alla combinazione di potenza in regime radiativo. Risultati conseguiti impiegando i codici PAT come sequenze di eccitazione per array lineari e planari sono riportati in questa sezione

    Reduction of EEG Theta power (4-10 Hz) in rats treated with ceftriaxone

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    Il trasportatore del glutammato GLT-1 e’ responsabile della ricaptazione di glutammato rilasciato a livello sinaptico. Grazie alla sua azione, il glutammato extracellulare e’ tenuto a bassi livelli di concentrazione, evitando fenomeni patologici di eccitotossicita’. Per questa ragione, GLT-1 e’ coinvolto nella patogenesi di numerose malattie. Recentemente e’ stato dimostrato che e’ possibile incrementare l’espressione di GLT-1 somministrando il ceftriaxone (CEF), un comune antibiotico. Recenti studi hanno rivelato che la somministrazione di CEF e’ in grado di alterare l’elaborazione dell’infromazione nervosa e la plasticita’ sinaptica. Date queste premesse, ipotiziamo che il CEF, aumentando l’espressione di GLT-1, alteri l’attivita’ di ampie popolazioni di neuroni. Per dimostrare questo, ci siamo avvalsi di studi elettroncefalografici (EEG), misurando differenze quantitative della potenza dello spettro del segnale EEG prima e dopo il trattamento con CEF. Inoltre abbiamo valutato se le alterazioni EEG si associavano ad alcuni aspetti comportamentali. Per fare questo, abbiamo registrato l’EEG dale cortecce frontali e parietali di ratto, abbiamo inoltre registrato l’EMG ed abbiamo video registrato gli animali. Infine abbiamo studiato l’andamento nel tempo della potenza dello spettro e dell’ativita’motoria per mezzo dell’analisi EMG e delle registrazioni video. Abbiamo scoperto che il CEF riduce la potenza del segnale nelle frequenze theta con un picco a 7-9 Hz e che incrmenta l’attivita’ locomotoria degli animali. Queste alterazioni mostravano un andamento temporale sovrapponibile, indicando un possibile legame tra le alterazioni EEG e l’aumento dell’attivita’ locomotoria. Inoltre, i dati presentati suggeriscono che il CEF e’ in grado di alterare, attraverso la modulazione della trasmissione glutammatergica, l’attivita’ di ampie popolazioni di neuroni

    Studio dell'efficienza smorzante delle vibrazioni di giunti di collegamento tra strutture all'interno di civili abitazioni

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    L’attività di ricerca svolta ha riguardato lo studio e la misura in opera della propagazione di rumore aereo e vibrazionale attraverso componenti edilizi e giunti strutturali. Il parametro che descrive l’attenuazione della potenza vibratoria attraverso un giunto tra elementi strutturali è l’indice di riduzione delle vibrazioni, indicato con Kij. Tale parametro è rappresentativo della capacità smorzante di un giunto sottoposto a vibrazione e quindi permette di quantificare i contributi dati delle vie di propagazione laterali nella trasmissione di energia sonora da un ambiente emittente ad uno ricevente non disconnesso. La conoscenza di tale parametro è richiesta dai modelli di calcolo previsionali dettagliati standardizzati nelle normative UNI. Da uno studio normativo si è notata un’incertezza sulla possibilità di misurare le propagazioni strutturali per giunti che non siano in condizioni standardizzate di laboratorio. In particolare la norma UNI EN 12354-1 definisce “probabilmente utilizzabili” in opera le metodologie standardizzate di laboratorio. Lo scopo principale della ricerca è stato quindi quello di valutare se, anche in condizioni non controllate come in un reale cantiere, possono essere utilizzate le metodologie di laboratorio proposte per la misura della trasmissione del rumore per via strutturale al fine di valutare la corrispondenza tra modelli teorici previsionali e valori sperimentali. Il parametro Kij in un giunto dipende dalla differenza dei livelli vibrazionali di un elemento eccitato e di quello connesso, che va standardizzata in base a grandezze geometriche ed al modo di vibrare dei due elementi (attraverso il parametro tempo di riverberazione strutturale). Si è scelto di creare un database dei parametri di interesse da utilizzare per prove sperimentali future in quanto non presenti in bibliografia tecnica. Dalle prove effettuate è risultato che la trasmissione strutturale vibrazionale di un giunto varia in funzione delle caratteristiche geometriche e strutturali delle costruzioni tra loro connesse ed è inversamente proporzionale al rapporto delle masse. Tale comportamento, comunque considerato nei modelli di calcolo previsionali dettagliati e semplificati, è stato quindi studiato nel dettaglio. Le campagne di misura effettuate dimostrano comunque che i risultati ottenibili da prove in opera dipendono fortemente dalle posizioni di acquisizione e di eccitazione degli elementi e dalle condizioni di realizzazioni delle strutture testate (compresi i rivestimenti). Durante la ricerca si è inoltre misurato il parametro L’n,w (livello di rumore di calpestio di solai normalizzato) attraverso misure vibrazionali. Si sono svolte campagne di misura su diverse tipologie costruttive misurando il parametro L’n,w sia attraverso prove convenzionali con fonometro, sia attraverso misure accelerometriche. Dal confronto effettuato si è notata l’ottima corrispondenza dei valori misurati con le due diverse metodologie, ottenendo un’incertezza accettabile (comunque inferiore ai 3 dB). Tale parte della ricerca dimostra che, per diverse tipologie costruttive, è possibile misurare il parametro L’n,w anche da prove esclusivamente vibrazionali. Ciò permette di effettuare controlli e verifiche sulla prestazione acustica del solaio anche in corso d’opera, senza aspettare che l’ambiente ricevente sia completo e provvisto di porte, finestre. Dai risultati sperimentali ottenuti nelle varie parti della ricerca si è notato che i contributi degli elementi laterali assumono valori non trascurabili per le diverse tipologie costruttive (in particolar modo quando l’elemento “sorgente” è molto massivo rispetto a quelli laterali). Si evince inoltre una buona rispondenza dei valori misurati in opera con quelli calcolati in base ai modelli previsionali normativi. Concludendo si può affermare che per applicazioni comuni e non di ricerca vanno preferiti modelli di calcolo semplificati, rivelatisi sufficientemente affidabili e più facilmente utilizzabili rispetto a modelli dettagliati. Quest’ultimi richiedono dati di input difficilmente trovabili in bibliografia tecnica o addirittura ottenibili da sole prove di laboratorio e non sempre hanno dato risultati più corretti

    Energy efficient design of roofs: experimental and analytical evaluation of "overinsulated" roofs under hot and temperature climates

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    La presente Tesi di Dottorato nasce nell’ambito di una ricerca cofinanziata dall’Azienda Monier SpA e dal Dipartimento di Architettura Costruzioni e Strutture dell’Università Politecnica delle Marche, con l’obiettivo di valutare, sperimentalmente e analiticamente, le prestazioni termiche di coperture, progettate secondo le recenti disposizioni normative italiane in materia di risparmio energetico degli edifici. In particolare, il lavoro ha cercato di comprendere quali fossero le conseguenze dell’impiego di sistemi di copertura caratterizzati da livelli di trasmittanza particolarmente performanti, anche in contesti climatici caldi e temperati, e quali strategie alternative di raffrescamento passivo in copertura potessero assicurare un contributo altresì efficace per il contenimento dei consumi energetici e la garanzia della qualità ambientale degli edifici. A tal scopo, si è seguito un iter classico di ricerca, comprendente delle attività sperimentali su modelli a scala reale e su prototipi in laboratorio, e delle attività di analisi parametrica su un modello analitico sviluppato ad hoc. Durante la fase sperimentale, si sono predisposti e condotti diversi monitoraggi su sette configurazioni di copertura di un edificio a scala reale costruito ad Agugliano (Ancona). Le diverse coperture, “iperisolate” secondo le attuali prescrizioni normative sull’involucro, si differenziano per tipologia di solaio (ligneo o in laterocemento), per presenza e altezza dell’intercapedine di ventilazione (0-3-6 cm), per tipologia di manto (rame o laterizio), per presenza di una barriera radiante all’estradosso dell’isolante. I rilievi, effettuati sia in fase invernale che in fase estiva, a edificio climatizzato o meno, nel corso degli anni dal 2008 al 2010, hanno permesso di ottenere grandezze termiche e cinematiche in stratigrafia, grandezze climatiche esterne e condizioni ambientali interne all’edificio. I dati sono stati interpretati al fine di valutare la prestazione dei diversi sistemi di copertura. Collateralmente ai monitoraggi sull’edificio, si sono inoltre svolte delle sperimentazioni in laboratorio, finalizzate all’approfondimento di alcune tecnologie specifiche, in vista di una più corretta interpretazione dei dati di monitoraggio: prove per la valutazione dell’entità della ventilazione per permeabilità del manto e prove per la valutazione delle prestazioni termiche di isolanti riflettenti. I risultati delle sperimentazioni sono inoltre stati utilizzati per ottenere correlazioni empiriche o statistiche tra grandezze termiche derivate e grandezze climatiche esterne, con cui implementare e validare un modello semi-empirico, basato sull’analogia con le reti resistive – capacitive elettriche, per il calcolo energetico di coperture ventilate nel nostro contesto climatico. Con il modello si sono quindi condotte analisi parametriche per indagare la prestazione termica di coperture al variare di tecnologie costruttive (trasmittanza termica dell’isolante, presenza o meno di barriera radiante, solaio leggero o massivo), e al fine dunque di estendere i risultati sperimentali già ottenuti. In caso di coperture per le quali si imponga il rispetto dei limiti normativi di trasmittanza termica periodica e stazionaria per la zona climatica D (la zona di Ancona), i principali risultati sperimentali ed analitici ottenuti dimostrano come l’”iperisolamento” tenda ad “appiattire” le differenze tra le varie soluzioni costruttive, determinando modesti flussi termici entranti all’interno dell’edifico, ma non sempre garantendo adeguate condizioni di confort ambientale interno (“effetto scatola”). Inoltre, l’elevata resistenza termica fa sì che gli strati del pacchetto superiore della copertura (superficie dell’isolante, intercapedine ventilata, manto) raggiungano temperature molto elevate per il fenomeno del “disaccoppiamento termico” dell’isolante, con conseguenti problemi di durabilità dei materiali e di prestazione dei componenti stessi. Nonostante le modeste velocità dell’aria rilevate nelle intercapedini sottomanto, si è confermato come la ventilazione, realizzata anche solo attraverso l’utilizzo di manti permeabili all’aria e dalle moderate proprietà radiative, sia una strategia assolutamente efficace per il raffrescamento passivo della copertura, tuttavia investire su elevate intercapedini, in accordo con la teoria classica di ventilazione, risulta poco rilevante. L'uso della massa termica nei solai si rivela una strategia molto performante, sia in termini di riduzione di energia entrante in fase estiva (fino al 19% in meno), sia per il risparmio energetico connesso alla sua risposta dinamica ai carichi termici interni in fase invernale. La combinazione di queste strategie con una barriera radiante sovrapposta all’isolante dà invece un beneficio trascurabile se le coperture sono già fortemente isolate. Dati questi risultati, si è tentato di definire delle soluzioni costruttive “equivalenti” in termini di prestazione termica, che siano adeguate al nostro contesto climatico e che sappiano anche rileggere elementi costruttivi della tradizione. La ricerca si conclude con una rivisitazione delle attuali prescrizioni normative in chiave maggiormente “prestazionale”, e meno “prescrittiva”, e suggerendo soluzioni costruttive alternative all’“iperisolamento” dell’involucro, nei climi più caldi e temperati del nostro paese

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