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Enti no profit religiosi e ordinamento tributario. Profili strutturali e teleologici.
Il presente contributo si prefigge di esaminare l’ente giuridico “ecclesiastico” (la cui nozione – si evidenzi - appartiene all’ordinamento statuale), organizzazione collettiva tradizionalmente problematica da inquadrare nel diritto positivo (tanto che l’orientamento prevalente parla di tertium genus) e comunque in ogni caso riferibile ad una confessione religiosa. Esso, ove possieda determinati requisiti (appartenenza confessionale; sede in Italia; fine di religione e di culto), può ottenere, secondo diverse forme procedimentali, il c.d. riconoscimento della personalità giuridica “agli effetti civili”, personalità che si aggiunge a quella che il soggetto già eventualmente possiede per l'ordinamento CANONICO cui appartiene; in tal caso, il particolare regime giuridico deriva dalla combinazione di tre gruppi di norme, quelle statali di carattere generale previste per le persone giuridiche, quelle statali specialmente dettate sulla base di specifiche intese o accordi, quelle dell’ordinamento confessionale di appartenenza. Persegue istituzionalmente finalità di religione e di culto (finalità che devono essere costitutive ed essenziali), ma, sulla base di un principio di derivazione concordataria con la Chiesa cattolica o comunque stabilito bilateralmente con le confessioni munite di Intesa, può realizzare anche attività diverse (c.d. profane, secolari) e quindi no profit, in riferimento alle quali non esiste un regime particolare, ma è sancito che esse “sono soggette, nel rispetto della struttura e della finalità di tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario previsto per le medesime”. Grazie anche alle garanzie riconosciute dal principio “supremo” della laicità dello Stato e dalla costituzionalizzazione della c.d. sussidiarietà orizzontale, l’ente ecclesiastico ha assunto un indiscusso ruolo svolto, in particolare, nei campi dell’assistenza sanitaria ospedaliera (c.d. sanità confessionale), dell’istruzione, dell’assistenza e può farsi imprenditore commerciale (ma deve pur sempre agire con il criterio di economicità e perseguire il no distribution constraint) ed essere dunque assoggettato alla disciplina di diritto comune in materia di fallimento, nonché in materia di responsabilità amministrativa degli enti. \ud
Dal punto di vista fiscale è considerato iuris et de iure “ente non commerciale di diritto” (e ciò anche nel caso in cui eserciti attività di natura commerciale) e gli è riconosciuto il beneficio di numerose agevolazioni di natura fiscale, in particolare, in base alla equiparazione (sancita dall’art. 7.3 dell’Accordo di Villa Madama e da norme analoghe previste nelle leggi di approvazione delle Intese) tra attività dirette ai fini di religione o di culto ed attività aventi fine di beneficenza o di istruzione. Al riguardo, è stata esaminata, tra l’atro, la nota querelle sorta in relazione all’esenzione prevista prima per l’ICI e poi per l’IMU. Non può peraltro sottacersi che la costituzione di false associazioni religiose, al fine di ottenere agevolazioni tributarie, è risultata e risulta una delle tecniche maggiormente utilizzate per eludere la normativa fiscale.\ud
Va infine evidenziato che con l’introduzione, nell’ultimo quindicennio, ad opera del legislatore statuale di vari e nuovi modelli di riferimento (cfr., in particolare, il provvedimento istitutivo delle Onlus, quello in materia di impresa sociale, ed anche, quello istitutivo delle associazioni di promozione sociale con finalità etiche e spirituali), la categoria giuridica ente ecclesiastico civilmente riconosciuto, come detto caratterizzata da aspetti particolarmente complessi in ragione di specifiche peculiarità strutturali e teleologiche, pur costituendo (ancora) il presupposto per la realizzazione di nuovi modelli, sembra in evidente crisi di identità; con il rischio di una destrutturazione normativa della fattispecie, in quanto in diverse circostanze si costituisce un ente ecclesiastico già in funzione di quello che sarà; non più per quello che rappresenta o per le attività di cui è espressione, ma in relazione alle forme di finanziamento o alle agevolazioni tributarie collegate alla scelta dell’uno o dell’altro modello associativo.\ud
In tale contesto, si assiste peraltro ad un ruolo di assoluta estraneità dell’autorità ecclesiastica con la scomparsa della funzione di garanzia che l’autorità confessionale assume invece con la qualifica di “ente civilmente riconosciuto”. \ud
Risultano dunque evidenti le difficoltà normative per l’interprete, dettate da molteplicità di implicazioni giuridiche e da provvedimenti privi di norme di coordinamento e risulta altrettanto “cristallino” il travalicamento dei confini del diritto ecclesiastico
Studio percettivo e cognitivo del gioco del rugby. Proposte applicative e di ricerca.
Introduzione: Nel mondo sportivo sta rivestendo sempre più importanza la formazione degli allenatori/educatori giovanili su diverse tematiche. Laddove le tecniche si allenamento fisico sono ormai note così come quelle di allenamento tecnico-tattico, emerge la necessità di indagare altre componenti salienti per raggiungere la migliore prestazione. Proprio per questo, le Federazioni di molte discipline sportive hanno incominciato a valutare l’apporto di discipline come la psicologia sociale, psicopedagogica e cognitiva, alla crescita degli allenatori e degli atleti stessi, in quanto in grado di mettere in luce aspetti fondamentali quali quelli percettivi, cognitivi e comunicativi presenti nelle diverse discipline e funzionali alla prestazione un determinato sport.\ud
Obiettivo: Il progetto di dottorato propone una nuova linea di pensiero che si prefigge di riscoprire e valorizzare il ruolo degli aspetti percettivi e cognitivi nell’apprendimento e nell’esecuzione del gioco del rugby. Tali informazioni possono risultare importanti per la formazione degli allenatori e di riflesso quella dei giocatori che si ritroverebbero ad integrare indicazioni e metodi di lavoro dedicati alla comprensione percettivo-cognitiva del loro sport specifico. Nel gioco del rugby questi aspetti acquistano un immenso valore considerando che viene definito uno “sport di situazione”, che richiede cioè una continua riorganizzazione (percettiva, motoria e tecnica) che sottende alla comprensione del dialogo “attacco/difesa”, caratterizzante il gioco stesso. Ogni giocatore dovrà comprendere singolarmente, ma in funzione della squadra, alcuni elementi di base, che gli permettano di fare la cosa giusta nel momento giusto, domandandosi: chi sono? (attacco o difesa); dove sono? (posizione nel campo, dentro/fuori area dei 22 m); cosa faccio? (avanzo e sostengo per fare meta se sono in attacco; avanzo per recuperare il pallone e fare meta se sono in difesa); come lo faccio? (gesto tecnico specifico: passaggio o placcaggio). Questa presa di decisione comportamentale/motoria, che avviene con il pallone in mano, cioè durante il gioco stesso, è definita atto tattico, ed è composto di attività percettive e cognitive, quali: vedere, riconoscere (localizzazione), elaborare, decidere e agire. I giocatori devono riconoscere ed eseguire, tali attività, in una situazione spazio/tempo molto limitata e variabile a causa della presenza in campo dell’altra squadra che impone una rapida presa di decisione sul da farsi.\ud
Metodo: In linea con questo obiettivo generale il progetto ha suggerito e affrontato (con metodologie diverse) tre domande: \ud
1) La letteratura, che ha visto nell’imagery uno strumento importante per migliorare le prestazioni atletiche (Hall, 2001) suggerisce anche che gli atleti di élite riferiscono di utilizzare più spesso le immagini mentali rispetto a quanto facciano gli atleti meno esperti (Cumming, Hall, 2002). Alla luce di questo e se è vero che l’interiorizzazione degli schemi di gioco nel rugby prevede il fatto di avere una gestalt complessiva del campo e non solo della singola posizione dell’individuo, parte di questo progetto di tesi è consisto nella traduzione (da parte di due soggetti esperti) degli schemi fondamentali del rugby in una serie di schemi prototipici che il soggetto potrebbe facilmente memorizzare. Questo lavoro ha condotto l’individuazione di 15 pattern spaziali che rappresentano la distribuzione dei giocatori nel campo di gioco in 15 diverse e salienti distribuzioni di gioco e alla proposta di un ipotesi studio e di training rivolto a giocatori inesperti per migliorare il riconoscimento e la memorizzazione delle strutture gestaltiche complessive delle schieramento, facilitando la presa d’atto “di dove sono e dove mi devo mettere”.\ud
2) La letteratura in psicologia cognitiva ha confermato l’importanza delle rappresentazioni allocentriche nella navigazione nello spazio, in particolar modo quando la persona è disorientata (Mou & McNamara, 2006, 2008). Turkey (2005) ha suggerito di descrivere e strutturare l’ambiente in modo da fornire informazioni all’attore/atleta su come può controllare l’azione in funzione delle possibilità dell’ambiente. Alla luce di ciò e visto che i bambini, soprattutto principianti, trovano difficoltà ad orientarsi rispetto al campo, ci siamo chiesti se l’allenatore possa essere sicuro che i neo-giocatori abbiano in mente una organizzazione spaziale precisa ciò che è la meta (davanti), ciò che è la parte da difendere e di ciò che è laterale e delle opportunità che l’ambiente fornisce per comprendere ciò. Abbiamo assunto tre sistemi di riferimento spaziali salienti per il gioco del rugby: 1) allocentrico esterno (le linee del campo); 2) egocentrico (orientamento personale) e 3) “pallone-centrico” (la posizione della palla). Abbiamo suggerito come strutturare un setting sperimentale con l’obiettivo di rendere percettivamente salienti alcune parti del campo da gioco e come valutare l’efficacia dell’aggiunta di marker ambientali diversamente colorati nel campo da gioco, in base a tre diverse categorie di significato (area di meta, area da difendere e linee del fuori) con il fine di facilitare così la navigazione nello stesso da parte dei giovani atleti. \ud
3) Alcune ricerche recenti sulla percezione dei gesti contrari (Savardi & Bianchi, 2000; Bianchi & Savardi, 2008; Bianchi, Savardi, Burro & Martelli, submitted) sollevano la questione del riconoscimento della contrarietà, oltre che dell’identità, in molti gesti compiuti da due soggetti posti l’uno di fianco o di fronte all’altro (posizioni reciproche che troviamo costantemente nel gioco del rugby) e del ruolo che hanno nello spazio ambientale (allospazio), e lo spazio definito dalla relazione sperimentatore-soggetto (spazio di relazione) nella relazione percepita dal soggetto che si vede o che vede un altro compiere un certo gesto in relazione ad un altro individuo. Alla luce di queste considerazioni e del fatto nel gioco del rugby non è sufficiente la percezione del movimento del singolo ma è importante la percezione del proprio movimento rispetto al movimento degli altri (compagni di squadra e/vs. avversari), ci siamo posti una serie di domande circa come i tre gruppi di differenti età ed expertise, praticanti il gioco del rugby, percepiscono la relazione nell’uno contro uno (una delle situazioni di gioco più frequenti) in termini di: “facciamo lo stesso” (identico) o “facciamo il contrario”?, “quali proprietà notano per definire così la relazione?”. Per rispondere a questi quesiti, abbiamo progettato e condotto un lavoro sperimentale con 60 soggetti, divisi in tre fasce di età, utilizzando compiti di produzione e riconoscimento, in riferimento a 12 item rappresentanti diverse combinatorie semplici di dinamiche, che caratterizzano il movimento di ciascun individuo rispetto agli altri della sua squadra (vicini e/o lontani) o rispetto agli avversari. Lo scopo era quello di verificare come si struttura l’esperienza fenomenica di spazio nei tre gruppi di partecipanti, ovvero quanto conta l’egospazio, l’allospazio e lo spazio di relazione nella definizione d’identità e contrarietà in unità di movimento onnipresenti nel gioco del rugby. \ud
I risultati dell’esplorazione hanno evidenziato che i soggetti riconoscono certi schemi motori come tra loro identici o contrari e che vi sono delle differenze nella codifica egocentrica ed allocentrica dello spazio in funzione della fascia di expertise. I risultati suggeriscono l’importanza di avvicinare l’allenatore alla consapevolezza che una adeguata comprensione del modo in cui il soggetto allenato percepisce la relazione e di quali sono le caratteristiche del movimento spontaneamente salienti per il soggetto è fondamentale nella scelta del tipo di linguaggio comunicativo da usare
I reati culturalmente orientati.
Le democrazie europee del nostro tempo si trovano ad affrontare il non facile compito di adeguare i tradizionali assetti istituzionali ai mutamenti socio-culturali indotti principalmente dai massicci flussi migratori che, con risvolti spesso anche drammatici, si proiettano verso i territori dell’Europa occidentale.\ud
Protezione dei diritti umani, sicurezza, libertà, giustizia, integrazione, riconoscimento delle istanze identitarie di gruppi portatori di tradizioni culturali molto diverse da quelle dei Paesi “ospitanti”, sono solo alcuni dei problemi su cui oggi i governi nazionali sono chiamati a riflettere e ad intervenire con urgenza, onde evitare che, in questa fase storica di assestamento e di ricerca di nuovi equilibri, siano messe a rischio le condizioni basilari per una pacifica convivenza sociale. \ud
Il fenomeno dei c.d. reati culturalmente orientati si inserisce in questo scenario di grande cambiamento dei contesti tradizionali e testimonia, forse più di ogni altro, come la diversità culturale e religiosa sia suscettibile di mettere in crisi non soltanto gli assetti socio-economici degli Stati recettori di flussi migratori, ma più in generale il sistema di valori e le stesse funzioni del diritto penale.\ud
Ci si chiede, in particolare, se sia lecito che gli immigrati, temporanei o permanenti, siano soggetti ai vincoli giuridici propri del Paese ospitante o se essi conservino un diritto alla specificità, che vada oltre i consueti diritti di libertà dell’ordinamento giuridico moderno e dunque, sul piano strettamente penalistico, se sia equo prevedere un trattamento sanzionatorio più mite di fronte alla commissione di un reato culturalmente orientato, in considerazione del rilevante conflitto normativo-culturale ad esso sotteso.\ud
La tematica dei reati culturali solleva, dunque, numerosi interrogativi, che attengono, più in generale, al problema dei rapporti tra neutralità dello Stato e tutela delle differenze, all’incidenza del contesto culturale di riferimento sull’autonomia individuale, nonché alla salvaguardia dell'unità e dell'identità dell'ordinamento giuridico degli Stati fortemente esposti ai flussi migratori.\ud
La questione, peraltro, appare ancora più delicata allorché i fatti integranti reato nel nostro ordinamento siano scaturiti da motivazioni eminentemente religiose, atteso che in questi casi occorre operare un bilanciamento tra valori di pari rango costituzionale, coniugando, appunto, il diritto di libertà religiosa con la salvaguardia di valori (libertà, salute, dignità dei singoli individui) presidiati anche e soprattutto dal sistema penale.\ud
Sul tema dei culturalmente orientati, il dibattito dottrinario e giurisprudenziale è tuttora aperto: a fronte di orientamenti inclini ad assegnare rilievo al fattore culturale-religioso (ricostruito in termini di causa di giustificazione, di esimente, di errore inevitabile, di causa di non punibilità ovvero ancora in sede di commisurazione della pena) onde escludere o mitigare l’applicazione della sanzione penale, vi è chi, ancora più a monte, sottolinea l’opportunità di introdurre un’apposita normativa speciale che regoli, in maniera certa, il fenomeno in questione. \ud
Altri ancora evidenziano, tuttavia, l’inadeguatezza della legge, che si connota per generalità ed astrattezza, a regolare un fenomeno particolarmente evanescente e che appare più opportuno lasciare all’apprezzamento delle singole circostanze concrete ed in chiave non necessariamente attenuatrice del trattamento sanzionatorio penale.\ud
In ogni caso, gli orientamenti inclini ad escludere o attenuare la risposta sanzionatoria penale per i reati culturalmente orientati convergono nell’individuare un limite invalicabile nella protezione dei diritti fondamentali della persona, il cui rilievo è tale da non poter soccombere neppure di fronte al diritto di libertà religiosa.\ud
In questo contesto, peraltro, riacquista centralità il dibattito sul principio di laicità dello Stato, che, pur sostanziandosi in prima approssimazione nel principio di neutralità-separazione dello Stato rispetto al fenomeno religioso, è suscettibile di assumere caratterizzazioni differenti nei vari ordinamenti giuridici.\ud
L’attributo della laicità, infatti, si declina peculiarmente in relazione alla struttura costituzionale e alle tradizioni storico-culturali dello Stato a cui si riferisce e, tra le varie opzioni possibili, appare oggi auspicabile una riconsiderazione della laicità, quale capacità di dialogo e tolleranza attiva per una civile e costruttiva accoglienza della diversità. \ud
La laicità, così intesa, può divenire in positivo la strategia del confronto pubblico tra le differenze e assumere la forma del pluralismo attivo, basato sullo scambio interculturale e interreligioso.\ud
Occorre, in definitiva, avviare un processo finalizzato ad includere le differenti componenti della società in un “progetto” che sia al contempo rispettoso delle differenze e unificante.\ud
In tale prospettiva, imperniata sulla valorizzazione dell’essenza stessa della persona, nella sua dimensione particolare e universale, non saranno certamente ammissibili condotte che, pur essendo conformi ad una particolare cultura o religione, si traducano nella violazione dei diritti di libertà e della dignità della persona o, più in generale, di quei diritti che non sono frutto di attribuzione da parte degli ordinamenti giuridici, ma che gli Stati si limitano a riconoscere in quanto connaturati alla stessa essenza della persona.\ud
Tali condotte, infatti, si risolverebbero nell’annullamento della persona e della sua essenza, che si pone a fondamento di tutte le culture e/o religioni, al di là della loro diversità.\ud
Spetta, quindi, alle istituzioni pubbliche il compito di creare e definire le condizioni e gli spazi per il confronto multiculturale, affinché lo “scontro” per il riconoscimento delle differenze, funzionale all’emersione di valori universali comuni, avvenga senza forme di prevaricazione a danno di singoli individui e gruppi.\ud
La costruzione di un ordine giuridico globale implica, infatti, la considerazione delle religioni e delle culture non come punti di vista meramente privati, ma come fatti pubblici e richiede un sistema di azione da parte dei singoli Stati, che ne favorisca l’interazione rendendoli compatibili. \ud
In un contesto caratterizzato da un intenso pluralismo culturale, appare, pertanto, opportuno valorizzare e contemperare sia la politica dell’universalismo (fondata sul riconoscimento della piena uguaglianza dei diritti) sia la politica della differenza (che, coerentemente con una più matura concezione del principio di non discriminazione, può giustificare o addirittura rendere necessari anche trattamenti diversificati proprio valorizzando differenze).\ud
L’adozione nei sistemi politico - amministrativi degli Stati di un principio di azione di tal genere può rappresentare lo strumento in grado di favorire la prevenzione dei reati culturalmente orientati e la pacifica convivenza delle nuove realtà multietniche
Novel imidazoline ligands potentially useful in managing pain, opiate withdrawal syndrome and psychiatric comorbidity
My research has been addressed to discover novel molecules useful in managing severe pathologies such as pain, opiate withdrawal syndrome, and psychiatric comorbidity. At present, my production consists of four published articles and of nine participations to scientific meetings, four as oral presentations and five as posters.\ud
The research group where I am preparing my PhD thesis has been engaged for several years in the study of biologically active ligands bearing the imidazoline structural motif. The privileged nature of this nucleus has been repeatedly confirmed. Indeed, depending on the peculiar nature of the\ud
substituent in position 2 of the imidazoline backbone and/or on the NH function, it has been possible to modulate the ligand biological profile both versus different systems such as α2-adrenergic receptors (α2-ARs), nicotinic and dopaminergic receptors, imidazoline binding sites (IBS) and MAO enzymes, and within the same system with resultant enhanced subtype selectivity.\ud
Previous studies performed in our laboratories had highlighted the interesting α2C-AR agonism/α2AAR\ud
antagonism of allyphenyline (1). In in vivo studies, 1 enhanced morphine analgesia (due to its α2C-AR agonism), was devoid of sedative effects (due to its α2A-AR antagonism), and contrasted and prevented morphine tolerance and dependence at very low dose (0.05 mg/Kg). Therefore, a wide development of such observations has represented a goal of my research. Novel allyphenyline\ud
analogues have been prepared and sounder structure-activity relationships were obtained.\ud
Among them, cyclomethyline (2) exhibited a very potent α2C-AR agonism/α2A-AR antagonism. From a molecular superposition carried out fitting energetically allowed conformations of the (S)-enantiomers of 1, 2 and their phenyl analogue biphenyline (3) to the crystallographic data of the (S)-lofexidine taken as α2-agonist reference compound, it emerged that dual α2C-AR agonism/α2A-AR\ud
antagonism is associated with a preferred extended conformation of the ligand. On the contrary, a preferred folded conformation, as observed with 3, induces simultaneous α2C-/α2A-AR agonism. This latter conformation is probably induced by the electron-rich ortho phenyl\ud
substituent, able to provide a stable p-cation like charge transfer complex with the imidazoline moiety. Such considerations are also supported by NOESY experiments. With the aim to confirm the aforementioned results and discover novel tools useful in the management of opioid\ud
withdrawal symptoms, that have a major role in relapse to drug-taking behavior after detoxification, I have extended the study to 2. Similarly to what was previously performed with 1, the enantiomers of 2 have been prepared and studied. Therefore, besides the usual contribution to the synthesis, purification and characterization of the final compounds, in this work I had a share in the achievement of the enantiomers by resolution of the corresponding racemates and in attribution of the absolute configuration by stereospecific synthesis. Analogously to 1 and its enantiomers, 2 and its enantiomers, devoid of sedative effect due to their α2A-AR antagonism, were able at low dose\ud
(0.05 mg/Kg) to significantly reduce the naloxone-precipitate withdrawal syndrome.\ud
To learn more about the pharmacological properties of this interesting class of compounds, especially in light of the strong comorbidity between opioid addiction and depressive disorders seen in several clinical studies, 1 and 2 and their enantiomers were evaluated in behavioral model of\ud
depression in mice (Forced Swimming Test). The obtained results indicated that 1 or the single (S)-(+)-1, 2 or both its enantiomers, all behaving as α2C-AR agonists/α2A-AR antagonists/5-HT1A-R agonists, exerted at the same low dose of 0.05 mg/Kg a potent antidepressant effect.\ud
Experiments carried out in the presence of the α2-AR antagonist yohimbine and the 5-HT1A-R antagonist WAY100135 suggested that dual α2C-AR/5-HT1A-R activation was required for the antidepressant-like effect induced by low doses of the aforementioned compounds. Since prolonged abstinence remains a major challenge, I explored other strategies addressed to discover further multifunctional tools, similarly able to ameliorate withdrawal symptoms and relieve\ud
depressive disorders. In this case the multitarget approach regarded the combination of α2C-AR agonism/α2A-AR antagonism/I2-IBS interaction. Our interest for I2-IBS was stimulated by the observation that also these imidazoline binding proteins are involved in depression and modulation\ud
of morphine analgesia as well as tolerance and opioid addiction The prepared compounds (e.g. 4), though characterized by the same pharmacophore of the aforementioned ligands, bore a bridge –OCH2–, that previous studies of the same research group indicated to be compatible with α2-ARs and I2-IBS.\ud
As expected, the novel compounds displayed significant α2C-AR agonism/α2A-AR antagonism and a general high I2-IBS affinity. The in vivo studies of 4 demonstrated that such a multitarget combination can provide ligands beneficial to opioid withdrawal syndrome and associated depression.\ud
Moreover, I carried out a study on ligands inspired to idazoxan, an α2-AR subtype unselective antagonist. In this case the bridge X was represented by the 1,4-dioxane nucleus.\ud
In particular, in contrast to idazoxan, compound 5, showing a trans stereochemical relationship between 5-phenyl and 2-imidazoline group, due to favourable synergism between its ability to antagonize the sole α2A-AR subtype and to interact with I2-IBS, potently enhanced morphine analgesia. All aforementioned agents, lacking in sedative effects due to their α2A-AR antagonism, might afford an improvement over current therapies with clonidine-like drugs.\ud
Suitable decorations of imidazoline scaffold allowed me to synthesize also molecules interacting with D2-dopaminergic receptors. This study is in progress. Nevertheless, the prelimary screening performed at National Institute on Drug Abuse of Baltimore, where I stayed for 6 months, have highlighted for compounds 6 and 7, respectively, an interesting D3 or D4 selectivity. The research is going on also in collaboration with Dr. Amy H. Newman, expert on dopaminergic function and responsible of the Medicinal Chemistry Section at NIH. I have orally presented at\ud
XXXVIII edition of the summer course of Organic Synthesis “A. Corbella” (Gargnano, June 17-21, 2013) the first results of this scientific collaboration.\ud
My research allowed us to maintain the already active national and international scientific collaborations (Scheinin, University of Turku; Carrieri, Università di Bari; Hudson, University of Toronto; Marchioro, Aptuit, Verona; Varrone, Siena Biotech; Poggesi, Recordati, Milano) and to begin new ones (Lanza, Rottapharm, Monza; Newman, NIDA NIH, Baltimore)
Development a new active packaging system for fresh food through the studies of chemical and biological markers
Packaging and food should not be considered two separate entities, but as elements that can interact, always with the aim to improve the acceptability of the packaged product. In the last two decades many researchers have placed their attention on the study of new packaging systems that improves food preservation. The most investigated new preservation technologies for fresh meat are new packaging systems such as active packaging (AP) and modified atmosphere packaging (MAP) which use natural antimicrobials for bio preservation. AP is the incorporation of specific compounds into packaging systems that interact with the contents environment to maintain or increase product quality and shelf life. AP functions and technologies include moisture control, O2 scavengers or absorbers, CO2 controllers, odours controllers, antimicrobial and antioxidant agents, either natural or synthetic. By preserving the important nutrients of fresh meat such as proteins, essential amino acids, vitamins of group B and others, AP technology can be useful for enhancing the intake of these nutrients too. Natural extracts and essential oils of plants are extraordinary sources of bioactive molecules mixtures, having important antioxidant and antimicrobial actions. The use of natural extracts categorized as flavourings by the European Union (EU) and generally recognized as safe (GRAS) by the US Food and Drug Administration (FDA), represents an interesting approach in AP technology. Considerable results, especially from a biological point of view, have been carried out on the assessment of the antioxidant activity of many herbs such as rosemary (Rosmarinus officinalis), oregano (Origanum vulgare) and others incorporated in an active packaging film. The Rosemary (Rosmarinus officinalis L.) essential oil (REO) contains bioactive compounds having important antioxidant and antimicrobial activities. In this research work the shelf life of different types of fresh food (chicken and beef meat, raw and cooked ham) was studied by monitoring: biogenic amines (BAs), hexanal, microbial growth (such as psychrotrophics, Brochothrix thermosphacta, Pseudomonas spp., and Enterobacteriaceae), pH, colorimetric measurement (L*, a*, b* values) and sensory analyses. The packaging used were Ideabrill® enriched with REO (called “AP”), Ideabrill® (NAP) and the common packaging (PP). Fresh food wrapped in different systems, were stored at 4°C in different condition: air, under-vacuum and with high-O2 concentration (50:30:20; O2:CO2:N2 %).\ud
First of all, more attention was focused on the studies of BAs, that are basic nitrogenous compounds considered important indicator of freshness and quality of food. The active packaging system (AP) that incorporating essential oil of Rosmarinus officinalis at 4% (w/w), inhibits the increase of BAs and the bacteria involved in to their production was developed. BAs were analyzed by a SPE-HPLC-DAD method during the storage time of meat (0-7 days, 4°C). Results showed that, in each monitored day, Biogenic Amine Index (BAI) expressed in mg kg-1 is lower in meat wrapped in AP with respect to that packed in polycoupled packaging (PP) (from 19% to 62%). A strong correlation was found between the inhibition of increase of putrescine, cadaverine, histamine and their bacteria producers such as Enterobacteriaceae, Pseudomonas spp., Brocothrix thermospacta. By exploiting antimicrobial and antioxidant action of essential oil of Rosmarinus officinalis, the new APs contributes to increase the shelf life of fresh meat and to preserve its important nutrients. Moreover, the antioxidant action of new AP system was tested by monitoring hexanal as marker of lipidic oxidation of fresh meat. Preliminary results showed good results in favour of food wrapped in AP system in comparison with PP. In collaboration with Ghent University, the shelf life of beef meat wrapped in AP and in NAP under different air conditions were studied. Microbial growth, sensory characteristics, color parameters, and pH were measured. The use of REO has proved to be efficacious in every storage conditions, because the counts of psychrotrophics, Brochothrix thermosphacta, Pseudomonas spp., and Enterobacteriaceae were lower in AP meat compared to NAP meat. Sensorial and colorimetric analysis showed that the best packaging conditions were high-O2 atmosphere in combination with REO. Based on microbiological data, shelf life of beef meat was 5 days for air packaged samples (AP and NAP), 6-7 days for NAP under vacuum condition samples, 8-9 days for AP under vacuum condition samples, 9-10 for NAP in high-O2 condition samples, and until 15 days for AP in high-O2 condition samples. During the last part of the work, a new analytical method for analyzing ten underivatized BAs in meat by HPLC-MS/MS has been developed. The comparison between ion trap and triple quadrupole as mass analyzers elected triple quadrupole for its higher sensitivity and selectivity. The correlation coefficients of calibration curves of the analyzed compounds were in a range 0.987-0.999, and the Limits of Detection (LODs) and Limits of Quantification (LOQs) were in the range 0.002-0.1 mg l-1 and 0.008-0.5 mg l-1, respectively. The validated method was applied to the analysis of sixteen commercial meat samples for evaluating the freshness of food through the study of BA indices, i.e. Biogenic Amine Index (BAI) and the ratio spermidine/spermine (SPD/SPE). Results showed that all analyzed samples presented good freshness quality with a BAI lower than 1.49 mg kg-1 and a SPD/SPE ratio lower than 0.41 in each case. This methodology to test the freshness of meat could have a great potentiality of application along the entire production chain of meat products
Adrienne Rich’s Ghazals and the Persian Poetic Tradition: a Study of Ambiguity and the Quest for a Common Language
This research project centres on the influence of the Persian classical poetic form the ghazal on the poems composed by the feminist North American poet Adrienne Rich (1929-2012) in the late 1960s and early 1970s. It addresses the feature of ambiguity in the ghazal and its effectiveness to the development of Rich’s feminist language. It argues that the ambiguity which characterizes the Persian and Urdu ghazal offered the North American poet a model that helped her to create a hybrid, or border-crossing poetic language or, in her own words, ‘a common language.’\ud
In the 1960s and 70s, amidst the scene of revolts and riots in North American society, a number of poets, including Adrienne Rich, struggled to reverse their socio-political and literary system by trying new modes of writing. They were committed to learning new poetic forms by acquaintance with foreign poetry. They saw translation as both a strategy of resistance, and an opportunity to open their way to other cultures and literatures. As a result, they engaged themselves in translation of foreign poetry, thus absorbing new images, themes, and forms into their writing. \ud
Rich, as a pioneer of feminism in North America, was in search of a poetic language that could both express her newly acquired consciousness of gender identity and combine gender issues with socio-political matters. In 1968, along with a group of other North American poets, she accepted Aijaz Ahmad’s invitation to translate the ghazals written by the 19th century Indian poet Mirza Ghalib. A Pakistani Marxist literary theorist, Aijaz Ahmad, asked these poets to produce English poetical versions of a selection of Ghalib’s ghazals, written in Urdu. As a mediator between the Urdu ghazals of Ghalib and the North American poets, Ahmad provided them with literal translations of the ghazals in English and also explanations. The outcome of this project was later published in the form of a book edited by Aijaz Ahmad, entitled Ghazals of Ghalib (1971).\ud
By translating or re-writing Ghalib’s ghazals, Rich played an important cultural role. Unlike the majority of the poet-translators in the group who domesticated the original text, Rich chose a foreignizing method by maintaining the symbolic words and cultural images of Ghalib’s poetry and keeping the names, allusions, and stylistic features belonging to the tradition of Persian and Urdu poetry. In fact, her translation stood as a hybrid text between two literary traditions to make possible the transition of linguistic and cultural elements. \ud
Soon after this project, Rich started writing her own English ghazals. Her two collections written in this form were entitled “Ghazals: Homage to Ghalib,” published in her book of poems Leaflets (1969), and “The Blue Ghazals” in The Will to Change (1971). Her poems in these volumes are political but at the same time deal with women and gender issues. In these ghazals, Rich uses the most private images of the body and sex to speak of her society and politics. \ud
It was the ghazal’s erotic-mystic ambiguity, inherent in the Islamic tradition of poetry that paved the way for Rich to combine the personal and the political and to use collective images as well as to express common desires. Islamic mysticism (Sufism) gave Persian love poetry, the ghazal, a mystic significance. Therefore, it could be interpreted both erotically and mystically. Moreover, its gender ambiguity, which derives from the use of genderless pronouns in the Persian and Urdu languages and the fragmented description of the body in the ghazal added to this ambiguity by leaving the gender of the beloved concealed. In her poems, Rich replaces the ghazal’s erotic-mystical and gender ambiguity by an erotic-political ambiguity and an androgynous identity. She applies the ghazal’s ambiguity or duality to the relation between the carnal and the political in order to speak not only of women but all marginal groups such as the African-Americans.\ud
Overall, the ghazal’s ambiguity was effective in the development of her feminist project. It enabled her to question the issue of gender hierarchy, to break the taboos that were imprisoning women in her society, to shatter the patriarchal law of bodily integrity, to question, reject, and contradict political powers and patriarchy, and to create a new language that could provide new spaces for women to write of themselves and therefore to bring about a change in their situation. \ud
By translating Ghalib’s ghazals, Rich succeeded in attaining the techniques that were both linguistic and cultural. Translation for Rich was a contact zone that made possible the transference of new forms, images, and themes into her poetry. In her ghazals, Rich adapted the methods used in Ghalib’s poems to her purposes. Her poems stood as re-visions and functioned as hybrid texts that embraced the cultural and linguistic elements of both North American and Persian/Urdu culture and tradition. Rich performed the act of re-vision by looking back to the poetry of an Indian male poet from another time and place and saw it with fresh eyes. In this manner, she succeeded in applying the techniques used in the ghazal to her feminist language.\ud
It can be concluded that, the new self elaborated by Rich and the images, concepts, and forms applied in her ghazals mirrored those of Ghalib. The ambiguity offered by the ghazal, and the possibility it offered as a means of rejecting the taboos and speaking of human beings on an equal level without distinguishing between sexes was so powerful that it served the purposes of a male Muslim Indian poet of the 19th century as well as those of the contemporary North American poet Adrienne Rich
Il problema della crisi nel pensiero di Reinhart Koselleck.
Questo lavoro ha come oggetto la tematizzazione del concetto di ‘crisi’ nella riflessione storico-teorica di Reinhart Koselleck. Più specificatamente, si è trattato di indagare da un punto di vista della storia delle idee il modo in cui uno specifico concetto è stato usato, pensato, disposto dall’autore sullo sfondo della sua più generale teoria dello sviluppo storico, che si costituisce come il frutto di un costante intreccio tra storia sociale, storia delle strutture e storia dei concetti. \ud
L’ipotesi di questa ricerca nasce dall’idea che il tema della ‘crisi’ sia non solo l’originaria questione da cui la riflessione di Koselleck muove, ma l’elemento fondamentale che pervade anche i suoi svolgimenti successivi. Non si tratta soltanto del fatto che il problema della ‘crisi’ persiste come uno dei nodi centrali della riflessione di Koselleck, ma soprattutto del fatto che questo concetto, in sensi molteplici e ogni volta secondo una specifica tensione semantica, che si tratterà di determinare, pervade (esplicitamente e non) tutti i gangli vitali dell’opera di Koselleck: la storia dei concetti, la teoria dei tempi storici, la critica della modernità, la teoria della storia. Tramite una decostruzione degli usi e delle implicazioni di questo concetto può pertanto essere fornita una specifica ipotesi ermeneutica sia sullo sviluppo della riflessione di Koselleck che sulla unitarietà che lega, ai suoi vari livelli, i diversi momenti di questa riflessione. \ud
Si è consapevoli che l’ipotesi da cui questo lavoro muove è problematica. Koselleck è autore per sua natura asistematico; rispetto ai problemi che affronta propone teorie che il più delle volte sono ipotesi quasi solo abbozzate, spesso volutamente indefinite ai loro margini, per così dire imperfette; Koselleck è ostile al sistema e, in generale, a quella che definisce l’utopia della ‘storia totale’, della quale si guarda bene dal riprodurre i topoi. Tutto ciò non impedisce però di provare a rintracciare elementi di persistenza, problemi fondamentali, trasformazioni interne ragionevolmente decodificabili. \ud
Sul piano del metodo questa ricerca si muove nel solco di una impostazione classicamente interna alla storiografia filosofica, pur tenendo conto della polivalenza della prestazione intellettuale di Koselleck e della sua irriducibilità a pensatore filosofico, oltre che del carattere a-sistematico della sua riflessione; l’obiettivo è stato quello di fornire un profilo dell’autore a partire da uno specifico problema giudicato centrale nella sua produzione, benché mai tematizzato come tale, cioè come centrale, né da Koselleck né dalla critica; per soddisfare questo scopo l’analisi testuale (che rappresenta la fonte principale della ricerca) è stata connessa con i contributi sull’autore di più recente pubblicazione e, infine, con le sue stesse fonti e, più in generale, con il contesto storico di riferimento. L’analisi si arricchisce di alcuni materiali inediti, i più importanti dei quali sono questi: il carteggio con Carl Schmitt, conservato presso l’Archivio di Stato di Duesseldorf; i carteggi con Hans Blumenberg e Hans-Georg Gadamer, conservati presso il Deutsches Literatur Archiv di Marbach am Neckar; vari materiali inediti relativi alla preparazione per la sua tesi di abilitazione (che Koselleck scrive sulla Prussia) e per gli articoli del Lessico; infine, una relazione inedita, che Koselleck tiene a Mainz nel semestre invernale 1975-76, proprio sul tema della ‘crisi’, e che è conservata sempre a Marbach. \ud
La materia è organizzata in tre parti. Questo tipo di organizzazione è dettato da due criteri: il primo è cronologico; si intende mostrare come la tematizzazione della crisi non resti tema statico, ma si trasformi (quanto a contenuti e metodi) nel corso degli anni: a questa evoluzione del modo di intendere la crisi se ne accompagna un’altra, per così dire parallela, che riguarda contesto storico e geografico dell’analisi. Così nella prima parte del lavoro si mostra la riflessione di Koselleck sul 1789 francese, nella seconda parte quella sugli eventi del 1848 prussiano, e infine, nella terza parte, si mostrano i risultati che vengono conseguiti quando da queste due analisi particolari si pone come contesto di sfondo il quadro europeo nell’età compresa tra 1789 e 1848. Il secondo criterio che ha ispirato questa disposizione della materia in tre parti è di tipo contenutistico, poiché attiene ai differenti modi in cui Koselleck intende la dimensione della crisi (la dimensione politica, la dimensione sociale, la dimensione temporale). Ciascuno di questi tre ambiti è prevalente in ognuna della tre parti, benché non esclusivo. Così, in sintesi, il tema del primo capitolo è la crisi politica con riferimento all’età dell’illuminismo e alla rivoluzione francese; il tema del secondo capitolo è la crisi sociale con riferimento alla Rivoluzione del 1848 in Prussia; il tema del terzo capitolo è la crisi temporale, cioè il fenomeno dell’accelerazione, con riferimento al contesto europeo tra fine del XVIII e inizi del XIX secolo. Questo terzo capitolo si arricchisce infine dell’analisi della crisi da un punto di vista più squisitamente storico-concettuale. \ud
In sintesi, si è tentato di mostrare che la crisi politico-sociale è intesa da Koselleck come condizione generale che definisce la costituzione del mondo moderno, cioè come fatto originario alla base della fondazione dello Stato. La crisi è tuttavia condizione originaria e fondante il mondo moderno non solo con riferimento alla nascita teologico-politica dello Stato, ma anche allo sviluppo della questione sociale legata all’industrializzazione e in generale al nuovo rapporto capitalistico di produzione e, infine, al fenomeno dell’accelerazione. Più radicalmente, però, la ‘crisi’ – intesa come guerra civile potenziale, ovvero relazione di conflitto politico – viene posta da Koselleck su un livello ancora più originario, cioè pensata come condizione di possibilità dell’agire storico: intanto le storie sono possibili, perché alla loro base vi è una relazione di ostilità e di conflitto tra gli uomini. \ud
La dimensione propriamente diagnostica del concetto di crisi è costantemente piegata, infine, a una esigenza di carattere prognostico: scoperto il carattere costitutivo, originario, non contingente della crisi, si tratta per Koselleck di rinnovare le forme del razionalismo classico per predisporre nuove forme di neutralizzazione attiva dei conflitti
To Be and Not To Be? A Metaphysical Inquiry into Existence\ud and Non-Existence.
La mia ricerca dottorale può essere efficacemente descritta come il tentativo di rispondere a tre interrogativi:\ud
(I) vi sono oggetti (o, più in generale, entità) che non esistono?\ud
(II) Cos’è l’esistenza?\ud
(III) Se vi sono oggetti inesistenti (o, più in generale, entità inesistenti), cosa caratterizza il loro statuto ontologico – o, almeno, cosa caratterizza lo statuto ontologico di alcuni oggetti inesistenti (ad esempio, gli oggetti fittizi)?\ud
La prima parte della tesi (I. To Be and Not To Be? A Survey) contiene un’indagine storica, critica e sistematica dei problemi connessi a tali interrogativi, nonché delle teorie analitiche che intendono rispondere ad essi. In primo luogo, ho esaminato il problema della definizione, della validità e della fondatezza di alcune versioni dell’argomento ontologico per l’esistenza di Dio (I.1. Prologue in Heaven: the Ontological Argument). In effetti, il dibattito sull’esistenza in quanto proprietà di oggetti e in quanto proprietà di alcuni (ma non tutti gli) oggetti è sorto proprio, nel panorama della metafisica analitica novecentesca, da un’attenta rilettura critica di questo argomento. Molti filosofi analitici hanno riproposto obiezioni classiche alle assunzioni dell’argomento e, in alcuni casi, hanno tentato di costruire versioni alternative dell’argomento. In questo capitolo, ho ricostruito quattro versioni dell’argomento ontologico (due di Anselmo, quella di Cartesio e quella di Gödel), ho valutato la verità delle assunzioni, in modo particolare rispetto ad una definizione dell’esistenza e dello statuto ontologico degli oggetti inesistenti, e ho considerato alcune obiezioni classiche e contemporanee. \ud
In secondo luogo, ho esaminato il rapporto tra esistenza e riferimento dei termini singolari (I.2. What are we talking of? Existence and Reference). In questa fase, ho cercato di riassumere il punto di vista della maggior parte dei metafisici analitici nell’accettazione della tesi\ud
attualismo) non vi sono oggetti (o, più in generale, entità) che non esistono, e, dopo aver vagliato numerose teorie sul rapporto tra esistenza e riferimento, mi è sembrato utile evidenziare che tali teorie presentano numerosi problemi interni, che esse non riescono a rendere ragione di alcuni dati e che la tesi (attualismo) o deve essere accettata come una verità primitiva (e, in questo caso, essa crea diverse difficoltà ai suoi sostenitori) o, se non è accettata come una verità primitiva, deve essere giustificata (e, in tal caso, mancano argomenti cogenti in suo favore). D’altro canto, le teorie che rigettano (attualismo) paiono a loro volta afflitte da alcune gravi difficoltà. In particolare, ho esaminato le teorie di Brentano, Frege, Russell, Moore, Meinong, alcune teorie attualiste e, tra le teorie non-attualiste (o solo parzialmente attualiste), tre tipi di neo-meinonghianismo, la teoria di McGinn e la teoria del doppio senso dell’esistenza di Geach, parzialmente ripresa da Miller.\ud
Nel terzo capitolo della prima parte (I.3. The Importance of Being (Non-)Existent) ho introdotto alcuni dati di cui una buona teoria ontologica della finzione deve rendere ragione e ho esposto criticamente le principali teorie della finzione (meinonghianismo, pretense-theories, artifattualismo e sincretismo). Da ultimo, nel quarto capitolo della prima parte (I.4. The Times and Worlds They Are A-Changin’) ho considerato diversi problemi relativi all’accettazione di oggetti contingentemente esistenti, oggetti che contingentemente non esistono e oggetti che iniziano ad esistere e cessano di esistere. In sintesi, ho tentato di dimostrare che, quando la tesi (attualismo) è sostenuta congiuntamente alle principali teorie ontologiche della modalità e del tempo, il fatto che vi siano tali oggetti non è adeguatamente fondato. \ud
Nella seconda parte della tesi (II. To Be and Not To Be. A Theory) ho cercato di costruire una teoria unitaria dell’esistenza e della non-esistenza. In prima istanza, ho delineato il quadro di una ontologia bicategoriale (comprendente oggetti e proprietà), dopo aver difeso una concezione “abundant” delle proprietà e dopo aver accettato le proprietà negative (II.1. One and Many: Objects and Properties). Successivamente, ho dimostrato che l’esistenza, così come essa sembra essere implicata nelle condizioni di verità di enunciati quali\ud
(1) Obama esiste,\ud
(2) Sherlock Holmes non esiste,\ud
è soltanto una proprietà informativa di primo livello (cioè soltanto una proprietà di oggetti, che alcuni oggetti istanziano e altri oggetti non istanziano). Vi sono, dunque, oggetti inesistenti (dato che è legittimo quantificare su ogni entità provvista di condizioni di identità), e alcuni oggetti inesistenti (come gli oggetti fittizi e le proposizioni) sono oggetti mentali (cioè oggetti che dipendono per le loro condizioni di identità dall’attività di qualche soggetto), benché non tutti gli oggetti inesistenti siano mentali. Esistere, infine, significa essere dotato di poteri causali o, meglio, di disposizioni ad agire – di disposizioni a produrre, causare qualcosa -, anche se questo resoconto dell’esistenza deve essere raffinato per fronteggiare alcuni problemi, come il paradosso della finzione e l’attribuzione degli stessi poteri causali a tipi diversi di entità (II.2. Existence: about a Genuine Property). \ud
In seguito, ho esposto una teoria ascrittivista degli oggetti fittizi intesi come oggetti mentali, fondata appunto sull’introduzione di una famiglia di relazioni di ascrizione e capace di definire le condizioni di identità degli oggetti fittizi, di rendere ragione dei dati introdotti nel capitolo I.3 e di costruire una teoria ontologica della finzione (II.3. Non-Existence: an Ascriptivistic Perspective). Ho poi delineato una teoria ascrittivista-mentalista dei mondi possibili (per la quale i mondi possibili sono peculiari contesti fittizi definiti nelle loro condizioni di identità da una mente onnisciente) e una teoria presentista semi-meinonghiana (II.4. I Might Have Not Existed, I Shall Not Exist (maybe)). Infine, ho difeso due argomenti in favore dell’esistenza di Dio – una rilettura dell’argomento ontologico di Anselmo in Proslogion, II nel contesto della mia teoria e un argomento in favore dell’esistenza di una mente onnisciente come fondamento delle verità modali (II.5. Epilogue in Heaven: the Existence of God). \ud
Nelle conclusioni, ho cercato di rispondere ad alcune obiezioni che potrebbero essere rivolte ad alcune parti del mio lavoro e ho delineato le soluzioni ad alcuni problemi di metaontologia, nonché i possibili sviluppi futuri della mia ricerca. In certe parti dell’opera ho utilizzato gli strumenti della logica formale per chiarire le mie tesi e per fornire interpretazioni non ambigue delle condizioni di verità di alcuni enunciati
Gregorio Nazianzeno nelle catene neotestamentarie greche.
Il presente lavoro ha inteso analizzare quelle catene neotestamentarie greche che ci hanno restituito o poche parole o intere sezioni dell’opera di Gregorio Nazianzeno. Perché ci è sembrato opportuno prendere in esame la tradizione indiretta e, in particolare, quella catenaria? Due i motivi. Da un lato, per avere un riscontro concreto dell’effettiva conoscenza degli opera gregoriani; dall’altro, per verificare l’apporto della tradizione indiretta.\ud
La dissertazione consta di tre capitoli. Più nel dettaglio, nel primo capitolo sono stati illustrati tutti i testi catenari presi in considerazione, ovvero quelli, relativi al Nuovo Testamento, in cui figurino dei passi gregoriani. In particolare, il lavoro di euristica ha portato all’individuazione di 333 scoli i quali sono stati analizzati e ripartiti, nel capitolo secondo, a seconda di come gli stessi ci sono stati restituiti dai catenisti. Nello specifico, sono state isolate sette modalità di citazione: scoli letterali, omissivi, con integrazioni, parafrastici, riassuntivi, con un solo termine in comune con la fonte e, in ultimo, gli scoli composti. Quelli letterali sono risultati essere di gran lunga i più numerosi (166 casi) – a dimostrazione della generale fedeltà al testo gregoriano da parte degli ermeneuti – seguiti dagli omissivi (68 casi), dai riassuntivi (35 casi), da quelli con integrazioni (31), dai parafrastici (24), da quelli con un termine in comune con la fonte (9) e, infine, dagli scoli composti (29). Quantunque si sia parlato di ‘ermeneuti’, bisogna precisare che la gran parte dei brani individuati appartiene ai commentari di un solo catenista, il dotto bizantino Niceta di Eraclea, autore rispettivamente di una catena al Vangelo di Matteo edita da Corderius (Symbolarum in Matthaeum tomus alter, quo continetur catena Patrum Graecorum triginta, collectore Niceta episcopo Serrarum… Tolosae 1647), di una catena al Vangelo di Luca, tradita dal Vaticanus graecus 1611 (XII secolo), ancora inedita, di una catena al Vangelo di Giovanni, anch’essa inedita, trasmessa dal Parisinus graecus supplementarius 159, ff. 55-406v (XIII-XIV secolo) e, infine, della catena all’epistola agli Ebrei, data alle stampe da Cramer (J. A. Cramer, Catenae Graecorum Patrum in Novum Testamentum. Tomus VII. In Epistolas s. Pauli ad Timotheum, Titum, Philemona, et ad Hebraeos, Oxonii 1844).\ud
Il terzo capitolo infine presenta una valutazione di quale Gregorio sia stato utilizzato dai catenisti, evidenziando il ruolo preponderante del genere omiletico, il più citato (275 scoli), seguito dai carmi (38 scoli) e dalle epistole (20 scoli). Si è visto come vi siano delle orazioni, delle poesie e delle epistole più presenti, mentre ve ne sono delle altre con una ricorrenza più insignificante o, addirittura, assenti. Il Nazianzeno infatti, non essendosi occupato, se non in maniera sporadica ed accessoria, di esegesi, non è stato chiamato in causa, nei testi catenari, tanto quanto altri autori, come Giovanni Crisostomo o Origene (per fare soltanto due nomi), il suo contributo dunque è risultato molto più limitato. Per quanto concerne gli scoli omiletici, non stupisce che l’orazione che ricorre più spesso (51 citazioni) sia la trentesima − che è, lo ricordiamo, la seconda delle due omelie che il Nazianzeno dedica al Figlio −, orazione utile a chiarire quei versetti che avrebbero potuto cagionare dei problemi di natura dogmatica all’ortodossia: non a caso ben 22 scoli tratti da essa sono presenti proprio nel commento al Vangelo di Giovanni, laddove il Cristo parla più volte della sua unione con il Padre con enunciati talvolta a rischio di lettura eterodossa – penso soltanto a Ioh. 14,28 (Il Padre è più grande di me). Stesso discorso per l’omelia 40 la quale conta ben 43 citazioni (38 nelle sole catene nicetiane). Anche in questo caso è il carattere squisitamente teologico dell’orazione, dedicata al battesimo, che ha fatto sì che la stessa fosse menzionata per un numero tanto cospicuo di volte. Per i componimenti poetici invece la situazione è completamente diversa, sia perché sono soltanto 38 gli scoli interessati, sia perché gli stessi sono tutti di paternità nicetiana. È altresì interessante che su 38 brani catenari ben 18 sono parafrastici: ciò significa che spesso Niceta di Eraclea ha ritenuto opportuno ‘tradurre’ le poesie del Nazianzeno avvalendosi di un linguaggio più semplice, immediato e di più facile comprensione rispetto alla gravitas del sermo poetico gregoriano. Per quanto concerne i carmi che il vescovo di Eraclea ci ha restituito, vi è una netta prevalenza di quelli che i Padri Maurini avrebbero chiamato moralia: I,2,34 (8 scoli), I,2,24 e I,2,33 (4 scoli ciascuno). Quanto alle epistole, infine, esse ricorrono molto poco (20 scoli) ed anche per questo genere letterario è netta la preponderanza di passi nicetiani (18/20). Come si è sottolineato per le omelie, anche le missive sono state scelte per la loro caratterizzazione dogmatica in quanto su 20 scoli, ben 14 sono tratti dall’epistola 101 la quale altro non è che un trattato teologico volto a confutare gli assunti di Apollinare di Laodicea che teorizzò l’assenza dell’intelletto (nous) nel Cristo a favore del Logos. Una tale privazione avrebbe intaccato la perfetta umanità del Figlio e pertanto contro questa, perniciosa eventualità si scaglia il Cappadoce tanto nell’epistola 101 quanto nelle altre due ‘lettere teologiche’ (102 e 202)
Razionalismo e giusnaturalismo in Guglielmo di Ockham.\ud Scienza morale e teoria del diritto naturale. Intrecci e sovrapposizioni.
Volontarista o razionalista? Guglielmo di Ockham non è facilmente etichettabile all’interno di schemi preconcetti. La teoria del diritto naturale a cui il filosofo inglese dedica molte pagine delle sue opere politiche – scritte mentre si trova in esilio a Monaco di Baviera per aver sostenuto le ragioni dei francescani che avevano ritenuto lecito (in nome del diritto naturale) rinunciare ai diritti di proprietà – ci offre l’occasione per tentare una nuova lettura del suo pensiero in tema di scienza morale. Sembra infatti superabile la ben nota interpretazione che lo ha presentato come il sostenitore di un’etica individualistica, scettica e arbitraria oltre che come il teorico della moderna teoria del ‘diritto soggettivo’. Occupandosi di temi politici il filosofo inglese trattò per la prima volta di ius naturale, non avendo mai affrontato l’argomento prima dell’esilio sebbene la sua attenzione (in opere come i Commenti alle Sentenze e i Quodlibeta) si fosse spesso concentrata sulla scienza morale, sulla prudentia come virtù pratica, sul ruolo della recta ratio che permette una volizione virtuosa. Le opere politiche nelle quali il tema del diritto naturale mantiene una sua centralità sono l’Opus nonaginta dierum – la cui composizione fu richiesta dagli stessi francescani che avevano condiviso con lui la scomunica e l’esilio a partire dal 1328 – e soprattutto il Dialogus inter magistrum et discipulum, grazie al quale Guglielmo ci offre la sua originale teoria sui tre modi del diritto naturale. Nell’esaminare i rapporti tra il potere secolare e l’autorità spirituale, il filosofo segue una tendenza molto diffusa nella trattatistica politica del Trecento. In questo contesto pone una particolare attenzione ai limiti normativi rivendicati per arginare possibili sconfinamenti di tali poteri, assumendo una prospettiva che una consolidata tradizione giuridica aveva già introdotto; come i suoi contemporanei, egli riconosce nel diritto naturale e nella legge divina la giusta misura di ogni legge umana.\ud
Questa ricerca indaga sui numerosi intrecci tra scienza morale e teoria del diritto naturale, dandone una visione d’insieme. La teoria della conoscenza ockhamiana enfatizza l’evidenza razionale attraverso la quale si conoscono i principia per se nota che, nel Dialogus, sono a loro volta presentati come quegli iura naturalia universali e immutabili, a proposito dei quali non è possibile dubitare. Nel Prologo ai Commenti alle Sentenze, il filosofo aveva spiegato chiaramente che la notitia evidens è più ampia ed estesa della scientia in senso stretto; quest’ultima infatti si limiterebbe a proposizioni necessarie (qui l’evidenza riguarderebbe i princìpi e le conclusioni che ne seguono), mentre la notitia evidente può aversi anche di proposizioni contingenti. \ud
C’è una verità che la ragione può mettere in luce e questa non contraddice la verità di fede. Nel campo della filosofia morale l’attività speculativa di «theologi et veri philosophi» converge nella conoscenza del diritto naturale. La distinzione ockhamiana tra fede e conoscenza razionale non implica una separazione radicale: la vera filosofia morale si colloca – insieme alla teologia – su un piano gerarchicamente superiore rispetto alla scienza naturalis. \ud
I commentatori medievali giudicarono positivamente la teoria del diritto naturale esposta nel Dialogus, definendola una «pulchra definitio iuris naturalis». Guglielmo propone una teoria articolata che analizza lo ius naturale attraverso tre modi diversi ma non opposti tra loro, riponendo una grande fiducia nell’infallibilità della ragione umana: ognuno dei tre modi in cui si può intendere il diritto naturale mantiene intatta la sua razionalità. Evidenti ratione colligitur