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    La comunicazione del Social Support: ruoli interazionali e tecniche dialogiche.

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    Oggetto e finalità: Parlare dei propri problemi con un’altra persona è un comportamento molto diffuso e ampiamente riscontrabile all’interno dei dialoghi quotidiani tra soggetti legati da rapporti di vario genere (famigliari, amici, colleghi, semplici conoscenti e, talvolta, estranei). Le prime indagini su tale fenomeno conversazionale sono da ricondurre alla Conversation Analysis. In particolare, Jefferson e Lee (1981/1992) si sono occupati del Troubles Talk, definendolo una sequenza-modello ricorrente, all’interno della quale è possibile individuare i ruoli complementari assunti dai due interlocutori, il Troubles Teller e il Troubles Recipient: il primo espone un problema e il secondo, esprimendo la propria comprensione e partecipazione emotiva, stimola il proseguimento del racconto-sfogo da parte del Troubles Teller. \ud Se la Conversation Analysis ha studiato il Troubles Talk da una prospettiva essenzialmente analitico-descrittiva, interessandosi, cioè, a tali conversazioni sotto l’aspetto della loro struttura e organizzazione interna, alcuni studi recenti sul Social Support (Goldsmith 1999, 2004; Goldsmith, MacGeorge 2000) si sono approcciati al fenomeno focalizzandosi sull’importanza di tali interazioni per il benessere individuale e relazionale e utilizzando una metodologia basata principalmente su somministrazione di questionari e su indagini sperimentali.\ud Con “Social Support” sono da intendersi quei comportamenti verbali e non verbali prodotti con lo scopo di fornire assistenza ad altre persone che vengono percepite bisognose di sostegno soprattutto emotivo (Burleson, MacGeorge 2002).\ud La ricerca scientifica degli ultimi decenni ha esplorato empiricamente gli effetti del Social Support sul benessere individuale giungendo alla conclusione che il comportamento supportivo ricevuto da amici, parenti, conoscenti, colleghi di lavoro e persino da estranei ha notevoli effetti, sia diretti che indiretti, sul benessere fisiologico, cognitivo ed emotivo della persona (Cobb 1976; Cohen, Wills 1985; Cohen 1988; House et al. 1988; Gottlieb 1981, 1994, Cohen, Underwood, Gottlieb 2000; Cunningham, Barbee 2000; Uchino 2004).\ud La revisione della letteratura permette di rilevare come, da un lato, gli studi nell’ambito della Conversation Analysis sul fenomeno del Troubles Talk non abbiano preso esplicitamente in considerazione gli effetti dei diversi interventi in termini di sostegno sociale, e, dall’altro, le ricerche nel contesto del Social Support non abbiano approfondito l’integrazione dei risultati degli studi sperimentali con quelli derivanti da analisi di corpora conversazionali. \ud Il presente studio si inserisce proprio in questo gap, proponendosi di valutare se e fino a che punto i risultati dei due diversi indirizzi di indagine siano compatibili ed integrabili, seguendo una prospettiva teorico-metodologica elaborata all’interno del Centro di Ricerca in Psicologia della Comunicazione dell’Università di Macerata (Zuczkowski 2004; Riccioni, Zuczkowski 2005; Riccioni 2005, 2006, 2008; Zuczkowski, Riccioni 2010).\ud Gli obiettivi di questa ricerca sono legati all’individuazione di specifiche strategie dialogiche che il Troubles Teller (o confidante) e il Troubles Recipient (o confidente) utilizzano per chiedere e fornire Sostegno Sociale. Per quanto concerne il primo, lo scopo è quello di identificare le modalità utilizzate nell’esporre la propria situazione problematica, per sollecitare o richiedere un intervento di supporto.\ud Per quanto riguarda il secondo l’interesse si concentra su due fondamentali aspetti: in primo luogo, individuare le tipologie di supporto prevalentemente utilizzate e quelle che, a motivo di un numero maggiore di allineamenti osservati tra gli interagenti, risultano maggiormente funzionali a veicolare sostegno sociale, ipotizzando che, come sostenuto in letteratura (Weiss 1974; Burleson 1984b; Cutrona, Russell 1987; Gottlieb, Wagner 1991; Wills 1991; Burleson, Kunkel, Birch 1994; Cunningham, Barbee 2000; Xu, Burleson 2001; Burleson 2003; Burleson, MacGeorge 2003), il Sostegno Emotivo sia la tipologia di supporto più efficace; in secondo luogo, determinare le caratteristiche e le condizioni che rendono il “dare consigli” una strategia funzionale di supporto, anche considerando come il consiglio sia il messaggio di supporto utilizzato più di frequente dal confidente (Cutrona, Suhr 1994; Goldsmith, Dun 1997; Goldsmith 2004; Feng 2009).\ud Metodologia: Il presente studio si basa su un’analisi qualitativa e quantitativa di un corpus composto da 25 conversazioni quotidiane, tutte appartenenti allo script dialogico del Troubles Talk, in cui il problema, che costituisce il focus condiviso dalle interlocutrici, concerne le difficoltà relazionali espresse dal Troubles Teller riguardo al rapporto con il proprio partner. Gli interlocutori coinvolti sono prevalentemente giovani studentesse universitarie, tutte parlanti native italiane, legate da vincoli di amicizia. Le sequenze conversazionali sono state analizzate sotto forma di tripletta, (Sinclair, Coulthard 1975; Mehan 1979) non necessariamente formata da turni adiacenti, così composta: esposizione della situazione problematica da parte della confidante (primo turno); risposta supportiva da parte della confidente che assume un ruolo dialogico parziale (secondo turno); reazione al supporto da parte della confidante (terzo turno).\ud Principali risultati: i risultati mostrano che la modalità utilizzata più di frequente dalla confidante nell’esporre la propria situazione problematica è quella dello ‘sfogo’: lo scopo del suo racconto non sembra essere tanto quello di ricevere pareri o supporto ma quello di scaricare la tensione emotiva connessa col problema. Questo si evince dal fatto che, analizzando le prime parti della tripletta, si riscontra una richiesta esplicita o sollecitazione di supporto solo nel 27% dei casi. Per quanto concerne il ruolo della confidente, la tipologia di supporto più frequentemente utilizzata è il Sostegno Informativo (53%), in particolare nella forma del ‘dare consigli’ (40%); seguono il Sostegno Emotivo (13%), quello della Rete Sociale (6%) e il Sostegno all’Autostima (4%). Totalmente assente il Sostegno Strumentale mentre emergono altre forme di supporto: il Sostegno Empatico (6%), il Sostegno di Alleanza (6%) e gli Interventi di tipo Oppositivo (11%). La tipologia di supporto più funzionale, in termini conversazionali osservabili, è quella del Sostegno Emotivo: questo dato conferma gli studi empirici precedenti (Wills 1991; Burleson 1994b; Stroebe, Stroebe 1996; Helgeson, Cohen 1996; Rock, Underwood 2000). Per quanto riguarda il dare consigli come modalità di sostegno è emerso che non tutti i consigli sono ugualmente efficaci ma la loro capacità di supporto è strettamente connessa con lo stile linguistico utilizzato dalla confidente (mitigazione vs. direttività) e con la modalità con cui emerge nel corso del dialogo (consigli richiesti, non richiesti o sollecitati)

    Le istituzioni educative in Albania dal 1878 al 1913. Il ruolo della manualistica scolastica nella formazione dell’identità nazionale albanese.

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    L’interesse sui temi della storia dell’educazione rimane sempre attivo in qualsiasi contesto storico e culturale, e non può non prendere in analisi le istituzioni che divulgano il sapere attraverso l’analisi dettagliata dei programmi, dei manuali scolastici e delle piattaforme pedagogiche quali strumenti della formazione del nuovo cittadino di una nazione. A cavallo tra il XIX e il XX secolo, gli intellettuali del Risorgimento (Rilindje) Albanese, essendo sotto il dominio ottomano per più di cinque secoli, presentarono nuove idee e nuove prospettive verso una nazione libera. Il lavoro della ricerca pedagogica fino ai giorni d’oggi, l’attività teorica e le pratiche educative-istruttive dei risorgimentisti non sono state valutate complessivamente, e non sono state rivestite da uno spirito filosofico, sociale, artistico e storico oggettivo. Cominciando soltanto dagli anni ’60 del secolo scorso si sono pubblicati degli studi sulla storia dell’istruzione e del pensiero pedagogico albanese di questo periodo. Gli sforzi in quest’ambito saranno considerati come i primi passi della costruzione della storia della pedagogia albanese. Tutte le fasi della storia della pedagogia albanese hanno attraversato tre periodi: il primo periodo include il XVI-simo e il XVII-simo secolo; il secondo periodo comprende principalmente il XVIII-simo secolo, mentre il terzo periodo include la pedagogia del Risorgimento e dell’Indipendenza, e i grandi sforzi fatti a cavallo tra il XIX-simo e il XX-simo secolo per la divulgazione dell’istruzione in lingua albanese e la costruzione di un sistema d’istruzione democratico e unico. Le ragioni per cui ho scelto quest’argomento possono essere così presentati: la prima ragione riguarda al fatto che manca uno studio complessivo sul ruolo di tutte le istituzioni educative albanesi in un’unica opera, come la famiglia, la scuola, le istituzioni religiosi e le associazioni culturali. Invece, per spiegare la seconda ragione userò le parole dell’accademico albanese Stavileci: «Questa volta non è il tema che seleziona il tempo ma il contrario, il tempo che seleziona il tema. La situazione nella quale si trova la questione albanese oggi suggerisce un’analisi particolare: più di carattere politico che storico; più di carattere critico che opportunistico, perché la questione albanese rimane irrisolta e perché gli Albanesi non hanno una strategia nazionale di come raggiungere l’aspirazione europea. A noi serve un consolidamento nazionale per non ripetere gli stessi errori. Servono atteggiamenti comuni per le questioni comuni. Ancora, più improvvisiamo che creiamo mentalmente. Ancora, abbiamo rimuginazione del pensiero e non pensieri nuovi; verbalizzazione più che meditazione; opportunismo più che criticismo. Per la nostra causa sonnecchiamo di giorno, mentre gli altri per la stessa causa passano delle notti bianche». La terza ragioni è concernente la distorsione delle verità storiche pubblicizzate durante il periodo della dittatura, dove gli storici hanno usufruito di un metodo marxista per sfornare i loro dogmi ideologici inverificabili dal punto di vista scientifico. Con qualche eccezione, questo è stato il panorama scientifico della dittatura. Più che ri-scrivere la storia agli studi storiografici albanesi serve la ri-lettura e la re-interpretazione dei fatti, serve un nuovo approccio sull’analisi delle questioni della storia dell’educazione, una scuola libera dai dogmi ideologici, pseudo-patriotici e dall’odio verso le altre nazioni. Fondamentalmente, il lavoro ha due grandi obiettivi: esporre una complessiva descrizione delle istituzioni educative in Albania durante il periodo 1878-1913, quali la famiglia, le scuole religiose, le scuole laiche, e i lavori compiuti dai rinascimentisti nello scaturire una nuova idea di nazionalismo attraverso l’insegnamento. L’ipotesi principale che andremmo a verificare è che a cavallo tra il XIX e il XX secolo, attraverso la pubblicazione della manualistica scolastica è stata formata una nuova coscienza nazionale albanese, e per verificare quest’ipotesi della ricerca ho analizzato il contenuto dei testi letterari e linguistici pubblicati durante il periodo interessato, dal quale sono stati identificati quegli elementi che convergono con gli approcci teorici contemporanei sulla formazione dell’identità personale, collettiva e nazionale. Da questa ricerca storiografica, ossia della nascita delle istituzioni scolastiche in lingua albanese e della costruzione delle piattaforme pedagogiche nazionali, sono emerse tante questioni irrisolte dal punto di vista scientifiche. Anche se sono effettuati moltissimi studi sulla vita intellettuale e personale dei protagonisti del Risorgimento Albanese, mancano studi approfonditi sulla loro formazione accademica per capire meglio le influenze ideologiche e le costruzioni teoriche. Solo in questo modo, attraverso una ricerca impegnatissima sul percorso formativo degli architetti illustri del Risorgimento, possiamo costruire un quadro chiaro e complessivo delle dinamiche della formazione della coscienza nazionale albanese. Un altro aspetto che emerge da questa ricerca è la scarsità degli studi sull’enorme impatto sociale e intellettuale della stampa del XIX e del XX secolo nella costruzione dell’identità nazionale. La diffusione della conoscenza, delle idee, delle opere letterarie in lingua albanese e della nuova cultura nazionale aveva bisogno di nuovi strumenti di pubblicazione. Per questa ragione la Stampa svolgerà un ruolo cruciale nello sviluppo culturale della società albanese. Ricordiamo che attraverso diversi articoli i giornalisti dell’epoca esprimevano apertamente i propri atteggiamenti politici e intellettuali su come doveva essere l’istruzione e le piattaforme pedagogiche nel fragile cammino verso l’indipendenza. Senza dubbio, sarebbe di grande interesse scientifico esaminare le suggestioni analitiche degli articoli sull’approvazione e la pubblicazione di una o di un’altra teoria pedagogica, per riuscire ad analizzare e separare le sfumature degli intellettualismi provocatori da quelli innovatori. Alla fine, cercando di verificare l’ipotesi della costruzione di una coscienza nazionale durante il movimento nazionale del Risorgimento, abbiamo dimostrato che, oltre gli sforzi e i traguardi raggiunti, il processo della costruzione di un’identità comune e di un senso di appartenenza collettivo è stato intrappolato nelle insidiose dinamiche psicologiche di un popolo individualista e con un debole senso di comunità, che si è evidenziata come un serio ostacolo verso l’unità nazionale. Anche se gli albanesi sono stati liberi di istruirsi e di formare uno Stato, l’individuo, nel tentativo di educarsi, ha sempre preferito vie diverse da quelle formali e convenzionali, non realizzando mai il passaggio necessario che Ascenzi propone per la formazione di una coscienza nazionale: partire dal cuore del fanciullo per andare al cuore della nazione, dalla famiglia, che era la patria del cuore, alla nazione

    Diversity and Bioindicative value of soil and sediment ciliate communities from Italy: An investigation on\ud agricultural and natural soils, and Frassasi cave sediments (Italy)

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    Phylum Ciliophora comprises a vast variety of unicellular eukaryotic microorganisms, which possess cilia in one or other stages of their life cycle, belonging to the kingdom Protista. The group emerged as a distinct evolutionary line from the main eukaryotic tree more than one billion years ago [...]. The phylum includes over 8000 described species, ranging in size from 10 to 2000 μm. Most of them are free living, few groups also live as commensals or parasites in or on other animals, e.g. the commensal ciliates present in rumen of vertebrates, some species colonize the surface of crustaceans and water beetles, some live in complete association with other organisms, like Balantidium, which are known to infect humans and fish such as Ichtyophthirius [...].\ud The cilia serve for locomotion and food acquisition and occur throughout the cell cycle in all members of the phylum, except of the Suctoria, in which they are absent in the adult stage. They are variable in number and arrangement, distributed over the body surface in a species specific manner and derived from an infraciliature consisting of the kinetosomes (basal bodies) with three\ud characteristic fibrillar structures in the cytoplasm – the kinetodesmal fibril, the post ciliary microtubular ribbon, and the transverse microtubular ribbon. One of the main distinguishing features of ciliates is the nuclear dimorphism: a polyploidy DNA-rich macronucleus (except in the group Karyorelictea, where it is diploid and does not divide) and a diploid generative micronucleus. The life cycles of ciliates are complex and clearly separate sexual processes from asexual reproduction. Ciliates reproduce asexually by transverse binary fission separating the anterior division product (the proter) from the posterior division product (the opisthe). The sexual process, called conjugation, involves the temporary union of two cells of complementary mating types to exchange gametic nuclei; however, this phenomenon is unknown (unobserved) in various groups.\ud Up to date, about 4,500 valid free-living ciliate morphospecies have been described, but the true number may be as many as 30,000 [...] it is estimated that 80–90% of the ciliate biological species are still undiscovered. The small size of the ciliates and their high abundances were used as argument for the “ubiquity model” by Finlay et al. (1996), i.e., everything is everywhere, but the environment selects. However, this assumption underestimates the biodiversity of ciliates because it refutes biogeography in microscopic organisms. In contrast, Foissner et al. (2007) proposed the “moderate endemicity model”, which takes into account presence of cyst species, cryptic species, and about 30% endemic species.\ud Ciliates are essential component of microbial communities in both aquatic and terrestrial environments, where they are integral constituents of trophic chains and nutrient [...]. In particular, ciliate communities exert critical roles in the soil ecosystem; several studies have shown that the grazing activity of ciliates can significantly influence the soil bacterial community, thus exerting\ud secondary effects on plant growth [...].\ud Soil provides a number of critical ecosystem services and the soil biodiversity supports a multiplicity of ecosystem functions and processes which deliver benefits to people. Soil host more than one fourth of all living species in the earth and the main key functions of soil biodiversity are\ud related of the three major bio-geochemical cycles on earth: nutrient, carbon and water cycling. To this regard, ciliates play key roles in the transfer of matter and energy within the “microbial soil loop” by feeding on bacterial biomass. Therefore, the community structure and dynamics of soil protozoa can provide powerful means for assessing and monitoring changes in natural and human-influenced environments [...].\ud In this context, the present work thesis has a twofold purpose: first, to assess the bioindicative value of soil ciliate communities in natural and man-influenced soil systems (e.g. agroecosystems) (chapter1), and second, to explore the diversity of ciliates in natural and agricultural sites (chapter2) as well as in the sediments of the Frasassi cave complex (chapter3).\ud To this regard the first chapter of the thesis work presents the results in analysing the soil ciliate communities of sites exposed to various degrees of soil disturbances, i.e. agricultural sites (organic and conventional) and natural sites with the main aims to evaluate their potential as indicators of soil quality.\ud These activities have been realized in the framework of two projects: a) The BioPrint Pilot project (2010-2011) “Ciliate communities as a tool to assess soil quality in agroecosystems (Organic and conventional farms) & natural sites” Marche region, Central Italy, (chapter1: part1), and b) The “Soil Mapping project” (2012-2014), Lombardia Region, North Italy (chapter1: part2).\ud First Chapter (Part 1) - The BioPrint Pilot Project Marche Region. Currently, few studies have been addressed to the analysis of soil ciliate communities and in particular, in agricultural soils (organic and conventional). In the BioPrint Pilot project, the first one to be performed in Italy, using ciliates as bioindicators of soil quality, the ciliate communities in different soil habitats (agroecosystems and natural sites) located in a hill area (300-550 m asl) of the province of Macerata and Ancona (Marche region), were investigated. The specific aims of the\ud project were: a) to evaluate the capacity of ciliates to discriminate between different types of land uses (natural and agricultural sites), different farming management practices (conventional & organic) and to assess relationships among ciliate community and abiotic parameters Soil samples were collected twice from 10 sites (5 agricultural and 5 natural sites). Diversity (H’), evenness (J’), abundances, colpodid/polyhymenophoran (C/P) ratio of soil ciliate communities were studied by means of qualitative (non-flooded Petri dish) and quantitative methods. Soil chemical-physical (texture, CSC NPK, OM, C/N, soil moisture and temperature) were also measured at each site. In total of 58 species belonging to 7 classes, 13 orders, and 33 genera were identified. Dominant ciliates species belonging to genera Colpoda, Gonostomum, Oxytricha, Halteria and Dileptus were identified. Interestingly, poorly known /new records of more than 12 species of ciliates from the Region Marche were identified, testifying the substantial lack of knowledge of soil ciliates diversity\ud in Italy. The species richness ranged from 14 to 31 and it was higher in agricultural soils as compared with the natural habitats. These findings highlight the high bio-indicative potential of ciliate species number, supporting the intermediate disturbance hypothesis. Univariate and\ud multivariate analysis showed statistically significant differences between natural sites and agricultural sites, as well as between the organic and conventional management farming systems, as well as correlations between the distributions of species with environmental parameters indicating the importance of these parameters in shaping the ciliate communities in the different site types.\ud (Manuscript under preparation).\ud First Chapter (Part 2) - The “Soil Mapping project” Lombardia Region.\ud The main objective of the “Soil Mapping” project was to evaluate the potential of soil ciliate communities to discriminate between different levels of soil contamination/disturbances in four industrial sites (Incinerator; SIN, Site of National Interest; Plant of regeneration of exhausted oils; Cement factory) of Lombardia Region. Since that this interdisciplinary project funded by Lombardia region is still ongoing, therefore, only the preliminary qualitative and quantitative data\ud related to the analysis of community structure of soil ciliates at the four investigated sites will be presented in the second part of the thesis. Furthermore, the surprising data regarding one of the sampled sites known as the P2R site is presented. Among the four sampled areas, the Parona sites surprised more for the presence of an elevated number of new species/genera. The species richest\ud site was the paddy field known as P2R in which two new genera and five new species were identified. In particular, the 14% of the P2R ciliate species appear to be new and restricted to this sampling site (Daizy Bharti, Santosh Kumar, and Antonietta La Terza, unpublished results).\ud Second chapter of the present study reports the novel genera/species and the poorly known species, which has been identified in the course of the study on the community structure of ciliates from Marche and Lombardia Regions. The chapter includes those species for which the detailed\ud morphometric, morphogenetic, and molecular data has been collected (i.e., published and manuscript under preparation). Briefly, these include:\ud (1) A new genus Paraparentocirrus sibillinensis n. gen., n. sp., which was found in soil samples of a beech forest stand within the National Park of Sibillini Mountains, Marche region, Italy. The new species is mainly characterized by a semi-rigid body, an undulating membrane in the Oxytricha pattern, six fronto-ventral rows, absence of transverse cirri, one right and one left row of marginal cirri, four dorsal kineties, two dorsomarginal rows, and caudal cirri at the end of dorsal kinety 4. Further, details on the morphogenesis and molecular phylogeny based on SSU rDNA were studied. (Published in Journal of Eukaryotic microbiology, 2014)\ud (2) A new species Pseudouroleptus plestiensis n. sp., isolated from soil samples collected from the uplands of Colfiorito, Umbria region, Italy. The morphology of interphase, morphogenesis, and molecular phylogeny inferred from SSU rDNA sequences of this ciliate were studied. The novel species is mainly characterized by the following: absence of cortical granules, left fronto-ventral row consisting of about 27–40 cirri, right frontoventral row of about three to seven cirri forming a short row to the right of the rear portion of the left frontoventral row; and four dorsal kineties with caudal cirri at the end of kineties 1 and 2. The morphogenesis of the novel species is similar to that of Pseudouroleptus caudatus caudatus. Phylogenetic analyses based on SSU rRNA gene sequences consistently placed the novel species within the family Oxytrichidae\ud Ehrenberg, 1838, clustering with P. caudatus and the genus Strongylidium. (Published in International Journal of Systematics and Evolutionary microbiology, 2014).\ud (3) Species of the genus Sterkiella; includes brief description of two populations of the poorly known species S. tricirrata from Italy and India, their comparison with a\ud population of S. histriomuscorum having four transverse cirri from Italy, and description of a new species S. tetracirrata from India. (Manuscript on S. tetracirrata under revision in European Journal of Protistology; Manuscript on populations of S. histriomuscorum\ud and S. tricirrata under preparation).\ud (4) A gonostomatid ciliate Neogonostomum paronensis n. gen., n. sp., isolated from soil samples of a paddy field (P2R site), Lombardia region, Italy. Neogonostomum\ud paronensis n. gen. is mainly characterized by a tailed body, AZM and undulating membrane in Gonostomum pattern, frontoventral cirri arranged in pairs, presence of\ud transverse and pretransverse cirri, and the absence of caudal cirri. Morphologically, the new species is very similar to Gonostomum namibiense in having a tailed body and\ud frontoventral cirral pairs. Phylogenetic analyses based on the SSU rDNA sequences supports the congenerecity of the new species and G. namibiense, and the establishment\ud of this new genus (Submitted in Journal of Eukaryotic microbiology, 2014).\ud (5) Brief, redescription of Stylonychia harbinensis based on morphology, morphogenesis, and SSU rDNA gene sequences were studied. Important characters which differentiate S.\ud harbinensis and the closely related species Stylonychia ammermanni includes mainly the size of micronucleus. Data on the unique resting cyst of S. harbinensis is also presented. This poorly known species has been isolated from the P9R site (Parona sampling area, Soil Mapping project) (Manuscript under preparation).\ud (6) Brief, description of Apokeronopsis italiensis n. gen. n. sp. isolated from the P10R site, Parona sampling area; the new genus is mainly characterized by a large body size,\ud frontal ciliature in oxytrichid pattern i.e., three frontal cirri and one buccal cirrus, and undulating membrane in indistinct Steinia pattern. Dorsal surface with multiple\ud fragmentation and dorsomarginal rows. (Manuscript under preparation).\ud Overall the results presented in Chapter 1 and Chapter 2 allowed to verify the bioindicative potential of ciliate communities in discriminating between natural sites and agroecosystems, as well as their capacity to further discriminate between different management systems (organic vs. conventional). Furthermore, this study also allowed identifying about 25 new species/genera using classical and molecular analysis. Seven poorly known species were also identified. In particular a total of 13 new species/genera were identified in Lombardia region (Soil Mapping Project) and 12 new species/genera were identified in Marche region (Bioprint, Mosys and other projects). More than 50% of the identified species were not present in the checklist of ciliate species of Italian fauna. These results stress the ignorance of soil ciliate diversity and highlight the importance of an internationally concerted research effort for decoding ciliates diversity and their functional roles in soil under different land use systems.\ud Chapter three of the present report discuss the community structure of ciliates from the habitat with extreme climatic conditions – a karst system – known as the Frasassi cave complex (Genga, AN, Italy). The sulfide-rich Frasassi cave complex host a still largely uncharacterized\ud micro-biota whom study might offer an intriguing view on the solutions adopted by different species to survive and interact with each other’s in such a harsh environment. The aim of the study was to study the community structure and observe behavioural and morphological differences of\ud ciliates from the Frasassi caves. Four sampling locations within Frasassi caves were selected namely Pozzo dei Cristalli, Lago Verde, Ramo Sulfureo, and Grotta Sulfurea. Periodic sampling were realised from 2009 to 2011 in the form of water-sediments. In total, 33 ciliate species were\ud identified as well as one flagellate species, one amoeboid species and one heliozoan. The ciliates species belonged to 9 classes, 15 orders and 23 genera and were studied in detail. Distinct ciliate communities were obtained during different sampling occasion. This could be due to various\ud environmental challenges and favourable habitats, which leads to ciliate dispersal within these microhabitats. It was observed that some species e.g. Urocentrum turbo, Coleps hirtus hirtus, Oxytricha sp., Euplotes sp. and Aspidisca turrita showed adaptation for the cave environment\ud (Photo-sensitivity, sulphur tolerance, feeding behaviour, morphological difference). Molecular comparisons based on SSU rDNA for some species were done to verify differences between the strains from cave and outside; it was concluded that genes other than SSU rDNA are required to better resolve the differences between the same species from different habitats. Further, contribution (the study of morphology and molecular analysis of the Coleps hirtus cave strain) was made for a publication in Journal of Eukaryotic microbiology, 2014 [...].\ud Overall the results presented in Chapter 3 provide a platform for various in-depth studies of ciliates to understand potential role in ecosystem functioning, nature of chemical compounds secreted, dispersal pattern, and adaptations within cave. (Manuscript under preparation).\u

    Bioinformatics approaches in handling modern ecology high throughput data: from data generation to comparative genomics

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    With the advent of modern high-throughput technologies, the amount of biological data available has begun to challenge our ability to process it. The development of new tools and\ud methods have become essential for the production of analysis results based on such a vast amount of information. This thesis focuses on the development of such computational tools and methods for the management and analysis of high-throughput data generated from two popular platforms, Microarrays and Next Generation Sequencing.\ud The work comprises of two separate parts differing in genomic platforms in question. First part focuses mainly on microarray data generation, management and analysis, where as the second section details about the sequencing and genome comparison study performed on an extreme halophilic bacteria, answering ecological questions like species diagnosis, biodiversity assessment, species evolution and adaptation

    Tectonic reconstruction of Sicily in the framework of the Central Mediterranean geological evolution

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    This PhD thesis is part of a research project focused on the kinematic and tectonic evolution of some key areas of the Western Mediterranean region from the early Cretaceous to present. The aim of this project is to obtain a quantitative model that reconciles the kinematic constraints with the geological-geophysical data recorded in the Mediterranean area. We will provide, using a large amount of data published in many papers in the literature, to develop a coherent reconstruction that will best explain the large scale tectonics of the western Mediterranean region.\ud The kinematic model is obtained taken into account different data derived from various geological datasets, like tectono‐metamorphic events, structural observations, stratigraphic record, magmatic activity distribution and palaeomagnetic data (where available).\ud Reconstruction was carried out using integrated software, PCME 4.0, for the developing of paleogeographic or paleotectonic maps. This software enabled us to create paleotectonic maps by the rotation of all present day tectonic elements to their ancient position by applying rotational motions to numerous microplates and tectonic elements involved in the evolution of the western Mediterranean area. In particular, this PhD thesis is focused on the Neogene evolution of the Sicilian Maghrebian chain. In order to obtain a self-consistent model, it was necessary to reconstruct the Mediterranean evolution, starting from the Mesozoic paleogeography of the western Mediterranean area.\ud The first step was to build a kinematic model that explains the tectonic relation among Western Alps, Alpine Corsica, and Calabrian Arc in the general context of tectonic evolution of the western Mediterranean during the late Cretaceous and the Cenozoic. We propose an alternative model, which overcome the classical models that either interpreting Corsica as the backstop of the Apennine subduction or apply a not easily justified geodynamically model of subduction flip (assuming the detachment of the Ligurian slab following the southeast dipping subduction stage). We suggest that the opposite subduction polarities for Alpine Corsica and for the Calabrian Arc are associated with the occurrence of a transform boundary active since the late Cretaceous. Moreover this new scenario, involving the definition of a new set of plate boundaries for the western Alps–Corsica area, satisfactorily takes into account geological constraints represented by metamorphic ages, stratigraphic record and structural data and also provides useful insights into the geometry of the larger (Africa–Iberia–Eurasia) plate boundary configuration and the original setting of the associated subduction zones. Moreover, the model explains the origin and the structural evolution of the wedge-top deposits, which develops in an extensional context (among Alpine Corsica, Calabria and Kabylies) during the Corsica and Sardinia block rotation, such as “Cilento Unit”, and “Capo d'Orlando Fm.”.\ud The second step provides a kinematic model of the Tyrrhenian- Apennine system evolution since the early Burdigalian. In this model, we divide the Apennine chain into six deformable sectors, characterized by homogeneous Tyrrhenian extensional deformation, each other separated by the transverse structures of the chain (Ancona-Anzio Line, Sangineto Line, Taormina Line) for which the model explains the origin and evolution. The rotation poles (Euler poles) of each sector are defined through a morfostructural analysis of the tectonic lineament in the Tyrrhenian basin and along the Apennine chain.\ud The ultimate goal of this PhD thesis was the characterization of the tectonic evolution of the Sicilian-Maghrebian chain and Southern Tyrrhenian area in the framework of the Tyrrhenian-Apennine system since the early Oligocene. The main tectono-sedimentary stages of the Caltanissetta foredeep basin and of the Cefalù basin, active from upper Miocene to Plio-Pleistocene, are described from a kinematic point of view through a series of plate reconstructions that show the Caltanissetta basin peculiarity with respect to the Maghrebian chain foredeep.\ud The development of the Neogene systems is deeply controlled by the Mesozoic physiography of the African and European margin: the sinking of the oceanic lithosphere, the thinning of the continental lithosphere, the location, and the structure of the different domains (Imerese, Sicanian, Panormide, and Iblean-Pelagian block) controls the development and the propagation of the foredeep and of the thrust tectonics.\ud Starting from the early Miocene, the foredeep (e.g. the Caltanissetta basin) develops on to the frontal sector of the chain, which is characterized by transversal extension on to the upper plate, while moved towards South-South East involving the Panormide carbonate platform, the basin domains (Imerese-Sicanian domains) and the Iblean-Pelagian domain. This process drives the thinning of the thrusted units whose thickness and elevation decrease toward the south. As a consequence of these coupled processes (E-W extension and contractional deformation in NNW-SSE direction), the geological setting of Sicily is characterized by a deep basin (the Caltanissetta foredeep), evolved since the Tortonian times, and by a chain, which develops in W-E direction, in the northern sector. The thrusting is contemporaneous with lateral movements related to the E-W extension in the basin accompanied by the late Miocene-early Pleistocene clockwise rotations of the\ud extensional structures, undergoing a tectonic inversion, during the progressively deformation of Sicilian margin. This extensional process involves the whole Sicily and it is responsible for the development not only of the Caltanissetta Basin but even of the northern Sicily offshore basins (e.g. the Cefalù basin). More in detail, the continuity of the extensional area is interrupted by an E-W trending regional structure (e.g. the Kumeta-Alcantara fault) that dislocates the different sector (the Caltanissetta Basin to the south and the Cefalù Basin to the north). Along this transpressional structure, which links the two different sector of the basin, the Sicilian Maghrebian chain develops starting from the Tortonian times. The extensional process in the Northern-Central Sicily\Southern Tyrrhenian margin ends in the late Pliocene when this sector of the Sicilian chain welded to Europe with cessation of extension in the southwestern Tyrrhenian Sea and with the formation of the Taormina Line, a major NW-SE boundary between Sicily and Calabrian Arc. From this time, the progressive migration of the thrust front, which is today located in the southern Sicily offshore and, on land, along the Gela-Catania alignment, is controlled by the Africa-Europe movement. Moreover, this model includes a self-consistent reconstruction of the southern Tyrrhenian Sea margin and of the tectonics that led to the formation of structural highs and deep sedimentary basins (Peri–Tyrrhenian basins) and of the Aeolian volcanoes

    Physical and behavioural data as adoption indicators of shelter dogs

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    The long stay of dogs in the shelters is often a welfare problem for the animals, a cost to society and an ethical problem. It is therefore important to prevent the abandonment and increase the success rate of adoptions.\ud The aim of this study was to identify, through the application of a protocol for behavioural assessment, an adoption indicator easily definable for dogs coming into the shelters, that allows to estimate the ease with which the animal will be adopted. 593 sheltered dogs (age 2 months to 18 years) were involved in this study over a period of three years starting from March 2010. The data were divided into three groups, A, B and C. The physical (breed, age, sex, size and physical pathologies) and behavioural data of each dog were assessed by a trained examiner using an appropriate test. In the Group A the results of the characteristics presenting a significant difference distribution between adopted or not adopted dogs, were utilized to calculate a synthetic number that we named “IDA” (r/s). A standardized post adoption telephonic follow-up (3 months after the adoption) was performed for investigate whether the adoptions were satisfactory for owners. Subsequently, in order to verify if the hypothesis we created was reliable, the adoption indicator (IDAr and IDAs) has been applied to C and B. The data were analysed by chi square tables (SPSS 12,0, 2003). The dogs scoring more then the mean value (rounded) of the adopted dogs of the Group A were defined as easy adoptable (H, high probability to be adopted), the dogs scoring less then the mean value of the not adopted dogs were set out as hardly adoptable (L), and the other as of medium adoptability (M).\ud In the Group A the proportion between adopted and not adopted dogs (within 3 months after recovery) were significant for IDAr between H and M or L (P < 0,01) and between M and L (P < 0,05); The IDAs significant differences were between H and L (P < 0,01) and M and L (P < 0,05). A first way to validate the reliability of the adoption indicator was to explore the rate of adoption in the animals of Group A during the period of one year after recovery There are a strong link between IDA score and adoption rate in the period (P < 0,01), more clear for IDAs, with more significant differences between High and Low scored dogs (P < 0,01) than between Hig and Medium (P < 0,05 for IDAr; P < 0,01 for IDAs). The satisfaction rate of owners was 98 %. In the Group C the percentage of adopted dogs with H IDAr or IDAs were significantly different from those of M and L IDAr/IDAs dogs (P < 0,01) but not between M and L. Therefore as for the Group A the results show that an H IDA corresponds to a high percentage of adoption. Therefore in the Group C the value of the adoption indicator (IDAr/s), calculated according to the same procedure designed for the Group A, did not different significantly from that of Group A (P < 0,05). The application of the IDA scores to the dogs of group C was analyzed also during the year after recovery and as for the Group A the results confirm that the correlation between IDA and adoption rate is maintained in the long term. In the Group C the satisfaction rate of owner was 98,75%. The results of the correlation analysis between the periods elapsed by dogs in the kennel show that the IDA scores correlate negatively with the period of time from recovery in the kennel to adoption or, for the not adopted dogs, till one year after recovery. In order to verify the reliability of the data was evaluated the mean of the time elapsed in the kennel for dogs with H, M or L IDAr and H, M and L IDAs in the three groups. Dogs with a H IDA tend to stay in shelter less time than those with a lower IDA. The IDA as calculated by us seems to meet the indications for a good test : Feasibility, Reliability and Validity.\u

    Il genere zooepico tra ‘raccolta’ e ‘ciclo’: un’indagine sul Roman de Renart.

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    La tesi si occupa del Roman de Renart, in particolare della sua struttura che lega e separa i testi ori-ginariamente indipendenti e poi confluiti nelle raccolte due e trecentesche. Più che la descrizione di questa struttura a cui la critica ha già dedicato molti studi, l’interesse della ricerca verte sulle cause che l’hanno determinata e sui rapporti paradigmatici che legano il RdR ad altre espressioni del ge-nere zooepico.\ud La struttura del RdR è il risultato della coesistenza di tratti che tendono alla coesione (stessi perso-naggi e nomi propri, stesse ambientazioni, innesto su una comune tradizione folklorica, intento pa-rodico ecc.) con elementi che invece ne impediscono la sistemazione armonizzata in ciclo (diversità degli autori, variabile estensione dei testi, intertestualità non pertinente). Nei 4 capitoli della tesi ho cercato le cause di questa forma particolare che rende il RdR un genere intermedio tra il ciclo strut-turato e la raccolta di testi indipendenti. \ud La prima parte è dedicata alla fase di produzione del testo e comprende l’indagine di tre procedi-menti comuni a diversi autori del RdR: l’uso di motivi ricorrenti e di formule stereotipate e il ricorso a frequenti allusioni che creano legami intertestuali tra le branches. Un motivo come la «finta morte», per esempio, ricorre 14 volte in 12 branches diverse: la volpe per sfuggire a un attacco si cosparge di terra e simula la morte. Il motivo è presente nel patrimonio folklorico internazionale e catalogato nel repertorio ATU al numero K1860: «deception by feigned death». La storia millenaria e di amplissima estensione geografica di questo motivo che dal patrimonio folklorico internazionale, attraverso i Bestiari latini e romanzi confluisce nel RdR, consente di instaurare legami di tipo trasversale: dalla tradizione del racconto zoomorfico ai poeti renardiani e tra vari autori delle bran-ches. Tali legami sono rafforzati dall’uso di formule tipizzate come «Or est Renart en male trape» che ricorre 35 volte nelle 27 branches dell’ed. Martin e che struttura la narrazione in segmenti fa-cilmente individuabili. Sia i motivi che le formule si concentrano in un nucleo di testi (br. I-XVII), mentre nel restante gruppo (br. XVIII-XXVII) tali procedimenti si fanno sempre più rari sino al di-leguo. Questa diversa concentrazione si registra anche nell’indagine sull’intertestualità: le allusioni tra una branche e l’altra contribuiscono a rendere il RdR un’opera ben più coesa delle raccolte di testi narrativi. Eppure il fenomeno è sempre stato trattato come strumento per l’interpretazione di altri aspetti (cronologia relativa delle branches per esempio). Qui invece le circa 120 citazioni sono prima catalogate e poi analizzate per constatare che spesso si dimostrano poco precise: in molti casi se un autore allude a un episodio raccontato altrove, difficilmente l’allusione si dimostra pertinente; spesso cambiano i dettagli o i personaggi e persino le sequenze dell’azione. Le incongruenze sono tali da escludere che un autore, citando un episodio, si riferisca al testo in cui qualcun altro lo aveva raccontato: piuttosto essi richiamano scene note dell’epopea renardiana, alcune delle quali non sono neanche mai entrate a far parte delle raccolte. Lungi dal costituire indizi affidabili per la ricostru-zione della cronologia delle branches, le allusioni sembrano essere espedienti inseriti nei testi per un altro motivo.\ud Il motivo potrebbe essere legato a un fattore di ordine pratico; questa è l’ipotesi avanzata nel capito-lo 3 dove, ripercorrendo gli studi sull’oralità, si provano ad applicare i risultati emersi dalle discus-sioni sulle origini dell’epica al RdR. L’esecuzione orale doveva essere il mezzo di diffusione anche delle nostre branches. Le allusioni sono interpretate come una forma particolare di annonce o rappel, espedienti tipici dell’oralità che Rychner individuò nelle chansons de geste quali mezzi utili al giullare per mantenere alta l’attenzione del pubblico e tenerlo costantemente aggiornato sullo svol-gimento della storia. Avanzo dunque l’ipotesi che la struttura del RdR sia determinata dalle modali-tà di esecuzione del testo: la ripetizione di motivi e formule e le allusioni intertestuali rientrano in una pratica compositiva fortemente influenzata dalla destinazione orale dei testi.\ud Nel capitolo 4 si passano in rassegna i testimoni del RdR: una breve descrizione delle 14 raccolte antologiche e delle 19 testimonianze parziali serve da introduzione per ripercorrere le strade che hanno portato critici ed editori alla ricostruzione dell’archetipo di tutti i testimoni. Quella che viene definita la ’prima edizione del RdR’ è una raccolta, non pervenuta, contenente 16 branches (br. I-XVII, esclusa la XIII) giustapposte tra loro senza un ordine causale.\ud La domanda cui si tenta di rispondere è: a chi poteva servire un libro del genere? La risposta che si propone è che un simile libro potesse essere il manoscritto di un giullare.\ud Infine si propone una ricostruzione della storia del RdR: a partire dal 1175 circa, un gruppo di poeti mise per iscritto alcune storie circolanti (oralmente o nelle fonti letterarie mediolatine) sulla volpe. Queste erano indipendenti tra loro, ma s’innestavano su una tradizione comune a tutti gli autori, la tradizione della zooepica, genere antichissimo che ha per protagonisti animali parlanti e che mette in scena il conflitto eterno tra la figura dello sciocco e quella dell’astuto.\ud Verso la fine del XII secolo, un giullare, nell’intento di costruire un proprio repertorio, realizzò quella che viene chiamata ‘la prima edizione del RdR’ costituita da 16 branches giustapposte tra lo-ro. L’esecuzione, infatti, prevede la declamazione di un testo per volta e la successione degli episodi non importa, così come non importa la pertinenza delle allusioni dato che il pubblico non avrebbe potuto verificarne la congruenza. Le allusioni servono però al giullare per tenere viva l’attenzione del pubblico (tramite annunci e richiami) e per pubblicizzare il proprio repertorio. I compositori delle branches, consapevoli della destinazione dei propri testi, inseriscono tali espedienti sapendo che sarebbero tornati utili a chi li divulgava.\ud Ne consegue che le branches del secondo gruppo erano probabilmente composte per una diversa destinazione.\ud Quando le storie su Renart non riscuotono più tanto successo tra il pubblico dei giullari, diventano testi degni di essere conservati e tramandati come documenti letterari: è a questo punto (inizi del XIII sec.) che entrano a far parte di antologie in cui i vari récits cercano una sistemazione il più pos-sibile lineare non trovandola mai perché il RdR non era nato per essere un ciclo.\ud Le raccolte manoscritte racchiudono almeno due fasi del RdR: una prima caratterizzata dalla moda-lità di esecuzione orale e una seconda in cui i testi sono composti per essere letti nelle raccolte

    Didattica generale e didattiche disciplinari: due prospettive o un diverso equilibrio?

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    Il lavoro di ricerca è iniziato interrogandoci sulla relazione esistente tra la Didattica Generale e le Didattiche Disciplinari. Tra le diverse posizioni attualmente presenti in letteratura, quella che prevale richiama l’esistenza di una Didattica a canne d’organo: la Didattica Generale e le Didattiche Disciplinari possiedono propri statuti epistemici (Frabboni, 1999), hanno specifici oggetti, metodi di studio e linguaggio. Gli autori che sostengono questa posizione (D’Amore e Frabboni, 1996; Martini 2000; D’Amore e Fandiño Pinilla, 2007) affermano che entrambe studiano l’azione didattica, ma la Didattica Generale si occupa maggiormente dell’interazione tra il docente e l’allievo, mentre le Didattiche Disciplinari guardano con maggiore attenzione gli aspetti connessi al sapere disciplinare. \ud La difficoltà di conciliazione tra le due prospettive deriva anche dalla reciproca diffidenza con cui i docenti si relazionano tra loro a causa della differente formazione iniziale e del diverso contesto nel quale operano.\ud Per comprendere le diversità profonde tra Didattica Generale e Didattiche Disciplinari si è pensato di indagare come i docenti dei due settori analizzano la medesima azione didattica.\ud Il percorso ha come finalità quello di favorire percorsi di ricerca condivisi tra la DG e la DD, che andranno a supporto della formazione, iniziale e in itinere, degli insegnanti di scuola. \ud I docenti universitari delle due categorie analizzano le pratiche didattiche che sono oggetti di ricerca complessi: l’azione dell’insegnante competente si articola mediante schemi d’azione, repertori di comportamenti e di routines (Altet et al., 2006). Gli interventi che l’insegnante attua in aula sono caratterizzati da saperi legati ad aspetti relazionali e di comunicazione, ma anche connessi alle singole discipline.\ud Per l’analisi dell’azione didattica si è utilizzato il modello di Joseph Rèzeau (2004) che supera la visione di Hussaye ripresa poi da molti disciplinaristi. Se per Hussaye nella relazione tra docente, studente e sapere si hanno tre diverse posture, i lati del triangolo, per Rèzeau la mediazione viene all’interno del triangolo e le azioni sono in continua equilibratura tra leva pedagogica e leva didattica, usando la terminalogia francofona. La posizione di Rèzeau è stata ripresa e ampliata da Damiano (2013) che da essa parte per definire la didattica come mediazione.\ud Per comprendere come i docenti di DD e di DG si pongano nei confronti dell’azione e come si differenzino le due prospettive, abbiamo video-registrato cinque episodi connessi a diverse discipline – Storia, Scienze, Matematica, Geografia e Italiano – e per ogni video abbiamo individuato 4 docenti, due di DD e due di DG, e abbiamo chiesto loro di analizzare l’azione didattica. I docenti dovevano inizialmente osservare il video, inteso come documento, che mostrava una sessione didattica di 20-40 minuti ambientata in una scuola primaria e, successivamente, sono stati sottoporsi a un’intervista biografica (Bichi, 2000) semi-strutturata.\ud Le interviste sono state poi analizzate avendo come riferimento le quattro logiche di analisi (Rossi e Pezzimenti, 2012): dell’apprendimento, dell’epistemologia disciplinare, valoriale, dell’ingegneria didattica.\ud Abbiamo quindi adottato un atteggiamento di tipo “illustrativo” (Demazière, Dubar, 2000) operando un’analisi tematica delle interviste, ossia scomponendo ciascuna intervista in unità di analisi che fanno riferimento alle categorie concettuali inerenti gli indicatori delle quattro logiche. \ud L’analisi ha permesso di rilevare alcune diversità e alcuni punti di tangenza. Innanzitutto è emerso che nella maggioranza dei casi i docenti ritengono come rilevanti per l’apprendimento le medesime situazioni didattiche. Inoltre sia i docenti di DD, sia quelli di DG affrontano tematiche connesse alle epsitemologie disciplinari, alle relazioni in classe, al fare dei docenti e alle strategie scelte. È assolutamente impossibile distinguere i campi di intervento delle due categorie. Lo sguardo che hanno i quattro docenti è sinergico e rimanda a quelli che sono i diversi elementi della trasposizione, anche se, in generale, i disciplinaristi hanno uno sguardo più attento ai saperi disciplinari, mente quello dei generalisti al fare degli insegnanti.\ud In alcuni casi si notano maggiori diversità che, secondo noi, sono da attribuire alla formazione dei docenti disciplinaristi. I disciplinaristi intervistati si dividono in due categorie: quelli che insegnano la disciplina in corsi di laurea non connessi all’insegnamento e coloro che insegnano anche la didattica della disciplina. Le analisi dei docenti di Didattica Generale e quelle dei disciplinaristi, che operano nella formazione, sono molto simili; vi è una grande differenza tra le analisi di queste due categorie e quella dei disciplinaristi che non operano nella formazione.\ud Questa constatazione ha rafforzato la nostra idea: i docenti di DD e di DG possano avere una medesima epistemologia come riferimento, anche se poi hanno un bagaglio di consocenze differenti.\ud Il riferiemento è relativo a un costrutto epistemologico che nasce dalla collaborazione, in egual misura, sia di esperti di DG, sia di esperti di DD. I contributi di Brousseau, Develay, Chevallard, Viennot e Radford, solo per citarne alcuni, non possono essere relegati a settori disciplinari specifici. Il concetto di trasposizione didattica, nato nel mondo della didattica della matematica, è oggi un riferimento comune.\ud Se è possibile parlare di un edificio epistemologico comune, diverse sono invece le conoscenze. Tale specificità di contenuti non preclude la possibilità per i vari docenti di essere parte dello stesso ambito di ricerca, con medesime metodologie e un medesimo linguaggio.\ud L’ambito comune non è sicuramente quello della DG, né quello delle DD, ma un settore prodotto dalla loro interazione e sinergia.\ud Contemporaneamente le diverse consocenze di cui ciascun settore è portatore determinano, nella formazione degli insegnanti, sia iniziale che in servizio, l’esigenza di lavorare in comune e, partendo dalla centralità dell’azione didattica in cui si intrecciano le diverse dimensioni, effettuare analisi poliprospettiche. Ritorniamo così alla proposta di Altet che vede nell’analisi plurale uno strumento indispensabile per comprendere l’azione stessa, i fili complessi in essa connessi, le trame in cui è impossibile separare strategie e contenuti disciplinari, finalità e obbietivi. Se l’insegnante è l’operatore centrale della mediazione e deve equilibrare in azione i vari aspetti, la leva pedagogica e quella didattica debbono trovare un continuo equilibrio che non deriva dalla sommatoria di due punti di vista, ma dal loro sguardo sinergico, in cui le scelte relative alla trasposizione prevedono elementi intrecciati e difficilmente attribuibili o alla sfera disciplinare, o a quella didattica.\ud La tesi pertanto sembra aver sottolineato come Didattica Disciplinare e Didattiche Generali hanno una base epistemologicica comune, anche se ciscuna ha un diverso bagaglio di consocenze. Ha anche evidenziato come nella formazione degli insegnanti siano entrambe necessarie, ma ancor più sia necessario che operino in modo sinergico nell’analisi dell’azione didattica

    Per un'antropologia pedagogica del teatro. Senso e metodo del vissuto teatrale nell'educazione contemporanea.

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    Il presente lavoro di tesi si propone di indagare la natura dei rapporti tra teatro e educazione nell'orizzonte di una pedagogia fondamentale di fenomenologico-ermeneutico. Coerentemente con lo stile di razionalità cui faccio riferimento, la riflessione sarà articolata in tre momenti, i quali rivelano altrettanti tratti essenziali del sapere pedagogico scientifico e guardano alla pedagogia come scienza progettuale, teoretica, poietico-prassica.\ud Lo scopo della prima parte del lavoro («Le ferite educative nel tempo presente») è quello di determinare l'oggetto proprio dell'istanza pratica, riconducendolo a uno o più bisogni originari che in questa epoca presentano i caratteri dell'emergenza educativa. La proposta è quella di accostarsi all'universo degli adolescenti e dei postadolescenti, attraverso una lettura del disagio volta a determinare quegli aspetti che ne disegnano i tratti ricorrenti e caratterizzanti. Mi riferirò in prima istanza al profilo emergente della condizione adolescenziale nell'Occidente contemporaneo, per tentare di individuarne in un secondo momento la struttura e il senso.\ud Nella seconda parte dell'elaborato («Senso del teatro nell’agire educativo») l'attenzione si sposta invece sull'istanza poietica, quindi sul tentativo di determinare il fenomeno teatro e il suo senso educativo. Nel corso della riflessione ulteriore o educativa in senso proprio non è solo il teatro a essere riconosciuto come strutturalmente educativo, ma anche un particolare aspetto di quell'universo relazionale, che proporrò di chiamare vissuto teatrale. L'esperienza teatrale non si esaurisce infatti nella messinscena, ma è frutto di una storia, dell'intreccio di relazioni che sviluppano in modo esemplare alcune istanze che determinano tanto i fenomeni teatrali, quanto i fenomeni educativi.\ud Affermare che esiste un nesso strutturale tra teatro e educazione, equivale ad affermare che il teatro ci rivela qualcosa di quei fenomeni umani che chiamiamo educativi, siccome i fenomeni umani che chiamiamo educativi ci rivelano qualcosa del fenomeno teatro. Proporrò di chiamare antropologia pedagogica del teatro quel campo di studi che mette a tema e problematizza il rapporto esistente tra fenomeni educativi e fenomeni teatrali nelle loro manifestazioni autentiche. Riferirsi a un'antropologia pedagogica del teatro capovolge i principali modelli che regolano i rapporti tra teatro e educazione in ambito pedagogico-didattico: tutt'oggi, il significato autentico di uno dei due termini viene sacrificato in funzione dell'altro; oppure, un fenomeno è divenuto strumento per la piena realizzazione dell'altro.\ud Nella terza e ultima parte della tesi («Vissuto teatrale e prassi educative oggi») vengono presentati alcuni orientamenti metodologici, sviluppati a partire dalla domanda sul senso educativo del teatro nell'Occidente contemporaneo. Il fine è quello di proporre una teoria generale del metodo fondata su ciò che determina il fenomeno teatro in quanto tale (innestata quindi nella riflessione sul senso) e adeguata a dialogare con i bisogni determinati come oggetto dell'istanza pratica.\ud L'incontro dialettico tra contingenze e desideri educativi si apre alla progettualità nella presentazione di un percorso che considera il laboratorio teatrale come possibile luogo di co-significazione in cui sperimentare le possibilità di acquisizione della competenza storico-esistenziale (Bellingreri, 2007). Si tratta di una proposta che mette al centro della dimensione laboratoriale il vissuto teatrale come quasi-testo (Bellingreri, 2005); la sua co-significazione attraverso il dialogo esistenziale; la sua ricostruzione attraverso l'autobiografia. Le prassi attuative di questa proposta inedita riconquistano il senso educativo e pedagogico del teatro drammatico (in particolar modo al teatro di parola) e fanno propria la lezione sui sistemi innati di rappresentazione della realtà (Bruner, 1973); sul dialogo esistenziale così come prospettato dalla logoterapia (Frankl, 1969); sulla metodo di lavoro e terapia di gruppo denominato Themenzentrierte Interaktion (Cohn, 1975). Il modello non ha la pretesa di essere esaustivo, né risolutivo: rappresenta solo una delle infinite declinazioni prassiche della riflessione pedagogica in senso proprio.\ud Il lavoro viene perfezionato da un'appendice («Memoria dell’esperienza: Trame esistenziali, buone pratiche, spunti operativi»), che raccoglie i diari stilati da alcuni giovani protagonisti di percorsi teatrali ritenuti paradigmatici; le pratiche sperimentate in contesti scolastici, extrascolastici e universitari; e tutto ciò che nell'elaborazione del discorso ha costituito il sostrato fertile di un procedere manifestante-riflessivo

    Sport e turismo balneare: modelli di sviluppo e realtà di marketing territoriale.

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    Il contributo che viene di seguito presentato riporta i risultati di una ricerca sociologica sull’evoluzione dei modelli turistico-balneari nel contesto italiano negli ultimi decenni, sia a livello territoriale sia a livello sociale. Parallelamente al primo obiettivo, se ne affianca uno più specifico rivolto alla comprensione e allo studio di come all’interno del sistema turistico balneare vengano proposti prodotti originali ed inediti prettamente connessi ai caratteri della società post-moderna. In particolare la ricerca focalizza l’attenzione sul turismo sportivo, che sembra costituire un’offerta originale ma soprattutto quantitativamente rilevante, e che si pone come il “frutto” di un modello di sviluppo proprio e autoctono del territorio cervese, fondato sull’autenticità e l’identità locale. E’ bene sottolineare che tale approfondimento è stato stimolato dai risultati di tre più generali e vaste indagini sullo sviluppo dei modelli turistico balneari della costa romagnola che, seguendo percorsi metodologici prevalentemente qualitativi, si sono concentrate su alcune località appartenenti al Comune di Cervia: Cervia stessa, Milano Marittima e Pinarella. Cervia oggi è sicuramente in grado di offrire un nuovo prodotto turistico, quello sportivo, grazie ad un insieme di fattori quali territorio, strutture ricettive e impianti sportivi. Certamente le opportunità territoriali unite alla presenza di importanti infrastrutture hanno giocato un ruolo fondamentale per la nascita di questa innovativa forma di turismo che abbina il mare allo sport rendendo l’offerta unica e ambivalente. Queste nuove politiche adottate dagli imprenditori locali si stanno muovendo attraverso un’azione sistemica che vede la collaborazione sia con le istituzioni locali sia con le diverse realtà presenti nel territorio, turistiche e non. Lo sport sembra essere l’elemento attraverso il quale viaggia la nuova offerta turistica, capace di avvalorare la centralità del tema ambientale e territoriale, promuovendo contemporaneamente un sistema fatto di collaborazioni e interdipendenze fra le diverse realtà locali. \ud Il valore aggiunto di questa nuova forma di turismo che vede lo sport come protagonista risiede nella capacità di abbracciare campi diversi come l’ambiente, il benessere fisico, le relazioni sociali, lo svago e il tempo libero.\ud Considerare dunque il turismo sportivo una componente importante del territorio in esame implica la necessità di un importante organizzazione territoriale, che si avvalora dal coordinamento e dalla collaborazione di più attori che si adoperano alla creazione di servizi come la ricettività alberghiera, la gastronomia, i trasporti, i servizi sportivi e la promozione. Solo un sistema turistico integrato in cui tutti i soggetti contribuiscono a rendere le località in analisi mete perfette in grado di soddisfare contemporaneamente lo sportivo, l’amatore e eventuali accompagnatori, può risultare vincente all’interno di un sistema turistico ormai saturo e frammentato. A questo proposito l’area cervese si presenta come una zona turistica che da sempre fa della cooperazione e dell’interdipendenza fra i vari attori locali uno dei suoi punti di forza. \ud E’ pertanto possibile affermare che oggi nelle tre località in esame il turismo sportivo rappresenta per gli operatori turistici una valida e nuova opportunità di sviluppo. Da un lato infatti vi è la possibilità di richiamare investimenti e occupazione, dall’altro lato invece vi è la possibilità di una promozione e “ri-qualificazione” in termini sia territoriali che turistici. L’elaborato si conclude con la presentazione di alcuni casi di studio, riconducibili a diverse realtà cervesi che hanno fatto della triangolazione fra turismo, sport e territorio, un modello di sviluppo turistico sostenibile, capace di delineare delle linee guida sulle quali poter riflettere in un ottica di sviluppo e riqualificazione turistico-territoriale, nonché per un eventuale realizzazione di piani strategici comuni, volti a valorizzare un prodotto turistico tutto “made in Italy”. Su questa linea, infatti, lo studio sociologico affrontato ha spesso assunto le vesti di una ricerca intervento, dimostrando la sua valenza laddove si presentino criticità temporalmente e spazialmente definite

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