689 research outputs found

    Analisi e commento delle Categorie di Aristotele.

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    Le Categorie sono un’opera, tramandataci nella suddivisione in quindici capitoli, che fa parte di quel complesso di scritti aristotelici, tutti considerati dalla tradizione concer-nenti la “logica”, che Alessandro di Afrodisia designò, tra la fine del II e il III secolo d. C., con il nome di “Organon”, che significa “strumento”. Il lavoro condotto intorno a tale opera dello Stagirita si presenta suddiviso in tre sezioni.\ud Nella Prima si propone lo Status Quaestionis: viene offerto un quadro analitico della controversa e problematica tradizione interpretativa del testo, scandagliando anche al-cune questioni connesse ai rapporti del testo con le altre opere dell’Organon.\ud Nella Seconda si offrono una nuova personale traduzione e commento intergale delle Categorie, dando vita ad un’analisi ampia e puntuale del testo. In questa sezione è di notevole importanza il massiccio utilizzo dei commentari antichi, che consentono di ve-rificare e approfondire alcune delle questioni di fondo e che aiutano a ricostruire una fit-ta rete di tra vari testi, sia all’interno delle Categorie stesse, sia in relazione ad altre ope-re di Aristotele (interne all’Organon, ma anche con testo come la Metafisica).\ud Nella Terza si riassumono i guadagni tematici dell’opera, attraverso una rilettura tra-sversale degli assi tematici e la verifica delle ipotesi storico-ermeneutiche e concettuali di partenza.\ud In particolare, l’intera indagine viene condotta nella verifica di una delle ipotesi più importanti: a più livelli e in diversi ambiti tematici, la figura teorica ed ermeneutica del pollachos legomenon è la cifra fondamentale del pensiero aristotelico, che mai si riduce a posizioni unilaterali e dogmatiche. In breve, ogni realtà “è” e si manifesta in molti modi e, dunque, chiede di essere “detta” e “compresa” in molti modi. Tale figura trova, nel testo, molteplici conferme a molteplici livelli, ad esempio intorno alla centrale cate-goria della sostanza, che viene letta ed analizzata dallo Stagirita in modo diverso nelle Categorie e nella Metafisica per la diversa curvatura della prospettiva in cui il Filosofo si colloca. Oltre che come chiave interpretativa, il pollachos legomenon gioca un ruolo importante in numerosi questioni tecniche e specifiche: nella ricerca e nella divisione dei significati delle categorie dell’essere (se l’essere non si dicesse in molti modi, non sarebbe possibile distinguere i cosiddetti “generi dell’essere”), nella spiegazione delle diverse accezioni dei termini, nella nozione di omonimia e in quella del focal meaning. Dall’analisi dei Praedicamenta e dei Postpraedicamenta risulta, inoltre, chiaro come l’intento di Aristotele non sia affatto l’esaustività né il guadagno dell’“ultima parola” in riferimento alla descrizione del reale, ma la ricerca di figure concettuali mobili e poli-morfe, che si lascino attraversare in modo che i loro profili, pur nella diversità e, talvol-ta, persino nella loro incompatibilità, convivano\ud Tale polivalenza strutturale dell’approccio aristotelico consente anche di affrontare una questione più specifica, quella di una lettura delle Categorie a più livelli: in chiave logica, ontologica, grammaticale, etc. Nel testo vengono individuati la compresenza e l’intreccio costante dei diversi livelli, elementi che consentono di affrancarsi dal tradi-zionale “dilemma ermeneutico” a favore di una o dell’altra lettura e di valorizzare la na-tura dell’impianto ermeneutico, collocandolo in una dimensione di una logica “aurora-le” in cui i diversi aspetti erano ancora distinti. \ud In questa prospettiva si configura anche il senso dell’opera, che appare come un testo di scuola, uno “strumento didattico” utile per affrontare e capire le questioni che magari anche altre opere dell’Organon pongono. Non si tratta, allora, di un testo che vada posto “prima” o “dopo” altri, ma di uno strumento che, come ad esempio il libro Delta della Metafisica, con cui ha evidenti somiglianze e rapporti, non ha una collocazione precisa in quanto universalmente utile. Da questo punto di vista, può essere chiarita anche la questione dell’unità dell’opera. Il lavoro propone una lettura unitaria che eviti di cedere a tentazioni riduzionistiche o ad ipotesi evoluzionistiche. Un approccio unitario che ri-sulta verificato, in primo luogo, all’interno dell’opera, che, pur non presentando un’unità letterario-compositiva, è tuttavia dotata di un’unità concettuale connessa alla natura didattico-strumentale. In secondo luogo, si offorno numerosi riscontri, rimandi, elementi di unità, somiglianze tematiche tra le Categorie e scritti quali la Metafisica, la Fisica, il De generazione et corruptione e le Etiche: quanto viene affermato nelle Cate-gorie è ripreso e ribadito in tali opere di sicura paternità aristotelica, anche se con curva-ture diverse, come nel già citato caso della sostanza, in virtù di quella movenza aristote-lica che è stata definita “dipartimentalismo epistemologico”.\ud Infine, si individua, all’interno dell’Organon, un asse di tipo “comunicativo” che connetterebbe le Categorie, il De Interpretatione, i Topici e le Confutazioni sofistiche, diverso dall’asse argomentativo “formalizzato” al cui interno andrebbero collocati gli Analitici Primi e Secondi. Ciò sembrerebbe attestato oltre che dalle affinità tematiche e dalla particolare curvatura “comunicativa” delle opere in questione, anche dal fatto che i titoli originari delle Categorie tramandateci dalla tradizione erano Pro ton Topon e Pro Topikon. Un’ipotesi, quest’ultima, però, che necessiterebbe di ulteriori approfondimenti e everifiche, soprattutto a partire dalle altre opere implicate in una eventuale nuova rilet-tura dell’Organon.\u

    Saggio di commento a Boezio: De Institutione Musica, I, 1-I, 8.

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    La Tesi consiste in un Saggio di Commento ai primi otto capitoli del De Institutione Musica di Severino Boezio, trattato quadriviale di enorme importanza per la letteratura scientifico-musicale del Medio Evo e del Rinascimento, nato dall’esigenza di recuperare il passato in un presente “ingrato” (P. RICHÉ, 1966, p. 7), “nel generale sfacelo che ... travolge gli studi di più alto livello” (H. CHADWICK, 1986, p. 99). Questi otto capitoli corrispondono sostanzialmente ai primi due “cicli tematici” dell’opera, tra i più densi e corposi, sia da un punto di vista contenutistico che quantitativo, corrispondendo a poco meno della metà dell’intero I libro. Si affrontano qui le anfibologie di una materia sospesa tra logica ed etica; la divisione della musica nei tre settori della musica mundana, humana e instrumentorum; l’importanza della musica a livello socio-politico; le nozioni di base della materia, secondo la scuola pitagorica, sia da un punto di vista fisico-acustico che aritmetico; l’importanza ma anche la debolezza della percezione sensoriale. La “musica boeziana” non è pratica, bensì speculativa, come già riassumeva con magistrale incisività Guido D’Arezzo nella sua Epistola Guidonis Aretini de ignoto cantu: “Boetium ... cuius liber non cantoribus, sed solis philosophis utilis est”.\ud Il presente lavoro, condotto sulla base dell’unica edizione critica esistente (quella teubneriana di G. Friedlein del 1867), è motivato dalla mancanza di un commento a quest’opera; le cinque traduzioni moderne del trattato, nelle cinque lingue europee (PAUL, 1872; BOWER, 1989; MARZI, 1990; MEYER, 2004; LUQUE, 2009), presentano infatti brevi note esplicative, a piè di pagina o in calce, che però non entrano nel merito dello stile boeziano, delle peculiarità del suo modus scribendi, della struttura compositiva dei capitoli, delle complessità semantiche del suo vocabolario e della comunicabilità tra il linguaggio e la terminologia di questa prosa e quella, da una parte, del trattato aritmetico boeziano (precedente il De Institutione Musica) e, dall’altra, del De Consolatione Philosophiae (successivo al De Institutione Musica), tutti aspetti che meritavano di essere indagati e che questa Tesi ha iniziato ad analizzare in maniera sistematica. Il commento è stato chiaramente condotto a livello intratestuale, considerando l’opera nel suo complesso, e intertestuale, tenendo in considerazione le altre opere del Nostro Autore e la bibliografia primaria (in primis musicale) latina e greca che precede il trattato. Si è tenuto conto, in sede di commento, anche della cosiddetta Glossa Maior, commentario del IX secolo al trattato pubblicato in III voll. da Bower e Bernhard a partire dal 1993 per la Bayerische Akademie der Wissenschaften. Il commento ad ogni capitolo è, nella Tesi, sempre preceduto da una Introduzione che appunto esamina, oltre che il ruolo del capitolo nell’economia globale dell’opera, la struttura formale del capitolo stesso, mai finora analizzata e che ha rivelato, ad esempio, la particolare propensione del Nostro Autore per formule compositive ricorsive, simmetriche, anulari: il chiasmo strutturale, spesso doppio e triplo, in pendant con un uso continuo (anche annidato: chiasmo nel chiasmo) della stessa figura a livello verbale, sembra essere per Boezio non solo lo specchio e l’emblema dell’armonia numerico-proporzionale del cosmo, di platonica memoria (si pensi al χ celeste di Timeo 36 B), e della razionalizzazione di una materia così sfuggente e ambigua qual è la musica da parte del doctus (cfr. Inst. Arithm., I, 27, 4 Guillaumin), ma anche il segno evidente di una rifinitura formale, da alcuni studiosi negata a quest’opera o ignorata. Per quanto riguarda la tecnica di scrittura, un’altra peculiarità che la Tesi mette in luce è quella singolare forma di “economia semantica” per cui un aggettivo o un vocabolo ha al contempo un significato di segno negativo e uno di segno positivo. Si tratta di termini in qualche modo “double-face”, cioè in grado di subire un ribaltamento semantico nel corso del I libro: è il caso ad esempio dell’aggettivo multiplex (di segno negativo in contesti etico-musicali, positivo in contesti aritmetico-musicali) e della coppia similitudo-dissimilitudo (in contesti etico-musicali è positivo il concetto di similitudo, mentre in contesti aritmetico-musicali lo diventa quello di dissimilitudo). Altro aspetto rilevante del lavoro è la complessa ricostruzione dello spessore semantico del vocabolario boeziano (il Nostro, infatti, non dà quasi mai la definizione dei termini che utilizza; alcune immagini, lemmi o espressioni sono inoltre afferenti a più discipline), volta naturalmente ad una puntuale traduzione, giungendo a contestare o integrare, laddove necessario, le interpretazioni esistenti. La prosa di questo trattato tecnico, trascurata da studi specialistici, non è una prosa d’arte paragonabile a quella della Consolatio, ma certo è da ridimensionare il giudizio di chi la liquida in termini negativi: nella mai banale strutturazione architettonica, nell’attenzione per le clausole, nella predilezione per chiasmi, polisemia e figure di suono, è infatti già possibile intravedere i tratti tipici del grande poeta; l’aspetto più originale di questo trattato non sta del resto nei contenuti, mutuati da fonti latine e soprattutto greche, ma nella forma, nel modo in cui Boezio opera il vertere in latino della materia (cfr., e. g., la suddivisione della musica nei tria genera, “mundana”, “humana” e “instrumentorum” o la stessa scelta delle parole, che in alcuni casi dà vita a calchi linguistici del tutto nuovi, come, in I, 4, “superparticulare” per il greco “™πιμόριον”, laddove Marziano Capella e Agostino usavano rispettivamente “antecedens”, Nupt., VII, 757, e “sesquati numeri”, Mus., I, 10, 17, o superpartiens per il greco “™πιμερές”, a tradurre le formule 1 + e [in quest’ultimo caso con p>1 e n≠1], background aritmetico per alcuni intervalli sonori).\ud A livello contenutistico, infine, una delle peculiarità della porzione di testo commentata è costituita dal fatto che troviamo in esso incastonato uno ψήφισμα greco in dialetto spartano, in cui si sancisce la condanna del musicus Timoteo di Mileto e dei suoi disvalori. Numerosi sono i problemi che il decreto pone nella sua singolarità, soprattutto di natura filologica, contenutistica e linguistica. Per questo la Tesi dedica ampio spazio a definire uno status quaestionis intorno al decreto, confrontando le versioni e le interpretazioni esistenti del decreto stesso (dal Glareanus a Mitsakis) e procedendo quindi ad un’analisi personale del testo, sia strutturale che per parole-chiave, proponendo anche un’interpretazione di alcune espressioni musicali criptiche e cercando di porre la terminologia greca del decreto in rapporto al testo latino che ne fa da alcova.\u

    Wille, Unbewusstheit, Motivation: Der ethische Horizont des Husserlschen Ich-Begriffs.

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    I tre termini del titolo (volontà, inconscio, motivazione) rappresentano i tre punti fondamentali della presente ricerca. L’approfondimento di queste tre categorie rende possibile, nel corso del lavoro, la messa in luce dell’orizzonte etico sotteso alla concezione husserliana del soggetto personale. \ud La volontà – tema del primo capitolo – è una dimensione trasversale che accompagna ogni istante della vita dell’io, poiché sottesa ad ogni suo atto. L’originalità della fenomenologia husserliana della volontà trova un importante interlocutore nella figura di Alexander Pfänder – allievo di Theodor Lipps e stretto collaboratore dell’Husserl del primo decennio del ‘900. Tale trattazione comparativa ha delle rilevanti ragioni di natura tanto storiografica quanto teoretica, come viene mostrato nel corso del lavoro.\ud Husserl, così come Pfänder, sottolinea a più riprese come la peculiarità dell’atto volontario sia rappresentata dalla capacità decisionale, dalla possibilità di autodeterminazione dell’io. Sintetizzando tutte queste caratteristiche nell’espressione “fiat”, il filosofo tende a un parallelo sinonimico con il geistiger Schlag pfänderiano. Non si può, però, parlare di una sinonimia totale; esiste, infatti, un punto in cui le posizioni dei due filosofi si discostano. Esso trova luogo nel riconoscimento che Husserl, a differenza di Pfänder, opera nei confronti delle numerose modalizzazioni del fenomeno del volere, fino all’identificazione di una categoria apparentemente paradossale: la Willenspassivität.\ud Nella seconda parte del capitolo viene messa a fuoco l’ampiezza dell’ambito della motivazione, che per Husserl arriva ad abbracciare l’esperienza stessa: tutta la vita dell’io ha carattere motivazionale. Husserl individua due generi di motivazione: quella attivo-razionale e quella passivo-irrazionale. Il primo genere focalizza quella che normalmente viene indicata come motivazione e che già Pfänder aveva messo in luce. Il secondo ambito, invece, arriva a caratterizzare come motivazionali persino la vita pulsionale e passiva dell’io, mentre per Pfänder la sfera pulsionale dell’ego opera alla stregua di una Naturzwang. Il misconoscimento pfänderiano della legalità di senso in opera nella dimensione passiva nasconde in sé lo stesso errore del naturalismo psicologistico, perché le leggi associative vengono ad assumere il dinamismo proprio delle leggi meccaniche naturali. La concezione husserliana, quindi, supera ogni dualismo: attività e passività non appartengono più a due mondi separati e retti da ordinamenti causali differenti, bensì si riscoprono come due livelli diversi dell’unica vita dell’io, interamente attraversata da connessioni di senso e comprensibilità. Tra questi due strati non c’è alcuna cesura, ma un graduale emergere esplicito della Vernunft.\ud L’indagine che viene condotta nel secondo capitolo pone al centro, invece, la dimensione inconscia della vita dell’io, che sembrerebbe sottrarsi a un’analisi descrittiva; ma nonostante questa apparenza, Husserl non si esime dall’affrontare una «fenomenologia di questo cosiddetto inconscio», la quale non mira alle strutture empiriche o psicologiche, bensì a quelle trascendentali della soggettività. L’analisi intenzionale infatti ricostruisce da un punto di vista genetico la costituzione dell’io e i suoi strati che passivamente operano. Al fine di valorizzare la peculiarità dell’approccio fenomenologico alla dimensione inconscia, un confronto con la psicanalisi freudiana, che metta in luce i punti di contatto e allo stesso tempo le profonde differenze tra i due metodi, si rivela – nel corso del capitolo – illuminante e fecondo.\ud Alcune domande tendono il filo rosso del percorso: in che senso è possibile parlare di inconscio da un punto di vista fenomenologico? Quale effetto gli istinti e le associazioni passive sortiscono sulle decisioni? Come è possibile parlare di abitudini trascendentali, quando la categoria di abitudine di per sé sembra riguardare solo la dimensione empirica dell’esistere? Per rispondere a queste domande è innanzitutto necessario comprendere la dinamica trascendentale della coscienza del tempo: il flusso temporale è la condizione trascendentale del progressivo inabissarsi di ogni vissuto attuale, e la ritenzione ininterrottamente co-fungente incarna il luogo originario di questa operazione.\ud Quanto era già emerso nel primo capitolo a proposito della natura motivazionale della passività rivendica ora la sua centralità. Sussiste un co-fungere dell’inconscio, una sua operatività, che si manifesta nella sintesi associativa e nella costante presenza delle abitualità. Per Husserl ciò che non viene (o non viene più) vissuto coscientemente dall’io, è impossibile che venga del tutto eliminato: nell’inconscio esso continua a rimanere valido e quindi a esercitare un’influenza motivazionale.\ud Si fa largo, infine, una categoria centrale nella concezione husserliana della soggettività: si tratta della storia Geschichte dell’io, presa in considerazione da un punto di vista trascendentale. Un ruolo fondamentale assume a questo proposito la legge eidetica delle opinioni intenzionali permanenti, esposta da Husserl nel § 29 di Idee II. Tale legge incarna il dinamismo della genesi trascendentale dell’io puro, ossia la condizione di possibilità della costituzione delle abitudini trascendentali, dello stile personale di ogni individuo e del suo carattere. Ogni presa di posizione, e ogni motivazione inconscia che influenzi l’io possiedono un carattere auto-determinante, in quanto stabiliscono un progressivo determinarsi dell’identità personale.\ud Quanto è stato messo in rilievo circa la tensione volitiva che accompagna ogni atto dell’io e il carattere motivazionale che abbraccia sia il livello inconscio che quello decisionale conduce – nella cornice del terzo capitolo – a scoprire le conseguenze etiche implicate in una simile concezione della soggettività. Una costante preoccupazione etica attraversa come un filo rosso l’intera opera husserliana. La fenomenologia sorge infatti a partire da una vera e propria decisione personale motivata da ragioni di carattere profondamente etico. L’identità dell’io e la sua personalità etica non sono il semplice risultato della somma delle sue capacità, delle sue doti, bensì si costruiscono progressivamente sulla base di convinzioni fino a quel momento valide, e sulla base del sorgere di nuovi motivi che di volta in volta conducono l’io a ulteriori prese di posizione. Ogni nuova decisione volontaria non è indipendente bensì strettamente legata alla catena delle precedenti opinioni intenzionali permanenti. Nel corso della vita si costituisce la personalità etica sulla base dell’educazione ricevuta, dell’istruzione, degli avvenimenti dolorosi o lieti, ma soprattutto sulla base della libera e personale presa di posizione con cui l’io di volta in volta risponde a tali accadimenti. Una responsabilità etica grava, quindi, su ogni singola decisione. Nel corso del capitolo la tensione verso il rinnovamento e verso l’assunzione responsabile della propria natura teleologicamente orientata è stata messa in evidenza sia nell’ambito della prima etica husserliana – fortemente influenzata da quella brentaniana – sia nella cosiddetta etica del dopoguerra. \ud Qual è il motore di questo dinamismo? Quale facoltà umana presiede il costante “divenire-io”? Senza dubbio la volontà: essa è per Husserl la forza, l’energia vitale che muove ogni atto dell’io e che, sollevandolo attraverso la libera presa di posizione dalla prigionia dell’istintualità, gli permette di realizzare la propria vocazione alla razionalità, ossia il telos dell’umanità. L’etica husserliana in virtù della fiducia assoluta nella forza autodeterminante della volontà, viene a configurarsi come un razionalismo ottimistico. Husserl è consapevole dell’intrinseca imperfezione di ogni umano tentativo di realizzazione del bene, ma vi è un’inesorabilità nell’affermarsi positivo dell’ideale teleologico dell’umanità, in quanto – come la figura del filosofo mostra in modo peculiare – l’io è sempre in possesso del possibile esercizio razionale dell’autoconsapevolezza e dell’autodeterminazione

    Transcriptome analysis and Homology based non-coding RNA annotation of macronuclear genome of the Antarctic psychrophilic ciliate Euplotes focardii

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    The mechanisms of adaptation to low temperatures remain poorly understood, largely due to the limitations of traditional molecular approaches that focus on individual enzymes, e.g., lactate dehydrogenase; [...], cytoskeletal proteins [...], cellular organelles [...], etc. To optimally address temperature adaptation in eukaryotes, it is necessary to access not only to a subset of genes from cold adapted organisms, but to large sample sizes of sequences to enable evaluation via statistical and computational approaches. Only genome or transcriptome sequencing and analyses can effectively provide such data sets.\ud Up to now, the only transcriptomes from Antarctic organisms that have been unraveled are those from fishes and krill [...]. From these studies it resulted that these Antarctic organisms show increased expression in cellular chaperones, ubiquitination degradation proteins to remove cold denaturated proteins, and oxidative stress related proteins like glutathione S-transferase, superoxide dismutase and ferritin [...]. There is not much knowledge about cold adaptation of unicellular eukaryotic psychrophiles. With only very few range of unicellular psychrophilic transcriptome like Chaetoceros neogracile [...], Chlamydomonas subcaudata [...] and yeasts [...] being reported, my study aims to expand our existing knowledge on the existing cold adaptation of unicellular eukaryotic psychrophiles.\ud As single cell directly exposed to environmental cues, protozoa can represent excellent model organisms to unravel the full suite of cold stable function that allowed the ecological success of Antarctic organisms. In this context, I analyzed the transcriptome of the Antarctic ciliate Euplotes focardii with the purpose to obtain revealing insights into the cold adaption mechanisms.\ud My thesis is composed by two parts: in the first part I will report the result of the analysis at nucleotide level and gene annotation of the E. focardii transcriptome. In the second part I will describe the characterization of non-coding RNA focusing mainly on tRNAs that recognize the stop codon TGA

    I materiali romani del santuario di Demetra a Cirene in relazione ai monumenti dell'area sacra.

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    Il lavoro di ricerca relativo alla tesi in oggetto ha preso avvio con lo scopo di esaminare la fase cronologica romana del Santuario di Demetra fuori le mura a Cirene, riguardo allo sviluppo delle pratiche cultuali e, più in generale, alla vita di esso, considerato anche nell’ottica di un rapporto funzionale e urbanistico con il non lontano centro della città. \ud La ricerca, incentratasi in un primo momento sulla fase d’origine del Santuario, è proseguita di recente anche relativamente alle successive fasi di vita ancora poco conosciute. E’ nell’ottica di tale proseguimento della ricerca, nella definizione della cronologia e delle funzioni di culto espletate all’interno del Santuario anche in epoca romana, che si colloca l’oggetto del presente studio.\ud Questo si è focalizzato soprattutto sulla ceramica in terra sigillata, la classe delle pareti sottili, i vetri e i piccoli oggetti in pasta vitrea, l’instrumentum metallico, considerati non solo da un punto di vista tipologico, ma anche di quello dei contesti stratigrafici di provenienza. I contesti chiusi analizzati sono stati poi quello della stipe votiva rinvenuta all’interno del Tempio di Demetra e quello dello strato di crollo dello stesso edificio, con l’analisi in particolare dei laterizi con bollo che lo caratterizzano.\ud L’indice dell’opera finale è composto da un’introduzione e un primo capitolo relativo alla contestualizzazione storica dell’oggetto della ricerca, nonché alla storia degli studi dell’intera area santuariale dedicata a Demetra, comprensiva del Santuario extra-urbano di Demetra e Kore scavato da Donald White e dalla sua missione. Nel secondo capitolo vengono presentate una ad una le singole classi di materiali oggetto dell’analisi, attraverso un’introduzione generale alla classe, una descrizione delle tipologie dei materiali recuperati nei contesti del Santuario con relative percentuali quantitative e la cronologia da questi suggerita: conclude il capitolo il catalogo tipologico delle singole classi.\ud Segue un terzo capitolo dove viene completato il quadro dei materiali attraverso l’ analisi del contesto della stipe votiva del tempio di Demetra, sia dal punto di vista dello scavo, sia da quello dei numerosi frammenti di vasellame che essa ha restituito; nel quarto capitolo confluisce la sintesi del lavoro condotto in merito all’analisi dei contesti di rinvenimento monumentali e, all’interno di questi, stratigrafici, con un tentativo di definizione dell’ambito cronologico degli stessi. \ud Seguono quindi le considerazioni conclusive del lavoro, che contengono la sintesi dei capitoli precedenti e, soprattutto, le osservazioni e i nuovi spunti dettati dalla ricerca, in merito alla funzione dei materiali nell’ambito del rituale demetriaco e della cronologia di frequentazione del Santuario, con un confronto esteso a casi similari del mondo mediterraneo. Quindi, alla bibliografia, suddivisa tra parte generale e parte relativa ai materiali, segue, concludendo la tesi, l’apparato grafico-fotografico di tavole e figure.\u

    La rinuncia all'effetto risolutivo.

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    Paradigmi editoriali contemporanei. Teorie a confronto.

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